(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Il Propugnatore"

Google 



This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project 

to make the world's books discoverablc online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct 

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the 

publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying. 
We also ask that you: 

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commerci al purposes. 

+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web 

at |http: //books. google .com/l 



Google 



Informazioni su questo libro 



Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 

un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 
Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed edito ri di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 
nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, comi 



^ 



J 



IL PROPUGNATORE 



NUOVA SERIE 



i 



usci 



IL PROPUGNATORE 



NUOVA SERIE 



PERIODICO BIMESTRALE 



GIOSUÈ CARDUCCI 

COMPILATO 



A. BAIXHI DELli LEGA, T. (^INl, G. HAZZON, S. HORPIIRGO, 

A. zniAni, 0. imm 



Voi. I. - Parte I. 



BOLOGNA 

PRESSO ROMAGNOLI-BALL' ACQUA 

liViÌMdJbirt Mli B. CouiuiiiH fé' Teti di Lisgu 



284910 



_ • 



• • 



Perché V opera del Propugnatore^ che Francesco 
Zambrinì iniziava or sono veni' anni e continuava Ano a 
qui, possa proseguire col maggior profitto degli studi cui 
Egli la volle dedicata, questo periodico intenderà d' ora 
innanzi sopra tutto a raccogliere : 

1.® Memorie originali sopra qualche punto partico- 
lare di storia letteraria italiana, e singolarmente di quella 
dei primi quattro secoli. 

3.^ Testi di prosa e di poesia inediti, o male o par- 
zialmente conosciuti finora; i quali, accompagnati dalle 
necessarie notizie illustrative degli scrittori, della materia 
e- della forma , vedranno qui , o rivedranno , la luce con 
nuove cure crìtiche, e cioè con quanto bisogna perché . la 
lezione sia il più possibile sicura, e anche, restando sem- 
pre fedele agli esemplarì, fatta con apparato intelligente, 
non pedantesco, chiara, e quindi proficua veramente ai 
lettori moderni. Cosi vorremmo adoperare generahnente ; 
ma seguiteremo anche il metodo delle edizioni che di- 
cono e diplomatiche > quando per 1' antichità o per altra 
particolare qualità un testo fosse degno di venir prodotto 
quale ci arrivò manoscritto. 

3.^ In una Miscellanea, documenti utili alla storia let- 
teraria, e particolarmente alla conoscenza della vita degli 
scrittori e del contenuto dei manoscritti. Per ciò in questa 
rubrica daremo luogo assai volentieri a comunicazioni di no- 
tizie originali ricavate dagli archivi o da altre fonti intomo 
alla vita de' nostri antichi prosatori e poeti : documenti 






IL PROPUGNATORE 



NUOVA SERIE 



PERIODICO BIMESTRALE 

DIRETTO 



GIOSUÈ CARDUCCI 

COMPILATO 



k. BACCHI DOU LEGi, T. CASINI, G. KAZZORI, S. HORPCEGO, 

i. zaiATTi, 0. mitn 



Voi. I. - Parte I. 



BOLOGNA 

PRESSO ROMAGNOLI-DALL' ACQUA 

lAnJHèbin dell» 8. CmiuitM jt' Tesli di Lì^u 

1888 



'Irr vi;irj, nell;f (:oncliiiisJon<i ; se pure in line dfH' ulliiiiu 
vrrsw injTi avestie a rAtm^^rrsì s« non male : 

Se avesti alciin'o] ctie 'I volesti purgare, 
Mandalo a l'iren^e, che non ci averà son male. 

M;i a rnttì ììl'' l' immoni/ionc è più rliiaia: 

S tu d n no a eh In vogl mal 
Mandali 1 n/ [xr cai 

K iiii l ^ t) n gc letui'iiiiii;<ziiii]e: 



so V ol f I f[rin m t 
^ I I fi t rie 1 n r l. n 



Nrllu slesso Ardiivio fiorenliiio, tra i iiiiadrnii della 
piHli'sli'iia i\\ iiiessei' Carile da dubbio il |,'iovine, che l'u 



RIME ANTICHE DA CARTE DI AÉCHIVI 9 

nel 1379, e proprio in un fascicolo delle Inquisizioni 
fatte nei quartieri di Santa Maria Novella e San Giovanni, 
leggonsi, sul retto della seconda guardia, questi versi: 

Non s' acorda ben gratia con ragione, 
né convense operare el piacer so, 
né mente se fa pili degna e pò, 
che la giustitia data per unione ; 

vedi ben donqua que legge dispone.... 

Non più. Paiono il principio d' un sonetto morale, che 
non direi scritto da un fiorentino. Forse al v. 3 mente è 
da con^eggere e legger niente e degno. 



IV. 



Ora, passando alle ballate, cominciamo da quelle 
d' amore. 

Neir Archivio di stato in Firenze, tra le carte di San 
Gemignano venutevi con lo filze strozziane, è un qua- 
derno, quello stesso onde fu tratto e pubblicato nella 
Rimsta critica della letteratura italiana (II, 29) il docu- 
mento originale dell' ambasceria di Dante a quel Comune; 
che sul retto della guardia membranacea è intestato cosi: 
In nomine domini Amen. Liber iste est Reformatio- 
num et consiUariorum Comunis sancti Gemignani, factus 
tempore Magnifici et egregii viri domini Mini de Tholo- 
meis de Senis honorahilis potestatis Comunis et hominum 
diete terre. Sub examine sapientis viri dominici Judicis de 
firmo, Judicis et Assessoris dicti domini potestatis et dicH 
Comunis, et scriptus per me Tucium notar ium dicti do- 
mini potestatis dieta officio et maleficiorum per dictum 
dominuifi potestatem deputatum. Sub Anno Natiuitatis 



Or canto Ar, liri corP 
|ier nobilfi iirasftìone, 
di' oi in:il du mi è |)artiU> 
colla grav?ia d'amore; 
donqua twn ò r;isgÌone 
(ic cinUire, ch'ò partutu 
r alfanno di' agio avulii 
de mollo loiigamente : 
or su' lelo e gaugiente, 
l'enuovo il meo candire. 

Non à' ma' deservilo 
de necnte in vèr' i' amore, 
dond' eu fui cusl alTisu ; 
si divinni sLurditu, 
eh' io mi Uovai 'n eiTore 
et di gioia deviso ; 
videndo mi si priso. 
conforlai mi la mente : 



RIME ANTICHE DA CARTE DI ARCHIVI 11 

ch'era leal servente, 
24 parsi al meo cantare. 

Va, nova mia ballata, 

come lial mesaggio, 

in campagna gioiosa; 

et conta a la mi' amata 

lo mal che patot' aggio 

per sua cera morosa; 

et di ^ si mi scusa, 

che contra il meu volere 

mi parti' con sospire, 
34 ch'io non podia cantare. 

De tosto a Ilei tornare 

la speranga eh' io n' aggio 

e'] sou gientil coraggio 
38 di cor mi fa cantare. 

A distanza di ottant' anni • da questa ballata grande, 

iin de' quaderni già ricordati della podesteria di mess. 

^Cante da Gubbio (1379) porta, d'altra mano che del 

notare, due di quelle ballatine che allora usavano e 

abondavano. 



1 



Aspectar me consuma co' più aspecto. 

Que fìe, Fortuna, quando amore sdegnia 
quista crudel, che con durerà rengna 
despregiando natura con despecto? 

Sono quattro versi, ma sono , non / è che ridire, 
una ballata, come lo scrivano nel margine del quaderno 
gì' intitola ; si bene, ballata nella forma elementare, la ri- 
presa d' un verso e una sola volta, quale la registra anche 
il Da Tempo nella sua teorìa dei vei*si volgari. Ma nella 



Noto chi; al verso 2 (;i':i stalu, prima di concedi, scrino 
demuHlri, e poi fu i-.inccllalo; die il verso 8 cominciava 

mitslifindo a me alifìta , e poi fu cancellato e scritto 

come sta qui sopra; dio nel verso 12 la prima parola 
par die dica ronpi-ndu, ma la correzione mi sembra 
neci-'Ssaria. 

Dui resto, tjiu-sle due ballatine, come il frammenlo 
(li sonfjlto che da' (pinderni cnnliani riferimmo più a dietro, 
non possono essere opera di scrivente fiorentino. 

E ora vediamo una ballata forse storica. 

Niella biblioleca del Comune di Siena, il cod. se- 
gnato H. 10. 47, scritto nel 1597 di mano di Celso Cit- 
tadini, conlionii, come si sa, in copia, rime di senesi an- 
ticlii. AIIj carta 16, con qnesta intestazione: Da un fo- 
glio di cartapecora stracciato d' alcun libro anticlms.'' 
d' avanti al 1260, Icggcsi una ballata, clic va registrala 



BIME ANTICHE DA CABTE DI ARCHIVI 13 

crederei, tra le rime d' allora alludenti a una brigata spen- 
dereccia. È frammentaria. La riproduco quale sta nella 
copia del Cittadini, e con in margine le postille di lui 
come nello scritto. 

Noi monaci spendarecci Cav^i Gaudenti 

Tutucti inamorati 

Siena ci a si righagliati 
4. Ke n kontado n andiamo. che » contado 

Or e cian si righagliati Hor e' o han 

Signore Forteguerra 

ChoDor chonsegli sfatati 

Ke dan pe la terra 

Spezialmente Ghezzo e Guerra 

Ken quel 

E soD ben tai konseglieri 
12. Kente noi sappiamo. 

Ben ci auien da tal malanno 

Vigoroso de' Cittadini 

Creder far del tiranno 

Misser Nuccio bello, de' Saracini 

Figliuol forte di Landò, 

Ke s andaua deputando 
22. In sera di chamo (?) 

Or ci arrekiamo a le mani 

Quest 

Ghane <& Minuccio, 

1 duo frate! binati 

eia righagliati 

Cho laudar sospirando 

E Niccolo 
30. Duna kosa auiam ... 

La satira senese, per quanto se ne può intravedere, 
è satira storica. Un saggio di satira sociale ci porge una 
ballatina, o principio di ballatina, cbe leggasi, di mano 



li 6. CARDUCa 

differente a quella del notaio, in alcun altro dei quaderni 
del podestà di Gubbio neir Archìvio fiorentino. 
Eccola : 

Or ritoma ìd su Y usanza 

che le vedove fanno per certo, 

vaghegiar roelglio al coperto 
4 e siguir melglio lor danza. 

Elumidi [?] prendon lor mariti 

patrenostrì senza fallo: 

de Marie portan sembianze 

con loro ombre 

Al cor li piccica el gallo 

per andare al confessoro: 

1( è tucto lor pensiero, 
12 per aver la perdonanza. 

Noto che al v. 11, per restituir la rima, dovrebbe cor- 
reggersi , Li è tutto 'l pemier loro. 

Nel r. Archivio di Lucca il Libro di sentenze e bandi 
del 1456 numero 68 ci presenta al foglio 9 una ballata 
eh' è satira personale. Documento assai curioso della vita 
d'allora, ma non certo nuovo né unico: che, per citare 
un esempio, nei Racconti storici estratti dall' Archivio 
criminale di Bologna per cura di Ottavio Mazzoni Toselli 
è (voi. II, pp. 443-47) un libello famoso di materia politica 
in forma di frottola, e comincia Povolo mio tu e' oxelado. 
Se non che il buon Toselli non si accorse che si trat- 
tava di rime, rime che si trovano anche in un codice del 
march. Campori, su 'l quale avrò occasione di ritornare. 

Tornando ora alla ballata lucchese, la sua spiegazione 
è nella sentenza, che io produco qui abbreviata^ ringra- 
ziando il eh. sig. Salvatore Bongi, dalla cui gentilezza tengo 
questa comunicazione. — Sentenza contro Clemente Fran- 
ceschi di Morìano, che nel dicembre del detto anno 1456, 



RIME ANTICHE DA CARTE DI ARCHIVI 15 

con animo d'ingiuriare compose e ordinò la infrascritta 
canzone diffamatoria contro donna Caterina moglie di 
Antonio Giovanni, chiamato Neroncini, aromatario, a que- 
rela del quale procede il Podestà, come si legge a f. 51 
delle Inquisizioni del podestà di Lucca (filza n. 5263). 
Clemente insieme con Bartolomeo di Giovanni Boccella 
cantavano ad alta voce codesta cantilena nella casa del detto 
Clemente, il quale, non contento a ciò, ingiuriò in pub- 
blico la sopradetta Caterina e fece fare molte copie della 
cantilena. Onde il 13 febbraio fu condannato in contu- 
macia dal Podestà in L. 25; né altro di lui si sa, risul- 
tando ciò dal detto libro di sentenze, dove a margine 
trovasi per lo più indicato il pagamento fatto o l' assolu- 
zione del reo. — 

La canzone o ballata infamatoria si legge, oltre che 
a carte 9 del citato libro di Bandi e Sentenze, anche nei 
quaderni del Podestà num. 5264 a e. 52, e 5263 a e. 51. 
Dei quali scritti l'ultimo (C) non par di toscano: qui io 
do la miglior lezione col raffronto degli altri due (il e jB), 
e a pie della pagina riferisco tutte le varianti. Noto che 
nei versi 7, 22, 46, 51, la legge della rima mi consigliò 
senz'altro a mutare fanciuUna in fanciullctta, peso in peza, 
liviata in Urna, canzone in canzona. 

NeroDcina spezialina 

Che sai fare el bambagello, 

Io ti sonare el cimbeilo, 

Soza vechia matassina. 

Ay Caterina ! 5 

Questo è certo e cosa nera, 

Che quand'eri fanciulletta, 



2. C: il batU)acello. — 3. C. te ciantbello. — 5. C: Ay Catarina; e 

cosi sempre. In B manca il ritornello. — 7. A, B, C: fanciullina. 



-■l-ll 1*1. 



'' ' ■ '<.,i 



.fi. 



■*-■■ 



-i.-H'iii,- 



{^•^nttsù niffiana 

*^ <i' ogni lana 
J^ anagrao peza- 

"fa to ronana. 

-^y ^i^roocBia ' 
*> ^' bondiiofe 

"*> qoesto noTefla. 
^ »ae qaattro or^ 
"'.'' "»«» al Bjofla . 
»icoo toa Ènea,. 

^a mio %fjo(o. 

S^ f»* gnn dpoto 
•art da m^ttìosL 

Aj Caterina ! 

» B: Vaellavano. -~ jo A 
^' ^•' ^^^hacano. -^ \'^ \ 
' <3. A, B, C: iu fussi. 1 / 

y/^ntoMU roffiana. -^9 
«« /«cte. — - 9^ r. 1 



• BIHB ANTICHE DA CABTE DI ABCHIYI 17 

Soza vechia rincagnata 

Che non hai vergogna alcuna, 

Che di notte dispogliata 

Andasti al lume de la luna: 

Faciesti stramazata, 

Che r udi ogni persona : 

Ma tu non fusti scufQata, 

Che cognove la contrada 

Che andavi per la biada 

Per dar cena a la ronzina. 

Ay Neroncinal 45 

Non cognosci, vechia lima, 

Che oramai non se' più bona, 

E di te non si fa stima, 

Ma per Luca ogniun ti sona, 

E sarà' cantata in rima 

In sonett' o per canzona? 

Non ti vuol veder persona, 

Se non rendi li coltellini: 

Sono falsi li tuoi quatrini, 

E non hai moneta fina. 

Ay Neroncina! 56 

Se non rendi li coltellini: alle vecchie peccatrici im- 
penitenti minacciavano e Tu farai come colei, che renderai 
i coltellini »; e il motto spiegavano con una novella ri- 
stampata anche recentemente. 

(ContinuaJ 

Giosuè Cabduocl 



37. C: de note. — 40. C: /' odi. — 41. C: scussata. -^ 42. B: Che 
ti cognobe, — 44. C: roncina, — 46. A, B, C: Ma non e, v. limata. — 
47. B: nissun più t' ama. — 49. A, B: E per Luca ognomo. — 50. B, 
C: sarai. — 51. A, G: /n sonetti. Accolgo da B sonetto, ma divido e 
ÌDteq>ungo sonett* o; A, B, G: canzone. — 52. A, G: vote vedere; 
B: vuole v. 

Voi. I, Parte I. 2 



DETTO D' AMO R E 



ANTICHE RIME IMITATE 



DAL 



ROMAN DE LA ROSE 



Quattro bei foglietti membranacei ora legati nel co- 
dice laorenziano-ashbumbamiano 1234 insieme con altri 
frammenti d' antichi manoscritti, danno a leggere nelle otto 
facce questi 480 versi, disposti assai regolarmente sopra 
sedici colonne da trenta linee l'una, e vergati di mano 
nitida ed abbastanza elegante, della quale qui accanto è 
un facsimile. Se togli l'iniziale del capoverso, colorata e 
rabescata (1), nessun segno estemo che li termini o li 
divida; ma che siano due brani superstiti di maggior 
componimento , e affatto distinti , T uno de', quali com- 
prende le prime tre carte , T altro la quarta, e che nel 
primo brano si debba anche riconoscere il principio di 
queste strane rime, pare chiaro abbastanza dal loro 
, contenuto. 

Nel nome d'Amore il poeta incomincia « un Detto » 
(vv. 1-5), ciò sono le lodi del dio cortese (6-31), nella 
cui dolce servitù e' vuol durare (32-74) , a dispetto di 
Ragione (75-80), che, come suole con tutti (81-86), 



(1) Due altre minori iniziali colorate ai tv. 125 e 167 segnano sol- 
tanto il principio della risposta a Ragione e delle bellezze di Madonna. 



mA 



. -8 



HHlj 

Hi É4 - 

i ì,T I ? ^ 



a MOKPUBGO — DETTO D' AMORE 19 

tenta con un lungo discorso di sviarlo da e quel falso 
diletto » per trarlo a sé (87-124), La mala proposta di 
Ragione egli ribatte, dicendosi giurato ad Amore (125-146), 
principio di ogni buona virtù (147-156), e quindi incre- 
dulo di lei (157-160), alla quale però volge le spalle per 
tornarsi a Madonna (161-166). Ne descrive le maravi- 
gliose bellezze (167-245), e le conferma la sua fedeltà 
(246-264), onde spera il premio desideratissimo (265-270). 
Se Gelosia glielo contrastasse, Amore gli avrebbe mentito 
(271-276). Ha dal toccar la meta pel cammino più breve 
lo impedisce Ricchezza (277-284), che, sbarratogli il passo 
(285-299), e accennato a Venere come a colei onde potrà 
avere aiuto contro a Gelosia (300-306), lo avverte quindi, 
che, se pur egli voglia proseguire per cotesta via corta, 
gli converrà portare oro e argento, e difendersi da Folle- 
Larghezza (307-317), che ha per ancella Povertà, figlia 
di Cuor-FalUto e madre d'Imbolare (318-342), daUa 
quale molto bisogna egli si guardi (343-360). Cosi fini- 
sce, resta interrotta, la diceria di Ricchezza, e insieme 
la prima parte del frammento. Nella seconda (361-480) 
sono alcuni gastigamenti o monimenti d'Amore. 

Materia allegorica, come ognuno vede, che pur coi 
nomi che vi campeggiano ci richiama subito al Roman 
de la Rose. Dove infatti, chi cerchi i lunghi documenti 
d'Amore, di Ragione, di Ricchezza e dell'Amico, non solo 
troverà Fole-Largesce e Povreté e Cuers-Faillis e Larrecin 
con tutta r altra notissima brigata simbolica, e, a dir breve, 
molta della sostanza di queste rime diffusa nella tela tanto 
più ampia del gran poema oltramontano, ma e degli stessi 
settenari nostri ne potrà riconoscere taluni in forma si- 
migliantissima, anzi quasi identica fra gli ottonari francesi. 
Ne recherò in prova questi soli, che fanno parte della gran 
dottrina che il Dio d'Amore dà all' amante subito dopo 
r incontro. Eccoli ordinati cosi come li parafrasò , anzi a 



20 S. HOBPUBaO 

volte tradusse l'antico nostro nei versi 397-457 del fram- 
mento laurenziano (1): 

Après tout ce, d' orgofl te garde, 
car qui bien entent et esgarde, 
orguex est folie et péchiés; 
et qui d' orgoil est entechiés 
il ne puet son cuer aploier 
à servir ne à souploier. 

{R. d. Rosé, 2135-40). 

Et se tu siez bien à cheval 
tu dois poindre amont et aval.... 

(R, d. Rose, 2207-8). 

Se tu as la voiz clere et saine, 
tu ne dois mie querre essoine 
de chanter, se I* en t' en semont... 

(R rf. Rose, 2213-15). 

Et se te sés lances brisier 
tu t* en pués rooult faire prìsier ; 
Se as armes es acesmés, 
par ce seras dis tans amés.... 

(R d. Rose, 2209-12). 

Chascun doit faire en toutes places 
ce qu* il set qui miex li avient, 
car los et pris et gràce en vient 

(R. d. Rose, 2202-4). 

Hène-toi bel solonc ta rente 
de robes et de chaucemente : 
bele robe et bieu gamement 
amendent les gens durement; 
et si dois ta robe baillier 
a tei qui sache bien taillier, 
et face bien séans les pointes 
et les manches joignans et cointes. 

(1) Gito daU' edizione del Michel, Paris, Didot, 1864, I, 70-75. 



DETTO d' amore 21 

Solers à las, cu estiviaus, 
. aies souvent frès et novìaus.... 

(K d. Rose, 2151-60). 

Jà por nomar vìlaine chose 
ne doit ta bouche estre desclose: 
je ne tiens pas à cortois homme 
qui orde chose et lede nomme. 
Toutes fames sers et honore, 
d* eles servir poine et labore; 
- et se ta os nul mesdisant 
qui aille fames desprisant, 
blasme-le, et dis qu* il se taise. 

(A. d. Rose, 2121-29). 

Et por ce que flns amans soies, 
vofl-je et comroans que tu aies 
en un seuI leu tout ton cuer mis, 
si qu' il n* i soit mie démis, 
mes tous entiers sans trìcherìe, 
car gè n' ains pas moitoierie. 
Qui en mains leus son cuer départ 
partout en a petite part; 
mès de celi point ne me dout 
qui en un leu met son cuer tout 

{R. d. Rase, 2249-58)* 

Concordanze letterali cosi continuate non mi accadde 
invero di cogliere altrove; pur tuttavia qaalche altro 
esempio, più scarso si ma non però meno sicuro, potrei 
recare anche per i discorsi di Ragione e di Ricchezza (1), 



(1) Radon (parlando d'Amore): 

La poine en est desmesurée 
et la joie a corte durée. 

{R, d. Rose 3063-64; cfr. Detto, 94-5); 

Si tu le fois, il te fuira. 

(A. d. Rose, 4975; cfr. Detto, 99); 



22 S. HOBPUBOO 

se già cotest* ano che ho riferito non mi sembrasse più 
che bastevole ad accertare un rapporto diretto fra l' an- 
tico romanzo francese e i nostri settenari. 

Sarebbero danque fratelli del Fiore, avrà già pen- 
sato ognono che conosca qaei dugentrehladue sonetti nei 
quali un italiano abbreviò, adattandola al nostro gusto, 
tutta la grande allegoria della Rosa (1); anzi sono, sog- 
giungo io subito, e d' un' antica e strettissima parentela 
portano perfino un singoiar segno esterno. Ciò è la 
scrittura dei quattro foglietti laurenziani che a me par 
certo (e parrà, io spero, a chiunque voglia afQsare un 
po' attentamente i facsimili che ho appaiati nella tavola 
qui unita) uscita da quella penna medesima che vergò 



SueSire que gè soie ta serve 
et tu li miens loiaos amis, 
le dieu lairas qui ci fa mis 
et ne prìseras une prune 
toute la roe de Fortune. 

(fì. d. Rote, 6578-82; cfr. Detto, 106-13). 



L' Abiant : 



Quand j' oi Raison bien entendue 
qui por noient s'est débatue. 

(R. d. Rote, 4976-77; cfr. Detto, 125-8). 

Amis, descrivendo FoUe-Larghezza: 

' Dedens Fole-Largesce maint, 

qui ne pense à riens fors à geus 
et à despens faire outrageus: 
el despent ausine ses deniers 
cum s'el les puisast en greniers. 

(R. d. Rose, 8705-09; cfr. Detto, 313-17). 

(1) € Il Fiore > , poeme italien du XIIJ* siede en CCXXXII 
sonnets imité du Roman de la Rose: texte inèdit publié avec facsimile, 
introduction et notes par F, Castets, Paris, Maisonneuve, 1881. Cfr. 
D' Ancona, Il Romanzo della Rosa in italiano, nelle Varietà storiche e 
letterarie, 0, 1. 



DETTO D' AMOBE 23 

il codice di Montpellier, l'unico del Fìòr^'cbe si conosca 
finora. Sfortunatamente devo ancor io limitare il raffronto, 
almeno per ora, al breve saggio del carattere del ma- 
noscritto francese che il sig. Castets premise alla stampa 
dei sonetti; tuttavia non mi pare di ardir troppo affer- 
mando una identità eh' è di per sé manifesta, a cominciar 
dai rabeschi delle iniziali colorate, e dalla forma delle 
maiuscole, allineate perfino allMstesso modo^ per segui- 
tare con r altre tutte ( si notino ad es. la d , la z , la &, 
la n finale, quella g col gambo rivolto a destra, ecc.), con 
quante insomma abbiano qualche nota caratteristica (1). 
Alla conformità della lettera risponde, ottima riprova, pie- 
nissima convenienza dell' ortografia, assai semplice ed 
uguale in entrambi i manoscritti; voglio dire una grafia 
costante amica cosi degli stessi raddoppiamenti come delle 
stesse forme scempie, nemica del iato, fonetica assai più 
eh' etimologica, ma regolare e propria, quale poteva ado- 
perare un toscano non inculto sul finir del trecento (2), 
che di codest' epoca mi pare la mano dei foglietti lau- 
renziani, anzi (poi che spero d'aver già persuaso anche 
altrui) queir una che scrisse pure il codice di Montpel- 
lier, assegnato invece dal suo pubblicatore al sec. xv. Né 
soltanto la forma esterna delle parole, ma e la lezione 
d' entrambi i testi è buona e corretta ; che se quello del 
Fiore non parve tale al sig. Castets, per amore del vero 
dobbiamo dire che nel fatto le inesattezze eh' egli lamenta 
si riducono a poche e lievissime, quali occorrono anche 



(1) La forma deUa lettera non parrebbe di scuola toscana; ma ciò 
non basta, mi sembra, a contradire in alcun modo a quello che dal- 
r ortografia dei due testi si deve concludere sulla patria dello scrittore. 

(2) Cfr. col nostro testo (che io ho riprodotto scrupolosamente, di- 
stinguendo soltanto le u dalle v) le particolarità ortografiche del codice .di 
Montpellier, rilcTate dal Castets nella sua prefazione al Fiore (pagine 

xvi-xvni ). 



24 & HORPUBGO 

ne' migliori esempi antichi; taluna cresciuta forse d'im- 
portanza agli occhi dello studioso francese poco esperto 
della nostra antica ortografia ; più altre, io sospetto forte, 
da imputar proprio all'editore, cioè a cattiva lettura di 
lui, non allo scrittore trecentista, la diligenza del quale 
mi pare anzi tanto più notevole e commendevole, in 
quanto che entrambi i testi, e particolarmente il nostro, 
non sono certo de' più facili. 

Ma oltre a queste, altre più intime affinità legano 
forse il frammento laurenziano al poema che vollero tri- 
buìre a un Ser Durante. É noto, e io l' accennavo pur 
dianzi, che ^questi o chiunque altro sia stato colui che 
ridusse nei 232 sonetti il Romanzo della Rosa, seppe 
adattarlo al nostro gusto, e con opera assai intelligente, 
togliendo cioè del tutto, o restringendo in pochissimi 
versi le lungherie filosofiche e dottrinali ond' è infarcito 
l'originale francese, e largheggiando in queUa vece nella 
parte d'intenzione satirica, negli anmiaestramentì dell'Amico 
(son. L-Lxxn) e della Vecchia (son. cxlv-gxgui) e nel 
vanto di Falsembiante (son. Lxxxvin-cxxvi), episodi che 
da soli occupano quasi la metà de' sonetti, perché certo 
poteano gradire anche ai nostri vecchi molto più delle 
noiose discorse di Ragione, di Ricchezza o d'Amore. 
Anzi ai documenti di quest'ultimo il poeta non diede 
luogo affatto, accontendandosi di accennarli appena in 
uno de' primi sonetti (iv); più benevolo di Ragione, le 
concesse in due riprese quattordici delle sue stanze (ix, 
X, xxxv-XLvi), ma non ne volle spendere che due (lxxv-vi) 
nel contrasto fra l' amante e Ricchezza. Però, come ognun 
vede, scarseggia nel Fiore la materia che meglio conver- 
rebbe ad un raffronto coi nostri settenari ; ma è appunto 
questo difetto, o, a dir meglio, questa diversità, che 
cresce, s'io non erro, importanza a certe curiose con- 
cordanze di dettato che si avvertono fra le due imita- 



DETTO D* AMOBE 25 

zìoni, e proprio là dove entrambe segaono meno fedel- 
mente il modello comune. Nel quale si cercherebbero 
invano quasi tutti questi versi, che spigolo dai sonetti per 
riaccostarvi alcuni de' settenari somigliantissimi. 

Fiore, II, 9-11 : 

Ed i' risposi : i' si son tutto presto 

di farvi pura e fina feddtate 

più ch'Aissesino a Vellio o a Dio il Presto. 

Detto, 260-62 : ' 

Unque Asessino a Veglio 
DOD fu già mai s( presto, 
né a Dio mai il Presto. 

Fiore, m, 4-8 : 

E saramento gli feci e omaggio, 
e per più sicurtà gli diedi in gaggio 
il cor, che non avesse gelosia 
ched i' fedel e puro i' no gli sia, 
e sempre a lui tener a segnio maggio. 

2)rffo,6-9; 23-25: 

Po' eh' e* m' ebe inservito 
e eh' i gli feci homagìo, 
i' r ò tenuto magio 
e terb già ma' senpre.... 



Amor non vuol logagio; 
ma e' vuol ben lo gagio 
che'l tu' cor sia lu' fermo. 

Fiore, X, 1-11: 

Udendo che Ragion mi gastìgava 
perch' f al die d'Amor era 'nservito..., 
f le dissi : Ragion, e' no mi grava.., 
ched' io son fermo pur di far su' grado, 
per ciò eh' e' mi promise fermamente 
ched e' mi metterebe in alto grado. 



26 S. MOBPUBGO 

Detto, 63-65; 274-76: 

E chi la porta in grado, 
il mette ìd alto grado 
di ciò ched e' disia.... 



Ghed i' 6 ben a mente 
ciò ched e' m' ebe in grado 
sed i' 1 servisse a grado. 

Fiore, XXXVm, 1-2: 

Ragion, tu sf mi vuo* trar d* amare 
e di* che questo mi signior è reo ... . 

Detto, 141-42: 

Tu mi vuo' trar d* amare 
e di' e' Amor amar è. 

Fiore, LXXV, 9-10 (cfr. anche LXXXIII, 10): 

C unquanche non volesti mi' acontanza 
né mi pregiasti mai a la tua vita. 

Detto, 293-94: 

Ma ttu no' m' acontasti 
unque, ma mi contasti. 

Fiore, avi, 5-7: 

L' un dicie eh' en un sol luogo il tu' cuore 
tu metta, senza fame partìmenti, 
l'altro vuol che sie largo in far presenti. 

Detto, 448-50: 

Sie largo; e d'altra parte 
non far del tu' cuor parte : 
tutto 'n quel luogo il metti 

Non allungherò più oltre questa lista con alcune minori 
espressioni, o con singole voci, e abbastanza strane, che 
occorrono in entrambi i testi, ma che sono anche per la 



DETTO D* AMOKB 27 

massima parte gallicismi, i qaali non valgono se non a 
confermare la commie origine francese (ad es. e mala > 
per borsa, nel Detto 314, come < maletta > nel Fiore 
GLXXI, 8); noterò quindi ancora la sola forma cVeno», 
che trovo due volte ne' settenari (300 e 474) e due ne' so- 
netti (XXII, 1; XXIII, 4), dove però sono assai più co- 
muni l'altre, notissime, Venus e Venusso. Abbastanza 
osservabile mi sembra invece la frequenza delle rime 
equivoche nel Fiore, come ognuno avrà già avvertito dai 
pochi esempi testé riferiti : il Castets o non se ne addiede 
non curò di rilevarle che in un sonetto solo (XXVI; 
cfr. la nota a pag. 131), eppure è troppo facile il con- 
tarne una cinquantina almeno con codesto artifizio (1), e 
il novero si potrebbe agevolmente raddoppiare compren- 
dendovi gli equivoci imperfetti, che abbondano anche nel 
Detto, intendo quelli che sono formati con l' aiuto di un 
vocabolo composto. 

Quanto di questi settenari sia andato perduto non 
è certo possibile determinare ; tuttavia mi pare molto pro- 
babile che quella giunta a noi nei quattro foglietti lau- 



0) I, 1: 4; V, 12:14 {parte vb. e sosL; cfr. Detto 97: 8); XV, 
3:6; XXXV, 3:6; XL, 3:7; XLI, l:4:8jXLIV, 2:3; LXU, 4:5; 
LXXX, il : 13; LXXXV, 1 : 9; LXXXVD, 10 : 12; XC, 2 : 3; CVI, 2 : 
7; CXU, 9 : 13; CXVIII, 2 : 3; CXXIII, 3:6; CXXVD, 2 : 3 {genU, sost. 
e agg.; cfr. Detto, 235:6); CXXVHI, 1:8; CXXXIV, 3:7; CXL,12: 
14 (punto; cfr. Detto, 255:6); CXUV, 4:5; GLI, 4:8; OHI, 11 : 13 
{fauia, sost e Yb.; cfr. Detto, 479 : 80); aVHI, 10 : 14; CLK, 10 : 14; 
CLXn, 1:8, 3:6; CLXm, 3:6; aXV, 4:5; aXX, 2:3, 10 : 14; 
CLXXI, 9 : 11 ; CLXXII, 4:8; aXXHI, 1:4; CLXXV, 2:6; CLXXVII, 
11 : 13; CLXXXU, 9: 11 {avere Yb. e sost; cfr. Detto, 15 : 16); CLXXXV, 
1 : 8; CLXXXVn, 9:13; CXCI, 4 : 8; CCD, 4 : 5; CCVU, 9 : 11 (/ancia 
sost e Yb.; cfr. Detto, 421 :22); CCIX, 2:3; CCXI, 1 :8, 2:6; CCXH 
l:8;yCCXra, 11:13; CCXVI, 4:8; CCXX, 1:4; CCXXVH, 5:8; 
GCXXXI, 3:7; CGXXXII, 4:8 {entrata per entratura e passo, come 
Del Detto, 279:80), ecc. ecc. 



28 & M0RPUR60 

renziani sìa la parte maggiore del Detto. Già codesto titolo, 
che lo stesso poeta dava alle sae rime nell' augurar loro 
una fama che fortunatamente non ebbero mai 

(.... ìm detto 

che sia per tutto detto 

eh* i' ragia beo servito) 

non permette d'imaginare un componimento soverchia- 
mente lungo, del quale possediamo certo, come avvertii 
di sopra, il principio, e fors' anco un brano molto pros- 
simo alla fine, cui sembra accennare il v. 459 ( e Mi' detto 
ancor non fino »). Anche, per abile trovator d'equivoci 
eh' egli fosse, non sembra possibile che l' autore volesse 
prolungare l'immane sforzo oltre a certo lìmite; mentre 
pur quello eh' ei tocca col frammento arrivato fino a noi, 
basta a dargli il vanto, meschinìssimo in verità, di aver 
vìnto in lunghezza quanti altri antichi gareggiarono seco 
nel dettar rime forti ed oscure (1). Certo con queste egli 
s'intese di aggiungere dignità allo stile troppo facile e 
pedestre dei settenari accoppiati — stile minore come 
lo chiama Francesco da Barberino (2) — ; ma un 
po' d' incitamento all' aspra fatica potè venire al pove- 
retto anche dall'ambizione di accostarsi viemmeglio al 
suo modello, anzi di vìncere ì due poeti del Roman, che, 



(1) Sul rimare oscuro o forte per mezzo di equÌYOci, d' asticci e di 
bisticci, di tutti questi puerili artifizi combinati insieme y. il Gaspary 
{Scuola poetica sidliana^ pp. 137-142), che ne discorre a suflicenza» 
citando parecchi esempi. Più altri se ne potrebbero aggiungere coi due 
ultimi volumi de Le antiche rime volgari seconda la lezione del codice 
viUicano 3793. 

(2) e E tom' ancora ne lo sHl minore , Però eh' eli' ò gran parte 
di dottrina Ai giovani vicina >: cosi nei Documenti d'Amore (Roma, 
Mascardi, 1640, p. 222-3), sul finire della parte sesta e preludendo alla 
settima (Prudenza), che di fatti è tutta in settenari accoppiati. 



DITTO d' amobe 29 

com' è noto, si piacquero essi pure di equivocar moltis- 
simi dei loro yentitremila ottonari (1). Ad ogni modo, è 
certo che gli equivoci semplici e composti, de' quali Anto- 
nio da Tempo porgea con tanto amore le regolnzze nel 
SQO trattato de' ritmi volgari , e cioè i doppi usi di voca- 
boli {breDe, cara, gente, agg. e sost.) e le più matte 
composizioni di parole (signoria: signo ri*d;saimo sa' l 
Mo') trionfano per questi 480 versi in modo, che al con- 
fronto dovrebbero arrossire anche oggi i più svergognati 
focitorì di freddure. Io, che di questa materia non sono 
neanche dilettante, ho fatto tuttavia del mio meglio, in- 
terpoDgendo e sottoponendo al testo un tentativo di tra- 
dazione (2), perché fosse un tantino agevolata la lettura 
e r intelligenza delle difScili rime; ma abbandono assai 
volentieri ad altri più esperti o più fortunati alcuni luo- 
^ coi le mie forze o la mia fantasia non sono bastate. 



(1) Chi si Tolesse dare la briga di scorrer tutte le rime del Boman: 

h ìe moltissime equivocate ne troverebbe più d' una formata con le stesse 

parole che s'incontrano nel Detto. Sono, che s'intende, coincidenze af- 

£iUo casuali, delle quali do, solo per la curiosità, questi pochi esempi 

spigolati aUa ventura. Quant il me membre De la fa^n de chascun mem-: 

hn{ctr. Detto, 165:6; 461:2); flns {D, 109:10; 143:4); /w/ {D, 

309 : 10); aparens: parens (D. 357 : 8); serve {D. 349 : 50); fole: 

( afole ( D. 87 : 8) gent (Z). 235 : 6); régne (D, 193 : 4); avoir {D. 15 , 

16); C* onques, ce dist, di ne l' ot chiére. Por ce li fait-ele tei chière (e 

si parla appunto di Ricchezza, come nel Detto, 283:4); u chance; 

chauce (D. 321 : 2; 437 : 8); noveles (Z). 429 : 30); lance (D. 421 : 22) 

l'abat: la bai (Z>. 85:6), ecc. ecc. 

(2) Traduzione letterale, e però bruttissima, oltre che in alcuni 
luoghi non abbastanza sicura. Tuttavia la pubblico, perché preferisco far 
cosi compiuta confessione di ciò che non potei spiegare, al dissimulare, 
tacendole, le difGcoltà, come adoperano oggi moltissimi editori. Che sarà 
metodo assai scientifico, ma che certo é anche più commodo ; però m' au- 
garo altri più autorevole e con migliori esempi si unisca a me nel 
combatterlo. 



30 S. MOBPUBGO 

né pretendo d' aver còlto sempre giusto là dove ho cer- 
cato d'interpretare. 

Una lunga € partita » del Detto (yy. 167-245), di- 
scostandosi affatto dal Romanzo della Rosa, è tatta con- 
sacrata, come già dissi, alle bellezze di Madonna: descri- 
zione compiutissima, de' coi elementi tradizionali non ac- 
cade parlar qui dopo tutto quello che fu scritto ultima- 
mente intomo al tipo estetico della donna del medio 
OYO (1). Discorrendone ancor io nella Rivista critica della 
letteratura italiana, ebbi occasione di riferire (II, 135) 
alcuni pochi Yersi di questo ritratto, ma nell' indicare 
il codice, che allora non aYeYa esaminato abbastanza, 
ne sbagliai grossamente V età. Sbaglierò ora un' altra Yolta; 
ma se le concordanze inteme che ho rilcYato, e quella ester- 
na della scrittura non sono tutte fortuite, mi par che sul 
rapporto fra il nostro Detto e il Fiore non sia lecito imagi- 
nare che una sola ipotesi. È troppo facile indoYinarla, ma io 



(1) Citerò soltanto questa descriiioDe di Galletto Pisano (>4n- 
Hche rirne^ ?oL II) pag. 59) perché arieggia singolarmente alla nostra 
anche per effetto del metro e degli equivoci: 

Si siete adoma e giente, 
fate stord'u* la giente 
quando voi mira in viso. 
Ed eo ponendo mente 
la vostra bella ciera 
ch'é bianca più che rìso, 
ferìstimi a la mente, 
ond'ardo come ciera, 
levastemi lo riso. 
Le man vostre e ki gola 
colgli occhi mi dàn gola, 
tant' ò veder, s' io miro: 
mostran che T altre membra 
vaglian più (ciò mi membra): 
pur di tanto mi miro, ecc. 



DETTO D' amore 31 

non la esprimerò neanche, perché, se dovessi, vorrei 
prima esser certo dell' età dei sonetti tribniti a Dorante ; 
dei quali invece, per quanto li legga e li rilegga, non 
mi so davvero persuadere che appartengano al dugento, 
come fu affermato fino ad ora (1). 

S. MORPURGO. 



(i) Quanto al testo, ripeto che fui fedelissimo al mio esemplare' 
Sottanio, per maggior commodità dei lettore moderno, ho soggìonto in 
oonivo ai tt. 28, 147, 266, 301 e 458 quelle lettere Goali che lo scrit- 
tore, seguitando il suo metodo ortografico, tralasciò, ossia contrasse con 
le soceessÌTe per erìtare il iato; e fra [] ho supplito a una piccola ra- 
son ch'é nel Y. 199 e a tre lettere restate nella penna all'antico net 
YT. 184, 243 e 399. Anche, ho corretto al t. 89 tignane in iignma, 
perebé mole cosi la rima; al t. 312 auurai in otrof, e al t. 390 Uuuol 
in Vmol^ che sono soorserdli troppo eridentL Al t. 8 preferisco espun- 
gere Tao dì komagio, ami che leggere, come si potrebbe, t lo tenuto ho 
Mfi», dorè perà la forma Ao per ò, e più il iato contrasterebbero con 
h grafia dd testo. Questa potrebbe invece suggerire un ho' (bom) nuÈgio^ 
che arefabe ledooe accelteri^ssima se ivi non si parbise del ^ d' a- 
Fìnalnenle mi pennello di correggere altra in altro al t. 388, 
voleado, lo si possa spiegare andie bsdandoto intatto: E ehi 
abr i, màeHamemte, cioè: e E chi altro ponede, arcfflalamente », cer- 
[deve dallo ad Amore]. - 



32 S. MOBPUBGO 



AMor si vuole e parli 
Ch' i' n' ogni guisa parli, 
E ched r faccia un detto 
Che sia per tutto detto 
Gh* i' r agia ben servito. 5 

Po' eh' e' m' ebe inservito 
E eh' i' gli feci homagio, 
r r 6 tenuto (ho)magio 
E terò già ma' senpre : 
E questo fin asenpr' è 10 

A ciascun amoroso, 
S( e' Amor amoroso 
No gli sia nella fine, 
Anzi eh' e' metta a fine 
Ciò eh' e' disira avere, 15 

Che vai me' e' altro avere. 
Ed egli è s( cortese. 
Che chi gli sta cortese 
Od a man giunte avante, 
Esso s( '1 mette avante 20 

Amore cosi vuole e a lui pare ch'io m'esprìma in tutte guise, e 
che componga tale un Detto, che dovunque si dica eh' io gli fui buon 
servidore (5). Poi ch'egli mi fece suo vassallo e ch'io gli prestai omaggio, 
r ebbi per maggiore, ed avrò sempre. E questo ò buono esempio (10) a 
ciascun amante, perché Amore non gli sia amaro da ultimo, innanzi eh' e' 
rechi ad effetto ciò eh' egli brama possedere (15), che vale meglio di qual- 
siasi possessione. Amore è cosi cortese, che chi gii sta dinnanzi con le 
braccia conserte al petto o a mani giunte, ei lo avanza (20) 



DETTO D* AMOBK 33 

Di ciò ched e' disira 
E di tutto il disir* à. 
Amor non vuol logagio; 
Ma e' vuol ben lo gagio 
Che '1 tu' cor sia lu' fermo. 25 

Allor dicie: — i' t' afermo I: 
Di' ciò che ttu domandi, 
Sanza che ttu don mandi — ; 
E donati in presente, 

Sanz' esservi pres' en te, 30 

[1 b] Di fino argiento o d' oro. 
Per eh' i' a Uni m' adoro 
Come leal amante. 
A Uu' fo graze amante 
Quella che d' ogne bene 35 

È si guemita bene, 
Qie 'n le' non truov' uon pare ; 
E quand' ella m' apare, 
S( grande gioia mi dona, 
Qie lo me' cor s' adona 40 

A le' senpre servire ; 
E di le' vo' serv' ire 
Tant' à in le' piacimento. 
Non so se piacimento 
Le fia ched i' la serva : 45 



in ciò eh' egli domanda e in tutto il suo desio amoroso. Né Amore pre- 
tende obbligazione, si bene Tuole pegno che il tuo cuore gli sia costante 
(25). AUora dice: io ti confermo; dimmi quello che desideri senza che 
tu mandi offerta. E subito ti regala — né però v' è presa in te (30) — 
d' argento o d* oro fine. Però io Io inchino come amante leale. Grazie a 
lui diventò amorosa colei eh' é Tornita d' ogni bene (35) tanto perfetta- 
mente, che non si troverebbe l'uguale. E quand' ella si presenta a me, 
mi dà tanto piacere, che la mia mente s' aumilia (40) a servirla sempre. 
E schiavo suo vb' andare, tanta è in lei piacevolezza. Non so se a grado 
le sarà ch'io la serva (45): 

Voi. I, Parte I. 3 



n mette in alto grado 
Dì ciò ched e' diàa : 
Per me colnl dt sia t 
Per eh' i' già non dispero, 
Ma cinschedun di spero 
Merii5, po' 'n su' tnivaglio 
r son san^a travaglio; 



ma almeno potrà dire d' avere imo schiavo, come eh' io valga poco. \- 
more non respinge persona, ma ciascuno richiede, ed ama chi bea si 
apprende a lui (50), e fa violenza solo in chi si rìriiita di compiacere, e 
non tiene Amore in alcun conto. In nessun hiogo accade ch'Amore non sia 
lutto favorevole (55) ad amante nobile e volonteroso. Cosi egli abbandona 
le cose dì chi non pesa l' Amore, e dà dolore e passione nel fare la pe- 
nitenza (fiO), tale quale Egli la impone, a chi viene in sua comandigia. E 
a chi la peniienia porta di buon grado E' fa toccar la cima de' suoi de- 
sideri (Co). Venga per me un tal giorno! ondo io non depongo già la 
speranza, ma aspetto ogn'ora grazia, poiché nelle ritorte d'Amore mi.' 
trovo scnia pena (70) 



DBTTO D' AMOBE 35 

E sODvi si legato, 
Gh' i' non vo' che Legato 
Già mai me ne prosciolga: 
Se nn* à d' altri, prosciolga f 
Gh* i' vo' e' Amor m' aleghi 75 

Che che Ragion m* alleghi. 
Di lei il me' cor sicur* à, 
Né più di lei non cura: 
Ella si fa diessa, 

Né fifu' né fia di essa. 80 

Amor blasma, e disfama 
E dicie eh* e' difama, 
Ma non del mi' ciertano, 
Per eh' i' per le' ciertan' ò, 
C3ie ciaschedun s' abatte 85 

Me' che d' Amor sa, batte. 
Ed a me dicie: — Folle, 
Perché cosi t' afolle 
D'aver tal signoria? 

r dico signo ri' à 90 

[1 d] Chi porta su' sugidlo. 
r per me non sugiello 
Della sua 'nprenta breve, 
Ch' è troppo corta e breve 
La gioia, e la noia lungha. 95 

anzi cosi dolcemente incatenato, che non Yogfio alcun legato pontiGcio giam- 
mai mi disciolga: altri, se ne troya, egli assolva ! Perché io voglio ch'Amore 
mi tenga stretto a sé (75), checché mi alleghi Ragione: il mio cuore ha 
sicurezza contro di lei, né più d'essa tiene conto. Ella si vanta dea, ma 
io non fui né sarò suo fedele (80). Ella biasima Amore, e divulga e dice 
eh' e' toglie il buon nome; ma non certo del mio [amore ?], perché, quanto 
a lei, io tengo per fermo, che ciascuno in cui s' incontra (85) ella disto- 
glie meglio che sa dall'Amore. E a me dice: Pazzo, perché tanto t'af- 
Danni d'avere tal signore? T'ammonisco che ha un pessimo bollo (90) 
chi porta il sigillo di lui; né io per me impronterei di quel marchio 
carta alcuna, però che troppo piccola e fuggevole sia la giòia d'Amore , 
e duratura la pena (95). , 



« non, m,,l «,„, 

• IierJe la gr,„, ' 
'"?"= 'a vi giea,. 
*?■ <"■ ■« "e giella 
«si falso dileitó, 
* si" a iHfeiio 



DETTO D' amore 37 

[2 a] A farmi tua risposta. 
Ma no mi far ri' sposta 
A ciò eh' io ò proposato. 
Di' tu, se prò' posat' ò? — 
V Quand' i' ehi intesa 125 . 

" Ragion, eh' è stata intesa 
A trarmi de la regola 
D'Amor, che '1 mondo regola, 
r le dissi : — Ragione, 
r b salda ragione 130 

Con Amor, e d' acordo 
Siàn ben del nostro acordo; 
Ed è scritto a mi' conto 
Gh' i' non sia più tu' conto. 
È la ragion dannata, 135 

Per eh' i' t' 6 per dannata ; 
Ed ehi per convento, 
Po' eh' i' fu' del convento 
D' Amor (cu' dio mantenghal), 
E' senpre me mantengha. 140 

Tu mi vuo' trar d' amare 
E di' e' Amor amar' è : 
r I truova' dolcie e fine, 
E su' comincio e fine 
Mi piaque e piacierà, 145 



alla tua replica; ma non mi fare mala risposta a ciò ch'io t' ho messo 
innanzi. Di' tu se ho discorso bene? 

E poi eh' io ebbi udita (125) Ragione, che intendeva a cavarmi dal- 
l' Ordine d'Amore, che regge il mondo, io le risposi: — Ragione, io fo 
compagnia sicura (130) con Amore, e ci siamo bene accordati ne' patti 
nostri; e nella mia partita è scritto eh' io non sia più tuo amico. Il conto 
é saldato (135); quindi io t'ho per maledetta; ed ebbi per convenzione 
dal momento ch'entrai nella società d'Amore (che Dio conservii), egli 
sempre mi difenda (140). Tu tenti distormi dall'amare, e affermi che Amore 
è amaro; io, invece, lo trovai dolce e nobile, e il suo principio e la sua 
fine mi piacque e mi piacerà (145), 



38 S. MORPURGO 

C3ìé 'd sé gran piacier à. 
Or come vivere* eo? 
Sanz' Amor vive reo 
Chi si governa al mondo; 
Sanz' Amor egli è móndo M50 

[2 b] D* ognie baona vertute ; 
Né non può' far vertute 
Sanz' Amor sie 'n via, 
Qie con chu' regna, envia 
D' andarne d(i)ritto al luogo 155 

Là dove Envia à lluogo. 
E per ciò non ti credo 
Se ttu diciesso il Credo 
E '1 Paternostro e II' Ave, 
Si poco in te senn' ave. 160 

Adio; ched i' mi tomo, 
E fine amante tomo 
Per devisar partita 
Gom' eli' è ben partita 

E di cors e di membra , 165 

SI come a me mi membra. -— 
nApe' d' oro battuto 
^ Paion, che m' àn battuto. 
Quelli che porta in capo, 
Per eh' i' a llor fo capo. 170 



però che in sé racchiude assai godimento. come vìyerei io? Vive maÌTagio 
chi si regge nel mondo senz'Amore; senz'Ahìore Tuomo resta privo (150) di 
ogni buona qualità ; né puoi fare che virtù proceda senz'Amore, il quale im- 
pedisce chi é seco dal cadere tosto là (155) dove ha stanza l'Invidia. 
Però io non ti do retta, anche se dicessi il Credo e il Paternostro e 
TÀve, cosi poco senno é in te (160). Addio, chMo me ne vado, e ridi- 
vento fine amatore per descrivere un capitolo come Madonna è bene 
proporzionata del corpo e delle membra (165) per quel che mi ricorda. 
Fila d' oro rassembrano le trecce che m' hanno innamorato, quelle 
ch'ella porta in capo, ond'io fo principio da esse (170). 



DETfO d' amobe 39 

La sua piaciente ciera 
Nodo è senbiante a ciera, 
Anz' è si fresca e bella, 
Che lo me' cor s' abella 
Di non le' mai affare, 175 

Tant' à piaciente affare. 
La sua fronte e le ciglia 
( Bieltà d' ogni altre ciglia I) 
Tanto son ben voltati, 

Gh' e mie' pensier' voltati 180 

[2 e] Anno vèr lei, che gioia 
Mi dà più e' altra gioia. 
In su' dobe riguardo 
Di n[i]u' mal à riguardo 
Cu' ella guarda in viso, 185 

Tant' à piaciente aviso : 
Ed à si chiara lucie 
Ch' al sol to' la sua lucie, 
E lo scura e l' aluna, 

S( come/1 sol la luna. 190 

Perch' i' a queDa spera 
messa la mia spera, 
E s( ben co Ilei regnio, 
r non vogli' altro regnio. 
La bocca e '1 naso e '1 mento 195 



n suo piacevole volto non é color dì cera, ma cosi fresco e bello, che 
la mia fantasia si compiace di non mai uguagliarlo (175), tanto ha gra- 
zioso aspetto. La sua fronte e le ciglia (belle più ch'altro cerchio) sono 
cosi bene archeggiate, eh' hanno rivolto i miei pensieri (180) in lei, che 
mi dà piacere più di qualsiasi gemma. Nel suo dolce guardare non teme di 
malattia alcuna chiunque ella affissi (185), tanto eli' è di buon aere; ed 
ha cosi splendiente pupilla, che vince la luce del giorno, e lo oscura e 
lo eclissa come fa il sole con la luna (190). Ond' io in tale specchio ho 
posta la mia speranza, e tanto bene mi trovo con lei, che non bramo 
altro impero. Ha bocca, naso e mento (195Ì. 



40 S. MOBPUBGO 

X pili belli (e non mento) 
C!h* unque nonn ebe Alena ; 
Ed à più dolcie alena. 
C[he nejssuna pantera. 

Perch* i* vèr sua pantera 200 

r mi sono 'n fed' ito, 
E dentro v' b fedito; 
Ed èmene si preso 
Ghed i' vi son si preso, 
Che mai di mia partita 205 

No mi farò partita. 
La gola sua e '1 petto 
Si chiar* è, eh* a Dio a petto 
Mi par eser la dia 

cai* i* v^o quella Dia. 210 

[2 d] Tant* è biancha e lattata, 
Che ma* non fu alattata 
Nulla di tal valuta. 
A me tropp' è valuta, 

Oied dia si m* à dritto 215 

In saper tutto *1 dritto 
CAmor usa in sua corte, 
Che non v* à logie corte. 
Mani à lunghette e braccia ; 
E chi co liei s* abraccia 220 



più belli — né io dico bugia — che non avesse mai Elena, ed alita pili 
dolce di qualunque pantera. Onde a' suoi lacciuoli (200) io corsi in buona 
fede, e dentro v'incappai; ma mi è cosi caro d'esservi prigione, che 
mai di mia volontà (205) non ne uscirò. Il suo collo e il petto sono cosi 
sereni, che mi par d'essere a faccia con l' Eterno il giorno eh' io miro 
questa Dea (210). Tanto eli' é neve e latte, che mai non fu nutricata 
donna di tal valore. Troppo ella m' ha giovato con avviarmi (215) alla 
conoscenza del codice eh' Amore adopera nella sua Corte, dove non sono 
leggi fallaci. Sottili ha le mani e le braccia; e chi usa con lei (220) 



DETTO d' amore 41 

Già mai mal nonn à ghetta 
Né di ren* né di ghotta : 
n su' nobile stato 
Si mette io buono stato 
Chiunque la rimira. 225 

Per che *1 me' cor si mira 
In lei e notte e giorno : 
E sempre a liei agiomo, 
C'Amor si Tà inchesto; 
Ned e' non à inchesto 230 

Se potesse aver termine, 
C amar vorrìa san termine. 
E quando va per via, 
Ciaschun di lei à 'nvia 
Per r andatura giente; 235 

E quando parla a giente, 
Si humflmente parla 
Che bocie d' agniol par là. 
D su' danzar e '1 cantò 
Val vie più ad incanto 240 

[3 a] Che di nulla Serena 
Che 11' aria fa serena : 
Q[u]ando la bocie lieva, 
Ongne nuvol si lieva 
E r aria riman chiara. 245 



non sente mai punto né di renella né di gotta; tanto la sua nobiltà raf- 
forza chi la guarda (225). Onde il mio cuore si specchia in lei di notte 
e di giorno, e sempre presso di lei aspetto (?), che Amore ha cosi voluto, ned 
egli ha dimandato (230) se potesse aver flne, eh' io vorrei amare all'infinito. 
E quando cammina, tutti la invidiano per l' incesso gentile (235); e quando 
discorre altrui, parla cosi sommessamente, che diresti un'angelica voce 
in sua favella. I suoi balli e i suoi canti sono più incantevoli (240) che 
quelli di qualtuvoglia sirena, che quieta i venti : quando ella alza la voce» 
le nubi diradano e l' aria resta chiara (245). 



^7. je dio „i ,if • 
^ te" serfa f„||. „ ,;, 

•"IO a «a»,-,.».™ 



DETTO D* AMORE 43 

[3 b] Se Gielosia à 'n sé gina 
Dì tormene segina, 
Lo dìo d' amor mi mente, 
C!hed ì* b ben a mente 
Ciò ched e' m* ebe in grado 275 

Sed ì' 1 servisse a grado. 
Ben ci à egli un camino 
Più corto; né'l chamino, 
Per ciò eh* i' nonn ò entrata 
Ghed i' per quell* entrata 280 

Potesse entrar un passo. 
Richeza guarda il passo, 
Che non fa buona chara 
A que' che noi? à chara. 
E s' i' fui si sagio 285 

Ghed i' ne feci sagio 
S' i* potesse oltre gire, 

— Per neente t* agire — 
Hi disse, e cho mal viso: 

— Tu sse' da me diviso; 290 
Per ciò il passo ti vieto. 

Non perché ttu sie vieto; 

Ma ttu no m' acontasti 

Unque, ma mi contasti, 

E io ciaschu' schifo 295 



Se Gelosia ha forza di spodestarmene, il Dio d'Amore m'ingamia, ch'io 
ben ricordo le grazie eh* e' mi promise (275) se lo servissi con suo gra- 
dimento. Ben ci sarebbe una via più breve; ma non la tengo, perch'io 
non ho licenza d' avanzarmi per quel sentiero (280) pur d' un passo. 
Custodisce l'entrata Ricchezza, la quale non fa buon viso a chi non la ha cara. 
E quando fui si pazzo (285) da provarmi se potessi oltrepassare — Invano 
ti aggiri — mi disse, e con fiero piglio [soggiunse]: — tu mi sei ne- 
mico (290), per ciò ti nego l' entrata, non perché sii vecchio. Ma tu non 
t'accompagnasti mai con me, anzi mi contrasti; ed io ho a noia (295) 



ame che 'n gM„ s/, 
?7'"* e"» si reni,, 

M servir guiderdone 
^nza Cile guidenlone. 

(« ma' meco l'aconle)- 
"ro e argienio aporia: 
i ' sprirò la porla 

J™ d» au facci oste. 
' si avrai aiì n„.~ 



DETTO D' AMOBE 45 

E le tue buone calze, 
Che già mai noUe calze, 
E la camiscia e brache, 
Se ttu co Ile* t' inbrache. 
Fi^ fii a Ghuor-Fallito: 325 

Per dio, guarda 'n fallito 
Non sia ciò eh' i' t* ò detto!; 
E sie con meco adetto, 
E mostra ben voglienza 
D* aver mia benvoglienza ; 330 

[3 d] Che Povertate insom[m]a 
D' ognie dolor la somma. 
Ancor non t' ò nomato 
Un su' flgluol nomato : 
Inbolar buon l'apella; 335 

Chi da llu' non s' apella, 
Egli 'I mena a le forche. 
Là dove nonn à fòr che 
E' monti per la schala, 
Dov' ogne ben gli scala, 340 

E danza a ssuon di vento 
Sanz' ave' mai avento. 
Or si tt'ò letto fl salmo: 
Ben credo a mente sa' 1 mo', 
Si 1 t' ò mostrato ad agio. 345 



ed i tuoi buoni cahonì, si che mai più li rimetta, e la camicia e le mu- 
tande, se tu ti leghi con lei. Fu figliuola di Cuore-Fallito (325): per dio, 
bada che in vano non sia quello che t'ho detto; ma siimi amico, e 
mostra buona tolontà di cauivarii la mia benevolenza (330). Perché Po- 
vertà accoglie in sé la somma d*ogni dolore. Non anche t'ho nominato 
un famoso figliolo di lei: si chiama Ladroneccio (335); chi non si difende 
da lui, e' lo conduce al patibolo : colà non resta all' uomo se non salire 
la scala, dove gli vien meno ogni bene (340), e penzolare al vento senz'a- 
ver mai riposo. Cosi ti ho fatta la mia dottrina: ben credo ora la sappi a 
meoiorìa, si agevohnente te l' ho dichiarata (345). 



46 8. MOBPUBOO 



Se mai vien' per mi* agio, 

Pensa d' esser maestro 

Di ciò eh' i' t* amaestro: 

Che Povertà tua serva 

Non sia, né mai ti serva, 350 

Che '1 su' servigio è malo, 

E ben pub dicier — mal b! — 

Cu' ella spoglia o schaha ; 

C!hé d' ogne ben lo schalza, 

E mettelo in tal punto 355 

Gh' a vederlo par punto. 

E gli amici e' parenti 

No gli son aparenti: 

Ciascun le ren' gli toma 

E ciaschun se ne toma — 360 



[4 a] Perch' Amor m' agia matto, 
che mi tengha a matto 
Ragion, chui poco amo. 
Già, se Dio piacie, ad amo 
Ch' dr agia, no m' à croche, 365 



Se mai Yienì in mia obbedienza, cerca d' essere perito di quel che t'insegno: 
che Povertà non sia tua famigliare, né li stia a' Oanchi (350); però che 
i suoi sono pessimi servìgi , e ben può gridar — lasso ! — colui cui ella 
spogUa scalza, che lo priva d' ogni bene e lo riduce a tale (355), eh' a ve- 
derlo sembra niente. Né amici né parenti gli si mostrano: tutti gli vol- 
gono le spalle, e se ne vanno (360). — .... 

perché Amore m'abbia vinto, o mi ritenga pazzo 

Ragione, cui poco io affetto. Già che, grazie a Dio, per uncini che abbia» 
ella non mi ha preso (365), 



DETTO D' AMOBE ' 47 

Amor m* à cinto il crocbo 

Ghon che vuol ched i' tenda 

S' i' vo' gir cho Uu' in tenda. 

E dicie, s' r balestro 

Se non chol suo balestro, 370 

s* f credo a Ragione 

Di nulla sua ragione 

C!h* ella mi dicha o pungha, 

sed i' metto in pungha 

Richeza per guar' dare, 375 

s* i' miro in guardare 

A llui se non ciò eh' ò, 

Di lui non faccia cho' ; 

Ma mi gietta di taglia, 

E dicie che 'n sua taglia 380 

r non prenda ma' soldo, 

Per livra né per soldo 

Ched i' già ma' gli doni. 

Amor vuol questi doni: 

Ghorpo e avere e anima, 385 

E chon colui s' inanima 

Chi gliel' dà ciertamente, 

E cM altro acierta, mente. 

E sol lui per tesoro 

Vuol eh' uon metta ^n tesoro. 390 



Amore m' ha cinto 1* arme, con la quale vuole eh' io colpisca se desidero 
d'entrar nella sua tenda. E mi avrerte, che s'io saetto con altra balestra 
che con la sua (370), o se bado a Ragione per discorsi ch'ella mi faccia 
coi quali mi solleciti, o se accatto briga con Ricchezza per troppo spendere 
(375), e s' io cerco di affidare se non a lui ciò che posseggo, io non 
faccia capitale di lui ; ma eh' e* mi respinge di botto, e dice che in sua 
lega (380) io non entri più mai per danari che gli offra. Amore richiede 
questi tributi: corpo, beni ed anima (385), e prende passione per chi 
glieli offre sinceramente: chi altro afferma, mentisce. E lui solo, come 
cosa preàosissima. Amore vuole si tesoreggi (390). 



48 8. MOBPUBGO 

[4 b] E chi di lu' è preso, 

Si vuol eh' e' sia apreso 

D' ogne beD' ordinanza, 

Che '1 su' bellor dinanz' à. 

Chi '1 cheta come dèe, 395 

S' achita ciò chede e', 

D' orghoglio vuol sie vóto, 

Ghed egli à fatto voto 

D[i] non amarti guar' di 

Se d' orghoglio noi guardi; 400 

Che fortemente pecha 

Que' che d' oi^hoglio à pecha. 

Cortese e franco e prò' 

Gonvien che sie, e prò', 

Salute e doni e' rendi: 405 

Se ttu a cciò ti rendi, 

D' Amor sarai in grazia, 

E sf ti farà grazia. 

E se se' forte e visto, 

A chaval sie avisto 410 

Di pungier gientemente, 

Sf che la giente mente 

Ti ponghan per diletto. 

Non ti truovi di letto 

Hatino a qualche canto. 415 



Amore vuole che i suoi amici siano addottrinati d* og:ni bel costiune, però 
eh' eglino hanno innanzi a sé la magnificenza dì lui. Chi lo soddisfa come 
deve (395), se obbedisce a ciò egli dimanda, vuole resti senza orgoglio, però 
ch'egli ha giurato di non esserti amico per molti giorni ^e tu non Io 
tieni lontano da orgoglio (iOO); che fa gran peccato chi è orgoglioso. 
Cortese, franco e prode vuole che tu sia, e renda a lui grazie e saluti e 
tributi (405). Se tu a ciò t'adatti, verrai in grazia d'Amore, e cosi ti 
favoreggierà. E se sei vigoroso ed agile, quando cavalchi, bada (410) di 
spronare gentilmente, si che i passanti t* ammirino per piacere. Il mat- 
tino non ti trovi a giacere in qualche angolo di strada (415). 



DETTO D^AMOBE 49 

Se ttu sai alchun canto, 
Non ti pesi il cantare 
Quanto pesa un chantare, 
Sf che n* oda la nota 

Quella che 1 tu' cor nota. 420 

[4 e] Se ssai giuchar di lancia, 
Prendila, e sf Ila lancia; 
E chorrì e sali e salta, 
C3ié troppo giente asalta 
Far chosa che llor segia 425 

Gli inette in alta segìa. 
BeUe robe a podere, 
(Sechondo il tu' podere), 
Vesti, fresche e novelle, 
Sf che n' oda novelle 430 

L' annor, chu' tu à* charo 
Pili che 1 Soldano il Charo. 
E s' eUe son di lana, 
Sf non ti paia lana 

A devisar V intagli, 435 

Se Uu à' chi gr intagli. 
Nove scharpette e chalze 
Ck)nvien che tutt' or chahe; 
Della persona conto 
Ti tieni; e nul mai conto 440 



Se sai qualche canzona, non ti sia grave il dirla quanto è grave un can- 
taro, si che ne giunga la melodia a colei che il tuo cuore elesse (420). 
Se sperto sei della lancia, brandiscila e la scaglia: e provati in corse e 
in salite e in balli, che troppo esalta gli uomini fare cosa che, secondo 
la loro condizione (425), li metta in posto cospicuo. Le più belle vesti 
che puoi, per quel che comporta il tuo stato, indossa, e siano fresche 
e nuove, si che ne giunga la fama (430) a colei di cui tu fai stima piti 
che non faccia del Cairo il Soldano. E se fossero vesti di lana, non ti 
paia noioso disegnarne i fregi (435), se pur hai chi li eseguisca. Fa di 
calzare sempre scarpe e calzoni nuovi; tienti pulito della persona; né 
mala novella (440) 

Voi. I, Parte I. 4 



50 S. MOBPUBGO 

Di tua bocha non T oda, 
Ma daschun pregia e loda. 
Servi donne ed onora, 
Che vìa troppo d* onor à 
Chi vi mette sua 'ntenta. 445 

S' alchuno il diavol tenta 
Di lor parlare a taccia, 
Si lor di* eh' e' ssi taccia. 
Sie largo; e d' altra parte 
Non far del tu' cuor parte: 450 

[4 d] Tutto 'n quel luogo il metti 
Là dove tu Farnetti; 
Gh' egli è d' Amor partito 
Chi '1 su' cuor à partito, 
Che non tien leal fino 455 

Chi va come l'alfino; 
Ma sol con que' s' accorda 
Che '1 su' camin va a corda. 
Mi' detto ancor non fino, 
Che d' un amico fino 460 

Chieder convien ti menbri. 
Che metta cuor e menbri 
Per te, se tti bisognia, 
E 'n ognie tua bisognia 
Ti sia fedele e giusto. 465 



> giammai si oda di tua bocca, and reverisd ed esalta ciascuno. Servi ed 
onora le donne, che troppo viene pregiato chi s* adopera in ciò (445) 
Se per mala tentazione altri sparlasse di esse, di' a costoro che si tacciano. Sii 
generoso; né però dividere i tuoi affetti (450), ma tutti li raccogli là 
dove li bai messi ; eh' é straniato da Amore chi partisce suo cuore, perché 
non ha intenzione onesta (455) chi cammina torto come l'alfiere degh 
scacchi; e Amore s'accorda solo con chi va diritto per la sua strada. 
Non finisco ancora questo mio Detto, che bisogna tu ti ricordi di cercare 
d'un vero amico (460), il quale, metta anima e corpo per te se li biso- 
gnasse, e in ogni tua necessità ti sia fidato ed equanime (465). 



DETTO D' AMOBE ( 51 

Ma (fé chedo a San Giusto I) 

Seminati son chiarì 

I buon' amici chiarì ; 

Ma se '1 traovi perfetto, 

Più rìcco che '1 Perfetto 470 

Sarai di sua conpangna. 

E s' ài bella conpangna, 

La tua fia pili sicura; 

C3ié Veno non si cura 

Che non faccia far tratto 475 

Di che r Amor è tratto. 

Di lor pili il fatto isveglia, 

Né ma' per suon di sveglia 

Né per servir che faccia 

Noi guarda dritto in faccia 480 



Ha, per San Giostol, sulla terra sono rari i buoni amici leali, però se ne 
trovi uno perfetto, sarai più ricco del Prefetto (470) per la sua compa- 
gnia. E se hai bella donna, la tua sarà più sicura, però che Venere 
non ha tanta cura che non faccia tàv tradimenti (475) onde é tolto 
r amore 



GLOSSARIO 



INDICE ANALITICO DBLLB FIGURE ALLEGORICHE 



abailersi, inconlrarsi 85. 

abellarsi, compiacersi 174. 

abracciarsi con, congiungersi, usare 
con 220. 

acertare, assicurare, afTermare 388. 

achitare obbedire? 396. 

acomandarsi ^ darsi in comandigia 
62. 

acontarsi , inconlrarsi , accompa- , 
gnarsi 293. 

acordarsi, fare accordo 308; an- 
dare d' accordo i57. 

acordo: d' acordo avb. 131; con- 
venzione, patto 132. 

adeito, additto, dedito 328 (t. Es- 
sere a, con). 

adonarsi, umiliarsi, darsi per vinto 
40. 

adorarsi, reverire, inchinare 32. 

afermare» confermare, 26. 

affare, addirsi, convenirsi 175; qua- 
lità, aspetto 176. 

afollarsi, affirettarsi, afi^nnarsi 88. 

agio: ad agio, avb. 345; per mi* 
agio, a mio agio, a mio com- 
modo 346. 

agiomare? 228. 

alattare, nutrire, crescere 212. 

alenare, tenere legato 75; citare un'au- 
torità 76. 

alena, odore dell'alito 198. 



Alena, Elena 197. 

alfine, l'alfiere degli scacchi 456. 

alunare, coprir la luna, eclissare? 189. 

Amante, vassallo d' Amore, gli pre- 
sta omaggio (6-9); presentan- 
dosi a lui graziosamente, impe- 
tra, senza bisogno d' offerta, ogni 
favore (17-31). Porta il sigillo 
del suo Signore (90-91), e con la 
penitenza che questi gì' impone 
s'accosta alla meta (59 esegg.). 
Messo da Amore in signoria, o 
e sagina » , di Madonna (272-76), la 
tiene più cara che il Soldano non 
tenga il Cairo (431-32). Se ar- 
riverà a possederla, si dirà più 
ricco che se Valenza fosse sua 
(265-70). — Contrasta con Ragio- 
ne (75-166 ) e con Ricchezza 
(277-360). — Schiavo di Madonna 
(40-47), ne decanta le bellezze 
(167-245); apprende da lei le 
leggi della Corte d' Amore (214- 
18); le si professa più fedele che 
l'Assassino al Veglio della Mon- 
tagna, che il Presto Gianni a 
Dio (260-64). — /Voflk cacciatore, 
spera di aggiungere la sua preda 
(298-99); armato da Amore, deve 
saettare solo col suo balestro 
(366-83). — // perfetto amante 



DETTO D AMORE 



53 



deT essere nemico d' orgoglio 
(397-402), cortese, franco e prode 
(403-408); deve cavalcar gentil- 
mente ( 409-13), non vagabondare 
la notte (414-15), cantar canzoni 
alla sua donna (416-20), giuocar 
bene di lancia (421-22) e se- 
gnalarsi in tutte l'altre prove 
del corpo (423-26); vestire or- 
revolmente, disegnando magari da 
sé i fregi per le sue robe (427- 
39); non dire cose sconce (440- 
41), ma ingraziarsi ciascuno (442), 
e sopra tutti le donne (443-45), 
imponendo silenzio a chi sparlasse 
di loro (446-48); avere una sola 
amica (449-58) ed un vero ami** 
co (459-80). — Come pesce s'ap- 
prende air amo d' Amore (50), 
come poledro viene legato nel 
e travaglio» (69-70), come spar- 
viero, porta il e geto » (96). Come 
uccello salvatico cade anche nella 
e pantera > di Madonna (200-202). 
Cfr. AiiORE e Madonna. 

amare 49, 141, 232, 363, 399; 
amante, l'amatore 33; amorosa, 
presa da Amore 34. 

ameWtre 452. 

amo: crocare ad amo 364-65. 

amore, donna amata 431. 

Amore, compagno indivisibUe di 
virtù (148-156), fregola il mon- 
do » (128); muove il poeta e lo fa 
parlare (1). — Signore degli a- 
manti (6 e segg.), nella sua corte 
non adopera leggi fallaci (216- 
18); riceve omaggio dai vassalli 
(7), dà loro il suo suggello (90- 
91); non richiede da essi obbli- 



gazione, ma vuole in pegno il 
cuore (23-25); non esige offerta dai 
soggetti (28), anzi li regala splen- 
didamente (29-31); non respinge 
nessuno, ma accoglie benevolo 
quanti vengono volentieri in sua 
comandigia (48 e segg.). Ai fe- 
deli impone una penitenza, e fa 
sormontare coloro che la portano 
pazientemente (59-65). Per sé 
vuole corpo, beni ed anima de- 
g^ amanti (384-90); dà loro e- 
sempio d' ogni buon costume 
(391-94). — ComÒM/a, fa società 
con l'Amante, il quale però deve 
cassare ogni sua partita con Ra- 
gione (129 e seg.). — Guerriero^ 
cinge l'arme al suo fedele, per- 
ché con questa sola combatta 
(366-70); altrimenti lo caccia dalla 
sua lega (379-83). — Giocatore, 
dà scacco matto all'Amante (361). 
— Amore, falso diletto (107), é 
amaro (142), é volubile come For- 
tuna (111-13). Cfr. AMANTE e 

Madonna. 

amoroso, amante 11; amaroso, a- 
maro? 12. 

andare via 99; per via 233; va' 
tua via 297 ; [torto] come V alfino 
456; a corda, a dirittura, a un 
pari 458. Andatura 235. 

apannare, offuscare, coprire 319. 

aparire 38; aparente 358 (v. Es- 
sere ap.). 

apellare 335; apellarsi da, richia- 
marsi, querelarsi, difendersi 336. 

aprendere, imparare 118; api-en- 
dersi, appigliarsi, attaccarsi 117; 
apreso 392 (v. Essere ap.y 



54 S. MOfiPUBGO 

arare: tu are 102. hUogniare 463. 

asaltare^ esaltare, aggrandire 424. biatmare 81. 

asenpro 10. hocie 238, 243. 

A$essino^ fedelissimo del Veglio brache^ mutande 323. 

della Montagna 260. 6reve, carta, lettera 93. 

Ave Maria 159. ealxa^ panno da gamba 321, 437. 

avento^ abento, riposo 342. calzare^ vestire 322, 438. 

averta possedere 15; sost, posses- camiscia 323. 

sione 16, 385. - Avere ad aste^ per caminare 278; camino, sost, 277» 

nemico 312; a mente^ a memo- 458. 

ria 274; caro 284 o m grado canino, pennata 247 (t. Fare e); 

275; eertano 84 o cAtoro, essere contraccambio, preizo 248 {anes- 

certo 246; credenza in, conO- tun canino). 

dare 111; dinanzi il bellord'A- canpare da, liberarsi da 101. 

more, tenerlo innanzi per esem- cantare, vb., 417; cantaro, misura 

pio 394; entrata, licenza d'en- di peso 418. 

trare 279; envia, invidiare 234; canto, il cantare 239; canzona 416; 

in nulla parte, in nessun conto angolo di strada 415. 

53; in sé piacere 146; in sé§ina capo 169; 170 (v. Fare e). 

forza, potenza 271 ; la benvo- cara 283 (v. Fare buona e). 

^/tenio, ottenere la b. 330; luogo, caro 284 (v. Avere e). 

dimorare 156; per convento, per Caro, Cairo 432. 

patto 137; per dannato, tenere in cella, cantina 317. 

conto di maledetto 136; ragione cera, volto, aspetto 171; cera delle 

con, far compagnia con 130; ri- api 172. 

guardo di male, temere di male eertano, ccrtanamente 83; 84 (v. 

184; rio signo, portare un cat- Avere e). 

tìvo bollo 90; signoria, stare sotto che, in che, dove 103, 218. 

un signore 89 ; termine, finire 231. che che 76. 

aviso, aspetto 186. chente, quale 61. 

avisto, avveduto 410. chetare, far quitanza 395. Gfr. a- 

balestrare, tirare col balestro 369-70. chitare, 

òa//ere, distogliere 86 {me' che d'A- Maro, lucente, splendiente 187; 

mor sa, batte); oro battuto 167; sereno 245; raro 467; leale 468; 

battuto, colpito, innamorato 168. certo 246 (v. Aver eh,), 

bellore 394. chiedere di, cercare di 461; fé 

benvoglienza 330. chedo a San Giusto! 466. 

biado 103. ciglia 177; archi, cerchi? 178. 

bietta 178. cingere il croco 366. 

bisognia 464. co', capo 378 (v. Fare co'). 



DETTO D* AMORE 



55 



comincio^ cominciamento ÌH. 
ampangna, compagnia 471 ; donna, 

moglie 471 
ampiacere 52. 
contastare 294. 

contento, accontentato 267 ; lieto 268. 
conto, registro, partita di conto 133; 

amico, conoscente 134; grazioso, 

pulito 439 (r. Tenersi e. della 

persona); noTella, discorso 440. 
convento, omvenzione, patto 137; 

congregasdone, compagnia 138. 
• cor, mente, animo 40, 226, 246. 
corda 458 (t. Andare a e). 
eors, corpo 165. 
cortese 18 (v. Stare e), 
corto, 94, 278; leggi corte, leggi 

follaci 218. 
credenza, fede 111 (v. Avere e); 

credito 112 (v. Fare e). 
Credo {il) 158. 
crocare 365. 

croco, uncino, sorta d'arme 366. 
Cuor-Faluto, padre di Povertà 

325. 
cvrare 78, 474. 
dannato, condannato all' Inferno, 

maledetto 136; cancellato, cassato 

135 (t. Ragione dannata), 
danzare filJfdQ; danza a suon di 

vento 341. 
dare alena, alitare 198; gioia, ral- 
legrare 110, 181-82; dare guari 

spendere molto 375. 
Detto 3, 459. 
devisare, divisare, descrìvere 163 

{devisar partita); disegnare 435 

{devisar V intagli), 
di, tempo 120 (gran di), 399 

iguar' di). 



dia, giorno 209; Dea 210. 

diàer 352, didesso 158. 

diessa, deessa, dea 79. 

di f amare, infamare, macchiare la 
fama 82. Cfr. disfamare. 

diletto: essere a diletto di, al ser- 
vizio di 108; i>er diietto 413. 

Dio: se dio mi vaglia 252; se dio 
piade 364. 

disfamare, divulgare, pubblicare con 
fama 81. Cfr. di f amare. 

disiare 65; disirare 15, 21. 

disire, oggetto amato, l'amica 22. 
Cfr. amore. 

dispensa, spesa 315; stanza da 
provvigioni 316. 

diviso da, alienato da, contrario, 
avverso 290. Cfr. partito. 

donare gioia 39. Cfr. Dare gioia. 

dono, offerta, tributo 28, 384, 405. 

dritto, indirizzato, avviato 215; giù- 
re, leggi 216; dirittamente 155, 
480. 

Envia, l'eterna Invidia, che ha 
stanza nell'Inferno 156; 234 (v. 
Avere 'nvia). 

enviare, invidiare, togliere, impe- 
dire 154. 

entrata, entratura, permesso d'en- 
trare 279; ingresso, uscio 280. 

eo 147. 

essere adetto con, al servigio dì 
328; a diletto di, in balia di 
108; a petto a Dio, a faccia, a 
viso con Dio 208-9; aparente, 
apparire 358; apreso, addottri- 
nato 392; contento, accontentato 
267; conto, amico 134; d* acor- 
do 131-2; del convento d' Amore 
138; diviso o partito da uno. 



56 S. MOBPUBGO 

nemico, avrerso 290, 453; di Fortuna , paragonata ad Amore 

gran pregio 249; gran di a fare (111-13). 

una cosay avanzare molto tempo forza 51-52 (t. Fare f), 

120-21 ; m /oZ/tfo, in vano 326- fresco: fresca cera 173; fresche 

27; in fortuna ^ in perìcolo 114; robe 429. 

in gelo 302; in grazia di, accetto gagio^ pegno 24. 

a 407; in via^ procedere, esistere Gelosia tenta di spodestare l'Aman- 

153; piacimento y a piacimento te (271-72) ma viene vìnta da 

44-5 preso, innamorato 391. Venere (300-303.) 

fallito: in fallito, in vano 326. giente, sost., 236, 412, 424; agg., 
fare buona cara, cera 283; can- gentile 235; gientemente 411. 

6to, barattare 247; capo a, prin- gieto, correggìuola da legar fal- 

cipio da 170; co' di, capo, capi- coni 96. 

tale di 378; credenza, tener giettare, seminare 105; cacciare, 

patto 112; gran dispensa, scia- rimuovere 379; giettarsi di, fug- 

lacquare 315; forza , costrìngere gire (contrarìo di gettarsi a) 106* 

51, resistere, opporsi 52; gra- gina, agina, forza 271. 

zia 408; omagio 7; oste, guer- gioia, piacere amoroso 39, 95, 110, 

reggiare 311; parte, dividere 181; gioiello, gemma 182. 

450; partita, partire 206; ri- giucar di lancia 421. 

sposta 121; sagio, provare 286; giunto, i9 {a man' giunte), 

voto, giurare 398. Farsi diessa. Giusto (San) 466. 

vantarsi dea 79; farsi schifo, gola, collo 207. 

schivare 296. gotta: non,.. gotta, negotta, niente 
fede: in f ed' ito, andato in buona 221; podagra 222. 

fede 201 ; fé chedo a San Giù- governarsi al mondo, vivere 149. 

«to/466. grado: in grado, con piacere 63 
fedire dentro, dare dentro, incap- (v. Portare in g,), 275 (v. Avere 

pare 202. in g,); a grado, con gradimento 

finare, flnire 459. 276 (v. Servire a g,); grado, 

fine, sost, termine 13, 14, HO, gradino, punto, stato 64 (v. 

144; fino, scopo, intenzione 455;- Mettere in alto g.). 

fine e fino, agg., nobile, pregevo- grana, grano 104. 

le 10, 31, 56, 109, 143, 162, 460. granare, granire, germogliare 103. 

Folle-Larghezza, nemica di Rie- graze, grazie, mercé 34. 

chezza, fa pazze spese, onde si grazia 407-408 (v. Essere in g. e 

trae dietro Povertà (31 3- 1 8). Fare g.), 

follare, follia 253 (v. Teìiere a f). guardare, affidare 376-77 ; d' orgo- 
far che, all' infuori che, se non che glio, tener lontano da o. 400 ; t7 

338. passo, custodire il p. 282; in viso 



^ t 




f. ■■- 



* a 






t;». 



JiL 



t.jd.». Jrer 1*; It 



SftOiiiKiA. alta 



■f.uiuR >:! 



• . aa a M pie- 

vQÉIo - tTt-THf « ftiMte 4 d^iia 
• IT-*!. «MBdiì I l4T-4ji>L àoccx 
Bsa. BWBbi (1*J6-^T^. cQÙa, 
{MOu dSDT-l:l^. 3iaai. bnixa 

*!£»-:£?». we ii:J6-:»V nubi 
«aia ja j^ponài i K^-^Si^ ndora 
•mi sa 'ina !i*i i±d>-±2>. nsw- 
risia r ma eoi 'raolo (2S>-Ìòl 
TjatìL *bk Voere. 4e«e. aoL'àe i 
su maitp-nia. aimiii*ni ììTA- 
alante '"Ji^i-^i^iV V. A.iaxte. 

ÌKJ3;jv«iSr:;fir»ki* jlH. m/.x. bi)rsa 3ti. 

kM,^ iflpM\ 4olflr«. onia ùU, m^i. •:attÌTo l^±^\3l3;.35t.ikl 

in»t Oenf^ i^- •<» lii). 

ktaii^ calar 41 bue ±f 1. '■«»». amana?? 533^ 

fcfcf*, portìe. di lepre Ti; bkbo flumài. molto ^i. 

p**ifrrr i^ a^tt), oDatlato. finto 3t>l: piuzo 
i^ore t7 «dbo, 6r b datthoo, ser- :)^^ tv. rriurif i «.i. 

■OHV 2i3L «AMT? «^ /".ifTikf 337. 

fcafi cwfe, boi blu 218L mauin: memi» 1^: nnilp 388; 

ioUi iti (▼. Tr mo mmn éi Ly wù nnXf, m'ioganiia ^73. 



i 



58 S. MOBPUBGO 

mente^ cerveUo, anima 257; memo- vatiche, e, genericamente, tranel- 

ria 274 (t. Avere a m.), 3U (t. lo, lacciuolo 200. 

Sapere a m.); altepàoDe 412-13 pare, pari 37. 

(t. Porre m.). parlare: parlare in ogniguùa, par- 

merzé, mercede, grazia 69. lare per equivoci? 2; parlare a 

mettere a fine, recare a effetto 14; taccia, sparlare 447. 
avante avanzare. 20; cuore e parte ^l^^i {^. Avere in nulla p,); 
mentri per uno 462-3; il cuore partito, fazione, natura 97; 450 
in un luogo 451; in alto grado (v. Fare p,); d' altra parte UQ, 
64 in dta $egia 426; in buono partire, dividere 454; partita, cro- 
stato, raffonare 224; in punga, poròonata 164; partirei, allon- 
aver quistione 374; in tal punto, tanarsi 98; partito da, disgiunto, 
ridurre a tale 355; in tesoro, te- straniato, avverso 453. Cfr. diviso. 
soreggìare 390; intenta inqual- partita, parte, capitolo del Detto 
eke cosa, intendere, attendere a 163; di mia partita, di mia par- 
445; la speralnza] in 192. te, di mia volontà 205; partenza 

mirare cercare? 376; mirorW, ^ec- 206 (v. Fare p.). 

chiarsi 226. passo, misura di spazio 281; pas- 

mo', ora 344. saggio 282; il passare 291. 

mondo, esente, privo 150. Paternostro (il) 159. 

mostrare, addimostrare 329; dichia- pecore 401 ; peca 402. 

rare, spiegare 345. penetenza 60. 

neente 288. per dio! 326; per lei; per me, per 

né non, e non, né 152. quel che spetta a lei, a me 84, 

noia d'amore 95. 9i; per neente, invano 288. 

nomato, rinomato, famoso 334. Perfetto, Prefetto [di Roma ?] 470- 

non ,.,. gotta, negotta, niente 221. pesare, rincrescere 417; essere 

novella, sosL, notizia, fama 430; |[rave 418. 

agg. , nuova 429. petto 207; a petto 208 (v. Essere ap.), 

ogne 35, 151, 244, 332, 340, 354, piacente cera 171, affare 176» ov- 

393, 464. viso 186. 

omagio 7 (v. Fare o.). piacere, vb., 145; sost, 146; sodio 

ordinanza, ordine, costume 393. piace! 364. 

oro e argento, 31 , 309; oro bat- piacimento, piacevolezza 43; 44 (v. 

luto 167. Essere p.). 

oste, esercito 311 (v. Fare o,); agg., pietanza pietà 265; vivanda, por- 
inimico 312 (V. Avere ad o.). zione, parte 266. 

pantera, animale d'alito dolcissimo pingere, sospignere, cacciare 257; 

199; fossa da pigliar anitre sai- dipignere 258. 



DETTO D*AMOB£ 



59 



podere: a podere, a tutto potere 
427; iecondo il tu podere, per 
quello che valgono le tue tone 
428. 

porgere, dire, dettare 116. 

portare in grado, sopportare di buon 
grado 63; portare il sugello 91. 

posare? 124. 

Povertà, ancella di Folle - Larghez- 
za, figlia di Cuor - Fallito, e ma- 
dre d'Inbolare, fa pessimi servigi 
all'uomo con cui s'accompagna 
(318 e segg.). 

pregiare 442. 

pregio, valore, costo 249; moneta, 
prezzo 250. 

prendere huon porto 115, soldo in 
una taglia 381; preso, legato, 
prigioniero 204; preso di, inna- 
morato 391 ; imene si preso 203. 

presa, prendimento 30. 

presente: in presente, di presente, 
immantinente 29. 

presto, propizio 55; sollecito, volon- 
teroso 56. 

Presto Gianni 262. 

prò' avb., bene 124?, 298; agg., 
prode, valoroso 403; sost., prode, 
interesse, giovamento, grazie 404 
(v. Rendere prò'). 

procacciare, studiarsi, industriarsi 
297. 

proposare, proporre 123. 

prosciogliere, slegare 73; assolvere 
74. 

pungere, spronare 411; sollecitare 
373. 

pitnga, pugna, briga 374 (v. Mettere 
inp.) 

punto, sost 355 (v. Mettere in tal 



punto); a punto, bene, perfetta- 
mente 256; avb., nuUa, niente 
255, 356. 

ragione, società, compagnia mercan- 
tile 130 (v. Avere r.); ragione 
dannata, conto pagato e debita- 
mente cassato 135; ragionamento 
372. 

Ragione, dea nemica d'Amore 
(76-86). Suo contrasto con I* A- 
mante (8>166). 

regnare con, trovarsi con 154, 193. 

regno, possessione 194. 

regola d' Amore, statuto, ovvero, or- 
dine d'Amore 127-28 (v. Trarre 
dellar.d'A.). 

regolare il mondo 128. 

ren, reni: mal di ren' 222; 359 
(v. Tornare le reni). 

rendere guiderdone 304-05; prode 
rendere grazie 404-5; rendersi, 
arrendersi 303; adattarsi 406. 

reo 148; re' 254; n» 90; n» 
122. 

Ricchezza impedisce il passo al- 
l' Amante (282 e segg.); gli dà 
alcuni documenti contro Folle-Lar- 
ghezza e Povertà (307-60). 

riguardo, vista, guardatura 183; 184 
(v. Avere riguardo). 

roba, vesta 427. 

9agio, agg. (in senso ironico), 285; 
sost , 286 (V. Fare «.). 

saldo: ragione salda, compagnia si- 
cura 130. 

salmo, dottrina 343. Cfr. sermone. 

saltare, danzare 423. 

saluta, saluto 405. 

san, senza 232. 

scala della forca 339. 



377. 

Sfrena 211. 

sermoitr, dottrina 118. Cfr. salmo. 

wmrr coil'acciis, 5, 15, ii3; col 
Jnl. 11,i')0; assolul. 2lj3. 3«i, 
17'J; serrirt a grado, servire con 
gradtiucnlo del proprio signore 



■ilG. 



) H; 



1-0 l(i; srna, famigliare UW. 
tiglio, segno, figura impressa col 

tiiglllo W. 
signoria S!t (v. Aifr i.|. 
&W.ino <lpl r.1ÌTO iii. 
soldo, mollala :iSi: prendm soldo 

tn una taglia ^1. 
^,«mi, Sii. 
spfra, s|H'eohii) 191; s(ieraiua i9ì 

(v. .IfrHirr la s.). 

sixisia. $pojiiiuDe, risposta^ ^iì. 



tenaine 531, 232. 

Ifsoro, oggello prezioso 389; scri- 
gno, arca 390 (v. Mellert in tX 

legiirre la luce al sole 188 ; (. segina, 
spodestare 272. 

loniart, ridiventare 162; tornarsi", 
volLirsi. andar^ne 161, 360; tor- 
nare le reni, volger la schiena 359. 

trarre de la regola d'Amore 1i7; 
Irar d' amare, distc^liere dall' .^i- 
more Ul; Irarre i panai 320. 

tratto, gherminella, tiro 175; parlic. 
da (rorrr 17(ì. 

travaglio, ordigno col quale i ma- 
niscalcliì tengono Termi i ravalli> 
e, gentricauienle, legaccio, legame 
69; irwieslia, alunno 70. 

trvoi-are Itt, 169; /mwarr pare 
in lei 37; tnàorare pietama in 
lei 2tl6; truorare di letto, Innn 
a giacere 111. 



DETTO d' AMOBE 61 

udire novelle 430. all'Amante (304-306). Non ga- 

umilmente, sommessamente, a voce rantìsce l'uomo da mali tiri (474 

bassa 237. e segg.). 

unque 197, 260, 294. vertute, disposizione dell'animo, qua- 

uon, pron. indeL, si 37, 335, 390. lità 151; qualità buona 152, 264. 

vagliare, sceverare, prescegliere 48. via 99 {andar via); 100 {tenere sua 

valenza, valore, valuta 269. via); 153 {essere in via); 233 

Vaknxa 270. (andare per via); 297 {va tua 

valere, aver pregio, valore 16, 47; via!); avb., vie più 240, via 

equivalere 251; giovare, aiutare troppo 444. 

252 {se dio mi vaglia!), 214 vietare, divietare, negare 291. 

{ella me valuta); avere virtù, vieto, vecchio, rancido 292. 

forza 240 {vale ad incanto). viso: co' mal viso 289. 

valuta, valsente, prezzo 213. visto, pronto, destro 409. 

Veglio della Montagna 260. voglienza, volontà 329. 

venire per mi' agio, venire per mio voltato, arcuato, archeggiato 179; 

commodo 346. rivolto 180. 

Veno gnerreggìa Gelosia (300-303) volo, agg., privo, netto 397; sosL 

e costringe Madonna ad arrendersi giuramento 398. 



DICHIARAZIONE POEnCA 



DELL' INFERNO DANTESCO 



DI 



FRATE GUIDO DA PISA 0) 



Incipit deguratio supbr pbofundissimam st altissimam 

COMEDIAM DaNTIS FACTTA PER FRATREM GuiDONEM PlSAKUM 
ORDINIS BEATE MaRIB DE CARMELO AD KOBILEM VIRUM DOMINUM 

LucANUM DB Spinola de Janua. 



Incipit prefatio sive epistolare prohemium. 

Lia gran devotione e*l grande amore 

che tu dimostri, Spinola Lucano, 

in ver lo gran maestro e M grand* autore, 3 

ciò è inver Dante poeta sovrano, 

Io qual d* ogni ben far mostrò la via 

per lo camin divino et per V umano, 6 

m* induce che de T alta Comedfa 

i' ti dichiari ogni profondo testo 

secondo la sufBcientia mia. 
Ricevi dunque il mi* chiarar eh' è questo. 10 

(1) TraUa dal codice del Museo Britannico, segnato Add. Ms. 
3i9i8. L'illustrazione di questi capitoli verrà pubblicata nel prossimo 
numero. 



BOBDIQEB — CAPITOLI DI QUIDO DA PISA 63 



Incipit primxjs CAirrus declabationis. 

tiome dicon lì savi naturali, 

r ignoranza fa madre de l' errore, 

onde da le' procedon tutti (l)i mail 13 

Per ciò ammiration non b nd core 

se r ignoranti biasman la luce, 

da che nelli occhi àn si fatto liquore. 16 

E* biasnian quella luce ove riluce 

la fede cristiana e la doctrìna, 

la qual a vita eterna ci conduce : 19 

11. Come dicon li savi tuUwali. Gommuais opimo est omnium sa- 
pieotum vere philosophantium quod ignorantia est mater errorìs, quia ab 
ipsa omnia mala procedunU Idcirco bene ait beatus Petrus apostolus in 
itinerario Qementis: « Omoiom malorum mater est igDorantia, negligentia 
tero nutrii, i 

14. Pereto admraiùm. Et ideo non est miram, si lucem YÌtuperant 
ignorantes; ex quo eorum inteilectus est tenebris iguorantie obscuratus. 
Et talis defectus non procedit a luce, quia nullum patitur defectum, sed 
ab oculis egrìs, quibus odiosa est lux, ut ait beatus Augustinus. 

15. Se V ifftwranti^ etc. Ignorantes enim vituperant illam lucem, in 
qua Christiana fides atque doctrìna, que omnem hominem recto creden- 
tem et bene operantem ad yitam deducunt etemam. Ista enim duo, scilicet 
tera fides et bona doctrina, in Gomedia Dantis, si quis ipsam recte intd- 
lexerìt, Clara luce refulgenu 

n. E" biasman. Ignorantes, ut manifeste yidetur, lucida electione 
prìfantur, qui tantam doctrìnam, que continetur in Gomedia, propter ipsum 
poeticum nomen et quia fulgari sermone conscrìptam fugiuut et abhor- 
rent, et, quod peius est, canino dente lacerare conantur. Quis unquam 
ntsi freneticus vel insanus rosam, que est pulcherrima florum, propter 
spinam, de qua nascitur, colligere vel odorare fastidium sibi esset? Igno- 
rantes Yero multo peiores freneticis Tel insanis, audientes hoc nomen Go- 
medie et videntes ipsam Tulgarì sermone compositam, fructum, qui latet 
in ipsa, querere n^gunt et abhorrenL Et sic florem, qui refocìlat ani- 
mam, linquunt, et spinam, que ipsos errorum vuhierìbus vulnerat, capere 
delectantur. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 65 

Li suo' commaDdamenti non son molti : 

comanda spirto, virtù e ragione, 

e cosi son li gradi tutti colti 34 

Noi non potremo a quelle tre persone 

che sbn una sustantia mai salire, 

se spirto prima in noi non è cagione; 37 

né mai di spirto ci potrem vestire 

gonella né guamaccia, se '1 farsetto 

di virtù prima non si pub empire; 40 

né ben col farso ancor s' afibia '1 petto 

acconciamente, se noi non havemo 

di ragion prima ben tessuta stretto 43 

nostra camiscia. Onde cosi vedemo 

Io primo grado ragion naturale, 

senza la quale bruti tutti semo. 46 

Quel che vien poi è la virtù morale, 

la qual ensegna come ragion vada 

tutf ornata per questa via mortale. 49 

n terzo è spirto, senza 1 qual non guada 

nullo mortale questi gran marosi, 

anzi convien[e] che dentro ci cada. 52 

Però prende tre mastri gloriosi, 

iì. Né ben col farso. Inducitur hic una similitudo, que talis est: 
Sicut enim corpus munitur materìalibus vestibus et oiiiatur, sic anima ho- 
minìs munitur et decoratur. Prima enim yirtus est ratio, sine qua homo 
non percipit que Dei sunt, sicut dicit Apostolus. Et ista Testis est prima 
vestis in anima, sicut camisia est primum corporis indumentum. Secunda 
vìrtus est tirtus moralis, que habet regulare parìter et ornare. Et isla 
est secunda vestis in anima, sicut farsitium in corpore. Tenia vero \ir- 
Cus est Tìrtus theologica, que docet Deum cognoscere per fidem, ipsum 
expectare remuneratorem per spem et ipsum diligere per carìtatem. Et 
ista est tertia vesUs in anima, sicut sunt corporalia indumenta. Patet ergo 
similitudo, quia, sicut homo in corpore induit camisiam, secundo farsi- 
tium et tertio raubam, sic in anima primo debet indui camisia rationis, 
secando farsilio virtutum, tertio rauba spiritus. 

53. Però prende ire mastri gloriosi. Posila comparatione scale et 
yestium, modo in parte ista declarat quomodo et quia autor accipiat in 
ìsto itinere sue Gomedie tres duces, videlicet Virgilium, Catonem et Bea- 

VoL I, Parte I. 5 



66 F. ROEDIOER 

cioè Virgilio, Catone e Beatrice, 

che soD typo de' gradi fructuosi. 55 

Virgilio '1 guida per la ria silice, 

mostrando, quanto p(ar)ub. ragion humana, 

com* el peccato fa Y uemo infelicéf 58 

Catone driza poscia per la piana 

piagi^ de r oriente verso *1 monte 

ov'ogni sconcia alteza si rappiana, 61 

manifestandoli quel santo fonte 

ond' escon quatro fiumi cardinali, 

che del secondo grado fan lo ponte. 64 

Et avegna eh' el sia già fuor de' mali 

uscito di Minos, ancor lo Mastro 

pur l'accompagna in fin alli animali; 67 

per ciò che sempre vanno su 'n un plaustro 

ragione humana e cardinal virtute; 

tricem. Yirgilius enim acdpitur hic et flguratur prò ratiooe humana. Ideo 
ducit Daotem per ream siiicem, idest per stratam infemalem, demon- 
straodo sibi, quantum humana ratio se potest extendere, quomodo et qua- 
liter peccatum facit hominem infelicem. Gato autem accipitur prò virtute 
morali, que in quatuor species se difTundit. Ideo in primo cantu secunde 
cantice ponit autor quod facies Catonis erat quatuor virtutum moralium 
radiis illustrata, et dirìgit Dantem versus montem Purgatorii, ubi omnis 
inepta altitudo per penitentiam reducitur ad perfectum. Nam penitentia 
secundum Ambrosium est res perfecta, que omne imperfectum reducit ad 
perfectum. Et quamvis de licencia et directione Catouis autor montem a- 
scendat, non tamen illum scandii sine societate Virgilii. Nam Yirgilius, 
licet ipsum Dantem non ducat, tamen ipsum associai usque ad ammalia, 
sdlìcet evangelica, que in cacumine moniis in illa beata visione antece- 
dunt, et processionaliter, Beatrìcem. Et hoc ideo Yirgilius Dantem asso- 
ciai, quia semper humana ratio cum virlutibus moralibus sociatur; sed 
cum divinis semper non concordai. Nam nullo modo polesl humana ratio 
comprehendere qualiter virgo concipial el qualiter in tam parva hostia sii 
totus Christus. Idcirco, statim quod Bealrix super grifonem apparuil, Yir- 
gilius disparuil Dantemque reliqulL Ideo in lerlio loco Bealrix accipitur 
prò vita spirituali el scientia Iheologìe, que sola facit hominem Deum co- 
gooscere el amare el ad ipsum fioaliter pervenire. Ideo dicilur hic [73] 
de ipsa Beatrice : Perch' eia è tota h nostra salute. 



CAPITOLI M GUIDO DA PISA 67 

ma la diva con lor non sta 'n un claustro. 70 
Et quinci fuge il duca le vedute, 

quando Beatrice sul grifone appare, 

perché^ eli' è sola la nostra salute. 73 

Questa *1 conduce solo a Dio amare, 

spiegandoli quelle belleze eteme 

c'occhio carnai non puote contemplare. 76 

Senza lei dunque l' alme sempiterne 

ne la beata e sempre augusta sala 

esser non puon beatamente eterne. 79 

Et quest' è '1 terzo grado de la scala 

71. J^ quinci fuge il duca le vedute. In secunda cantica cantus po- 
nit autor quod, statìm quod apparuit Beatrìx sibi, quod Virgilius dispa- 
ruit, quia tanquam fumus eTanuiU Et hoc totum in figura, quod humaoa 
ratio Deum videre non potest, nec hominem beatificare valet. Ideo bea- 
tus Gregorius dicit quod fides non habet meritum ubi humana ratio pre- 
bet experìmentum. 

74. Questa 7 conduce solo a Dio amare. Sola enim scientia tbeo- 
logie^ que facit hominem spirìtualem, conducit hominem ad Deum aman- 
dum et ipsa sola explicat, quantum possibile est explicare, pulcrìtudìnes 
etemales, quas oculis carois contemplarì non potest; quia nec oculus vidit, 
nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit que preparavit Deus dilì- 
gentibus se, ut ait apostolus Paulus. Siue ipsa ergo anime sempiterne, id 
est anime humane, que dicuntur sempiterne quasi semper eteme (nam 
dilTerentia est inter sempitemum et eteraum : sempiternum enim est iilud 
quod habuit prìncipium, sed non debet habere fìnem, ut sunt anime an- 
geli atque mundus, quae omnia sunt creata, sed in futurum perpetua du- 
ratura; etemum vero est illud quod caret principio et fine, ut Deus, 
qui nec prìncipium habet nec fìnem) in illa beata et semper augusta Dei 
aula non possunt ipsi etemo bono beatifice copularì, et istud est beatam 
etemitatem habere. 

80. Et quesf è 7 terzo grado^ etc. Ut dictum est supra, Comedia 
Dantis est quasi quedam scala, que habet tres gradus: primus gradus 
est prima cantica, que, Virgilio (id est ratione) duce, rèmoTct hominem a 
peccatis — ideo vocatur Infemus ; secundus est secunda cantica, que, Ca- 
tone docente, inducit hominem ad Tìrtutes — ideo vocatur Purgatorìum, 
quia purgatio peccatomm facit hominem virtuosura; tertius gradus est 
tertia caotica, que. Beatrice duce, facit hominem glorìosum — ideo to- 
catur Paradisus. 



68 F. B0SDI6EB 

che ci conduce al glorioso porto 

al qual non giugne chi à grave T ala. 82 

Ila perché molti han lo intelletto torto, 

vo' ti mostrare de' gloriosi pomi 

li quay produce questo mistico orto 
che fu piantato (tutto) con diversi thomi. 86 



Incipit secundus cantus declaeationi& 

Là alla intentione di questo maestro 

è di rimover la gente mondana 

del camin manco, e seguitar lo destro. 89 

Questo mostra la sua scriptum piana, 

la qual d annuntia la verace pace, 

come h il giorno la stella diaìia. 92 

Ma però ch'esso mentione face 

dd baratro infemalfe] primamente, 

ove di bene sta spenta la face, 95 

dirotti 'mprima del su' convenente 

com'd distingue, et mosterrb perché 

ci pon li monstri con diverse gente. 98 

Non t'ammirar, Lucan, se contra fé 

in questa prima cantica infernale 

alquanto parla, eh' ei fa ciò che de; 101 

87. U alia nUentùme. Inteotio enim istius autoris in sua Gomedia 
est ista: remoTere homines a peccatis et reducere ad TirUites, ut tandem 
perdocat ipsos ad gtoriam sempiternam. 

97-8. Ei moitrm perché ci pon li monstri, Monstra sunt aoimalia 
dìversas fonnas habentia, sicut Cerbenis, Miiiotaunis, Cerio et huiusmodi, 
quibos infernus noscitor esse plenus. 

99. Non f ammirar, Lucan, Quia in plurìbus locis, et maxime prime 
cantice, Tìdetnr autor loqui contra catholicam veritatem, ideo hic admo- 
netnr lettor sìtc auditor, ut ipsum autorem non damnet, quia poetice lo- 
quitnr effettive, nam vere et dare iuteUigenti non apparebit enor sua 
fictio vd dottrina, sed vìrtus lucida et preclara. 



CAPITOLI Di GUIDO DA PISA . 69 

che 'n questa prima parte infortunale 

ragion lo mena; però qui Virgilio 

è la sua guardia giù per ¥ aspre scale. 104 

Et po' eh' ellì esce de Y etemo exilio, 

tutto eh' el Mantovan anche i' sia glkida, 

su per lo monte inver lo cielo empirie 107 

sanza Catone su per la santa Yda 

montar non pò, per ciò poi è più saldo 

lo su' parlar nel qual[e] se confida. HO 

Quivi virtù lo sprona infin al caldo 

spirto di carità di quella dea 

ch'en sul grifone tien lo 'stento saldo. 113 

Da ind' innanzi pura tutta mea 

la sua scrìptura sanz' alcun errore, 

la qual del vero quasi è formale ydea. 116 

Omai diciamfo] perché quest' autore 

tanti monstri ci pone, e com' distingue 

la trista valle piena di dolore. 119 

Essendo ^1 mondo di malitia pingue, 

quando correvan mille con trecento 

anni secundo le Christiane lingue, 122 

volle salir con tutto intendimento 

suso al bel monte, lo cu' bel cacume 

è vestito del bello adornamento. 125 

108. Soma Catone. In seconda enim cantica procedìt autor, magis 
solide circa verum, et hoc quia, licet Virgilius eum associci, tamen Cato, 
qui ponitur prò Tìrlute et liberiate, ipsum dirigit versus Deum. In terlia 
vero caotica magis solide atqoe pure loquilur et procedit, el hoc quia 
Bealrìx, que ponitur prò scientia diTina, ipsum ducit ad Deum. 

ìli. Da ind' inanzi, Scrìptura enim et doctrìna Dantìs, in sua dico 
Gomedia, sine ignorantia et invidia intellecta apparebit omnibus legentibus 
manifeste pura veraciter atque mera. Sed si quis ipsam cum ignorantia 
legerìt Tel ioTidia Tiderìt, quia prìma inducit errorem, secunda inducit in 
animo cedtatem, non solum non capici inde fruclum, sed potius detrì- 
mentum. 

120. Essendo 'l mondo. Anno enim Domini M.ccc. autor islam com- 
posuit Gomediam. 



70 P. BOEDIQER 

Allor tre bestie li tolser lo lume, 

cioè la lonza, il leone e la lupa, 

come narra '1 poetico volume. 128 

La prima bestia, che in prima ci occupa 

e che prima li tolse '1 su* cammino, 

è la luxuria, senza satio cupa; 131 

la seconda, che guasta ogni giardino 

piantato di virtù, è la superbia, 

che ci distonie da Famor divino; 134 

la terza bestia, e' ogni bene scerbia, 

è r avaritia, e' à M mondo distnicto 

e à sete d* oro, come d' acqua cerbia. 137 

Cosi privato di quel santo frutto, 
' in ver Y oscura selva volse '1 viso, 

perdendo riso e acquistando lucto. 140 

Poi pon tre donne, che nel paradiso 

126. Allor tre bestie. Prima bestia, que autorem in asceosu montis 
impedivit, significai sua Tanitate luxuriam, que primo impedii hominem, 
quia primi molus, quos senlimus, sunl molus camis, el isla impedii ma- 
xime adolescenles. 

132. La seconda, che guasta. Hec secunda bestia significai sua audacia 
superbiam, que occupai iu?enes, quia lalis elas esl avida honoris, sicul 
adolescenlia voluptatis. 

135. La terza bestia, Hec enìm macilenlia ayarìtiam prefigurai, que 
occupai maxime senes. Danles aulem leoel figuram hominis universalcs 
eiales currenlis, el ideo in se pooil isla pericula persensisse. 

141. Poi pon tre donne, Postquam Danles posuil pericola, que in 
stalu peccali senlimus, ponil quanla sii misericordia Dei erga miserum 
peccaiorem, dicens in celo ires esse dominas , que de ipso soliicilam cu- 
ram gerani. Prima domina non habel nomen, el isla significai graliam 
prevenienlem, que dicilur preveniens, quia aule venil ad hominem, quam 
homo suis ipsam merilis merealur. El quia «nescimus unde venial, quod 
Deus in slalu peccali miseralur hominis peccaloris, ideo isla domina sine 
nomine ponilur ab autore. Secunda domina significai graliam illuminanlem, 
quia, poslquam preventi sumus, indigemus lumine dirìgerne, unde recle per 
vìam Dei vadamus. Ideo isla domina ponilur sub nomine beale Lucie. 
Terlia domina significai graliam cooperanlem, quia quanlumcumque 
Deus gralìa sua nos prevenial el in agendis nos .dirigai el iiluslret, quia 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA Ifl 

di lui si doIliOD e de le sue pene; 

poi procacciaD[o] che 'n su tenda fiso. 143 

La prima è quella gracia che prevene 

r uom a ben fare; e questa donde vegna 

non Io sapem, però tra le serene 146 

dd ciel nome non à, ma sola regna; 

la seconda è la gratia illuminante, 

che figura Lucia, eh' è tanto degna; 149 

la terza è la gratia cooperante, 

segnata per Beatrice; et questa invia 

Io Afantovan con le parole sante. 152 

Mosse Beatrice mossa da Lucia, 

la qual è mossa da quella prìmaia, 

che non à nome, che si mosse pria; 155 

la ragion, dico, mosse a ciò che raia 

nel su' intelletto si, eh' esso comprenda 

Io fuoco etemo e 'xperientia n'aia;^ 158 

poi d' ogni colpa ne faccia Y ammenda, 

mostrando come Y anima si purga; 

e si purgata inver le stelle tenda, 
et a veder Dio tutta pura surga. 162 



Incipit teetius cai^us declarationis. 



P 



o' che di sopra i' abbo dimostrato 
chi son le bestie e chi son le dee 

molta sunt.impedimenta, indigemus unde ipse nobiscum operetur, quia 
sioe ipso nihil boni possumus operali. Et ista tertia gratia efficit nos bea- 
tos, et ideo ponitur sub Domine Beatricis. Nam parum prodesset preye- 
nirì et illuminari, nisi manus extendamus ad opus. 

153. Mosse Beatrice, Beatrix fuit mota a Lucia. Lucia vero est mota 
ab illa prima que nomen non habet Et ideo prìma moyit secundam, id 
est Luciam; Lucia vero movit tertiam, scilicet Beatrìcem. Beatrix autem 
moYÌt Virgìlium. Et sic Virgilius in auxilium Tenit Danti, ad hoc ut ipse 
Dantes yideat primo Infemum, secundo Purgatorium, tertio Paradbum. 

163. Poi che di sopra, Postquam in superioribus est ostensum que 
fuenrot bestie que ìpsum impediyerunt, et que fuenint divine gratìe que 
ipsum iuTenmt, est yidendum quomodo infemus in yìj circulos poetice 
designator. 



72 F. BOEDIOER 

che Io '[m]pediron e che V ànn' atato, 165 

è da vedere come distint' èe 

in nove cerchi il baratro infernale, 

e come pien di spiriti tutt' èe. 168 

Dentr'a la porta che serra ogni male 

anzi e* al fiume che lo inferno cigno 

giunga r autore per che giii si cale, 171 

pon una gente la qual sempre tigne 
^ di lagrime e di sangue le sue vene 

com' el su' dir poetico dipigne. 174 

Quest' è la gente che né mal né bene 

fece nel mondo, però a la dia 

misericordia e iustitia non vene. 177 

Ciò non sostene la theologia, 

che chi non è con Dio è centra lui; 

ma sostienlo ragione e poesia: 180 

che condannato esser non dèe colui 

il qual non pecca. Però, se tu leggi, 

qui centra fede non dannar tu lui; 183 

ma fa che, quando leggi, sempre reggi 

si '1 fren de lo *ntelletto, che sul monte 

del bel Parnaso agiatamente seggi. 186 

169. Dentr' a la porta, Infernus enim secundum poetas in novem cir- 
culos est distinctus ; qui oniDes circuii uno flumine circunidautur. In cuius 
fluminis ripa per circuitum ponit quandam gentem, que neque bonum neque 
malum operata est in hoc mundo. Et ideo quia bonum non fecit, non 
sunt in Paradiso, et quia non fecit malum, non sunt in Inferno. 

178. Ciò non sostiene. Secundum enim humanum iudicium pena in- 
flìgi non debet homini qui non peccai; sed secundum divinum iudicium 
non solum punitur ìUe qui peccat, sed etiam ille qui bona non facit. Et 
licet autor in ista parte audeat(ur) agere contra fldem, non tamen est 
damnandus, quia secundum rationem humanam in ista prima cantica pe- 
nas peccatis adaptat 

i86. Del bel Parnaso. Mons Parnasus, qui fuit olim Musis poeticis 
[et] Apollini consecratus, ponitur prò scientia, et specialiter poesie. Scien- 
za autem poetica multa fingit et unum ponit in cortice littere et aliud 
significat in medulla allegorice. Itaque quicunque tu legi^ istam poeticam 
Gomediam, fac quod ita regas frenum mistici et allegorici intellectus, quod 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 73 

Poi pon un fiume e' à nome Acheronte, 

e dentro '1 barcaiuol decto Carone, 

che de la barca a V anime fa ponte. 189 

Questo fiume non già senza cagione 

eh' è navigato da quésto nigheo 

questo poeta poetando pone ; 192 

che chi passa di quel fiume Y alveo 

ogni ben lascia, e 1 su' centrare acquista ; 

e ciò dimostra '1 suon de l'aqua reo. 195 

Et se poi guardi a la scriptura mista 

del nome di Garon, tu vedrai come 

per la carne diventa l' alma trista. 198 

Onde, agualliando in tal modo le some, 

come tu dèi, Lucan, tu vederai 

che non ci à fior alcun qui sanza pome. 2U1 

Passato '1 fiume, è da veder omai 

li tristi cierchi pieni di tormenti, 

là u' il poeta senti li gran guai. 204 

Nel primo pon li parvoli innocenti, 

in moDte Parnaso, id est in altitudine scientie perfecte, requiescas. Noli 
itaque damoare autorem, si tibi videtur quod io alìquìbus locis erret: 
quia lune non theologice, sed poetice loquitur et fictive. 

187. Poi pon un fiume, Postquam tractavit de illa gente que Dei 
misericordia et iuslitia sunt indigni, ponit unum fluvium, qui totum cir- 
cumdat infemum, et yocatur Acherons, qui interpretatur sino gaudio. Qui 
istuffl fluvium transit, omne gaodium et omne bonum amìttit 

197. Del nome di Caron. Caron est quidam demon, qui habitat in 
flovio Acherontis et habet animas in sua navi ad ripam aliam transpor- 
lare et tenet flguram carnis, quia omnis caro descendit ad inferos in 
quantum morte redit in terram; quia dictum est a Deo primo homini: 
e Pulvis es, et in pulverem reverteris > ; vel in quantum opera carnis, qui- 
bus anima trabitur ad peccatum, ad penas trahitur sempiternas. Et sic 
Caron componitor ex latino et greco. Nam caro est nomea latioum, on 
vero grecum, et valet quantum totum. Inde Caron quasi caro tota vel 
omnÌB caro. 

205. Nel primo pon. Transvadato fluvio Acherontis, ponit prìmum 
circulum, qui alios octo circumdat et ambit; et ponit in isto primo cir- 
culo principaliter duo : primo, limbum puerorum, secando, unum castrum 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 75 

l^ugnendo al terzo cerchio, ove la gola 

d' amaro cibo è piena con le pale. 225 

Qui pon un cane c'ab[aJiando ingola 

r anime triste eh* ivi son punite, 

e che la piogia con gragnuola mola: 228 

Cerbero cane con tre gole ardite, 

divorator di carne interpretato; 

però le sanno sue son qui sortite. 231 

Partesi quinci, e giugno a pigior lato, 

ov' è la giostra de l' avaro irsuto 

che gittando e tenendo muta lato. 234 

Qui sta un mostro eh' è chiamato Pluto, 

Io qual figura lo terzo gran vitio, 

dal greco interpretato terra o Iu(c)to, 
che di Roma il cacciò il roman Fabritio. . 238 



Incipit quartus cantus declarationis. 

Uscito fuor del cerchio di Plutone, 
al quinto giugno, chi si chiama Stige, 
u* son sommerse quatro natione. 241 

Natando cerca tutte l' onde bige: 
r un' è quella che '1 su' ntellecto pone 
tutto ad accidia ; ma l' altra con Y ira ; 244 

232. Partesi quinci. Descendens autor de terlio circulo, ìntrat in 
quarUun, obi videi pugnam, que est inter prodigos et aTaros, qui cootra 
se maxima saia yolvunt. In isto quarto circulo ponìtur quoddam mou- 
stnim, scilicet Fiuto, qui ponitur presul terrarum ab antiquis. Et tenet fi- 
guram avarile et prodigalitatis. Interpretatur enim Pluto lutum vel terra. 

238. Che di Roma 7 cacciò, Fabrittus, dum esset coosul Romano- 
rum, ayarìtiam expulit de urbe, quando oratoribus Pyrrhi magna auri 
pondera sibi oOerentibus ait: e Abite et Testrum aurum asportate, quia 
Romani nolunt aurum, sed imperare habentibus aunim. » 

239. Uiciio fuor, Exiens autor de quarto circulo, intrat in quintum. 
Qui quidem circulus est una palus fetida et limosa in qua submerse soni 
quatuor naliones, yidelìcet accidiosi, iracundi, invidi et superbi 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 77 

Et se volemo 'ntender tutti i testi 

di questo quinto cerchio pieuaiDente, 

il Wcaiuol Io 'ngegno nostro desti. 271 

Questo nigheo, che con le rudente 

passa Stige [e] da T una all' altra corre, 

in lingua greca suona ira fremente: 274 

et ben per la tristitia l' ira corre, 

e po' il fango col fummo applicando, 

il terzo e '1 primo vitio qui concorre. 277 

E 'n questo modo il mastro raunando 

e Stige et Flegias, e '1 fummo e '1 fango, 

ci à poetato; con ragion nàostrando 280 

in questo quinto cerchio che io tango 

le quatro nation di sopra poste: 

e di questa materia pili non clango. 283 

Poscia s' appressa le più calde croste 

del sexto cerchio, che si chiama Dite, 

ove i dimon' no'i dieno (a le) poste. 286 

Ha pria ch'i' entri dentr' a le meschite, 

son da veder due novità diverse 

che sovra fossi a lui fur apparite. 289 

La prima, Furie dì sangue consperse; 

la seconda. Medusa, qual non vide, 

perché Virgilio li occhi li coperse; 292 

che già veniva per queir alte stiide 

lo mal Gorgone, chiamato Medusa. 

Ma 1 savio duca tosto se n' avide. 295 



275. Et ben per la tristitia, Stix tenet fìguram accidie. Flegias tenet 
figuram ire. Fumus paludis tenet (Iguram invidie. Limus tenet Gguram 
superbie. 

284. Poscia s' appressa. Appropinquans autor ad civitatem que di- 
citur Ditis, demones ianuam sibi claudunL 

287. Ma pria ch'i' entri. Due novitates apparueruDt autori in introita 
ciTÌtatis. Et primo, tres furie infemales sanguine tincle, ydris cincte et 
cerastibos coronate: secundo. Medusa siye Gorgon. Que due novitates quid 
significeot vel importent, breviter in sobsequentibus demonstratur. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 79 

queste Furie che sempre allectan lutto, 317 

pur io m' accosto con queir alta mente 

eh' ebe V autor in questo sexto cerchio ; 

e anch' altri tien meco veramente. 320 

Ma po' che '1 Mastro levò via '1 coperchio, 

che li avea facto con le man al volto 

per sua utilità, non per soperchio, 323 

mostrolli allora non di lungi molto 

venir un messo mandato da Dio, 

passando Stige per quel aer folto. 326 

Et quello ambassador benigno e pio, 

che tien figura de la verìtade, 

la qual scuopre ciascun secretfo, 329 

la porta aperse centra voluntade 

del mal volere, lo qual sempre pugna 

centra quello e' à tutta purìtade. 332 

Àllor(a) v' intrò, e vide com' si cugna 

lo mal nummo de' falsi christiani 

che 'ntingon sempre nel falso la spugna. 335 

Qui vide sepeliti li Àrrìani, 

Epycuri, Cherinti e Manichei, 

e con Potino li Sabelliani, 338 

e tutti quei che cantra fidem Dei 

muovon guerra con falsa opinione, 

seguitando li falsi Pharisei. 341 

321. Ma po' che 7 Mastro, Postquam fune Medosam alta, voce eia- 
manint, quidam benignus nuntius , . missus a Deo, Tenit ambulans super 
Stigem, qui una vìrgula portas aperuit civitatis. Qui nuntius tenet figuram 
verìtatis, que omnia dare et aperte demonstrat Nam secundum Augu- 
stioum Terìtas est, qua ostenditur id quod est Et iste nuntius malis gen- 
tibus furìanim ostendit autori et aperuit ea que ipse furie celare Tolcbant. 

330. La porla aperse, Demones enìm, quia sunt obstinati in malo, 
semper pupare conantur centra yelle divinum. Nam, ut ait Apostolus, 
e Non est conventio Dei ad Belial »,hoc est Deus et diabolus non conveniunt. 

334. Lo mal nummo, Heretici enim falsi Christiani dicuDtur, :qui 
veram monotam fidei suis erroribus falsificant et corrumpunL Qui inde 
Arriani, Epicuri, Cherinti, Manichei, FoUniani et Sabelliani sunt quidam 
beretid qui diversis erroribus maculantqr. 



/ 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 81 

La prima contra '1 proxìmo è ardita 

di sparger sangue e di pilliar avere, 

onde nel fosso del sangue è bollita. 362 

Et ben son posti qui al mi' parere 

li Genthauri, che vanno saettando 

qual fosse schifo di quel sangue bere; 365 

perciò eh' elli andftr prima cacciando 

e turbando Y umana libertà, 

li cavalli da prima cavalcando. 368 

La seconda con magior (i)niquità 

in se revolve la crudele spada, 

strugendo Y alma e la sua facoltà. 371 

Lo disperato pon Y autor(e) che cada 

innella selva, diventando pruno, 

e '1 giocatore per la caccia vada. 374 

Qui pon r Arpie, che mal annuntio inno 

ad Enea quando Celeno disse, 

che patrebbe gran fame [e] gran digiuno. 377 
Questi uccelli, che pria Virgilio scrisse, 

suonan rapacità in lingua greca, 

e nulla è magior che le diete risse. 380 



364. lA eenthawri. Genthauri sunt quedam animalia monstruosa, 
et humana et equina natura composita, secundum fabulas ; secundum yero 
rei Terìtatem, fuerunt quidam homines in Thessalia, qui primo equos do- 
muenint, ipsos ascenderunt et cum dictis equis humanam libertatem prì- 
miUis turbayerunt. 

375. Qui^pon V Arpie, Arpie sunt quedam ayes a poetis ficte, que 
tenent figuram rapacitatis. Et yere nulla maior rapacitas quam sibi yitam 
auferre et bona propria dissipare. Ideo in isto girone ponuntur. 

376. Ad Enea, Sicut scribit Virgilius, quando Eneas appficuit ad 
insulas Strophadas et sederet ad mensam, Arpie suos cibos inyaserunt et 
mensas fedarunt linde Troiani vi armorum ipsas fugarunt, propter quod 
una ìpsarum nomine Celeno, que ipsarum Arpiarum regina vocatur, fuit 
yatidnata Troianis quod ipsi, antequam in Italia novam possent condere 
ciyitatem, tantam (amem paterentur, quod mensas fame coacti yorarent 

YoL I, Parte I 6 



82 F. BOEDIQER 

La terza contra 1 [suo] factor s' iogreca, 

de la qual nasce Sodoma e Gaorsa 

e la lingua che la blasphemia impreca. 383 

Li primi per V arena vanno a corsa 

partiti a schiera, per quel fuoc* ardente 

tenendo r una a pogia, 1* altra ad orsa. 386 

L' usura siede con borse pendente 

al collo; ma quelli altri stan rivesci, 

sanza mutar alcun lato dolente: 
cosi son arrostiti questi pesci. 390 

Incipit sbxtus cai^tus decla&ationis. 



1/a che vedut* avèn T ira bestiale 

in tre giron giustamente punita, 

a ciò ke nulla parte principale 393 

in questo libro sottQmente ordita 

di man mi cagia ched i* non dimostri 

come ciascun' è di. ragion fornita, 396 

è da mostrar ai rozi sensi nostri 

per che cagione corra Flegetonta 



381. La ier*a contra 'i suo. In tertio enim girone trìa scalerà pu- 
niuDtur: et primo blaspbemi, qui stani in arena sub igne supini; secundo 
sodomite, qui continue cumini catervatim quidam a dexUis, quidam vero 
a sinistris; tertio vero usurarii, qui cum bursis pendentibus ad colium 
sedent 

391. Da che veduta. Postquam in trìbus gironibus de trìplici vio- 
lentia, que ab ira bestiali procedit, aclum est, ad hoc de ultima violentia, 
que partim procedit a malitia et partim a bestialitate, trìa prìncipaliter 
sunt videnda. Et primo, de quodam fluvio qui per tertium gironem currìt, 
nomine Flegetonta; secundo, de illis trìbus vitiis, que in isto tertio girone 
locantur; tertio vero, quid importatur quod iste fluvìus non vìdetur inferre 
dolorem illis animabus, que in ista arena diversimode cruciantur. 

398. Per che cagione. Flegeton graece, latine ardens interpretatur. 
De quo Seneca iiij' tragediarum: e Flegeton nocens igneo cingens vado, t 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA ' 83 

del giron terzo per li ardenti chiostri. 399 

Questo rigagno, secondo che conta 

ogni gran savio, è interpretato ardente; 

per ciò il su' corso nel renaio ponta. 402 

Et ciò fu ordinato iustamente 

che ne Io 'nfemo quei sia ne l' arsura 

de la qua! fu nel mondo più fervente. 405 

Et se volem veder la 'ntention pura 

che quest'autor par che ci vollia dame, 

questi tre vitii ardin centra natura: 408 

r un centra Dio ; l' altro centra la carne ; 

lo terzo centra '1 corso naturale 

de lo denaio procaccia fame. 411 

Et cosi come in questo mondo sal(l)e 

e monta sempre lor ardente vollia, 

cosi là giù sopr* essi il fuoco cale. 414 

Et avegna che non ministri doglia 

r acqua rossa di quel fiume a queir alme 

che nel renaio stan di soglia in soglia, 417 

pur inver lor distende le sue palme, 

monstrando in ciò l'^ardor che non sentirò, 

del qual nel mondo ebber si pien' le salme. 420 
Quinci discende a più aspro martyro, 

408. Questi tre vitiù Ista trìa vitia, sciiicet blasphemia, sodomia et 
usura, peccata contra naturam esse videntur. Nam contra naturam videtur 
quod creatura suum Creatorem blasphemet Peccatum edam sodomiticum 
coDtra naturam esse manifestissime comprobatur. Usura tero, quod est 
nature appropriai arti, ideo contra naturam esse probatur. 

415. Et avegna. Quia ista trìa Titia diyersimode exardescunt (quia 
prìmum contra Deum, secundum contra naturam, que est filia Dei, et 
tertium contra artem, que est neptis Dei), ideo ad ipsorum bestìalem con- 
cupìscentìam declarandam in loco ardentissimo collocantur. Nam super 
eos desuper pluit ignis, desubter arena accenditur velut esca; et per 
ipsorum regionem transit fluvius qui dicitur Flegeton. 

421. Quitiei discende, Postquam autor poetizairit de yìj^ circulo, qui 
dìstinguitur in tres girones, ad poetizandum octavum dirìgit vela sua. Sed 
antequam in octavum circuluro possit descendere, ponit quod Virgilius Ge- 
rìonem novo signo yocavit, ut ipsos ad ima portareL 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 85 

de r isola di Lenno furon prise 

a le parole di lason meliate; 447 

con questa corda Io filiuol d'Anchise 

legò si forte la bella Didone, * 

che quel legame a morte la conquise; 450 

con questa corda, com* Ovidio pone, 

furon legati le membra sincere 

che recever nel lecto Demophon(t)e. 453 

Et perché Dante credette potere 

alcuna volta la lonza dipinta 

con quella corda piUiar e tenere, 456 

per ciò tenuta l' avea tanto cinta ; 

onde Virgilio la gittò là giue 

ove la froda in diece bolge è stinta. 459 

Ma quando U mostro, che di Spagna fue 

già per inganno signor e rectore, 

vide '1 su' segno, sanza 'ndugio piue 462 

su se ne venne, com' aiutatore 

di quel peccato sopra '1 qual è posto 

da la iusticia insto executore, 
e 'n Malebolge giù li spuose tosto. 466 



448. Con questa corda lo filiuol. Eneas, dum diu fuisset iactatus per 
mare, Carthaginem tandem pervenit, ibique dum benigne fuisset a Didone 
receptus, cum ipsa matrìmoniam dolo contraxit; sed ipsam post matrì- 
monium dereliquit Hanc hystoriam narrat Vìrgillos piene in libro Eney- 
donim. 

451. Con questa corda^ com' Ovidio. Phillida, filia Ligurgi regìs 
Trade, Demopbontem, fiiìum regis Atbenarum, recepii hospitio, quam 
iUe blande seducens cum ipsa dormivit et ipsam accipiens in uxorem ab 
ipsa sine reversione recessit Islam hystoriam scrìbit Ovidius in libro 
Epistolaram. 

460. Ma quando 7 mostro, Istud monstrum, quod dicitur Geno, po- 
nitiir sub nomine cuiusdam regis Hispaniarum, qui fuit totus dolosus et 
fraudolentus. 



86 F. ROEDIGER 



Incipit septimus cantus dbclarationis. 

Là octavo cerchio in diece male bolge 

distingue Dante in questa Ciomedfa, 

u' lo 'nganno lo 'ngannator(e) suffòlce. 469 

gloria de' poeti, o poesia, 

che ci mostri ciò che dovem fugire, 

e ch6-cci 'nvii per la santa via 1 : 472 

ponete mente il su' venusto dire, 

e poi guardate le ligure sante 

che lo 'nteiletto tutto fan gioire. 475 

Le diece malebolge tutte quante 

abraccia F una V altra, come i fossi 

e' Acri cingevan là inver levante. 478 

Ne la prima disegna i duri dossi 

de' roflteni, sferzati de la ferza, 

da la qual giustamente sono scossi; 481 

che come quici lo roflBan s' interza 

tra l' amante e l' amato con inganno, 

cosi quivi con lu' il demonio scherza. 484 

Ne la seconda pon lo duro affanno 

eh' e' lusinghier sostengon a lisciarsi 

col sozo liscio ond' elli àn lo malanno. 487 

Et se ben gua(t)ti, già non sono scarsi 
'' questi tormenti, lectore, a costoro 

che nel mondo lisciando altrui andarsi. 490 

467. L octavo cerchio, Gontìnuat 

470. gloria. Oratoria exclamatio in laudem Dantis et sue altissime 
Gomedie. 

476. Le X malebolge, Bulgie enim, qne x poetice desìgnantur, una 
circumdat alteram, sicut civitas Acon multis fossis fuìt antiquitus cir- 
curocincta. 

479. Ne la prima. In prima bolgia sunt lenones et mulierum de- 
ceptores. 

485. iVis la seconda. In secunda bulgia sunt adulatores. 



CAPITOLI Di GUIDO DA PISA 81 

Ne ia terza dispon tutti coloro 

con la testa di sotto trapiantati 

che simonia commisero con loro. 493 

Et cosi iustaniente mutan stati 

col(H'(o) che r oro levò su in altura, 

il su disotto, coi pie abrugiati. 496 

Ne la quarta color(o) che fan fattura 

e le malie, di dietro van col volto; 

cosi stravolta pon la lor(o) figura. 499 

Et ciò è giusto, che com' essi molto, 

anzi me* troppo, aprir Y occhio al futuro, 

cosi dinanzi loro è il veder tolto. 502 

Ne la quinta pon lo tormento duro 

de' barattier, che ne la calda pece 

ànn' aspettato gran tempo Bonturo. 505 

Gostor(o) puniti stanno in quella vece, 

che per rubar le mani impegolate 

lor n' esto mondo l' avarìtia fece. 508 

Ne la sexta pon le cappe inaurate, 

sotto le quali van li spirti gravi, 

che fur ripien' di falsa pravitate. 511 

Et ben responde a Y opere lor pravi, 

che come ei fur d' ipocrisia ben carchi, 

cosi àn carche le lor falsi navi. 514 

Ne la settima pon li fieri marchi 

che marcan li ladron ne' luoghi bui, 

onde non son mai di vergogna scarchi. 517 

Ké, come di soppiatto punge altrui 

la serpe, cosi '1 fur per ogni buco 

entra in silentio dirobando altrui. 520 



491. Ne la terza. In tertia bolgia suoi simoDiaci. 
497. Ne la quarta. In quarta bulgia sunt magi, augures et divini. 
503. Ne la quinta. In quinta bulgia sunt barattatores reipublice et 
etìam domìnorum. 

509. Ne la sexta. In sexta bulgia sunt ypocrìte. 
515. Ne la settima. In septima bulgia sunt latrones. 



88 F. BOSDIGEB 

Ne r octava pon tormentato fl suoo 

dì quel consìglio che fé' Penestrìno 

diruynare giù di luco in luco. 523 

Qui sta vestito dì fuoco il mischino, 

e ciò mostra la frodole[n]tia eh* ebe, 

la qual nascose sotto '1 buon latino. 526 

Nella nona, dove tanto V increbe, 

vegendo le crudeli spatacìate, 

perché le pene i parver tant' acerbe, 529 

pon r arme triste dì color talliate, 

ì quaì nel mondo amar divisione: 

cosi le pene son qui aguallìate. 532 

Ne la decima pon Y offensione 

di ciascun falsator in dire e *n fare 

ched è rìpien d' ogni corrupUone. 535 

Ben corron dietro queste pene amare 

che giacciono ne la bolgia sezaia 

al frodoiente d' ogni ben falsare. 538 

Cosi lo 'nganno in dieci modi abaìa, 

tanto agirando per le bolge eteme, 

quanto ne' cerchi tra qua' luce Maia 
staran le gemme del ciel sempiterne. 542 

Incipit gotavus cantus declarationis. 

Jl artesì Dante da V octavo al nono, 
lo qual è facto com' un pozo tondo, 

521. Ne rodava. In octaya bulgia sunt dolosi et versipelles cod- 
siliariì. 

527. iVe la nona. In nona bulgia sunt scismatici et scandali se- 
minatores. 

533. Ne la decima. In decima et ultima bulgia sunt falsatores. 

5il. Quanto ne' cerchi. Maia fuit mater Mercurii et ponilur ali- 
quando prò ilio pianeta qui Mercurius appellatur. Et est sensus: Tantum 
enim deceptio in decem bulgiis circuendo latrabit, quantum in circulis 
inter quos lucet Mercurius stabunt genune sempiterne, id est fulgide celi 
stelle. 

543. Portesi Dante. Gontinuat ad precedenlia. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 89 

intera' al quale li giganti sono. 545 

Questo cerchio sezaio è il profondo 

de r universo, al(o) quale si rauna 

(^i gran peso d' esto tristo mondo. 548 

Per ciò qui lega ne la trista cruna 

lo tradimento, somma del peccato, 

che r anima fa diventar si bruna. 551 

Poi pon nel centro quello sciagurato 

che d* ogni creatura fu somm' arte 

anzi che fosse da Michel cacciato. 554 

Ma pria veggiam li cavalier di Marte, 

per che cagion intorao al pozo scuro, 

stanno legati con si forti sarte. 557 

Apri r occhio, lectore, a questo puro 

ghiosar che fo, se n' vói saper lo vero, 

perch' elli stanno intora' a questo muro. 560 

Nullo mai superbir fu tanto fiero 

né tant' ardito incontr' al Creatore 

facto per homo, come quel eh' ei fero. 563 

Onde Minos, ched è aggualliatore 

de le pene ai difectì, I[i] à sortito 

intora' al ghiaccio ove sta il traditore. 566 

Questo ghiaccio lo qual à nom(e) Goccito 

in Ungua greca è interpretato lucto 

da ciascun uom di saver redimito. 569 

In questo tristo e misero conducto 

piangon li traditor Io tradimento 

in quatro parte distìncto e constructo. 572 



549. Perciò qui leg(g)a. In centro namque inferni, hoc est in ultimo 
circulo, punitur dolosa et fraudulenta proditio. 

555. Ma pria veggiam, Milites Martis dicuntur gigantes, qui in cir- 
cuìtu pothei infernalis cathenis lìgati locantur. 

567. Questo ghiaccio, Cocitus est quidam lacus in inferno, qui in- 
terpretatur luctus. Nam secundum Gregorium in Libro Moralium, Rochiton 
grece, latine luctus. Et in isto puniunlur proditores. 



90 P. BOEDIGEB 

La prima mostra qad gran Cimento 

di quei che ne la lor sanguinità 

anno gittato el palrido fermento. 575 

Però nomata è da h pravità 

del mal Gayn, che fé' contra '1 fratello 

per invidia la prima falsità. 578 

La seconda dichiara quel coltello 
* che contra patria o parte scelerato 

quinci nel mondo si mostra si fello. 581 

Et questo luogo par denominato 

da quel Troiano, traditor di Troia, 

che da Darete Anthenor è chiamato. 584 

La terza poi discuopre quella noia 

che 'n ver li amici si mostra sf rea 

che la pietade ne doventa croia. 587 

Questa parte si chiama Ptholomea, 

denominata da quel re d* Egypto 

per cu* Pompeo senti la terza dea. 590 

Ne la quarta quel traditm* è fitto 

573. La prima mostra, UlUmus circulus inferni, qui didtur Kochitus, 
quadrupliciter est distinctus. Nam in prima parte puniuntur proditores sui 
sanguinis sive domus, et ista pars (denominator) vocatur Cayna a Cayn, 
qui suum gennanum Abel proditorie interfecit 

579. La secunda. Seconda pars Kochiti didtur Anthenora, denomi- 
nata ab ilio prodìtore troiano qui didtur Anthenor. Et in ista parte pu- 
niuntur proditores qui produnt suas patrìas seu partes. 

585. La terza. In tertia parte Codti puniuntur proditores amicorum. 
Et ista pars denominatur Ptholomea ab iUo Ptholomeo rege Egypti qui 
caput amputarì mandavit Pompeio. 

590. La terza dea, Tertia dea, quam sentiit operante Ptholomeo 
Pompeius, didtur A(n)tropos. Nam tria sunt fata homini deputata, scilicet 
Glolho, Lachesis et A(n)tropos. Primum ponitur super generationem et 
natÌTilatem hominis, secundum ponitur super vitam, tertium vero ponitur 
super mortem. 

591. Ne la quarta. In quarta parte Gocìti puniuntur proditores be- 
neficorum dominorum suorum. Et ista denominantur Judecba alluda Sca- 
rìoth, qui tradidit dominum Salvatorem. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 91 

lo qual tradisce su* caro signore, 

dal qual servito fu ìd fatto e 'n dicto. 593 

Et qui ci sta lo grande imperatore 

del regno doloroso, eh' è chiamata 

Giudeca dal mal Giuda traditore. 596 

Ma poi che con ragion t' ò dimostrata 

tutta la valle de V oscuro abysso, 

come la Gomedia Y à divisata, 599 

resta vedere con intento fisso 

lo gran dificio e* abita nel centro, 

centra natura iustamente fisso. 602 

E 'nmagina tutto ricolto dentro, 

tu che qui leggi, che dal capo a V anche 

scendon le pene a questi che e* è entro. 605 

Poi, sf ricolto, fa eh' imagini anche 

scender le pene tutte quante in giue 

per le gambe al grosso de le zanche. 608 

Ad ultimo leva la testa in sue 

dd tu 'ntellecto, et pon mente la testa 

di quest' uccello che sf bel già fue. 61 1 

Et vo' che sappi, ke la sua tempesta 

è pianger e lagnarsi con tre facce 

pere' appetitte la trina podestà. 614 



601. Lo gran deficio. Prìmus enim angelus de celo cadens in cen- 
truin terre ereditar cecidisse, et tenet (Vòetice caput usque ad anchas 
versus unum emisperìum; ab anchis vero usque ad pedes stat versus aliud 
emisperium, quod centra ordinem nature infixus stare videtur. Sed quia 
ista poetice ficta sunt, ideò de ipsis difOnire non licet. 

603. Et magina. Ad signiGcandum maximam penam, quam habet in 
inferno Lucifer, fingit autor, ipsum in medio cenuri esse, linde cum omnes 
comiptiones et omnes pene atque omnia mala tendant ad centrum, de 
necessitate convenit esse quod omnia mala super Luciferum undique 
premant 

613. È piangere e lagnarsi. Tres facies ideo fingilur Lucifer habere, 
quia excelleotiam appetiit Trìnitatis. 



92 P. BOEDIGEB — CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 

Et vollio ancor che fermamente sacce 
eh' e* tre volti mostran quei tre gran vitii 
che son piante di tutte male tacce. 

Et qui fo punto per far altri initii. 618 



EZPLICIT DSCLARATIO SUPEfi PRDfAM 
CAMTICAM OOMSDH DAim& 



{Continua) 

F. ROEDIOER. 



616. Ch* e tre volH, eie. Vel tres facies habere dicitur propter trìa 
magona peccata, que sua subgestione totum mandum universaliter infe- 
ceruht, a quibus tribus vitiis omnia alia oriuntur. Sunt autem iila trìa 
vitìa: superbia, avarìtia et luxurìa. De quibus aìt beatus Johannes in sua 
Canonica: e Omne quod est in mundo aut est concupiscentia carnis, 
ecce luxurìam; aut concupiscentia oculonim, ecce avarìtiam ; aut super- 
bia vite, ecce superbiam >. 



IL DISDEGNO DI GUIDO GÀYALGÀNTI 



{Inferno, e. X, v. 62-63) 



Nel laogo d' inferno ove sono paniti gli epicurei , 
che r anima col corpo morta fanno. Dante è spinto da 
Virgilio all'arca infocata da cui si erge e gli parla Fa- 
rinata degli liberti; ma, com'egli pronuncia, a richiesta 
del fiero ghibellino , il suo nome , sì leva fuor dell' arca 
anche l'ombra di messer Cavalcante de' Cavalcanti e, 
veduto Dante solo, perchè Virgilio è rimasto in disparte 
ad attenderlo, dice piangendo: 

« Se per questo cieco 
» Carcere vai per altezza d' ingegno, 
» Mio figlio ov' è? e perché non è teco? » 

Il poeta risponde: 

« Da me stesso non vegno: 
» Colui che attende là per qui mi mena, (62) 

» Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. » 

Questi ultimi due versi, appartenenti a uno dei canti più 
belli e gloriosi della Divina Commedia, anzi a uno de' suoi 
episodi più popolari, off^rono uno speciale interesse sto- 
rico per la qualità stessa de' personaggi che vi sono in 
giuoco, e stanno fra i più studiati e disputati dell'intero 
poema. Vi si accanirono intomo con singolare insistenza 



94 DINO XANTOYANI 

i cementatori antichi e moderni, sofisticando, fantasti- 
cando, almanaccando; e le loro varie chiose si possono 
rìassamere in breve. 

Nessono finora, eccetto Pio Rajna, dubitò che il pro- 
nome cui del verso 63 non si riferisse al colui del verso 
precedente, cioè a Virgilio, e tutti quindi posero ogni 
loro industria in rispondere alla domanda che sùbito fa 
naluraUnente il lettore: perchè Guido Cavalcanti ebbe a 
disdegno Virgilio? 

Gli uni risposero che Guido aveva forse in uggia 
V Eneide; gli altri che Guido disdegnò Virgilio perchè, 
facendo professione di filosofia , fastidiva i poeti ; o per- 
chè, amando sommamente la lingua volgare, non poteva 
soffrire la latinità dì cui Virgilio pareva allora il maggior 
rappresentante; o perchè, guelfo e nemico della monar- 
chia imperiale, doveva essere avverso a colui che ne era 
stato il primo cantore e ne aveva celebrato T origine di- 
vina. Ma, poiché nessuna di queste cattive ragioni poteva 
logicamente impedire a Guido di intraprendere insieme 
con r animo suo Dante il viaggio d' oltretomba e di aver 
a duce Y allegorico Virgilio, tutte codeste spiegazioni cad- 
dero sotto il martello della critica rigorosa e, dal 1870 
in qua, tiene il campo quella proposta da Francesco 
D'Ovidio (v. Saggi critici; Napoli, Morano, 1878, p. 
312-29), il quale più di ogni altro ha veduto chiaro e 
addentro nell'oggetto di tante controversie. 

Egli ha anzi tutto mostrato come per molti e rile- 
vanti indizi s' abbia a ritenere Guido intinto della stessa 
pece onde furono lordi il padre suo Cavalcante e il suo- 
cero Farinata. Sembra che la miscredenza fosse in lui 
un male di famiglia avvalorato poi dalle sue stesse au- 
daci meditazioni, nelle quali, secondo che narra il Boc- 
caccio fDecatneron, VI, 9) e alcuna volta molto astratto 
dagli uomini diveniva, e per ciò eh' egli alquanto teneva 



IL DISDEGNO DI GUIDO CAVALCANTI 95 

dell' opinione degli Epicurei, si diceva tra la gente volgare 
che queste sue speculazioni erano solo in cercare se tro- 
var si potesse che Dio non fosse ». Invano tentarono 
parecchi di invalidare la testimonianza di messer Gio- 
vanni e le altre conformi : le argomentazioni del D' Ovi- 
dio ebbero presto ragione delle fiacche critiche, tanto 
che oggi nessuno, eh' io sappia, dubita più della miscre- 
denza di Guido, se non forse Adolfo Gaspary fGesch. d. 
ital liter. Berlin, Oppenheim, 1885, v. I, p. 213 e 508). 
Anche questi però non si oppone recisamente a una 
conchinsione accettata e confermata dai nostri più au- 
torevoli. 

Ritenuto dunque che Guido non credeva alla divinità 
e all'immortalità dell'anima, il D'Ovidio spiega mollo 
ingegnosamente il suo disdegno per Virgilio. Questi rap- 
presenta nella Commedia la ragione sommessa alla fede 
e operante per comando della fede stessa; tale quale 
egli è nel pensiero di Dante e nella fantastica tradizione 
del medio evo, che lo teneva per uomo di sovrumana 
sapienza e prenunziatore della venuta di Cristo (Bucol. 
ecL lY), non poteva piacere allo scettico Guido. Il quale 
ebbe dunque a disdegno l'antico poeta non per motivi 
letterari o politici ma religiosi, e per questi stessi motivi 
non potè imprendere il viaggio nel regno della morta 
gente. 

Questa interpretazione fu accettata dal Tommaseo, 
dal Comparetti, dal Bartoli, dal Del Lungo, e poi da 
quanti avevano cercato invano una plausibile spiegazione 
di qne' due versi misteriosi. Vero è che, otto anni dopo 
la prima comunicazione fatta nel Propugnatore, il D' Ovi- 
dio aggiunse ne' Saggi critici alcune pagine per ribattere 
le obiezioni dei pochi avversari e per dichiarare che non 
intendeva insistere troppo nel suo proposito, anzi incli- 
nava ad ammettere altre interpretazioni possibili o a con- 



96 DINO MANTOYANI 

cedere che, insieme col significato teologico-filosoflco dato 
al disdegno di Guido per Virgilio, potesse essersi accom- 
pagnata nella mente di Dante un'idea di disdegno lette- 
rario anche politico. In prova della sua imparzialità, il 
romanista napoletano pubblicò in appendice un'interpre- 
tazione nuova propostagli per lettera da Pio Rajna, la 
quale però moveva dai dati da lui posti e riusciva in so- 
stanza allo stesso senso ateistico da lui fermato. Il nuovo 
arzigogolo (cosi piacque modestamente di chiamarlo allo 
storico dell' epopea cavalleresca) consisteva nell' intendere : 
€ Virgilio mi mena per qui ( attraverso l' inferno ) , forse 
(cioè, se ci potrò arrivare) a Colui (Dio), cui Guido 
vostro ebbe a disdegno ». Con questa spiegazione, os- 
servò il D'Ovidio, si può meglio rendersi conto della 
postura di quel forse, che , attribuendo il cui a Virgilio , 
sembra stranamente collocato. 

Ma a me sembra che la attraente proposta del Rajna 
non regga ; dacché non è vero che Virgilio meni Dante a 
Dio, né può far ciò altri che Beatrice (cfr. Inf. I, 112- 
29 e Purg. XVIII, 46-48). Chiudendo il suo magistrale 
articolo, il D' Ovidio concesse che la questione non po- 
teva ancora dirsi risolta. 



Ora a me, comentando nella scuola il X dell' Jn- 
femo, e rileggendo lo scritto del professor D'Ovidio, 
un altro arzigogolo é venuto in mente. Premesso che io 
credo fermamente alla miscredenza di Guido Cavalcanti, 
mi è sembrato che il testo già tormentato un pochetto 
dal Rajna fosse ancora torturabile, cosi: «Colui, che at- 
tende là, mi mena per qui (1) (avverbio sostantivato), 

(1) Come mai il Gàspary {Op, cit, pag. 212) non ha corretto la 
tradazione del Witte di questo luogo, nella quale il per qui è a dirittura 
soppresso? 



IL DISDEGNO DI GUIDO CAVALCANTI 97 

cioè per questo inferno, cui forse Guido vostro ebbe a 
disdegno > (cfr. Farinata che ha i' inferno in gran di- 
spitio/. Noto che di avverbi sostantivati non mancano 
altri esempi in Dante, p. e. nel IX del Purgatorio, v. 54 : 

« Sovra li fiorì onde laggii^ è adorno » 

e nel XXI, v. 43 : 

« Libero è qui da ogni alterazione » . 

e nel Convivio, Tr. II, e. Vili: « Vita del mio cuore, 
cioè del mio dentro, solca essere un pensiero soave > . E 
il relativo cui si riferirebbe legittimamente al più vicino 
sostantivo qui. Onde intenderci: < Io non vengo qua giù 
per mìo proprio valore e da solo, ma mi ci conduce 
colui che là mi attende , e mi fa visitare V inferno che 
Guido vostro forse ebbe in dispetto, non curò, disdegnò 
come fola volgare, non credendo all' immortalità dell' ani- 
ma > . Rimane la difficoltà del forse e dell' ebbe. Perchè 
mai Dante usa queir avverbio dubitativo e quel tempo 
del passato? Non è egli dunque sicuro che sia vero o 
pepsa che non sia più vero ciò eh' egU dice ? 

Quanto al forse, vale per l'interpretazione mia il 
senso che il D'Ovidio fermò già per la sua (op. cit. p. 
318-19), e valgono le acute riflessioni da lui esposte: 
esso è e r espressione non di un vero dubbio ma di un 
sentimento. Agli occhi di Dante, credente, e del padre 
stesso di Guido, che se non era stato credente in vita 
aveva però nell' attuale sua pena la prova più efficace di 
quanto fosse dissennato il miscredere, la miscredenza di 
Guido appariva quasi una colpa, ahneno una leggerezza, 
certo un abbaglio grossolano, come pure un motivo di 
rimorso al padre che glien' avea dato l' esempio. Quindi 
Dante non ha coraggio di dire crudamente la cosa, e per 
delicatezza verso il padre e per la pena che egli stesso 

VoL 1, Parte L 7 



98 DINO MANTOVANI 

prova a confessare la colpa del suo primo anUco (Vita 
nuova, III) dice forse ». 

Quanto all' ebbe , il De Sanctis (Farinata , in Nuovi 
saggi critici, Napoli, Morano, 1879, 2* ed., p. 28) lo 
spiega dicendo che , mentre Dante parla di Guido , < la 
sua immaginazione è tutta in quei tempi giovanili, in 
quelle prime gare della scuola e de' convegni letterari , e 
può molto bene adoperare un verbo al tempo passato > . 
In tal caso il D' Ovidio vorrebbe che Dante avesse scrìtto 
aveva e non ebbe; ma si può opporgli che Dante dice 
ebbe perchè è moto istintivo della sua mente di adope- 
rare il verbo al passato remoto, parlando a un morto per 
il quale tutto che è della vita terrena rìmane nel pas- 
sato remoto. Allora Cavalcante replica con un verbo al 
presente; < non vitf egli ancora? i^. — Nello stesso modo 
Dante adopera il passato remoto : iMa i vostri non ap- 
preser ben quelP arte » alludendo al fatto medesimo per 
il. quale Farinata usa poi il presente: < perchè quel po- 
polo è si empio Incontra d miei in ciascuna sua legge? i>. 
— Dante in somma dice forse ed ebbe per lasciare a m. 
Cavalcante F illusione che il figliuolo possa non finire 
dannato per la stessa miscredenza del padre e del suocero. 

Anche un altro arzigogolo si può trovare, ma temo 
sìa molto meno accettabile del primo per ragioni di lin- 
gua : e starebbe nell' intendere cui per neutro. Coli' ar- 
zigogolo primo si avrebbe, cosi alla buona, in latino : < Iste 
ducit me per hunc locum quem forsitan Guidus vester 
fastidivit > . E col secondo : < Iste ducit me per Inferos, 
quod (iter) Guidus vester fastidivit » cioè : e io son me- 
nato per l'inferno da colui che là mi attende, la qual 
cosa (l'esser condotto dalla naturai filosofia alla cono- 
scenza dei destini dell' anima ) o il qual viaggio , per la 
sua miscredenza, Guido vostro disdegnò come vana uto- 
pia » . Ma, soggiungo subito, è sostenibile quel cui neutro 



IL DISDEGNO DI GUIDO CAVALCANTI 99 

e riferito a tutto il concetto precedente del viaggio Del- 
l' inferno con la scorta dell' allegorico Virgilio ? 

A ogni modo , nell' una e nell' altra ipotesi, come in 
quella del Rajna, si esclude che il relativo cui si riferisca 
a colui, e quindi è tolta di mezzo la difScoltà d'inten- 
dere perchè Guido possa aver avuto a disdegno l'antico 
poeta. Senza che, le parole di Dante risponderebbero più 
direttamente alla domanda di Cavalcante : perchè non è 
teco? — Guido, verrebbe a dire Dante, non è meco per- 
chè, non credendo all'immortalità dell'anima, disdegna e 
rifiuta r idea dell' inferno e quindi non ha pensato a in- 
traprendere con me questo viaggio da lui ritenuto as- 
surdo. — Messer Cavalcante non si stupisce punto della 
risposta, ma solo délY ebbe; egli infatti non ha conoscenza 
del vìvere presente né della prossima morte (28 agosto 
del 1300) del figlio, perchè quando gli avvenimenti s' ap- 
pressano sono, secondo la spiegazione di Farinata, tutto 
è vano f intelletto delle anime in pena. 



Prima di pubblicare questa mia interpretazione, io 
volli scriverne un cenno a Francesco D' Ovidio , avver- 
tendolo che non intendevo proporgli la migliore chiosa 
di que' versi benedetti, ma solo un' altra delle chiose pos- 
sibili; ed egli, per sua cortesia, mi rispose: < La Sua 
congettura ermeneutica non vai certo meno di quella del 

Rajna e della mia Pure quel qui cui mi sa abbastanza 

duro, ed un cui neutrale, e riferito a tanta roba prece- 
dente, non mi pare più verosimile. Non Le dispiacerà 
certo che io dubiti della congettura Sua, tostochè ho 
mostrato di dubitare con tanta sincerità anche della mia > . 

No, non mi meraviglio né mi dispiace punto che il 
chiarissimo filologo dubiti della mia congettura, e nem- 
meno che egli trovi abbastanza duro quel qui cui che ad 



iOO BINO MANTOVANI 

altri potrà anche parere durissimo. S' intende che ad una 
nuova intelligenza di un passo scolpito già nella memoria 
con altro suono e con altro senso bisogna avvezzare 
l'orecchio e la mente; e per temperare la durezza del 
qui cui basterà, leggendo la terzina in questione, ap- 
poggiare la voce sul qui più forte che non si sia fatto 
sino ad ora. Non altrimenti, chi non voglia torcere aspra- 
mente la parola condotto al significato di condoMere, ma 
le lasci il suo naturai senso di participio passato del verbo 
condurre, si devono accentare i versi 28-40 del IV del 
Purgatorio ; 

< Dico con r ali snelle e con le piume 

» Del gran disio, diretro a quél condotto 

< Che speranza mi dava e facea lume. ». 

Ma non voglio insistere «nella difesa di un'ipotesi, che, 
se non è da rifiutarsi come inverisimile, non ardirei certo 
sostenere come unica e decisiva. Debbo tuttavia confes- 
sare che, ricevuta la risposta del D' Ovidio, ci ho ripen- 
sato meglio anch'io, e dal rimeditare tutta la controver- 
sia sono stato anch' io indotto a modificare alquanto le 
mie idee. Però, mentre egli da tale rimeditazione è stato 
tratto a dubitare della sua stessa congettura (op. cit. p. 
320-21), io sono venuto a dubitare non della ^ conget- 
tura mia ma dell'altrui. Sarebbe troppo lungo esporre 
tutto quel che mi è passato per il capo in questo nuovo 
esame dell'argomento; ma, in somma, io ho finito col 
persuadermi che Guido Cavalcanti non può in alcun modo 
aver avuto a disdegno Virgilio. Non dispiaccia ora al D'Ovi- 
dio se io mi faccio ad opporgli qualche nuova obiezione ; 
più ci si pensa, e più il passo dantesco alletta alla ricerca 
e alla disputa. 

Anzi tutto, non è ammissibile che l' Alighieri in que- 
sto luogo parli di Virgilio come di un mero simbolo della 



IL DISDEGNO DI GUIDO CAVALCANTr* :' .• -'. 101 

» ■ * • «» * «• 

ragione sommessa alla fede, che Guido, razionalista è*mi- 
scredente , avrebbe certo disdegnato. Chi affermasse ciò 
avrebbe contro di sé tutta la Commedia, in cui Virgilio, 
pur simboleggiando la filosofìa naturale illuminata dalla 
rivelazione divina, conserva sempre la sua individualità 
storica di uomo antico e autore dell' Eneide. Né per Guido 
e' era una Beatrice pronta a scendere per salvarlo dal- 
l' alto paradiso cui egli non credeva; né a lui, personag- 
gio storico menzionato in un episodio che si svolge tra 
personaggi storici, é riferibile in guisa alcuna l'astratta 
allegoria del poema. Virgilio è qui dunque persona sto- 
rica , onde scrìsse lo Scartazzini che per accettare Y in- 
terpretazione del D'Ovidio conveniva provare la religio- 
sità di Virgilio e l' irreligiosità di Guido. 

Ora la irreligiosità di Guido, se non é assolutamente 
provata, è per lo meno credibile e creduta da quanti 
sanno che di certi fatti non si possono sempre avere do- 
cumenti ufficiali, ma solo indizi convincenti per ciò solo 
che esistono e non ne esistono di contrari. Invece la re- 
ligiosità di Virgilio non é in Virgilio stesso, ma nella tra- 
dizione medioevale e nella mente di Dante: e Guido, se 
non era credente, non poteva accettare la tradizione me- 
dioevale, non divideva la fede di Dante, non poteva con- 
siderare Virgilio come poeta quasi cristiano. 

Uno che, sullo scorcio del secolo decimoterzo, ha 
tanta indipendenza di pensiero da cercare se trovar si 
possa che Iddio non sia, cioè da dubitare persino della 
esistenza di Dio, come volete che abbia dociknente ac- 
cettato le tradizioni dell' ascetica età di mezzo su Vir- 
gilio? Se la gente volgare, stando al Boccaccio, aveva di 
lui cosi straordinaria opinione, vuol dire che egli era noto 
alla gente volgare come spregiatore de' suoi pregiudizi e 
ribelle alle credenze comuni. 

In un paese di gente credula e ignorante si conserva 



• • • 



102 ••. :\ '•• DINO MANTOVANI 



■ 



• • • 



• 



« 






• 



\ còitfe cosa sacra un' antica statua romana, di cui la sa- 
•/.!\\ .'•perstizione secolare ha fatto l' imagine di un santo e la 
j'-'*' 'leggenda racconta miracoli: ora io, che so esser quella 
un'effigie pagana e non credo ai miracoli, ammiro nella 
statua quel che ci può essere di artisticamente ammira- 
bile e non disdegno punto essa, l'innocente scoltura a 
cui il popolo sciocco ha aggiunto fronzoli e attribuito pro- 
digi, ma ho a vile la gente che crede a simili fandonie 
e più ancora le fandonie stesse. Così Guido, non potendo 
credere ai prodigi attribuiti a YirgiUo, invece di disde- 
gnare lui, avrà disdegnato i suoi contemporanei che del- 
l' antico poeta facevano un essere quasi sovrumano. Non 
credendo alla rivelazione e alla divinità, egli non poteva 
dare ai versi famosi della quarta Ecloga il senso profe- 
tico attribuito loro nell' età mezzana ; ma più tosto doveva 
ricordare certi versi virgiliani intinti di epicureismo, per 
esempio quelli della Georgica II (490-92): 

< Felix qui potuit rerum cognoscere caussas 

» atgue metus omnes et inexoràbile faium 

» subiecit pedibus, strepHumque Achaerontis avari. » 

Guardate combinazione : quest' ultimo verso non par- 
rebbe proprio una fiorita versione dell' ebbe a disdegno 
da me riferito all' inferno ? Al pari di Lucrezio, cui i ho- 
tissimi esametri alludono, il miscredente fiorentino s' era 
probabihnente cacciato sotto i piedi il timore dell' eterna 
dannazione ; e forse egli conosceva il passo di Aulo Gelilo 
(Noct. Att. I, 21, 7) in cui Virgilio è dato per devoto 
imitatore di Lucrezio medesimo ; e forse dei Catalecta at- 
tribuiti a Virgilio egli aveva letto il VII, dove il poeta 
accommiata le dolci muse per ridarsi alle dottrine di Si- 
rone epicureo e canta : Vitam ab omni vindicabimus cura. 
Lasciamo stare il Culex, parodia dello stesso inferno, 
e altre cose incerte; ma mi par sicuro che Guido non 



IL ì)ISDEGNO DI GUIDO CAVALCANTI l03 

poteva disdegnare Virgilio, poiché non dava fede alle 
superstizioni dell'età sua. 

Dice il D' Ovidio (op. cit. p. 328) : e Dato che Guido 
la pensasse come l'epicureo Cavalcante suo padre, non 
si sarebbe egli forse trovato tanto in antitesi con Virgilio 
guida all'inferno, quanto Dante ci si trovava invece in 
armonia ?» — Ma se Guido la pensava come suo padre, 
è da credere ch'egli non la pensasse come Dante; che 
cioè non vedesse in Virgilio un essere prodigioso per 
virtù e sapienza sovrumana, che non lo idealizzasse e 
allegorizzasse come faceva l'Alighieri, ma, rigettando ogni 
idea soprannaturale^ scorgesse in lui solo quel grande 
poeta che ci scorgiamo noi, e però non avesse ragione 
alcuna per disdegnarlo. 



Del resto, per quel che riguarda le relazioni di Guido 
con Dante, i più si accontentano di celebrare l'amicizia 
documentata nella Vita Nuova e nelle rime de' due poeti. 
Io penso invece che tale amicizia non sia rimasta inal- 
terata fino alla morte del Cavalcanti, e che ben si ap- 
ponga lo Scartazzini (Dante, Milano, Hoepli, 1883, v. I, 
p. 35) quando considera questo nostro verso 63 come 
un segno della minore stima che Dante, scrivendo la Com- 
mèdia, faceva del suo morto amico, e Essendo il Caval- 
canti, scrive pure lo Scartazzini (op. cit. p. 33), di pa- 
recchi anni più vecchio di Dante, si dovrà ammettere che 
r amicizia col poeta filosofo non fu senza influenza sul- 
r animo del poeta teologo. » Tale influenza potè essere 
di due modi ed esercitarsi sul cuore amoroso e sul pen- 
siero filosofico di Dante giovine. Che nell' amore i due 
poeti da prima si accordassero, bastano a provarlo le rime 
congeneri dell' uno e dell' altro e il maraviglioso sonetto 
Guido, vorrei che tu e Lapo ed io ; che, dopo l' amore 
spirituale e dottrinale, Dante provasse affetti più naturali 



IL DISDEGNO DI GUIDO CAVALCANTI 105 

abbiano allontanato Dante dal suo primo amico, e dato 
non lieve crollo alla loro intimità? Dante oramai discor- 
dava nelle idee e nelle credenze da Guido, il quale era 
rimasto speculatore audace ed epicureo; onde assai anni 
più tardi, forse dopo il 1313, parlando di lui, disse ebbe 
perchè alla sua mente tornava un passato remoto, una 
scissura che non si era mai più ricomposta. 

Mentre T Alighieri dava persona ai concetti astratti 
della filosofìa e della teologia, Guido non pensava a nessun 
Virgilio e a nessuna Beatrice; il Virgilio idealizzato per 
lui non esisteva più che non esistesse la Beatrice allego- 
rica, e però egli non poteva né amare né disdegnare né 
r uno né l' altra, non essendo in lui alcuna comunione di 
pensiero con Dante, nella fantasia del quale solamente 
r uno e r altra esistevano. Guido non visitò l' usdo dei 
morti perchè non la pensava come Dante, non credeva 
air inferno e lo disdegnava forse con quello scherno sot- 
tile con cui in un sonetto aveva befifato i monaci di San 
Michele in Orto e la loro Madonna miracolosa. 

11 D' Ovidio non è alieno dair ammettere che e as- 
sieme al significato filosofico teologico che egli diede al 
disdegno di Guido per Virgilio, vi si possa essere ac- 
compagnata nella mente di Dante anche un'idea di di- 
sdegno letterario o anche politico. » — Se così veramente 
fosse, Dante non rettamente giudicava dì Guido, o Guido 
non era quel fino ragionatore e quel libero ingegno che 
si crede. Infatti che grosso ragionatore e che miserabile 
stolto non sarebbe uno di noi italiani viventi, il quale^ 
desideroso che la lingua sia nazionale e letteraria, in po- 
litica ammiratore deir antica libertà repubblicana e co- 
munale e quindi nemico del santo impero dantesco, in 
materia di religione non credente ai vecchi dogmi^ avesse 
a disdegno Dante Alighieri perchè questi ha scritto nella 
lingua delia sua città, perchè ha vagheggiato la monarchia 



106 DINO MANTOYANI 

imperiale, perchè ha narrato fantasticamente e religiosa- 
mente i tre regni dei morti? Perchè attribuire al Caval- 
canti un sentimento verso Virgilio che sarebbe stolto in 
uno di noi verso Dante? 

Forse che uno di noi vorrebbe muovere aQ' esplo- 
razione delle Isole Fortunate, dove peccò Rinaldo di Mon- 
talbano, con la scorta di Torquato Tasso che le de- 
scrisse ? E pure chi di noi disdegna il Tasso per la sua 
favola? E perchè Guido, se credeva l' Àvemo una favola, 
doveva disdegnare il poeta che T aveva imaginato e 
descritto ? 

Guido poteva disdegnare non Virgilio scrittore latino, 
ma i suoi contemporanei che per cieco amor del latino 
dispregiavano il volgare; non Virgilio primo cantore del 
santo impero, perchè egli al par di Dante nacque guelfo 
ma fu di parte bianca, e dalle idee politiche di Dante 
non dissentiva; non VirgiUo cristianizzato e idealizzato 
dalla superstizione medievale, ma i suoi contemporanei 
che tale superstizione accoglievano e confortavano di nuove 
fantasticherie. 

Come Virgilio non occorre a Dante nella selva oscura 
di proprio moto {da me non venni, Purg. I, 52) ma è 
mandato in suo aiuto da Beatrice, cosi Dante non entra 
per lo cammino alto e Silvestro di 'suo proprio impulso 
{da me stesso non vegno), ma perchè Virgilio lo scorta. 
Per il Cavalcanti invece nessuna Beatrice vigila dal suo 
beato scanno, né Virgilio ha missione di trar per loco 
etemo altro che Dante. Per intendere 1* inimicizia di Guido 
verso Virgilio, s'avrebbe a imaginare che egli pure si 
trovasse smarrito nella selva con Dante e, invitato, rifiu- 
tasse di seguire V antico poeta ; e se ciò fosse stato, Dante 
r avrebbe detto. La mirabile visione dell' oltretomba è 
dono di Beatrice a Dante solo, il quale non poteva farne 
motto a Guido prima che essa gli apparisse o mentre 



IL DISDEGNO DI GUIDO CAVALCANTI 107 

gli appariva ; e se pure egli avesse invitato Guido al fa- 
cilis descensus Avemo, ne avrebbe avuto quella medesima 
risposta che uno di noi farebbe a chi gli proponesse un 
viaggio alla montagna del Purgatorio o al paese di 
Cuccagna. 



Concbiudendo, che ne è tempo, nessuno più crede 
che Guido potesse aver in fastidio Virgilio come poeta, 
come poeta latino, o come primo poeta dell'impero; 
e io non sono persuaso che Guido potesse averlo in fa- 
stidio come prenunziatore del Cristianesimo e poeta quasi 
religioso, perchè a questi attributi datigli dal medio evo 
e da Dante, Guido, incredulo, non poteva credere. 

Dunque la mia interpretazione ha il solo merito di 
non riferire il cui del verso 63 al colui del verso 62, 
cioè a Virgilio, oggetto di tante controversie, ma al qui, 
cioè air inferno, e quindi di dare un senso per sé stesso 
chiarissimo alla disputatissima terzina. 

Pubblico la mia interpretazione non perchè io la creda 
tale da escludere invincibilmente tutte le altre, ma perchè, 
a conti fatti, non è da buttar via. Ove fossi convìnto del- 
l' eccellenza del mio trovato, potrei rispondere a chi lo 
incolpasse di stento e di durezza : se, riferendo cui a 
qui, la struttura de' due versi sembra strana e dura la 
locuzione, io non so che farci. I versi di Dante non li 
ho scritti io, e per me non hanno il senso tenero dato 
loro fino ad oggi, e probabilmente non hanno altro senso 
che quello duro da me dichiarato. E poi di costruzioni 
strane e di locuzioni dure ce n' è tante nella Divina Com- 
media, e in luoghi non controversi, che codesto appunto 
non ha alcun valore. 

Ma, ripeto, sono ben lungi dal volermi scaldare prò 

domo mea. 

Dino Mantovani. 



paresse che io me la ricopra rlella più gofTa veste che 
usi nel mondo della critica, quella dell'umiltà finta. 

Che cosa proponessero valenti filologi, si sa bene: 
il Crescimbeni nella Volgar poesia (I, H2), l'Affò nella 
Dissertazione (1), il Crion nel Propugnatore (1868; 1, 
605-007), il Bartoli nei Primi due secoli (Mil., 1880: 



(1) De cantici volgari | di \ San Francesco | d'Assisi. \ Dii- 
serlaiione \ del padre \ Ireneo Affò \ minor osservanle \ lettor giu- 
bilalo I e regio professore j di phsojìa \ nelle scuole \ di Guastalla. 
I Png. XIV e 95. Alla line : In Guastalla \ dalla stamperia dell' illu- 
strissima I comunità [ presso Luigi Allegri j Tanno 1777 j il giorno 
30 di marzo. 

L'Affò dà le lezioni di due manoscrilli e di una vecchia sUimpa: 
Speculala perfectionis status fralris miniiris, cod. di S. Maria degli 
Angeli in IJusselo (pag. 15 e 39): Conformità di F. Bartol. da Pisa, 
cod. di S. Francesco in Corlcma^iorc (cfr. p. :22)r Cbw/ni mi/ri, secondo 
h edizione (e torse iniende la milanese del 1510). Dove sono om i due 
manoscrilli f 



E. T. — COBfE SI POSSA LEGGERE IL CANTICO DEL SOLE 109 

pag. 163), r Ozanam nei Poètes franciscains (1) e in modo 
diverso il Fanfani nella traduzione italiana dell' opera 
stessa (Prato, 1854: pag. 49) e il Bòbmer (2) nei Roman. 
Studien {ÌSlì: 1, 120-122); questi lodato sopra gli altri 
e dal Bonghi ( V. AntoL n. s. XXXV, 645) e dal Gaspary 
(Gesch. d. ital Ut. 1, 142. 495). 11 prof. A. Rossi, ce- 
lebratosi il settimo centenario dalla nascita di S. Fran- 
cesco, in mi foglietto volante, che non volò abbastanza 
a chi poteva cavarne partito, stampò in quattro maniere 
il cantico, seguendo tre codici (uno di Assisi del sec. 
XIV, uno di Perugia del sec. XV e un' altro di Norcia 
dello stesso secolo) e le Conformità del 1510. 

Io mi fermo ai testi dati dall' erudito perugino, come 
se altre non ce ne fossero ; e questa è una prima colpa : 
se non che allo scopo mio, al mettere innanzi una con- 
gettura, quello che ho alle mani mi basta. Pur troppo le 
congetture non danno la verità, e quando la raggiungano 
per caso, sono condannate a lasciarle un ultimo velo, che 
tocca ad altri strappare. Poiché non ci restano né le pa- 
role scrìtte di sua mano da san Francesco, uè tradizione 
sicura che ci dimostri come sieno state ridette e rico- 
piate da' suoi fedeli, ci contenteremo di testimoni che tra 
loro discordano. Chi direbbe che l' uno serbi più genuina 
la parlata assisiana di una volta ? o che un' altro fra i 
rìngiovanitori si mostri esser l'ultimo? Peccano tutti: 
ciascuno a modo suo. Francesco insegnava e raccoman- 
dava a' suoi questo inno; egU creatura umile, e humili 
metro (come dice il Wadding, 2, 99), tutti invitando a 



(1) L'erudito francese ritocca leggermente (p. 428) il testo dato 
nelle B. Francisci Opera (Colon. 1849). Saggio di altre correzioni aveva 
già date, per i primi versi, alla pag. 91. 

(2) £ ne aveva parlato Ano dal 1864 in un altro giornale (Dama- 
ris}j tenendosi al Liber conformitaium del 1510. 



OOME SI POSSA LE66EBE IL CANTICO DSL SOLE 111 

che si corrìspoDda, né l'usato inseguirsi delle arsi, msi 
sentiamo che legge v' è, e che s' avrebbe a scoprirla. 

Se dici prosa ritmica, devi spiegare il tuo giudicio. 
Chi negherebbe che nella prosa dei grandi scrittori ci sia 
r euritmia ? In Platone come in Tucidide , in Giceron e 
come in Tacito, neir AUighierì come nel Davanzati, nel 
Bartoli come nel Tommaseo; a chi del leggere abbia 
Tarte, uè facile, né raccomandata, né insegnata (1). Qui 
nell* inno italiano, e' é assai più: e' é la unità delle serie 
ritmiche che le sue arsi sotto una maggiore raccoglie: 
e' é il collegarsi dì queste serie, a numero fermo , in un 
periodo ritmico : e' é insomma verso e strofa ; ma verso ' 
del quale si ha da indagare il moto e la potenza. 

Che le mie sono congetture debbo ripetere, e che 
le metto innanzi con paura ; perché , anche nelle . cose 
piccine, il filare la nebbia e poi venderla, cresce confu- 
sione e dà tristo esempio. Suppongo dunque che il poeta 
non badasse che alle arsi: dirò più chiaro, ne cercasse 
quattro per ogni serie e su quelle posasse l'armonia; 
cosi che le tesi, con le parole di minore virtù, con le 
sillabe di più scarso peso, rimpissero gli intervalli. Non 
affermo che san Francesco imitasse il fare della poetica 
germanica, benché non sarebbe impossibile: solo direi 
che forse a' versi dei tedeschi somigliasse anche l'inno 
delle creature. E il re dei versi {Wadding. Ann. Min. 
1732 Romae 1, 133. 2, 99), aggiungendo le note alle 

(1) Una volta il verso aveva una gemella indivisibile. Della musica 
non resta che un'ombra; quell'ordinato alzarsi e calare della voce che 
è sulle labbra del poeta quando egli ridice la sua canzone; la ridice, la 
avviva, la commenta. Al recitare di Em. Geibel accenna di volo lo Scherer 
in un prezioso libretto che la pietà degli eredi ci offre {Poetiky 1888). 
Studiare, comparando, sarebbe impresa difficile ed utile assai. Chi senti 
Mercantini ed il Prati sa bene quanto manchi, sulle mute carte, ai loro 
versi; se peggio non li guasti la inesperienza di goffi lettori. 



112 E. T. 

ispirate voci del maestro (1), non aveva a seguire l'e- 
sempio dei lirici, ma quello che per le prose cantate gli 
dava la sua chiesa. 

Che se delle quattro arsi non si volesse tener conto, 
resterebbe la partizione delle strofe e la tritomia dentro 
a ciascuna ; sulla quale forse è meno da disputare. Con- 
seguenza poi delle mie congetture sarebbe: che qualche 
parola va tolta via, e qua e là è da sospettare che sia 
sparito un frammento : né intendo di riporre a suo luogo, 
con la scrittura imitatrice, la lingua del frate poeta; non 
agevole impresa, né ancora aiutata abbastanza dai codici 
che abbiamo. 

Avessi colto nel segno resterebbe a vedere, a inda- 
gare con ogni cura, se la battuta cada proprio dove io 
la vorrei o in altra sillaba: se, nei pochi luoghi ove ri- 
pongo assonanze e rime, non vi fosse altra via più si- 
cura e spedita da interpretare il pensiero dell' assisiano. 

Un altro colpo di zappa a' piedi e poi finisco. Dicevo 
che i frati, riportando la laude del maestro, andavano 
forse corrempendola e così spiegavo il differire delle le- 
zioni ; ma poiché debbo ammettere perduto qualche verso 
( ed ora, al chiudere, non sfuggo più la parola ) , si avrebbe 
a conchiudere, che tutti attingevano a una fonte comune 
e già guasta. Possibile anche codesta: ma cosa ad ogni 
modo che ci cresce le dilQcoltà e che avrei fatto male 
a nascondere (2). 



(i) Il p. SoRio, per non dimenticarlo, scrìveva di fra Pacifico che 
potè forse raffazzonare in versi il cantico del sole, (Poesie scelte di fra 
lacopone. Verona, 1858, pag. 35), 

(2) Oltre il cantico sono da citare anche le preghiere che S. Fran- 
cesco recitava ogni giorno, riportate da Fil. Cassano nella Vita di 
Santa Chiara (Mil. 1492), e poi dall' Affò nella sua Dissertazione (pag. 
61); il quale afferma che non sono in alcuna foggia di verso (^Ag. 62): 



4 

COME SI POSSA LEGOEBE IL CAUTìCO DBL SOLE 113 

Il CANTICO DEL SOLE. 

[bM.] Altissimo e potènte e buòno agnóre, 
tue sono le làude, la glòria e V onore. 
I. Ogne benedizióne a te sólo signóre è da fare 
e nullo omo è dégno di te mentovare: 
laudato sia mio signóre con tutte le creature (1). 
IL [Laudato sia mio signóre] per missér frate sóle 

che alhimeni per lui è bèllo ed è radiante con splendore, 
e di te, altissimo signóre, pòrta significazióne (2). 
IIL Laudato sia mio signóre per sora luna e per le stélle, 

che '1 cielo ha formate 

, chiarite, prezióse, e bèlle. 

TV. Laudato sia mio signóre per frate vènto 

e per Taire nugolo e seréno, a ogne tèmpo, 
per lo quale alle tue creature dèi sostentaménto. 
V. Laudato sia mio signóre per sóra acqua 

la quale è molto ùtile e preziósa e casta (3). 
VI. Laudato sìa mio signóre per frate fuòco 

per lo quale ne allumina e la nòtte 

ed elio è bèllo e iocóndo e robusto e fòrte (4). 

altissimo omnipotente glorìoxo Idio 
iDumina le tenebre del core mio. 

Donarne te prego per tua gran bontade 
fede drìta, con speranza certa, con periecta charìtade. 

E fame de mi bavere perfecto cognoadmento 
aeiò che sempre observa el tuo sancto comandamento. 

(1) V. i. I tre codici (A. B. G.) e la stampa (D.): si confanno, — 
V. S, meniovare A. E nominare G. D. — V. 3. Troppo ardimento sa- 
rebbe toccare il creature; benché o la rima o la assonanza non lo vor- 
rebbero. 

(2) Meglio con A.: misiignore: anche altrove. — Forse: Laudato 
sia specialmente per misser^ cosi serbando lo specialmente (A. B. C. D.). 
Y. 1 Allumeni Af: gli altri, allumena. 

(3) Meglio con k.: e le stelle, 

{A) V. 2. Allumina E G. — allumini A. D. — Forse meglio: la 
notte e il giorno. 

Voi I, Parte L 8 



114 E. T. 

VIL Laudato sia mìo signóre per sora maire tèrra 

la quale ci sostenta e e governa 

e prodùce frutti con coloriti fióri ed èrba (1). 

Vni. Laudato sia mio signóre per quelli che perdoneranno 
e infermitàte e tribolazióne in pace sosteranno 
che da tè altissimo incoronati saranno (2). 
IX. Laudato sia mio signóre per sora mòrte corporale 
della qdde nullo omo vivènte può scampare 
e guài a quelli che morranno nel peccato mortale (3). 

[Cluiu]À.Beàto quello che si troverà nella tua santa volontite 
però che la mòrte secónda non gli farà male. 
R Laudate e benedicète lo mio signóre e ringraziate, 
e servite a lui con grande umilitàte. 

Due versioni di questo cantico mi cadono sotto gli 
occhi non cercate, dopo la latina del Wadding (2, 99) e 
la francese dell' Ozanam (p. 88); e prima è l'inglese di 
Matteo Arnold. Questo scrittore che dà tanta vita di poe- 
sia anche alla prosa, e ai suol pensieri ci invita e a nuovi 
pensieri ci risveglia, mette a paragone la ispirazione sacra 
delle cadenti lettere elleniche col risorgere della vita nuova 
nei cristiani (4): l'inno ad Adone che, tra le chiacchiere 
delle donnicciole, esce di bocca alla sapiente cantatrice 



(1) V. 1. Nostra matre A. B. C. D. — V. 3. Diversi frutti A. B. 

G. n. 

(2) Troppo mi allontano dai codici — V. 1. perdonano per tuo 
(suo) amore A. B. G. B. — Per il v. 2 rimando alla edizione del pro- 
fessore Rossi. 

(3) Nostra morte A. B. G. B. Gfr. st. VII. — B corporale manche- 
rebbe alla versione latina del Wadding: se può essere testimonio. 

(4) Pagan and mediaeval religious sentimenti negli Essays in cri- 
ticism ristampati anche di recente (Leipzig, Tauchnitz, voi. II, pag. 31). 
Ghi ama le cose belle legga e ripensi: e non gli sfuggano le parole 
deir Arnold: c anche Lutero ha in se qualcosa di san Francesco > p. 35. 



COME SI POSSA LEGGERE IL CANTICO DSL SOLE 115 

poLTiDRis Aomos ) in nn idìllio teocriteo (1) , e il poemetto 
di san Francesco; e ove la schietta lingua e il ritmo ine- 
guale bene s'accordano al genio infantile che lo creò, 
con le creatore semplici che lo amavano e lo ripetevano > 
(pag. 31). 

Quindici ne corrono tra i due poeti; e nel secolo 
che pareva all'Arnold importasse alla istoria del cristia- 
nesimo più di quello dei riformatori , eccoti Francesco , 
€ portare la religione al popolo, sradicare dalle sue sedi il 
monaco, già dìsciolto dalla servitù degli averi, mandarlo 
frate mendicante, straniero insieme e abitatore, non già 
dei deserti ma dei luoghi popolosi, a fare agli uomini il 
bene e a consolarli (p. 29). > 

L' altra traduzione è di popolo che s'usa meno chia- 
mare ai tornei della critica, ma che ne è degnissimo ed 
ha valorosi e bene armati i cavalieri. In prosa ungherese 
rifece queste strofe il sig. R. Rényi; e il suo libro, dal- 
l'accademia protetto , discorre della poesia italiana nei 
tempi di mezzo, fino al Decamerone, e, con brevità 
toccando in un capitolo delle 'sorti del teatro , fino al 
Pastor fido. Qui non è il luogo a dime di più: chi vi 
cercasse cose ignote agli italiani, farebbe ingiustizia (2). 

(1) È il decimoqmnto. Con stile spigliato e vena popolare F Arnold 
imita, benché in prosa, T antico. Qua e là si dissentirebbe dall' inter- 
prete: e cosi, alla fine del canto, quel io chréma sofóteron ha thèleia 
(a. 145) meglio é renderlo che popò' di bravura questa femmina! anzi che 
tramutarla in lode piena al sesso già debole, ed ora rafforzato dì molto. 
(L'inglese: Certainli/y women are wonderful things! p. 26). 

(2) ItdUa kòltészete a kozépkorban, Budapest, Aigner, 1887, pag. 
346. È un primo Tolume, benché possa e YogUa stare anche da sé. — 
Del cantico dà la lezione del Bóhmer: e che faccia di suo, senza aiuto 
di traduzione, mostrano anche gh errori: cosi in miser lu frate soie gli 
pare sia on misero (e infatti d da a izegény nap testvér) e non un 
mesKre, 



COlCfi SI POSSA LE06ERS IL CANTICO DEL SOLE 117 

accento, un accento anch' io , senza togliere , senza ag- 
giungere^ senza travestire. Questa stichica (se il nome, 
interpretato a dovere, rappresenta i principi del vecchio 
stampatore) , può avere seguaci, perchè a sbrigliarsi si fa 
presto : e e' è chi crede che Y arte abbia bisogno di tutte 
le licenze. I poeti veri, i poeti di ogni arte, debbono so- 
migliare agli uomini onesti e vigorosi che vivono sotto la 
legge e non se ne avvedono, come ne fossero i signori. 
Si direbbe col Herder: 

Alla lira e alla vita, si conviene 
solo accordarle bene. 

(Pisa, marzo 88), 

E. T. 



MISCELLANEA 



GUGLIELMO BEROARDI 



(SECOLO XIII). 



Di questo notaio fiorentino, autore di canzoni e so- 
netti (cod. vaticano 3793, n. 177, 178, 884), sappiamo 
che nel 1255 fu delegato come index et notaiim del 
Comune di Firenze a comprare certi castelli dei conti 
Guidi {Delizie degli eruditi, Vili, 142) e nel 1256 come 
sindicus communis Florentiae è il primo segnato nel- 
Tatto della pace fra i pisani e i fiorentini (Delizie, IX, 
38). Altre menzioni di lui sono offerte da nuovi docu- 
menti. — 1. L'ofiicio sopra la confinazione dei gtiibel- 
lini, con atto del 12 dicembre 1268, rimosse e cassò 
dal confine a lui dato Catello Gherardini del sesto d'Ol- 
trarno, e ne fu latta carta presentibus testibus Guillelmo 
Berroardi notano, et Ghingo Albizzi notorio dicti Vica- 
rii [Ysnardi Ugolini regU vicarii Fi] dal notaio Berardo 
di Rinaldo d'Accorso (I. Del Lungo, Una vendetta in 
Firenze ecc. neW Arch. st. it., a. 1886, 4.* serie, voi. 
XVIII, p. 392-3). — 2. Il Uber extimationum, seu exti- 
morum, dampnorum Guelfis de Florentia, olim rebelU- 
bus et exititiis dal 1260 al 1266, compilato dopo il ri- 
tomo dei guelfi e la partita dei ghibellini nel 1269, fu 



MISCELLANEA 119 

scriptus et auctmiicatus di volontà e commìssioDe degli 
officiali a ciò deputati per me Rogerium Guillelmj Bero- 
vardi notarium, et tane dictorum ludids et offidalium 
scribam (I. Del Lungo, Una vendetta in Firenze ecc. 
loc. cit., p. 356). — 3. Un consiglio dei savi tenuto in 
Firenze il 10 gennaio 1280 sopra la pace tra i guelfi e 
ghibellini fu fatto presenUbus testibus Bonazunta indice, 
et Berrardo [Raynaldi Acursii] et Guillelmo Berroardo 
{ A. Gherardi, Le consulte della repubblica fiorentina, Fi- 
renze, 1887, voi. I, p. 3). — 4. Nel consiglio del 18 
gennaio 1280 fu proposto che fossero deputati a regi- 
strare gli atti della pace tra guelfi e ghibellini, in pluri- 
bus locis, ita quod quocumque tempore ex eis possit co- 
pia haberi due notai, cioè ser Guillelmum Berroardum 
e Zonum Balduyni (A. Gherardi, Consulte, I, 4). — 
5. Nel consiglio del 7 febbraio 1280, sopra modifica- 
zioni da introdurre negli statuti, ser Guillelmus Beroar- 
dus notarius consuluit, quod statutum corigatur secrete 
per dominos XIL*^, et ibi ubi dicit ^Capitaneus Masse', 
dicat 'Capitaneus conservator pacis': et si aUquod ca- 
pitulum esset in specie per quod derogatur in aliquo 
Parti Guelforum, debeat elevari. Et hoc facto, ostenda- 
tur d. Legato, ponendo in dicto Constituto dictum capi- 
tulum loquens de iurisdictione Capitami et sue familie. 
Ma super hiis non fuit reformatum, quia XUJ^ no- 
luerunt (A. Gherardi, Consulte, I, 8). — 6. Un consi- 
glio, di data incerta, tra il 10 e il 22 febbraio 1280 fu 
tenuto presenUbus testibus donUnis Cardinale de Toma- 
quinzis et Oddone Altoviti et Jacobo Ger[ii] et Guillelmo 
Beroardo (A. Gherardi, Consulte, I, 11). — 7. Nel con- 
siglio generale del 24 febbraio 1280 per la nomina di un 
sindaco per la locazione delle botteghe del Comune in 
Pontevecchio e su altra materia. Lotto degli Agli (cfr. 
Inf. XIII, 143) propose alcune sue viste sull'argomento, 



ALCDRi mimm kiuiA Gerusalemme liberata 



Il Cazzerà, pubblicando il Trattato della dignità ed 
altri scritti inediti di Torquato Tasso (Tonno, stamperìa 
Reale, 1838), ricavati da un codice autografo della Bi- 
blioteca di Montpellier, tralasciò i frammenti che qui ven- 
gono in luce (1). Né a dir vero io mi saprei spiegare la 
ragione di questa negligenza, perché i due fogli che li 
contengono occupano proprio il mezzo del codice, e il 
Cazzerà pubblicò tutto quello che precede e tutto quel 
che segue, come appare dalla tavola qui unita. Che anzi 
nella prefazione egli rimproverò altrui di non avere esa- 
minato abbastanza il contenuto dell' autografo, e Quanto 
ai pochi frammenti — cosi a pag. 38 — è a dire che 
da chi scrisse quella intestazione al codice (2) non fos- 
sero stati, e con quella diligente oculatezza che si con- 
viene, esaminati, che si sarebbe accorto di leggieri, fa- 
cendolo, come in essi era compresa Y intiera favola dì 
tutto il poema della Gerusalemme. € Ma a sua volta il Caz- 
zerà trascurava d* avvertire che la Favola era una cosa 
e un'altra i frammenti; trascurava, forse per risparmiarsi 



(i) Ne debbo la copia alla cortesia del prof. G. Mazzatinti. 1 fram- 
menti si riferiscono tutti al canto XO : io tengo a confironto Y edizione 
Le Monnier (Firenze, 1853). 

(2) Nel Catalogue general des nus. des ìnbliothéquea publiquet dts 
déparìementi, Paris, 1849; toL I, 394: t God. 257. Alcune lettere ori- 
ginali, con pochi frammenti appartenenti alla Geru$, lib, di T. Tasso i. 



f. 9-14. Schema della Gerus. lib. Cora. Caiilo 1°: Già uol- 

geua il sesto anno.... (Gazxera, pp. 166 e se^. ), 
f. 15-16. Le Correzioni .lutografe alla Gerus. qui pubblicate. 
f. 17-20. Buibi (editi del Gaz/era, pp. 184 e segg.). 

Cakto XII. 
f. 15' 
[SI. 12] Si parla il Re canuto e si restringe 

Si cancellino i due versi della chiusa et in lor uece 
si pongano questi: 

Ah rispose Clorinda andremo a questa 
impresa lutti, e se tu uien chi resta* 
S'aggiungano le seguenti stame: 
[S/. 13] Così gli disse (1) e con riliuto altero 

Già s' appreslaua a ricusarlo Argante, 
Ma il re il presente, e ragionò piimiero 

(1) Prima a^ea scrillo cosi dm' ella. 



MISCELLANEA 123 

A Soliman con placido sembiante, 
fien sempre tu, magnanimo guerriero 
Q ti mostrasti (1) a te stesso sembiante, 
Cui nella faccia di periglio unquanco 
Sgomentò, né mai fusti in guerra stanco. 
[St 14] E so che fuori andando, opre faresti. 
Degne di te, ma sconueneuol parmi 
Che tutti usciate e dentro alcun non resti 
Di Yoi che sete i più famosi (2) in armi 

Ne men consentirei eh' JJjJ^j. questi (3), 

Che degno è il sangue lor die si risparmi. 
Se men util Y impresa (4), o mi paresse 
Che fornita per altri esser potesse. 

f. 15»> 

[St. 15] Ha, poiché la gran torre in sua difesa 
D' ogn* intorno le guardie ha cosi folte, 
Che da poche mie genti esser offesa 
Non puote, e inopportuno è uscir con molte; 
La coppia che s' offerse a Y alta impresa 
E 'n (5) simil rischio si troub più uolte 
Vada felice pur eh' ella è ben tale 
Che sola più che mille insieme uale. 

St [16] Tu come al regio honor più si conuiene 

Con gli altri | prego | su le porte attendi 
E quando poi | che n' ho sicura spene | 

?Ì1S,» «^ <!«« feS" «f '"«« (6). 



(1) Prima: dimostri. 

(2) Gorreàcne; prima: potsenti. 

(3) andasser è sottolineato. 

(4) La volgata: tal opra. 

(5) £ 'n è sottolineato. 

(6) In margine, accanto al t. si legge il meglio ^ alludendo alla 
scelta delle correaoni. 



St. [29]. Io piangendo ti tolsi, se le parole accolta e tolta 
parranno improprie, dicasi: 

tra fiori e fronde nscosa 
Con arte sf gentil che né di questa 
Diedi sospetto altrui né d' altra cosa , 
uers- 6. di piante horrida ombrosa 
St. [33]. ma sendo io colà. 

E tra gli antichi amici in caro loco 
Visser temprando il verno al proprio foco. 
St. [36]. lieto ti prendo. 

Imperioso parla Ìo ti comando 
Che faccia com' a te la madre im|)0se 
Dar batlesmo a l' infante. 
St. [42] poscia il consola. 

Parte e con quel guerrier si ricongiunge 

(1) La volgata: il tempo. 
{2) ii invece il 3.* 
(3) t ipfece il 7.° 



MISCELLÀNEA 125 

Che si uuol seco. 
St [44]. essi uan cheti innaDti 

Ma pili non si nasconde, e non è tarda 

AI corso allor la generosa coppia. . 
St [46]. uedi globi. 

Fere il gran lume con terror le uiste 

De' Franchi e tutti son pronti ad armarsi 
St [47]. due squadre, ner. 5. pur ristretto a Qorinda 
St [48]. aperta è la gran porta (1). 
versi uUimi. Ma V urta, e scaccia Solimano e chiusa 

È poi la porta, e sol Qorinda esclusa. 

f. 16»> 

St seguente [49]. Sola esclusa ne uien (2). 

Ch' altri serri (3) le porte 
St [50]. Ma poi che intepidì, uer. 2. nel sangue del nemico 
St [53]. Guerra e morte, versi ultimi. 

E uansi a rìtrouar non altrimenti 

Che due tori gelosi e d' ira ardenti. 
Cassisi la starna. Clorinda il guerrier prese, e si ponga in 

sua vece. 
St [57] Tre uolte il Caualier la donna stringe 

Con le robuste braccia, et altrettante 

Da que' nodi tenaci ella si scinge 

Nodi di fier nemico, e non d' amante. 

Tornano (4) al ferro e V uno e Y altro il tinge 

Con molte piaghe et stanco et anhelante 

E questi, e quella alfin pur si ritira 

E dal suo (5) lungo faticar respira. 



(i) La volgata: V aurea p, (cfr. Gavedoni, Memorie di re/., morale 
e letLy voL IV, 1823, p. h&J). 

(2) La volgata: ne fu, 

(3) La volgata: serrò, 
(k) Parola sottolineata. 

(5) In margine è corretto: E dopo. 



L'AUTORE 



DBLLA 



CRONACHETTA DI SAN GEMIGNANO 



IN TERZA BUIA 



Da quasi due secoli si cita, e da poco più di ven- 
i' anni si legge ancora stampato , un Capitolo ternario 
col titolo di Cronaca o Cronachetta di San Gemignano, 
composto nel 1355, da tutti facendosene autore fra Mat- 
teo Ciaccheri fiorentino, dell'ordine de' Minori Conven- 
tuali. Ne recò frequentemente la testimonianza e le pa- 
role Giovan Vincenzio Coppi ne' suoi Annali di San Gè- 
mignano; lo citò il Manni, alla pag. 107 del tomo III 
delle sue Osservazioni istoriche sopra i sigilli antichi; 
lo stampò in Bologna per intero nel 1865 Ettore Sar- 
tescbi, nella Scelta di curiosità letterarie. E cosi, con 
quel nome fiorentino , entrò , e ?' è rimasto finora , nel- 
r indice zambriniano delle opere volgari a stampa dei 
primi due secoli. 

Ora, basta appena cominciare a legger quel testo, 
per veder subito che esso non può tenersi opera d' un 
Fiorentino, e frate per giunta; perché un Fiorentino del 
1355, due anni dopo la dedizione di San Gemignano al 
governa della Signoria di Firenze, non avrebbe mai po- 
tato voluto chiamar sé e i suoi cittadini disfacitorì di 
quei € fiore delle castella > : 



fuoruscito dopo la sottomissione della patria al Comune 
di Firenze, si palesa e dai versi allegati di sopra, e dalle 
accese Iodi all' infelice Corradino e all' imperatore Ar- 
rigo VII e al sangiinignanese Scotto Pellari, che d'Arrigo 
fu Vicario, e dal dilungarsi sulle origini poco gloriose e 
meno oneste di alcune casate della fazione guelfa, e più 
e meglio da queste altre parole: 

De' Tolomeì ci venne raesser Nello 
per nostro podestà e capitano, 
flgliuol che fu di mesaer Mongranello: 

disfacimento di San Geminiano; 
però che noi vivevamo a comune, 
ei fece '1 popol eh' è sempre villana 

Non può dunque restar dubbio di sorta circa aila 
patria, non fiorentina, ma sangimignanese , dell'autore di 
questa cronaclietta rimata, che anche meglio potrebbe chia- 



MISCELLÀNEA 129 

marsi un breve conto delle < antiche e buone schiatte » 
di San Gemignano, qui pensatamente rassegnate in due 
schiere, delle guelfe la prima e delie ghibelline la seconda. 
Come uscisse fuori il nome di Matteo Giaccheri ad 
usurpare, senza sua colpa, la paternità di questo com- 
ponimento, non mi par difQcile congetturare. Il Sarteschi 
dichiara òi giovarsi per la sua stampa di tre codici (né 
altri io ne conosco): un Palatino, un Maglìabechiano , e 
un Senese ; si dimentica poi di dirci quali siano il primo 
ed il terzo. Io non ho veduto il codice Senese ; ma dalle 
concordanze di lezione e da certe rammodernature si può 
argomentare che esso è una copia recente del codice 
Palatino, il più antico dei tre; rechi esso dunque o non 
rechi il nome del Giaccheri, il codice Senese non può 
valere nella questione dell'autore vero del capitolo. La 
copia del codice . Maglìabechiano, stesa verso il 1620, ha 
inscritto il nome di Matteo Giaccheri fiorentino da un' altra 
mano assai più recente, in tempo cioè che il pregiudizio 
intomo alla paternità della cronachetta s'era già stabilmente 
fermato. L' errore dell' attribuzione, pertanto, .credo proce- 
desse da una frettolosa e poco attenta considerazione del 
codice Palatino. Questo, eh' è segnato col n.^ 348 della 
serie ordinata dal bibliotecario Francesco Palermo, non 
ha che due soh^ componimenti; al primo dei quali, il 
noto Capitolo dei Traditori ( Aiuti il mio intelletto /' alto 
ingegno), è inscritta una lunga rubrica: < Qui incomin- 
cia uno Tractato facto da Matteo Giachieri da Firenze, 
nel quale racconta eh' e' truovasse et parlasse alla mag- 
giore parte de' più famosi Traditori che sono stati al 

mondo >. ecc. Questa visione dei Traditori finisce 

proprio appiè di pagina; e nella seguente attacca sen- 
z' altro : Cronice Sancii Gemimani. < Nel mille, m' entra 
nuova fantasia > . Gosi potè credersi che l' uno e l' altro 
de' due componimenti fossero opera di un medesimo au- 
tore, di quel Matteo Giaccheri che leggesi nella rubrìca del 

Voi. 1, Parte 1. 9 



bitar d'un errore. 

Messo dunque da parte il Ciaccherì , dobbiamo ora 
avvertire un' altra inescusabile negligenza di quanti con- 
tinuarono a dare a lui la Cronachetla di San Gemiguano, 
anclie dopo avere esaminato questo codice Palatino; una 
postilla del quale, scrittavi o alla fine del secolo decimo- 
sesto in sul principio del seguente, designa con molto 
colore di credibilità l' autore del capitolo. Al verso 129, 
dove si dice che Gorradino fu morto da Carlo Senza 
Terra, l'ignoto postillatore chiosava: « Da Garlo d'Angiò 
re di Napoli, 1^, 33 agosto, non già da Carlo Senza 
Terra, duca di Calabria e figliuolo del re Roberto. Vedi 
il Tarcagnota, Storie del Mondo, voi. Ili, lib. U, f. 342; 
e lib. 16, f. 376 tergo. Di questo errore non pare si 
possa incolpare il poeta Ser Amcelo Copri, perché esso 
visse ne' tempi di detto Carlo Senza Terra; onde biso- 
gnerà dire, che Carlo d'Angiò si dicesse lui ancora Carlo 
Senza Terra, nome che era dei Duca di Calabria > . Come 
mai nessuno, fra tanti, lesse questa postilla o credette di 



MISCELLANEA 131 

fame alcun conto? Fra le casate antiche di San Gemi- 
gnano (dove non si ricorda mai una famìglia dei Ciac- 
cberì) tenne luogo cospicuo quella dei Coppi, che fu- 
rono costantemente di fazione ghibellina; e più d'uno, 
nel secolo XIV, ve n' ebbe col nome di Àgnolo. Ma fatta 
ragione deli' età, sembra che il nostro autore debba es- 
sere quell'Agnolo dì Vanni di ser Bartolommeo Coppi 
che nel 1353, dopo che San Gemignano fu sottoposto 
ai Fiorentini, si ritirò co' fratelli in una loro villetta chia- 
mata il Cantoncino, e quindi perdette tutti gli onori che 
già godeva in patria (V. gli Annali cit. , di G. Vinc. Coppi, 
pag. 102) ; onde trovano mirabile conferma que' versi ri- 
feriti più innanzi: 

Ciascun di doì è stato cacciato.... 

Vero è che a quel tempo non pare che quest'Agnolo 
Coppi avesse il titolo dì Sere ; ma potrebbe pur darsi che 
allora e' non fosse per anche notaio. E chi sa che egli 
non sia quel ser Agnolo da San Gemignano, un sonetto 
del quale, scritto tra il '60 e il '65, trovasi nella corri- 
spondenza poetica dì Franco Sacchetti? 

Magra cosa, del resto, cosi quel sonetto come que- 
sta Cronaca sangimignanese in poverissimi versi! Ma se 
(come noi crediamo, e come nulla contrasta e tutto in- 
vece conferma) , la Cronachetta rimata fu veramente 
opera di ser Agnolo Coppi, a lui toccò una singolare 
sfortuna: che non solamente gli estranei al suo sangue 
gli tolsero quel suo poetico parto, ma glielo tolse anche 
un suo discendente, quel Giovan Vincenzio Coppi che 
abbiamo nominato in principio, e che, scrìvendo dei fatti 
e degli antichi uomini di San Gemignano, allegava con- 
tinuamente l'autorità di questo suo antenato, ghibellino 
e notaio, e credeva per fermo d' invocare la testimonianza 
d' un supposto fiorentino, dell' ordine dei frati minori ! 

L. Gentu^. 



MISCELLANEA 133 

esse stampe discordia, né ben si accordano tatti i biblio- 
grafi. La Tavola dell'ultima Crusca, dopo avere forse 
troppo alla lesta dato nella serie degli autori il nome di 
Luca, come se si leggesse nel libretto del 1479, che ha 
invece il supposto nome di Lucio Fulcro, annota che gli Ac- 
cademid pe' manoscritti consultati (due magliabechiani ed 
un riccardiano) e per la diversità degli stili ne ritengono 
autore lui. Luca, e non Luigi, cui alcune stampe lo attri- 
buiscono. Pe' manoscritti sta bene; ma tra Luca e Luigi 
la diversità dello stile non mi appare cosi grande che si 
possa trarne argomento per la paternità. Non credo quindi 
inutile porre innanzi un fatto che, se tutto ho visto, nes- 
suno fin ora avverti: Lucio Fulcro è proprio Luca, per 
attestazione di Bernardo GiambuUari e, direi, per confes- 
sione di lui medesimo; si che il Driadeo, che la stampa 
prima dà a quel Lucio Fulcro, è senza dubbio di Luca. 
Né qui si potrebbe ragionevolmente obiettarmi ciò che 
dianzi dicevo della scarsa fede che è da dare alle stampe 
popolari: ben possono errare nei nomi delle persone, ma 
non però inventarsi pseudonimi che trovino rispondenza 
certa e confessata di persona. Lasciando stare che il Giam- 
buUari, oltre che amico, fu compagno nelle opere ai Fulci , 
ed era quindi tale da saperne il vero. 

Luca cominciò il Ciriffo Calvaneo: qui andiamo sul 
sodo. Varie le opinioni sulla parte che Luigi vi ebbe poi, 
seguitandolo; nell'ultùno canto del Morgante due volte 
vi accenna (st. 118 e 129); ma poco ciò importa: certo 
è che vi pose le mani anche Bernardo GiambuUari; e 
questi , suUa fine deU' opera sua, scrisse : 

Ma Don havendo ìd tutto sodisfatto 
Gol vago stUe ornato d' eloquenza, 
Qual nel principio Lucio Fulcro ha fatto 
E poi Luigi, fonte di scienza, etc 



Quale RpIcDdor m'nppar, o qual viitulel 
Una pietà mi venne, che mi chiuse 
Ogni mio senso a veder ivi Fulcro 
Povero far di suo infortunio scuse. 
Piangeva fonte Pietra e fonte Puicro 
Ombroso e fosco d' aspri dumi e sterpe 
Che fu si dolce, fresco, terso e puicro. 

Notevole l'accenno alla confluenza del Severe con la ] 
(la torà leggo, non talora, come ha l'errata sta 
veneziana del 18i4, la più recente delle Pistole); n 
vole, perché gli amori de' due fiuraicelli soqo argom 
al Driadeo, eh' è un' imitazione assai stretta del Nh 
desolano. Non m' indugio a far poi notare che Luci 
ha trovato in Lucio Fulcro l' autore delle epìstole; I 
tima terzina, del resto, di questa prima eroide tram 
a chi pur l'avesse, ogni dubbio: 



MISCELLANEA 135 

Yaone, Lucrezia, e porta a Lauro il libro 
Ch'io ho composto al suon di queste Hnfe; 
Pistole di Penco , d' Africa e Tibro. 

E qui leggo Tibro in cambio del Ribro che ha la edi- 
zione veneziana; poi che il poeta allnde agli argomenti 
greci, agli africani (Massinissa, Cleopatra, larba, Salafia 
scrìvono a Sofonisba, Cesare Angusto, Didone, Annibale), 
ed ai romani delle sue lettere in rima. Lucio Pulcro è 
dunque l'autore di questa singolare imitazione ovidiana. 
Ma che costui sia Luca abbiamo già veduto per l'atte- 
stazione del Giambullarì; di più, se la prima stampa die 
il nome di Luigi, tutti ormai ammettono che fu errore, 
e nessuno crede di lui le Pistole. Onde è chiaro che il 
Driadeo, che è di Lucio Pulcro, deve attribuirsi all' au- 
tore stesso delle Pistole, che è pure Lucio Pulcro; in- 
somma e r un libro e l' altro debbono attribuirsi a Luca, 
che in quei versi sopra citati chiaramente accenna al suo 
poemetto pastorale ed alle disgrazie che, rovinandogli i 
trafBci, lo condussero indi a poco a morire nelle Stinche. 
Che, pel contrario. La Giostra sia dì Luigi e non 
di Luca, al quale pur si vede di solito attribuita, par- 
rebbe, sulle prime, da una lettera di Luigi a Lorenzo, 
in data del 1473, a di 15 di febbraio, cioè del 1474 
secondo lo stile comune: < E volevo finire la Giostra, 
poi venire a te, et pregarti volessi dare favore a me »; 
parole delle quali e gli Accademici e il Bongi notarono 
r importanza. Se non che mi sia lecito qui osservare che 
la giostra era stata fatta fin dal 7 febbraio 1468, vale a 
dire, secondo lo stile comune, 1469; dove anche cor- 
reggo, sulla fede delle stampe antiche, la edizione vene- 
ziana che ha: 



blìografi stimano la prima, per essere senza dala, avessi 
il nome di lui; e quella del 1481, che il Moreni vide 
desse insieme la Giostra e le Pistole di Luca. 

Per conchiudere: allri vedrà forse più da presso l 
cosa; ma per ora la palernilà di Luca mi sembra ceri 
rispetto alle Pistole e al Driadeo; ed egli cominciò i 
Cirido Caloaneo e La Giostra che furono proseguiti d; 
Luigi. 

G. Mazzoni 



BIBLIOGRAFIA 



SUPPLEMENTO 

ALLE 

OPERE VOLGARI A STAMPA DEI SEC. XIV E XV 

INDICATO B DBKAITTB 

DA FRANCESCO ZAMBHINI (*) 



PnbbUcazloni del 1887. 

1. Laudi di San Francesco [pubblicate da Edoardo 
Alvisi e Ugo Brilli per le Nozze Gnaccarim-Cardticci]. 



O Per dare proiUo effetto a ciò che di questa rubrica annunziammo 
nel Programma, incominciamo dal raccogliere notizia bibliografica delle 
pubblicazioni che contengono scritture dei due primi secoli, venute in 
luce negli anni 188^i-87, cioè dopo edita V Appendice a Le Opere 
volgari a stampa dello Zambrini , principiando da quelle dell* annata 
1887. Non pretendiamo certamente che questa lista possa vantarsi com- 
piuta, si tentammo del nostro meglio perché riuscisse il più possibile e- 
satta nelle sue indicazioni, mentre alle lacune si potrà facilmente ri- 
parare con aggiunte future. Però trascrìvemmo con precisione il titolo 
di ciascuna stampa, e quando, perché mancava, ci fu forza supporlo, lo 
chiudemmo fhi parentesi quadre. Né trascurammo di notare se la pub- 
blicazione era estratta da qualche periodico o da altro maggior volume, 
soggiungendo le note tipografiche solo quando avevamo certezza dell' esi- 
stenza di un'edizione a parte e particolarmente numerata. Distinguenuno 
eoo o. v. le stampe non venaL 

Nel descrìvere la contenenza intendiamo sopra tutto a indicare chia- 
ramente i testi: le prose col rìferìroe i titoli, le didascalie, o i prìncipi; 

Voi. 1, Parte L 10 



138 BIBLIOGRAFIA 

Bologna, ZaDìchelIi, 1887; 8^, pp. Vili. — xxx esempi, 
n. V. 

Delle dae laudi raccolte in quest'opuscolo, Y una, rìcavata da un cod. 
di Avignone, è latina; l'altra é il Cantico del sole: Altìssimu omnipo- 
imte ban signore , prodotto qui secondo la lezione di un codice d'Assisi. 

2. lacopone da Todi, Lo e Stabat Mater > « < Donna 
del Paradiso » : sludùr su nuovi codici, di Annibale Ten* 
NERONi, Todi, F. Franchi, 1887 ; 8^ pp. 94. 

Nelle pp. 10-11 di questo studio si leggono due brevi passi di un 
lungo capitolo di Franco Sacchetti descrittivo della processione dei 
Bianchi in Firenze (anno 1399, e non '88 come crede l'editore). Questo 
componimento, che, mutilo in principio, incomincia col verso: Si che cia- 
«cttfio bianco fu vestito^ non è, come qui si afferma, inedito, ma fu messo 
in luce fino dal 1863 fhi Alcune poesie inedite di M, Franai Sacchetti 
fiorenHno, pubblicate per cura dell' ab. F. M. Blignanti (Roma, tip. Cesa- 
rotti ; cfr. OV,, 898). — Alle pp. 41-45 è pubblicata un' e Oratione 
volgarezzata per Franco [Sacchetti], la quale fece Santo 
Gregorio ; la quale Franco fece porre drieto a 1* altare di Sancta Anna 



le poesie col dame i capoversi. Ma questi trascuriamo quando occor- 
rono ristampe affatto materiali di componimenti troppo noti e non fatte in 
servigio degli studiosi, come sarebbero quelle che si contengono in alcuni 
manuali scolastici in forma di antologia; li tralasciamo anche nella de- 
scrizione delle massime e più note raccolte di rime antiche (ad es. quella 
del codice vaticano 3793), le quaU lo studioso deve conoscere diretta- 
mente e può anche facilmente consultare. Dovunque è possibile non om- 
mettiamo d'indìcaro la fonte manoscritta onde furono ricavati i testi. In 
fine un indice di nomi collegherà l' opera nostra a quella dello Zambrìni, 
che viene di regola richiamata con le iniziali OV.^e V, Ap, (appendice). 
Come fu annunziato nel programma, tenemmo conto qui, e terremo 
sempre in avvenire, di molte scritture volgari del sec. XV, ma senza 
prestabilire un limite di tempo preciso, bensi col proposito pratico di 
venir preparando materiali a una bibliografia quattrocentista avvenire, 
eh' è cerio desiderata da quanti apprezzano, pur con tutti i suoi difetti, 
quella dello Zambrìni per i due prìmi secoli. Neil' uscire dai confini di 
questi, che anche lo 2^brìni dovette a volte di necessità oltrepassare, 
abbiamo l'occhio alla letteratura dei prìncipi del secolo, ma singolarmente 
a quella d'indole popolare. 



BIBLIOGRAFIA 139 

d* Orto San Michele, et là é per lettera. E comÌDcìa:Stabat mater dolo- 
rosa . vij anni di perdonanza diede Sancto Gregorio a chi devotamente 
confesso et pentuto la dice. > Anche questo componimento, che V editore 
ha ricavato, come i due passi del capitolo suaccennato, dall' autografo del 
canzoniere saccheUiano (cod. laurenziano n.® 574 del fondo Ashbumham) 
era già a stampa nel Manuale cristiano tratto da testi di lingua per 
cura dell' ab. L Razzolini (Modena, tip. della R. D. Camera, 1851 ; cfr. 
OV., 648). La traduzione del Sacchetti incomincia Stava madre dolorosa, 
e seguita per 20 strofelte ternarie, che conservano il metro del testo la- 
tino (opera di lacopone da Todi, come il Tenneroni intende a dimo- 
strare in queste -pagine). — Fra i documenti che corredano questo studio 
troviamo ripubblicata la lauda di lacopone. Donna del Paradiso (pp. 71-80), 
avendone V editore ricostruito il testo con V aiuto della stampa fiorentina 
del 1490 e di cinque codici; uno dei quali aggiunge alla lezione vulgata 
22 strofette qui pure prodotte alle pp. 82-85. Finalmente alle pp. 90-93 
si legge la lauda Or se comenzo lo sancto pianto, pubblicata di sul cod. 
Tudertino 194, che la attribuisce a lacopone, al quale però è dubbio se 

veramente appartenga. 

• 

3. Matricola della Congregazione di M. V. della 
Pace e di San Paolo Apostolo in Bassano (1450), edita 
per cura del direttore onorario del Mttseo Civico e della 
Biblioteca di Bassano [dott. Oscar Chilesotti]. Bassano, 
tip. Pezzato, 1887; 8'', pp. 62. — e esempi, n. v. 

Dal cod. 43. C. 2813 della Biblioteca di Bassano, ms. originale, c|ie 
nelle prime 6 carte offre gii statuti qui diplomaticamente riprodotti, com- 
presi in 33 rubriche, e nelle carte successive 6 laudi, tutte probabihnente 
molto più antiche della pia Congregazione bassanese. Cominciano: 1. Ave 
Maria che sei stella del mare. 2. Cristo su la croxe forte mente angos- 
sava, 3. Chi vote pianzer cum la verzene Maria, 4. Virgo eleta camera 
de xpo. 5. Dona de lo paradiso. 6. Anima benedeta. Le ultime due sono 
ballate (la penultima assai nota col nome di Jacopone da Todi); la 3.* 
consta di 24 ottave; la 1.* e la 4.* di seste rime non tutte regolari; la se- 
conda di alessandrini a tirate monorìme. 

4. La giostra delle Virtù € dei Vizi : poemetto mar-- 
chigiano pubblicato da Erasmo Pèrgopo. [Estratto dal 
Propugnatore, V. S., XX, 1887, ii, 3-63]. Bologna, Ro- 
magDoli-Dair Acqua, 1887 ; 8^ pp. 64. 



Ti-'Sli]. II. [1 co mas to dì Itelzabii et Sctanasso, dramma sacro 
mutilo in line : 50 sestine, dal codice IticcnrdJano 1700 (pp. 01-7:::). Inc. 
t Satanasso io voglio andare - satua lardamento tosto nel mondo, - e 
co' giudei voglio ordinare - la morte di Ycsù cosi giocondo, - perché i 
suo vivere a nnoi fa danno, - tutta gienle converte predicando. > 
111. Contrasto fra Gestì e LuciTero, ricavato da ud amplissimi 
dramma sacro recidilo in Itevello l'anno UDO, che si le^c oel codice lau 
rcnziano 580 del fondo Ashburnham, e del quale l' editore reca anche alti 
brevi saggi alle pp. 71-5. Sono 2ÓÌ versi irregolari rimali a coppie, ch< 
incominciano (parlando Lucifero) : t Tìen possa andare quello amico mii 
- figliolo dì loseptio, el hen agrato • , e Uniscono : « Haj di certi 
cum nullo parlay , - si saputo corno cosluj d' asai : - Gli voglo lu 
poco poner la menic. • !V. El coniraslo che fa l'Angelo d 
Dìo uontra ci Demonio suo nimico: 31 ottave, riprodotte da mii 
stajnpa liorenlìiia {Firenze, per Marco Perì, 1550) e raffrontate con un'altn 
edizione s. a. (pp. 99-t 13). La i.' ott. ine. ; madre di Chrislo, Vergi» 
3taria;ì» i' : Clirisla per sua bontà e providema. Si leggOIHi anche, mi 
assai più scorreilameolc, nel eod. La ureniiano- Rediano d* 25, che delli 
ulliine quattro offre una redazione affatto diversa dalla stampala. V. PrC' 
dicaiione del lempo nel quale furono sciolte le demonia 



BIBLIOGRAFIA 141 

ricalata dal cod. A. 7. 888 della Bibl. nazionale dì Firenze (Conventi 
soppressi). Il brano qui pubblicato (pp. 119-121) incomincia : e Fratelli 
carissimi, inimici de Dio et de omne bene operare », e finisce : e gridò 
air angelo sexto che sciogliexe quattro demonia, le quale erano legate nel 
fiume Eufrates. Et furono subito sciolte. > 

6. Laudi e devozioni della città di Aquila [pubbli- 
cate da Erasmo Pèrgopo nel Giom. stor. d. lett. it., voi. 
VII, 1886, pp. 153-69, 345-65; voi. Vili, 1886, pp. 
180-219 ; voi. IX, Ì887, pp. 381-403]. 

Dal cod. ym. D. 59 della Nazionale di Napoli. Composte fra la metà 
prima del sec. XIV e la seconda del XV, appartennero a una società di 
laodesi Aquilani. Cominciano: 1. Oy lasso per mia fallenza (Laude del 
peccatore). % Vera croce, sancia és pura (della Croce). 3. Vergene 
maire piena de dolciore (di M. V.). 4. Omnipotente patre salvatore \ 
Cristo pietoso.,, (dei Santi). 5. Gloria in excelsis dio superno (di G. C). 
6. Faeea comandamento (del Natale). 7. summo patre^ etemo creatore 
(di S. Stefano). 8. Vascelto pino de summa scientia (di S. Giovanni E- 
Tang.). 9. patre nostro^ con gran provedentia (del Signore). 10. Ve- 
race corpo A sangue (del corpo di G. C). 11. Patre superno. Re de pa- 
radiso (del Signore). 12. Innel agro apparta (Epifania). 13. Perfecto 
lume con gran claritate (Conversio S. Paulì). 14. Perfecto lume che dà 
exhlandore (Purificazione di M. V.). 15. Omne gento agia paura (della 
Morte). 16. Cristo aducto dotto spirita bono (prima Domenica di Quare- 
sima). 17. Tucti plangamo la paxione (Passione). 18. padre omni- 
potente (Annunziazione). 19. Ave, pretiosa stella (Annunziazione). 20. 
Gloria in excelsis a Dio cantamo (Pasqua). 21. Prato meu, ben si' ve- 
nuto (Vìvo e morto). 22. OmnipoUnto patre salvatore \ re de pa- 
xione,.. (Passione). 23. Io vo cercando lu mio filglioto (Lamento della 
Madonna). 24. PiangneU con Maria (Passione). 25. Quilli che volglion 
Vangma salvare (della Penitenza). 26. Misser San Mactheo apostol gratioso 
(degli Apostoli). 27. Cieschasuno de nuy penze na morto (prima Dome- 
nica di Quaresima). La pubblicazione continua. Le poesie edite fin qui 
sono tutte, meno la 23*, in forma di ballate. 

7. Ricerche abruzzesi [di Cesare de Lollis , pub- 
blicate nel Bullettìno dell'Istituto Storico Italiano, n!" 3, 
Roma, tip. Forzani, 1887; pp. 53-l(K)]. 

Contiene (pp. 62*71) le prime e le ultime venti quartine della Cro- 
nica rimata di Buccio di Ranallo secondo l'edizione procurata 



142 BIBLIOGRAFIA 

dall* AnUnorì e stampata dal Muratori, con dappiede le Tarlanti lezioni dì 
tre codici (XY. F. 56 della Bibl. nazionale di Napoli e due aquilani). 
E nell'Appendice II, una breve devozione sull* entrata di Cristo in Ge- 
rusalemme, ricavata da un codice quattrocentista dell' Archìvio Municipale 
di Aquila (n.^ 2 del fondo di S. Bernardino): sono sette sestine che comin- 
ciano: /nt^ndeto, pueri et boni iouencelU (pp. 81-83;; alcune poche ottave- 
dei noto Poema della Passione (OV., 754) secondo il detto ms. aqui- 
lano e un altro dello stesso Archivio (pp. 90-93) ; e finalmente la laude- 
ballata di Jacopone da Todi : Jesù, nostro amore, dallo stesso cod. n."* 2 
del fondo di S. Bernardino. 

8. Laudi [pubblicate da G. Pipitone Federigo Del- 
l' ArcAiwo storico Siciliano, N. S., aDDO XI, 1887, fase. 
IV, pp. 487^7]. Palermo, Up. dello Statuto, 1887; 4^ 
pp. 23. 

Sono due sonetti: Vergine gloriosa o benedecta e divo excelso 
San Sebastiano, composti in Messina per la peste del 1348. Furono ri- 
cavati dal tergo di una pergamena del Monastero di S. Maria Maddalena, 
conservata nel R. Archivio di Slato dì Palermo. 

9. Le profezie del beato Tommasuccio di Foligno 
del terz' ordine di S, Francesco, pubblicate nuovamente 
dal sacerdote Don Michele Faloci Pulignani. FoligDo, 

. Campitelli, 1887; 8°, pp. 125. — - cl esempi. 

Edizione estratla dalla Miscellanea Francescana di storia, di lettere, 
di arti (voi. I, 81-93, 121-25, 150-57, 172-82). 11 testo delle profezie 
è preceduto da notizie biografiche e letterarie del bealo rimatore (pp. 
1-27 : a pag. 22 notiamo alcuni versi scrìtti sotto un' antica eflige del 
beato, i quali risalgono forse al sec. KV, e incominciano: Memoria sia 
al popol nucerino), da una bibliografìa delle edizioni (pp. 29-44 ; cfr. 
OV,, 1003 e App., 164-67) e dei codici (pp. 45-49 : 1' editore ne de- 
scrive 16, dei quali i tre primi ora perduti; dì un 17*^ dà notizia nella 
Nota aggiunta a p. 123) che contengono la nota frottola Tu piue voli 
eh' io dica. Il Faloci Pulignani la ripubblica secondo la lezione di un co- 
dice del Seminano di Foligno, < che ha sugli altri il vantaggio di es- 
sere antico e di essere scritto nel dialetto usato dall' autore » (pp. 26-27), 
e dappiè del testo raccoglie le varianti offerte da tre stampe e da 13 
codici. 



BIBLIOORAFIA 143 

10. Una profezia attribuita al b, Tommaswcio da 
Foligno [pubblicata da G. Mazzatinti nella Miscellanea 
Francescana di storia, di lettere, di arti, anno II , 1887, 
pp. 3-7]. 

Consta di 47 ottave, che incominciaDo: Jhuù figliol de Maria, Fu 
ricavata dal cod. vaticano 4872, dove reca la didascalia < Prophetia fratrìs 
Thomassutii de fulgineo edita in M.^ccc^lxxi^ », data questa che non può 
convenire affatto con l'attribuzione del componimento al beato poeta, 
morto nel 1377. 

11. Alcune laudi da attribuirsi al beato Tommasuc- 
ciò [pubblicate da M. Faloci Pulignani nella Miscellanea 
francescana di storia, di lettere, di arti, anno II, 1887, 
pp. 154-57]. N 

Da un codice miscellaneo dei sec. XV e XVI di proprietà dell'editore, 
dove le dieci laudi qui pubblicate si leggono con più altre in seguitò a 
una importante profezia prosastica di Tommasuccio. 

12. Le scritture in volgare dei primi tre secoli della 
lingua ricercate nei codici della Biblioteca Nazionale di 
Napoli [da Alfonso Miola. Nel Propugnatore, V. S., XX, 
1887 , I, pp. 65-96 ; ii, 237-253]. 

A pag. 83 : Aymè dolente quanto sento doglya, 15 quartine di en- 
decasillabi, dal cod. XIII. G. 13 (sec. XV), dove sono intitolati Ver ha 
anime dampnate. — La pubblicazione del Miola continuerà in questo 
periodico. 

13. Erasmo Pèrgopo^ / bagni di Pozzuoli : poemetto 
napolitano del sec. XIV, con introduzione, note, appendici 
e lessico. Napoli, presso F. Furchheim libraio, 1887 ; 8*, 
pp. 163. [Estratto dall' Arch. stor. per le provincia na- 
poletane, XI, 597-750]. — Ediz. di e esempi. 

Dal codice Xm. G. 37 della Bibl. nazionale di Napoli, ms. del sec. 
XIV, dove si legge, a fronte del testo volgare, il poemetto latino De 
bainei$ Terrae Laboris di Pietro da Ebolì, che fu parafrasato e qua e 
là tradotto alla lettera in questa versione napolitana. La quale consta di 
102 strofe, divise in 34 capitoli da tre strofe l'uno. Ciascuna strofe si 



lermo (pp. 137-38). 

14. Canzone d'amore di Mosser Nicolò Querini ri- 
malore veneziano del sec. AVI' [pubblicata da Leandro 
BiADENE per le .\o::e Medin- Brìi netti Bonelli]. Asolo, tip. 
F. Vivian, 1887 ; 8", pp. 9. — Ediz. n. v. 

Comincia : Amor, se eo fiilissi' raxoìiiiiido. Fu ri|>roJolU di sul co- 
dice bnrberj Diano XLV. (7, dove reca la didascalia ; t Miser lo pievano 
da cha' Quirino ». 

15. VI Sonetti dì riesser Niccolò Quirini da Venezia 
[pubblicati ila Oddone Zenatti per le Nozze Casini-De 
Simone]. Bologna, Regia Tipografìa, 1887 ; 8°, pp. [16]. 
— L esempi, n. v. 

1. Dolce desia, che fané imaginare. 2. Vn spirito è tunto enanti 
al core. 3. L orgoglio e la superbia, che n vug regna, i. G' agli che 
sono del eor mesa^eri. 5. Nu vi meravrglale s' eo sospiro. 6. Amico meo 
da cui luuiaiio porlo. Ual codice liarberiniano XLV. 47. — A correzione 
di ciò di' è scrino alla col. 851 delle OV., e die solo in [larte fu reltili- 
calo nella col. 132 delV App., si ricorda ijui che il IV di questi sonelti 



BIBLIOGRAFIA 145 

noQ ha nulla a che fare con quello pubblicato, come di Andrea Lancia, 
dal Trucchi nella sua raccolta a pag. 248 del voi I, i due componimenti 
non avendo che fortuitamente identici i capoversi. 

16. Vittorio Lazzarini, Rimatori veneziani del secolo 
XIV. Padova, Stab. tip. Veneto, 1887 ; 16^ pp. 104 (e 
4 ce. DOD num. aggiunte più tardi). 

A illustrazione di alcune terzine della Leandreide (canto vii del 
lib. IV ; pp. 16-17) dove sono rassegnati i poeti della Venezia, il Lazza- 
rini discorre, seguendo T ordine alfabètico de' cognomi, la vita di !21 ri- 
matori di codesta regione, ma non tutti propriamente veneziani né tre- 
centisti ; e di alcuni di essi pubblica o ripubblica le poesie. E più pre- 
cisamente : L Di Filippo Barbarigo, dieci sonetti (pp. 22-31) dal 
cod. 1739 della: Bibl. Universitaria dì Bologna : 1. L'ira di Dio discenda 
e eaggia ornai, 2. Se mai in purpurea veste il nobil Tosco. 3. Prima 
che 7 schiffo errante a V aspro scoglio, i. Vivo morendo, e non so come 
io viva. 5. Consumando mi vo guai gramo al sole. 6. Non stelle et del, 
non tanti raggi ha 7 sole. 7. S io 7 dissi mai, scorseggi et ciel un 
angue. 8. Spent' è d' un cuor gentil ogni mercede. 9. Quando de V o- 
riente i raggi divi. 10. Felice giorno, e veramente degno. II. Di 
Antonio delle Binde, padovano, un sonetto (p. 36) : Diletto nostro 
caro, la toa rima . dal cod. riccardiano 1003 ; già edito dal Lami (cfr. 
OV., 33). IH. Di Antonio Cocco, un sonetto a Franco Sacchetti, edito 
già più volte (cfr. K, 283) : A me è gran gratia. Franco, aver udito ; 
dal cod. 1062 della Corsiniana. IV. Di Giacomo Gradenigo, due 
sonetti, entrambi con l'acrostico del nome dell'autore : il primo (p. 50), F ho 
abuto tanta gratia da l etemo, dal cod. D. II. 41 della Gambalunghiana 
di Rimini« conlenente la Commedia dì Dante e un commento di mano 
del Gradenigo (cfr. Batines, II, 219), il secondo (nella 4^ delle pp. ag- 
giunte), fò contemplato si gli evangelisti] dal cod. Hamilton 247, che 
contiene i vangeli messi in rima dallo stesso poeta. V. Di Belletto 
Gradenigo, due sonetti missivi a Francesco di Vannozzo, con i respon- 
sivi di questo (pp. 53-56) , tutti e quattro dal cod. 59 della Biblioteca 
del Seminario dì Padova : 1. Non et gran tempo transcorso e 7 misto 
pelo. 2. Se con scritture teco io non ripelo (Responsio F. V.). 3. Vuol 
mia fortuna e maladetta sorte, i. I begli accenti de tuo rime acorte 
(Responsio F. V.). VL Di Pietro Natali, alcune terzine da una 
storia rimata di Papa Alessandro III e della sua venuta in Venezia, scritta 
sulle tracce di un poemetto latino di Castellano da Bassano (pp. 66-7). 
Questi ternari erano già a sUmpa per opera dello Zeno nel Giornale 



l'er il valore dì questa piibblicaìione si veda la Rivista critica, V, n.**; 

17. H Bisbidis di Manoello Giudeo secondo il codk 
casaiiateiise d. r. 5 [edilo da GiiDO Mazzoni per le Nozz 
Gtiaccarini- Cai ducei]. Roma. tip. Metaslasio, 1887 ; 8 
pp. '21. — L esempi, n. v. 

Comincia : IM menilo ho rrrcalo - Ptr lunga et per tato. Sor 
i\i senarì disirìbuilì jii 53 slrufetie leirosliche (aaajc), giii edite seconj 
altro manoscritlo, e che il codice casanatense iDtilola : < Bisbidb di Hi 
noello Giudeo a magnillcenlia di Me^er Cane de la Scala >. 

18. Frammenfo di fervenrese del secolo XIV in loó 
di Cangriinde I della Scala [pubblicalo da Lodovic 
Fr.\ti per le Xo:ze Medin- DrunetliBonelìi]. Bologna, tii 
Fava e Garagnani, 1887 ; 8°, pp. 10. — lxx esemp 
n. V. 

Comincia : 

In nome de Deo padre omnipolente 
ora me presta lo core e In mente 
eh' eo possa dire d' nn banin valente 



BIBLIOGRAFIA 147 

e seguita cosi per altre 13 stanze, e Questo frammento fa parte assai 
probabilmente d' un più lungo serventese io lode di Cangrande, che dovea 
narrare 1* ultima impresa dello Scaligero fino alla sua morte, avrenuta il 
22 luglio 1329 ; ma ora nel codice Caooniciano italiano 54 (car. 30) 
che ce V ha conservato non giunge più oltre della scorreria fatta da Ot- 
tone di Borgogna, che fu ucciso da un colpo di pietra lanciatagli dall'alto 
delle mura di Treviso ». Dei Supposti rapporti che questo frammento po- 
trebbe avere con un maggior cantare su La resa di Treviso e la morte 
di Cangrande vedi ciò che fu scritto nella Rivista critica, V, 166. 

19. Lamenti storici dei secoU XIV, XV e XVI rac- 
colti e ordinati da Antonio Medin e Ludovico Frati. Voi. 
I. Bologna , Romagnoli-DalF Acqua , 1887 ; 8^ pp. X- 
276 (Dispensa ccxix della Scelta di curiosità letterarie). 

1. Lamento di Firenze per la perdita di Lucca (13^2): 
Ntuwo lamento di pietà rimato (pp. 7-11), sirventese di Antonio Pucci, 
ristampato (cfr. OV., 1106). 2. Lamento del Duca d'Atene (1343): 
Al nome di Colui eh' è sommo bene (pp. 23-32), sirventese di Antonio 
Pucci, ristampato (cfr. OF., 843). 3. Lamento del Conte di Landò 
(1358): Con dolorosi guai (pp. 41-46), ballata anonima, ripubblicata 
(cfr. y. Ap., 79). 4. LamentodiRoma(1376): Pietà, pietà, pietà, 
sùmmo Giove (pp. 55-60), capitolo ternario inedito, pubblicato dal co- 
dice 108 della BibL nazionale di Firenze (fondo Capponi). 5-7. Lamenti 
di'Bernabò Visconti (1 385) : a) Ciascadun che desiar a esser si- 
gnore (pp. 71-139), cantare anonimo di 171 ottave, ora primamente pub- 
blicate di sul codice laiu*enziano 1724 del fondo Ashbumham. b) Novo 
lamento con dolioxo pianto (pp. 157-76), 49 ottave anonime ripubblicate 
(cfr. V. Ap., 78) dal codice marciano n."" 142 della CI. IX it. e) /' prego 
Idio eh' è signore e pare (pp. 185-209), cantare in 62 ottave (1* ultima 
delle quali attribuisce il componimento a un Matteo da Milano) 
ricavate dalla Cronica di Giovanni Sercambi, e già edite altra volta (cfr. 
OV. Ap„ 78). 8-10. Lamento di Pisa fatto per Pucino fi- 
gliuolo d'Antonio di Pucino da Pisa, con la Risposta 
deir imperatore e col Testamento della città (1406): a) 
Pensando e rimembrando il dolce tempo (pp. 227-45), sirventese di 80 
stanze tetrastiche, ripubblicato sull'edizione di Pisa, 1858 (cfr. OF., 532) 
ma riscontrato col sussidio di più mss. . 6) Al mondo non è uom tanto 
aspro e sobrio (pp. 251 -60), serventese di 38 tetrastici. e) Or posso dire: 
consumatum est (pp. 263-75), serventese, finora inedito, di 66 strofe te- 
trastiche, dal cod. laurenziano XC sup. 56 L' editore inclinerebbe a dare 



(h Fnncesco di Bivitliano degli Mberti (ti 1171'), al quale 
snmbra si debbano attribuire coJeale iiine L editore ne dì una coafiisa 
notizia dininandule < uni pecie di poemetto aiilognTo pane in sonelli che 
olire 1 quattorditi teisi hanno a piedi uni coppia di tersi rimati Tra Ioni 
[sonetti cauditi insomma] e patte in tenne le ]uib ninate senz ordine 
e «pesso intenolle da un può di versi rimati insieme s alternano d 
quando in quindo 11 san iti > (p 112 t. se„g ) e nell appendice cital;i 
Ine m luce quattro di codesti sonetti cauditi (il pruno incomincii Ben 
che di terno fuiif in uà bel prato) e alcune poche terzine regolins 
simc — Al n° IV (p 2^3) dil codice Riccardiano 11I5C un sonetle 
anonimo in liguri di Me ^er Manno Doniti In fui pgliuol del gran Vessn 
Apardo — Al n ° MI (pp 30S Ut) le » Pnncipjb Tananli che della 
Pietosa fonie reca il codice gnddiano (laurenzìano plul. xc sup. 139) ir 
conlronto del Mugliabccbiano (1, 93) >, del quale si giovò lo Zanibrini per la 
sua ristampa del poema di lienone da Pistoia (OV., 1088). - Al n.° Vili (pp, 
311-1^) due sonetti di Franco Sacchetti fa Iti pel Petrarca, erica- 
vati dall' autografo del eanwnicre di Franco (cod. Ashburahamiano-laurenz, 
574), i ipKili incominciano: 1. Se mai facfsli grazia. seva Morie; 2. 
fiorentina terra, se prudema; ma che non sono inediti come d'ode l'edi- 
tore ()i. S:t9 n. I), perchi^ il primo fu messo in luce da P. Bilancioni fra 
Dodici sonelli di F.S. (Ravenna, 18C0, n-° v; cfr. OV., 898), il secondo 



BIBLIOGRAFIA 149 

da F. M. Mignanti fra le poesie inedite di Messer F. S. fiorentino (Roma, 
1857, p. 12; cfr. OV., 897). Si possono notare ancora, sotto al n.^ VI 
(pp. 306-307), i due sonetti del Petrarca Pace non trovo e S' amor non 
è, tradotti in latino da Goluccio Salutati: Nec pacem invenio, nec adest 
ad bella facultas; Si fors non sit amùr^ igitur quid sentio? vel si. 

22. Contributo agli studi sul Boccaccio, con documenti 
inediti, per Vincenzo Gresgini. Torino, Loescher, 1887; 
8^ pp. XI-264. 

In questo studio, oltre a parecchi passi del Filocolo, àeWAmeto, del- 
l' Amorosa Visione, del Filostrato e della Teseide, recati qua e là dal 
Crescini a conferma delle sue dimostrazioni, sono riprodotti integralmente 
nel capitolo VII (pp. 165-185), dove é particolare discorso del Canzoniere 
boccaccesco, parecchi componimenti di questo, e più precisamente i so- 
neUi UIV, XX, XXDI, XXVII, XXXIV, XLVU-VIII, U, Lffl, LXII, LXVI, 
LXIX, LXXXn, LXXXIV e CV dall'edizione Baldelli-Moutier, e, dallo 
stesso testo, le ballate Non so guai io mi voglia e Io non ardisco di 
levar più gli occhi, quest'ultima chiamatir erroneamente (p. 183) ma- 
drigale. 

23. Il libro delV Amore : poesie italiane e straniere , 
raccolte e tradotte da Marco Antonio Canini. Venezia, 
Coen, 1887; 8^ pp. XL-287. 

Vi si leggono, a pag. 64, tre antiche ballate: In un boschetto trovai 
pastorella (Guido Cavalcanti), Se dir potessi, Amor, mio ben celato (Nic- 
colò Soldanierì), e Deh, discacciate,' donne , ogni paura (Matteo degli 
Albizzi). 

24. Rime di M. Dofr^enico da MontìccMello per cura 
di Guido Mazzoni. [Pubblicale per le Nozze Casini-De 
Simone]. Roma, tip. Metastasìo, 1887 ; 8**, pp. 78. — e 
esempi, n. v. 

Contiene due sonetti {Cresciuto ha Giove con sua sottil' arte; Si 
cóme il poverel va per le scale) e un capitolo ternario, Le vaghe rime e 
7 dolce dir d' Amore, ripubblicato (cfr. Prop,, V. S., XVIII, i, 410-25) 
crìticamente sopra 7 codici: dappiè del testo le varianti e alcune chiose 
latine che accompagnano il componimento nel codice casanatense d. V. 
1. Nella prefazione 1' editore riferisce (p. 16) le tre prime ottave del voi- 



iiicanlcsimi in prosa. 

2G. hcrizhni e memori" delia cilld di Firenze rac 
colle rd illustrale dal M.''° Francesco Iìigazzi. Firenze, ti[ 
dell'Arte della Stampa, 1887 (1886); 8», pp. XXI-415 

Fra molle altre, eonliciic aiciim; poclie iscciiioni io volgare aolicc 
delle quali mentano pai'ttcolar menzione le Avm in versi per rìconi 
della piena d' Arno del X'i'i'A (una igiiarlina sul l'onte Vecchio: Sei tret 
tatré dopo 7 mille Ireceiilo, a p. 152; e una terzina: Dì quatlro di JVt 
reinbre, giovedì, a p. 388) e «[nelle in pj^isa del 13I0-I1 che sì legger 
sulle pone alla Croce e al Prato (pp. 15.Ì-5Ò). Altre minori sono rift 
rile alle pp. dl3, 2H1, 208 e XtS. 

27. [VI Madrigali pubblicati da Teodolinda Ricci pe 
le jVo;re Ilarbnmilìroilaiìo-Oamberlni'\. Bologna, tif 
Azzoguidi, 1887; 8", pp. [11]. — Ediz. n. v. 

I. Dal eieli) sres-- per tsrala d'oro, i. Un M spari'ier gentil t 
IKuna bianca, 'i. Vidi nelVomlirn d'una bella luce. i. Tanto che siei 
arquislaii nel giaslo. ó. Vola lo bel sparvìfr di ranw in ramo. 6, Ih 



BIBLIOGRAFIA 151 

irando ad abitar per una selva. Dal codice laurenziano musicale n.** 87, 
meno il HI, che fu ricavato dal ms. n."* 568 della Biblioteca Nazionale di 
Parigi. 

28. < Al fuoco, al ftwco ! » : caccia intonata da Ser 
Niccolò del Proposto da Perugia [ pubblicata da Girolamo 
Donati per le Nozze Ansidei-AngeUm], Firenze, tip. del- 
l' Arte della Stampa, 1887 ; 16^ pp. [4], — lxxv esempi, 
n. V. 

Dal codice laurenziano musicale n.^ 87 (a e. 82^). Comincia: Dappoi 
che 7 sole i dolci raggi asconde. Era già a stampa fra le Poesie musi- 
cali del secolo XIV edite da Antonio Cappelli per le Nozze D'Ancona- 
Nissim (Modena, Up. Cappelli, 1871, p. 7 ; cfr. OV., 823). 

29. [X Strambotti antichh, pubblicati da Giulio Pa- 
dovani nelle Nozze Padovani- Padovani]. Bologna, Soc. 
tip. Azzoguidi, 1887 ;• 4*, pp. [8]. — Ediz. n. v. 

1. Altri di fatti, et io son di parole. 2. La notte è lunga a chi 
non può dormire. 3. Io mi lamento, e tu credi eh' io canti, i. Vedo la 
vita mia ormai finire. 5. Pensa e poi fa', e non far pri(m)a che pensi. 
6. Pace dimando, donna, in zenochione. ^7. Sia benedetto il giorno, 
quando mai. 8. Sia maledetto amor, per sempre mai. 9. tormentato 
cor, perché non mori. 10. Deh non fuggir amor, poi che natura. Dal 
cod. 28i della Biblioteca Universitaria di Bologna, ms. del sec. XVI. 

30. Sei sonetti di Pellegrino Zambeccari, cancelliere 
del Comune di Bologna, per la prima volta pubblicati [da 
Ludovico Frati per le Nozze Renier-Campostrini]. Bo- 
logna, tip. Fava e Garagnani, 1887 ; 8^ pp. 13. — Ediz. 
n, V. 

1. Ai summo love, che 7 coniugio sancto (e de. matrimonio >). 2. 
Se io credesse per diventar cieoo (e D. Antonio Caitano comiti Fun- 
dorum et archidiacono bononiensi • ). 3. Vo con pensier più dubioso e 
forte (€ sonettus duplex >, ossia con rìmalmezzo in ogni verso). 4. L'ac- 
qua de Macedonia o di Galeno. 5. Allotta eh' i diamanti fian si molli 
(< ad Gambium Alberti Cambii notarium bonontensem »). 6. Amor, s' al- 
quanto per I ocAit non spiri. I primi tre furono tratti dal codice 1739 
della Biblioteca Universitaria di Bologna, gli allrì dal Magliabechiano IL 
I. 6L 



inonorimi, dìsposli in ordine alCnbclìco secando la letlen ioni 
del iirimo verso di ciascun distico. Coin. : Amor e pace wmpn 
chi face II. Due sonetti di Iacopo Sanguinacci : ì. Vn hi 
t ben faremo », « osi farò » 2. Felice lurba, che crescendo vai. 11 pri 
nel codice ì: intitolalo « motelo ». 111. liallata adespota: Far. 
I/fan corlesia, intitolata nel codice a sonelo rnoole. > Dal cod. HamìI 
n." 31K della Reale Riljlioteca ili Reiiino. 

33. Intorno ad alcuni' riinr dì Lionardo Gitistìnic 
[notizie bibliografiche di Ernesto Lamm.\, nel Giorn. stt 
d. leu. Hai, voi. X, 18S7, pp. 372-83]. 

In appendice a questo scritto furono piilMcati, dal codice 1739 di 
bìliliotcca Universitaria di Itolognu, tre sirventesi, i due primi attribuii 
Leonardo Gnistmian, i[ terzo adespoto. I. S'io ciynostsse hm 
fallo comesw (18 staile tctrasliclic). ± Io no piattgendo el mio ten 
feliciti stnn/e teirnsliLlie) 3. Qital nympka Ìh fonte, o quale i n ( 
mai dea (15 stanze telias(ichc). 

34, Oi alcuni pdrarclmti del secolo XV [ noti; 
(li EitNESTo L.\iiMA nel Propugnatore, V. S., XX, 188 
11, 202-230 ; 384-407], 



bibliogràfu 153 

Insieme con più altri frammenti di poesie, ricavate tutte dal cod- 
1739 della Biblioteca Universitaria di Bologna, il Lamma pubblica integral- 
mente nella seconda parte di questo suo studio cinque componimenti, quattro 
sonetti e una canzone. 1. elegno sol d'imperiai corona (son. di Guido 
Peppi a Francesco Sforza). 2. Ahi, Roma antica^ mentre fosti retta (son. 
anon.) 3. Quando il Romano imperio si fé* argolico (son. del Sanvito). 
i. Misera^ trista, vedova e pupilla (son. di Lodovico Cantelli). 5. Tu 
puoi senza speranza di conforto (canz. anon.). — (}uesta pubblicazione 
restò interrotta. 

35. Pasquale Papa^ Un capitolo delle Definizioni di 
Jacopo Sermnocci, poeta senese del secolo XV [pubbli- 
cato per le Nozze Renier-Campostrini], Firenze, tip. del- 
l' Arte deUa Stampa, 1887; 8*, pp. 19. — Ediz. n. v. 

Dal codice YIL 7. 705 della Biblioteca Nazionale di Firenze, proba- 
bilmente autografo del Serminocci (n. 1417 m. dopo il 1477), il cui poe- 
ma é compreso in 62 capitoli ternari, dei quali qui si legge stampato 
il XLVL Comincia:. Un altro che seguia doppo costui. 

36. Serventese, Barzelletta e Capitolo in morte del 
Conte Iacopo Piccinino, editi per cura di Antonio Medin. 
[Estratto dair ArcA. stor. lombardo, anno XIV, 1887 , fase. 
IV]. Milano, tip. Bortolotti, 1887; 8\ pp. 39. 

I (pp. 12-25) Lamento del Conte Jacopo, serventese inedito 
di 108 tetrastici ricavati dal cod. laurenziano-ashbumhamiano 1137 (si 
legge anche nel cod. marciano it cL XI, 11), che incomincia: Mangna- 
nimi, ginlili, strenui e forti. U (pp. 26-29) Pianto, barzelletta di 
13 strofe da otto ottonari l'una, già edita, la quale incomincia: Pianga 
el grande e 7 piccolino. fli (pp. 30-36) Capitolo ternario di 
Lorenzo Spirito, e corno el Conte lacomo si paciGcòcol duca, e colo 
Re, comò andò a Milano, corno andò a Napoli, comò fu preso e morto. » 
Incomincia: Sforzami sdegno, amor, giustizia et ira, e si legge e nella edi- 
zione ricentina 'del 1498 dell' Altro Marte, dopo la tavola dei capitoli, e 
prima del Poema, e neir esemplare della Fenice che si conserva nella 
Classense dì Ravenna i. 

37. La Commedia di Dante Alighieri col commento 
inedito di Stefano Talice da Ricaldone, pubblicata per cu- 
ra di Vincenzo Promis e Carlo Negroni. Seconda edizione 

Voi I, Pane L li 



La pubblicnuonc resto mtcrrotu al anio \IV dell' lo renio. 

42. // Paradiso di Dante Alighieri dichiarai ai t 
cani da Angelo De Glbernatis. Firenze, Nìccolai, 181 
24°, pp. XVl-430. 

43. La Vita Nuova dì Dante Alighieri. Firenze, 
malo Muzzi, 1887; 16°, pp. 122. 

li. // sonetto rinterzalo « Quando il consiglio é 
Hccei si tenne » di Dante Alighieri [pubblicato da S 
VATORE CoNC.\TO nel Propugnatore, V. S., XX, 1887, 
297-317]. 

Il le^lo ilei )iont'll(>. rìveiluto su codici e stampe, e accompagnat 
viirianii, da nolo iUii>lrativ(^ t> il;i ima ilisimina crìtica che ìoleode a 
kmiarc l' allriliiiziniie <lel componimento all' Alighierì. 



BIBLIOGRAFIA 155 

45. Frammenti di un Ubro di banchieri fiorentini 
scritto in volgare nel 1211 [pubblicati da Pietro Santini 
nel Gtòm. stor. d. lett. it., voi. X, 1887, pp. 161-196]. 

Dalle due guardie membranacee del codice Laureoziano Aedil. n.*' 
67, le quali già appartennero a un libro di conti di una compagnia Oo- 
rentina. La prima partita notata in questi fogli incomincia : e Mccxj : 
Aldobrandino petro e buonessegnia falkoni no dino dare katuno in tuto 
lib. iij per liure diciotto d' imperiali mezani airascione di tfenta e cinque 
meno terza ke denmio loro tredici di anzi k. luglio. > Al testo, pubbli- 
cato diplomaticamente, seguitano (pp. 178-196) alcune lllìutrazioni Un- 
guistiehe di E. G. Parodi. 

46. n Panfilo in antico veneziano, col latino a fronte 
(cod. Beri. Hamilt. 390) edito e illustrato da Adolfo 
ToBLER \ji^V! Archivio glottologico italiano, voi. X, 1887, 
pp. 177-255]. 

Nel detto codice, a ogni verso del testo latino dell'anonimo Ltbet 
PampMli et Galatheae si accompagna una versione letterale prosastica 
in antico veneziano, prodotta qui insieme con l'originale (780 vv.), e se- 
guita da illustrazioni letterarie e filologiche. 



y 



47. / rifacimenti e le traduzioni italiane deli Eneide 
di Virgilio prima del Rinascimento [ricerche di E. G. 
Parodi, pubblicate negli Studi di filologia romanza, voi. 
II, fase. v]. 

Neil' appendice I a questo studio (pp. 345-50) si legge una p e nijo n e 
circa alla fondassione di Lucca ricavata dal cod. Magliab. IV. 
342, e più precisamente dalle e. 99-104, scritte di mano del sec. XVII, 
ma che certo furono ricopiate da un testo molto più antico. Questa prosa 
incomincia: e Poi che Enea troiano venne in Italia, vittorioso contro li suoi 
nimici, dopo la edificazione di Roma ». 

48. [Conto di Orlando e Gomaletto, pubblicato da 
Geremu Brunelu per la Messa Novella di Enrico Branelli]. 
Penigia, tip. Santucci, 1887 ; 16^ pp. 30. — Ediz. n. v. 

Il conto è quello stesso che Tu già due volte stampato, con illustra- 
zioni di Emesto Monaci, sotto il titolo Una leggenda araldica e V epopea 



156 BIBLIOGRAFIA 

carolingia nelT Umbria (Cfr. OV, Ap.^ 84, e Y Antologia della nottra 
critica letteraria moderna compilata da L. Morandiy Città di Castello* 
S. Lapi, 1885, pp. 103-07). Venne qui riprodotto materialmente senza 
pur un cenno delle edizioni precedenti, dalle quali però, e non dal codice, 
fu certamente ricavato. 

49. Testi mediti di storia troiana preceduti da uno 
studio sulla leggenda troiana in Italia, per Egidio Gorra. 
Torino, C. Triverio, 1887; 8^ pp. XIII-572 (Voi. I della 
Biblioteca di testi inediti o rari). 

Contiene: I (pp. 371-403) La Istorietta Troiana intieramente 
pubblicata secondo la lezione del cod. Laurenziano-gaddiano 71 rafDron- 
tato col magliab. II. IV. 49. II (pp. 404-42) Saggi di un Romanzo 
prosastico di Binduccio dello Scelto sulla guerra di 
Troia, che si legge nel cod. magliab. IL IV. 45 ed è un rifacimento 
del Roman d^ Troie metrico di Benoit de Sainte More. L'editore ne ha 
ricavate e prodotte qui le storie di Troilo e Briseida e di Achille e Po- 
lissena, cioè i capp. 272-84, 295-6, 309-11, 323, 356-70, 398, 406, 
408, 418, 430-33, lU (pp. 433-57) Saggio della Storia Troiana di 
Guido dalle Colonne volgarizzata da Mazzeo Bellebuoni, 
secondo il testo che si legge nel cod. Riccardiano 1095 riscontrato col 
Riccardiano 2268. IV (pp. 458-80) I capitoli VII-XV e XXI-XXOI di 
una Versione anonima della storia Troiana, secondo il cod. 
Riccardiano 1900, con raflironto dei codd. Laur.-gadd. 35 e 45 e del 
Pakitino-panciatichiano 88. V (pp. 481-92) Saggio di una Versione 
veneta della Storia Troiana, o, più propriamente, di un rifaci- 
mento franco- veneto dell'opera di Guido, voltato .in vofgare, e tratto dal cod. 
Laurenzìano-Mediceo-Palatino 153 (Ettore ed Ercole). VI (pp. 493-512) 
La Storia Troiana secondo un testo magliabechiano (cod. 
n. IV. 46) derivato in parte dalla Historia di Guido giudice, in parte da un 
compendio francese del Roman di Benoit de Sainte More. VII (pp. 532-61) 
I conti XI-XVI della Fiorita di Armannino giudice secondo il 
cod. Laurenziano LXXXIX inf. , 50. — Finalmente altri saggi del Ro- 
manzo di Binduccio delio Scelto (capp. I-VUI; pp. 513-18), del Volga- 
rizzamento di Mazzeo Bellebuoni (pp. 518-23), della Versione anonima 
(cap. Ili ; pp. 523-25) e della Versione veneta (pp. 525-31) sono pro- 
dotti dallo stesso editore là dove istituisce un e Confronto tra le versioni 
inedite della storia troiana. » Nella introduzione notiamo particolarmente 
due sonetti in figura di Achille e di Ettore, tratti dal cod. laur. strozz. 174: 
Io sono /' oltramir abile d' Achille; T son l'illustre e forte Hectar troiano. 



BIBLIOGRAFIA 157 

V 

50. Le storie Nerhonesi: romanzo cavalleresco del 
secolo XIV pubblicato per cura dih G. Isola. Bologna, Ro- 
magnoU, 1877-87; voll.3: pp. VIII-540; IV-784; 8.DCLXII. 

Gfr. OV., 983 e Ap„ 188. n volume II, ora pubblicato a compimento 
dell'opera, cootiene il testo del romanzo dal libro V alla fine, con uno 
spoglio lessicografico. 

51. Fioretti di vite d' uomini insigni per santità e 
dottrina : testo inedito del sec. XIII [pubblicato da Fran- 
cesco ZAifBRmi, per la XII Commemorazione del transito 
di Clelia Vespignani]. Imola, Galeati, 1887 ; 16^ pp. XVI- 
236. — Ediz. n.v. 

Da un codice della Biblioteca Comunale di Siena. 

52. La Bibbia volgare secondo la rara edizione del 
I di ottobre MCCCCLXXI, ristampata per cura di Carlo 
Negroni. Bologna, Romagnoli, 1882-87 ; voli. 10 in 8.*» 

Cfr. Oy„ Ap., 13. Voi. I, di pp. Ln-592 : Genesi, Esodo e Levitico ; 
n, pp. 662 : Numeri , Deuteronomio , Josué , Judici e Rut ; III , pp. 
592 : I quattro libri dei Re ; IV, pp. 677 : Paralipomeni, Edra, Neemia, 
Tobia, Judit ed Ester ; V, pp. XV-800: Job, i Salmi, e i Proverbi; VI, pp. 
634 : r Ecclesiaste, il Cantico de* Cantici, la Sapienza, 1' Ecclesiastico, 
Isaia ; VII, pp. 615 : leremia, Baruc ed Ezechiele ; VIII, pp. 654 : Da- 
niele, i Profeti minori, i Maccabei ; IX, pp. 772 : I quattro Evangeli, gli 
Atti degli Apostoli; X, pp. 594: Le lettere apostoliche e l'Apocalissi. — 
Che r autore di questo volgarizzamento non possa essere il Cavalca sembra 
dimostrato nella Rivista critica^ IV, 10. 

53. Vite dei Santi Padri tratte dal volgarizzamento 
di frate Domenico Cavalca, con note di Carlo Gargiolll 
Torino, Paravia, 1887 ; 16^ pp. 238. 

Edizione scolastica. Cfr., per 1* attribuzione delle Vite al Cavalca, la 
Rivista critica IV, 73. 

54. Uh ritratto di Gesù [pubblicato da Gumo Maz- 
zoni]. Roma, s. tip. [1887]; 8*, pp. [12.] — xxv esempi, n. v. 

È la notissima Lettera di Lentulo al senato di Roma 
sulle fattezze di Cristo (cfr. 0V„ 591-93), edita secondo la le- 



158 BIBLIOGBAFIA 

lìone di un codice delia Valentiniaiia di Camerino, clie offire alcune va- 
rianti al confronto dei testi pubblicati finora. 

55. Tre novelline antiche : saggio di un testo inedito 
del secolo XIII citato dalla Crusca [e pubblicato da Luigi 
Gentile e Alfredo Straccali per le Nozze Lami-Del 
Valky Firenze, tip. Caniasecchi, 1887 ; 16^ pp. [11]. — 
Lx esempi, n. v. 

e Dal ms. palatino 102 della Biblioteca Nazionale di Firenze ; nel 
quale vuoisi riconoscere un esemplare (forse 1* unico superstite) d'un testo 
che gli Accademici della Crusca, da un ms. strozziano andato poi per- 
duto, citarono fin dalla seconda impressione del Vocabolario (1623) rcol 
titolo di Quistioni filosoflcke. V età del ms. palatino é da porre fra gli ul- 
timi anni del sec XIII e i primi del XIV ». I tre brevi assempri ora 
tornati in luce incominciano : l. e Leggese d* un Re, ke volse sapere quale 
era più pericoloso peccato, o quello de la invidia, o quello de l'avaritia. » 
lì. e Trovasi de uno phylosofo, ke volendo l' arrogantia d' un Re re- 
prehendere, ke se faciva adorare, andòe innanzi da lui, et longo steso 
adoròe. > m. e In ferrara era un nobile cavallieri, ke avia una sua 
molto bella et nobile donna, la quale era amata da uno nobele donzello 
d'essa terra. > 

56. Una novellina antica [pubblicata da Gumo Biagi 
per le Nozze Casini- De Simone], Firenze, tip. Carnesecchi, 
1887 ; 16*, pp. [8]. — lxx esempi, n. v. 

Comincia : e Fu una femmina molto bella > , e finisce e e però il 
proverbio dice : tu farai come colei che renderai i coltellini >. Dal 
cod. laurenziano 89 del pi. XC sup., onde già era stata prodotta in luce 
due volte a cura di F. Zambrini (0V„ 708-9 e 711). 

57. Una novella del Decamerone di Messer Giovanni 
Boccaccio: saggio di un testo e comento huovo, col raf- 
fronto delle migliori edizioni, a cura di Silvio Peluni. 
Torino, G. B. Paravia, 1887; 16^ pp. 182. 

È la novella i della D Giornata: il testo, corredato delle varianti ri- 
cavate da alcune edizioni (pp. 23-75), é accompagnato da uno t studio 
critico > (pp. 77-92), da un e comento grammaticale, storico, filològico > 
(pp. 93-162) e dalla versione latina della novella, di Olimpia Fulvia Morata 
(pp. 169-82). 



BIBLIOGRAFIA 159 

58. Frammento di un libro di cucina del sec. XIV, 
edito nel di delle nozze Carducci- Gnaccarini [da OLira)0 
GuERRiNi]. Bologna, Zanichelli, 1887 ; 4°, pp. 45. — 
Ediz. n. y. 

Dal codice 158 della biblioteca Universitaria di Bologna, onde lo 
Zambrìni trasse già in luce un altro maggiore Libro della cucina del sec, 
JJV (OV., 605). Il ms. essendo mutilo di molte carte, andarono con queste 
perduti parecchi dei 156 capitoli dei quali constava in origine il trattato, 
come pare dalla tavola dei nledesimi, che ci fu conservata. I capitoli su- 
perstiti sono in tutto 91, e più precisamente i primi 38 e quelli segnati 
nella tavola coi n. Ixxv-cuvij : dei susseguenti a quest'ultimo può anche restar 
dubbio se mai venissero trascrìtti nel codice bolognese. U capitolo I {Se vuoi 
fare Uasmangeri) incomincia : e Se vuoi fiare blasmangeri per xij si- 
gnori, togli iy [ibre di mandorle et una mezza di rìso et iiij capponi e 
due libre di sugnaccio fresco, e mezzo quarto di garofani. » L'editore, 
contraddicendo allo Zambrìni e al Del Lungo, non crede si possa affer- 
mare, come ad essi ps(reva, più antica la scrittura di questo frammento 
che queUa del maggiore Libro della cucina. 

59. L' Ars miUtaris di Flavio Vegezio Renato : voi- 
garizzamento del libro primo, da un codice della Nazio- 
nale di Napoli, edito ed illustrato da Giovanni Tria. Na- 
poli [Morano], 1887 ; 4^ pp. 47. , — clx esempi, n. v. 

Dal cod. IX. C. 24, ms. del sec XV. Più che un volgarizzamento — 
scrìve r editore — la chiamerei una parafrasi, perché non é una versione 
letterale del testo latino, ma bene spesso ci sono delle ampliazioni ed 
aggiunte ». Sembra scrìttura di un napoleUino. Alla p. 41 sono rìpubbli- 
cati, pei confronto, due capitoli d' un altro volgarìzzamento della stessa 
opera, quali furono già prodotti da F. Zambrìni alla col. 1042 delle 
OV. secondo un ms. membranaceo della libreria dei monaci di S. Pietro 
in Perugia. 

60. Giuseppe Mazzatinti, Inventario dei manoscritti 
italiani delle Biblioteche di Francia. Voi. Il : Appendice 
alt inventario dei manoscritti italiani della Biblioteca No- 
zumale di Parigi. Roma, tip. Bencini, 1887 ; 8', pp. VI- 
661. 



160 BIBLIOORilFIA 

Da Yarì oodici della Biblioteca Nazionale di Parigi il Mazzatinti ri- 
cava e pubblica io questo volume i seguenti saggi di antiche scritture : 
I (pp. 1-33). Tre episodi della Fiorita di Àrmannino giudice, 
dal cod. 6 it. (8373 ; sec. XV) : a) descrizione dei funerali d' Ettore ; 
b) episodio attinto, secondo il Mazzatinti (ma cfr. Sludi di filologia ro- 
manzai II, 101 e segg.), dal Roman d' Enea» di Benoit de Sainte More; 
e) la discesa d'Enea airinfemo. Il (p. 41) Breve notizia bio- 
grafica di Dante Alighieri dal cod. 77 iU (7002^) scrìtto in Isola 
d'Istria Tanno 1394. Ili (pp. 44-51) Saggio di un Volgarizzamento 
anonimo del Dialogo di S. Gregorio^ dal cod. 88 it (7703; 
sec. XV). IV (pp. 57-63) Leggenda di S. Tommaso, dal cod. 
96 it. (7711 ; sec. XV). V (pp. 68-75) Leggenda di 'tre mo- 
naci che andarono al Paradiso terrestre, dal cod. 97 it. 
(7712; sec. XV). VI (pp. 76-84) I primi quattro capitoli del Li ber 
divine doctrine di S. Caterina da Siena in volgare, dal 
cod. Ili iU (SuppL lat. 527 ; sec. XV). VU (pp. 98-106) Estratto da 
una Storia del Reame di Napoli contenuta nel cod. 301 it. 
(10170; sec. XV). Vili (pp. 109-24) Canto IV della Spagna neUe due 
differenti redazioni pòrte dai codd. 395 e 567 it (7777 e 10246 ; sec. 
XV). IX (p. 170) Sonetto caudato adespoto [edito già fra le Rime di 
Bindo Bonichi, Bologna, Romagnoli, 1867, p. 143] : S io fossi della 
mente tucto libero, dal cod. 557 it (7778 ; sec. XV). X (pp. 204-210) 
Vita di G. Cristo in prosa : saggio del cod. 597 it (8092; sec. XV). 

XI (pp. 211-217) Libro XXIII della Guerra Troiana di Guido 
dalle Colonne in volgare, dal cod. 617 it (7756; sec. XIV). 

XII (pp. 217-226) Saggio del Fi or a va n te, romanzo in prosa, secondo 
il cod. 859 it (8129; sec. XV). XIII (pp. 226-234) Ricordanze di 
Luigi de Rosa napolitano (nato 1385), incominciate a scrivere Tanno 
1452; dall'autografo : cod. 913 it (10171). XIV (pp. 250-53) Le prime 
9 e le ultime 6 ottave del Libro del Dalfino di Francia, poema 
in 10 canti finiti di comporre a Padova nel 1462 da Antonio de Oliverio : 
dal cod. it 1042, scritto nel 1474 (8150). XV (pp. 268-279) Strambotti 
ed altre rime popolari quattrocentiste per saggio del cod. 1069 it (5600; 
fine del sec. iV). XVI (pp. 279-83) L'ultima parte del Romanzo in 
prosa di Paris e Vienna, dal cod. 1094 it (8128; sec. XV). 
XVII (pp. 543-48) Saggio del Libro di Fiorava n te dal cod. 1647 
(sec. XV). 

61. Dino Compagni e la sua Cronica, per Isidoro 
Del Lungo. Voi. III. Firenze, Successori Le Monnier, 
1887 ; 8^ pp. XIX-217. 



BIBLIOGRAFIA 161 

Contiene oltre agli Indici storico e filologico di tutta l'opera, (cfr. OV, 
Ap., 35) il testo della Cronica secondo il codice archetipo, già de' Pan- 
dolfini, poi Libri Ashbumham, ora nella Laurcnziana, aggiunteci le varianti 
della ediàone pubblicata dal Del Lungo nel II volume. 

62. I. Del Lungo, Una vendetta in Firenze il giorno 
di San Giovanni del 1295. Edizione a parte dell' Ar- 
chimo storico italiano [S. IV, voi. XVIII, 1886, pp. 355- 
410]. Con r aggiunta di un facsimile e di un saggio 
della cronica domestica di Donato Velluti restituita sul- 
V autografo e commentata, Firenze, tip. Geilini, 1887 ; 
8*, pp. 74. 

Contiene (pp. 57-67) un brano della Cronica di Donato Velluti, che 
narra la Vendetta e pace dei Velluti e dei Mannelli, tratto dall' apo- 
grafo dì Paolo Velluti secondo la trascrizione di Carlo Strozzi, che fu poi 
pubblicata dal Manni {Cronica, pp. 4-iO), e quella ora reintegrata dal 
Del Lungo. Si aggiunge (pp. 68-7Ì) un altro saggio della cronica vel- 
lutiana iì sull'autografo di Messer Donato, cioè un brano corrispondente 
aUe pp. 27-30 deUa edizione del Manni (OV, i042). 

63. / Ciompi : cronache e documenti, con notizie in- 
tomo alla vita di Michele di Landò, per Gius. Odoardo 
CoRAzziNi. Firenze, Sansoni, 1887 ; 8°, pp. CV-243. 

In questo volume sono pubblicate quattro cronache relative al tu- 
multo dei Ciompi, scritte da contemporanei di quei fatti. L Cronaca 
di Ser Nofri di Ser Piero delle Riformagioni (pp. 3-18), ciò 
é un estratto dalle Ricordanze di Ser Nofrì, che si conservano, autografe, 
nel codice magliabechiano IL IV. 348 della Bibi. Nazionale di Firenze. 
Un'altra parte di questo ms. fu pubblicata dallo stesso Corazzini in ap- 
pendice a uno studio su L' assedio di Pisa (Firenze, Diligenti, 1885); 
qualche breve saggio ne avea già prima dato Alessandro Gherardi nelle 
sue note al Diano d' Anonimo {OV,, 365). La parte ora edita inco- 
mincia: e Nel 1378, a* di 22 di giugno, essendo Salvestro di messer 
Alamanno de* Medici gonfaloniere di Giustizia, gli fu dato a vedere, dai 
ma' contenti di Firenze > ecc<, e prosegue col racconto del tumulto fino 
al dicembre del 1379, ma particolarmente de' casi occorsi a lui scrittore, 
fuoruscito in seguito a quelli avvenimenti. IL Diario dello Squitti- 
natore (pp. 21-92) dal ms. magliab. IL IV. 343, autografo, ma mutilo 
delle prime quindici carte e della 31*, al quale difetto supplisce in parte 



162 BIBLIOGRAFIA 

una copia quattrocentista conservataci nel cod. II. IV. 322 della slessa 
maglìabechiaoa. Di su questa copia Carlo Falletti-Fossati pubblicò la prima 
parte del Diario in appendice al suo lavoro sopra // Tumulto dei Ciompi 
(Roma, Loescher, 1882). E diversi brani ne riferi anche il Gherardi a 
illustrazione del Diano d' aìumimo sopra citato. Causa la mutilazione 
suaccennata, la cronica dell' anonimo squittinalore incomincia : e 1378, 
detto di [20 luglio] adrieto. Fatto questo cavaliere di popolo, el po- 
polo si gli promise che farebbe si eh' egli arebbe la rendita del Ponte 
Vecchio di Firenze ; e cosi 1* ebbe come gli fu promesso. > Indi con- 
tinua registrando, cronologicamente nella prima metà, poi alla rinfusa, 
avvenimenti fiorentini fino al 1387. III. Diario Compagnano (pp. 
95-129), che si legge in un codice ancor oggi proprietà della famiglia 
Compagni, e che forse fu scritto da uno di questa casa. Comincia : € A* 
di XXV di giugno 1378 si e' si levò in Firenze uno romore per ti citta- 
dini », narrando quindi i casi de' Ciompi, fino al dicembre del 1378. Sulla 
fine della cronica, lo scrittore inserì nella sua prosa un sonetto per la caduta 
de' Ciompi : Cascato è il mannarese al batlilana (p. 126), componimento 
che r editore non dubita di attribuire allo stesso diarista (p. XXXVII). 
Di questo sonetto già avea pubblicato alcuni versi insieme con poche 
linee del Diario, Isidoro Del Lungo, che primo indicò e descrisse il co- 
dice deli' archivio Compagni {Dino C. e la sua cronica, I, pp. 699 n. 2, 
e 1014-16). JV. Cronichetta strozziana (pp. 133-146), titolata cosi 
dal Corazzini, perché tratta da un codice già di Carlo Strozzi, ora ma- 
gtiabechiano II. II. 64, del sec. XV. e Riassume con beli' ordine i 
fatti che si svolsero in Firenze dal 18 Giugno 1378 agli 11 marzo 
1382 », incominciando : e Addi xviij di giugno Mccclxxviij, in venerdi, 
essendo gonfaloniere di giustitia Salvestro di messer Alemanno de'Medici, 
vogliendo riporre gli ordini della giustitia sopra i grandi, si ragunarono 
i detti grandi al palagio della Parte. > — Fra i documenti che formano 
appendice a questo volume si registrano qui, perché scrìtte in volgare, 
due note di pagamenti fatti nel 1362 e a Michele di Landò balestrìere », 
estratte dai Quaderni dei Camarlinghi del Comune di Firenze (doc. I, pp. 
149-150) ; la Sentenza del Capitano che condanna gli autorì del trattato 
di tórre Figline (doc. XV, pp. 192-199), dove sono rìferiti testuaUnente 
alcuni discorsi dei condannati ; e un Ricordo di M. Luigi Guicciardini gon- 
faloniere di giustizia, nel quale é narrato come e perché i Ciompi gli 
arsero le case e Io cacciarono di palagio (doc. XVI; pp. 199-=201), estratto, 
da un Libro di Ricordanze degli anni 1369-1402 dello 
stesso Messer Luigi. 



BIBLIOGRAFIA 163 

64. Cronache iella città di Perugia edite da àrio- 
DAUTB Fabretti. Vol I {1308-1438), Torino, coi tipi pri- 
vati deU' editore, 1887; 8^ pp. IV-246. — Ediz. n. v. 

I. Memorit di Perugia dall'anno iS08 al i335 (pp. 1-22) II. Me- 
morie di Perugia dall' anno iS52 al i398 (pp. 25-60). HI. Memorie di 
Perugia dall' anno i358 al i382 (pp. 63-66). IV. Memorie di Perugia 
dall' anno i309 al i379, di Mariano del Moro speziale (pp. 67-122). 

V. Memorie di Perugia dalP anno i335 al i375 (pp. 125-130j. 

VI. Racconto dell' assedio e della presa del castello di Bettona: i35S 
(pp. 133-142). VII. Memorie di Perugia dall'anno i353 al i376 (p^. 
145-154). Vin. Memorie di Perugia dall'anno i35i al U38 (pp. 
157-246). La III a V VIII sembrano di scrittori contemporanei degli avve- 
nimenti che narrano; le altre sono più recenti; la IV é certo opera di un 
cinquecentista. Le tre prime furono ricavate da un codice della Comunale 
di Perugia che porta il n.° 15564 nell'inventario di quella biblioteca. 

65. Documenti di Storia perugina editi da àriodante 
Fabretti. Voi L Torino, coi tipi privati dell'Editore, 1887; 
8^ pp. III-208. 

Vi s'incontrano parecchi estratti di statuti pei\igmi ed altri documenti 
dei secoli XIV e XV in volgare. 

• 66. Santa Maria del Fiore: la costruzione della 
chiesa e del campanile secondo i documenti tratti dall' ar- 
chivio delP opera secolare e da quello di Stato per cura 
di Cesare Guasti. Firenze, tip. Ricci, 1887; 8^ pp. 
cxiiij-321. 

In questo volume si leggono parecchi documenti in antico volgare. 
Notiamo fra gli altri le Ricordanze di Filippo Marsìli provveditore 
di SanU Reparata dall'aprile del 1353 al 23 marzo 1358 (pp. 72-187), 
e quelle di Cambino Signorini (pp. 118-25) e di Stieri di Fran- 
ceschino degli Abbizzi stati nel medesimo ufficio. Più altre consi- 
mili ricordanze, e deliberazioni e risponsioni di maestri chiamati a con- 
siglio dagli Operai della chiesa sono riferite sparsamente. 

67. // giuoco in Italia nei secoli XIII e XIV, e spe- 
cialmente in Firenze [documenti pubblicati da Lud. Zde- 
KAUER nell' Archivio storico italiano, Serie IV, voi. XIX, 
1887, pp. 3-22]. 



164 BIBLIOGRAFIA 

Nei documenti II (Le somme d' appalto delle bitehe senen dalfanno 
i296 fino aW an, iS9S) e III (i regolamenti sul giuoco negli slattai se- 
nesi) s'incontrano alcuni brevi squarci in volgare (pp. 6-9 e 13-15). 

68. [Istrozione delia Signoria di Genova a Segarano 
Salvago (?) pubblicata da C. Desimoni ueW Archivia storico 
italiano. Serie IV, voi. XIX, 1887, pp. 106-108]. 

Ricavata dall'Archivio di Stato in Genova (Materie politiche, Sup- 
plemento, 1320 circa). È distesa in antico volgare genovese , e inco- 
mincia : e A voi Seguran cometamo per arecordo e a memoria redugamo 
si comò se dirà de sota, primo : Quando voi serej in Famagosta, presen- 
terei la letera a li mercanti la quar Noi u'avemo dajta. > 

69. Trattato dei Genovesi col Chan dei Tartari nel 
1380-1381, scritto in lingua volgare [e pubblicato da C. 
Desimoni nell' Archivio storico italiano, Serie IV, voi. XX, 
1887, pp. 161-65]. 

Da due originali membranacei del r. Archivio di Stato in Genova, 
e diversi fra di sé e per data e pel nome deUa persona che rappresen- 
tava r imperatore del Chipciak » ed anche per notevoli varianti di lezione. 
€ Un solo di questi due fu conosciuto dal De Sacy e pubblicato nelle 
Notices et extraits, XI, 52 ; 1' altro, solamente conosciuto dall' Oderico, 
trovato fra i suoi mss. e pubblicato dall'Olivieri, Carte e cronache ma- 
noscritte per la storia genovese, 1855, p. 73. > Il Desimoni ora pubblica 
i due testi del trattato uno di fronte all' altro. Incominciano entrambi : 
€ In nome de dee posselo esse amen. Gum la gracia de lo imperao... »; 
seguita quindi il primo : e ... Elias segnò Ojo de Inach Gototoloboga seando 
mandao per segnò in Sorcati > ; il secondo : e .... Iharcasso segnò quando 
elo fo mandao per sepò in Solcati. » E il primo reca in fine la data : 
e Millesimo de li Sarren setecento oytanta doy, a vinti vìij di de lo meyse 
de sochada > (2i febbrajo 1381) ; il secondo : e Millesimo de li Sarrein 
setecento oytanta doy, lo derré di de lo meyse de Sabam > (27 novembre 
1380). La copia, cioè l'atto notarile che ci ha conservato questi due 
volgarizzamenti, é del 28 luglio 1383. 

70. Relazioni di Guglielmo da Castelbarco con Ve-- 
nezia: documenti del R. Archivio di Stato in Venezia 
[pubblicati da Paolo Orsi per le Nozze lacob-Schizzi], 
Trento, tip. Scotoni e Vitti, 1887; 8", pp. 36. — Ediz. 
n. V. 



BIBLIOGRAFIA 165 

n IV di questi documenti è in volgare: contiene una breve lettera 
di Nicoleto Beiauxello e Al magnifiche segnor so misser I. sovranzo 
per la dio grazia de venesia, dalmacia et de gruacia doxe >, e data in 
Vicenza el di de Zobia xxyj de Mazo > [1317]. 

71. Lodovico Frati, La guerra di Gian Galeazzo 
Visconti contro Mantova nel 1397. (Estratto dall' Arch. 
stor. lombardo, a. XIV, 1887, fase. ii]. Milano, tip. Bor- 
tolotti, 1887 ; 8*, pp. 37. 

Contiene: 1 (pp. ^13) una lettera volgare di Giovanni de'Lapi 
e Francesco Foscherari conunissari bolognesi agli Anziani di Bologna (da 
Venezia, 13 febbraio 1398). II (pp. 35-37). Altra missiva in volgare 
dettata da Francesco Foscherari, al doge di Venezia (da Bologna, 16 a- 
prile 1399). HI (pp. 16-25). Una lista di e spexe fate per lo co- 
mune de Bologna per le prouixion del segnore de Mantoa, e altre 
spexe fate in pagare soldati e altre persone, coménpando in Mcccbuuxij 
e finendo a die xx de febraro Mccclxxxxviij >. IV. (pp. 26-7). Una nota 
delle provvisioni richieste dal e magnifico segnore miser 
Francescho de Gongiaga, segnore de Mantoa, al comune de Bo- 
bgna ». Tutte e quattro queste scritture furono ricavate dal cod. 52 delia 
Biblioteca Universitaria di Bologna, e contenente vari documenti originali 
relativi alla lega contro il Visconti del 1397 ». 

72. Operette istoriche edite ed inedite di Antonio Ma- 
netti matematico ed architetto fiorentino del secolo XV, 
raccolte per la prima volta ed al suo vero autore resti- 
tuite da Gaetano Milanesi. Firenze, Succ. Le Monnier, 
1887; 16^ PP.XXX1IH81. 

I. (pp. 1-67) Novella del Grasso legnaiuolo. II. (pp. 
69-158) Vita di Filippo di ser Brunellesco, che è quasi 
appendice o commentario alla novella. IH. (pp. 159-168) Breve notizia 
di Uomini singolari in Firenze dal MCCG^ innanzi. 
IV (pp. 169-81) Notizia di Guido Cavalcanti poeta. E nella 
prefazione (p. XXV-XXXI) sono prodotte le portate al catasto del 1442 
fatte da Niccolò di Iacopo Ammannatini. 

73. Letture italiane scelte e annotate a uso delle 
scuole secondarie inferiori da Giosuè Carducci e dal dott. 



166 BIBLIOGRAFIA 

Ugo Brilli. Ediz. sesta. Bologna, Zanichelli, 1887; 16*", 
pp. XXIV-739. 

Contiene i primi tre libri delie Leiture, dove hanno luogo, fra più 
altri, i seguenti testi antichi. Sette delle Cento Novelle antiche; due nar- 
razioni dal Fior di Virtù; ventiquattro favole àeW Esopo volgare; due 
conti cavati dai Reali di Francia; trentaquattro Novelle di Franco Sac- 
chettiy e la ballata vaghe montanine pastorelle ; la Primavera^ V Estate 
r Autunno^ V Inverno^ testi del trecento riprodotti dagli Oratori italiani 
del Trucchi (I, 63). 

74. Letture italiane scelte a uso delle scuole secon- 
darie superiori da Giosuè Carducci e dal dott. Ugo Brilli. 
Edizione terza, rifatta per intero, con molte emendazioni, 
e annotata. Libro Quarto. Bologna, Zanichelli, 1887 ; 16"*, 
pp. V435. — Libro Quinto. Bologna , Zanichelli, 1888 
(1887); 16^ pp. XIVn582. 

n libro lY contiene d'antiche scritture: Quattro narrazioni di Livio 
tratte dai Volgarizzamenti del buon secolo, editi dal Dalmazio e dal Pizzomo 
{OV., 997-8); Le donne alla passione di Gesó, brano della Vita di S. 
Maria Maddalena pubblicata dal Manni fra le Vite di alcuni Santi; Gli 
anacoreti, saggio dalle Vite dei SS. Padri, secondo il volgarizzamento 
attribuito al Cavalca ; Sei narrazioni ricavate dallo Specchio di vera peni- 
tenza del Passavanti; due brani dei Fioretti di S. Francesco; Descrizione 
di un supplizio, tratta dalle Lettere di Santa Caterina da Siena; Il 
mercante di Venezia, novella del Pecorone. — Il libro V: La battaglia di 
Benevento secondo la Cronica di Giovanni Villani (lib. VII, 5-9); La 
guerra pisana del 1363, il ritratto di Mea di Pagolo Morelli e i ricordi 
di Alberto di Giovanni Morelli, dalla Cronica di Giovanni Morelli; Brano 
dei CAìmmentarì dell' acquisto di Pisa di Neri Capponi, e due lettere 
della Signoria a B. Corhinelli e a G. Capponi; Buonaccorso Pitti in 
Francia, dalla Cronica del Pitti; la Novella del Grasso legnaiuolo. 




NUOVI DOCUMENTI SU GINO DA PISTOIA 



I. 

Dopo che L. Chiappelli ebbe pubblicata la bella 
monografia sa la vita e le opere giuridiche di Gino da 
Pistoia (1), parecchi stadiosi ricercando qua e là per 
gli archivi ebbero la ventura d' imbattersi in altri notevoli 
documenti delle vicende e dell' attività del maestro di 
Bartolo, relativi i più al suo insegnamento o alla sua ope- 
rosità professionale, singolari alcuni perchè correggevano 
errori o inesattezze vecchie, ripetentisi^di mano in mano 
e di libro in libro, non ostante la maggiore accuratezza 
delle indagini. Dei quali documenti parmi opportuno il 
dare notizia nell' accingermi a mettere in luce alcuni altri, 
del tutto sconosciuti e inediti, che la ventura mi pose fra 
mano nel passato anno, facendo ricerche per altri studi 
in una biblioteca tanto ricca di belle preziosità, quanto 
trascurata dai nostri eruditi. 

I biografi di Gino non recano del suo ritomo 
in patria documenti anteriori al 1319; ma il doti. G. 
Papaleoni ha trovato e pubblicato un atto del 18 maggio 
1318 che ci attesta la presenza di Gino in Pistoia a quel 
tempo: è un consulto legale, reso a istanza di Simone 
Battaglieri, esattore dei dazii del comune pistoiese, in una 
vertenza insorta per ragioni di collette tra cotesto pfB- 

(i) Pistoia, Bracali, 1881. 

VoL I, Parte l . 12 



168 TOMMASO CASINI 

ciale e monna Fiorìna di Giovanni Ciappetta; e giudica 
che la donna non possa esser molestata né tenuta a pagare 
salla sua dote le collette imposte già ai genitori di lei, 
e quod causa dotis est antiquior et quod dieta domina 
Fiorina per se est prìncipalis allibrata » : la sentenza se- 
guitò conforme al parere del giureconsulto (1). Cosi siamo 
certi che Gino nel 1318 era in patria; contro l'afferma- 
zione dei suoi biografi che lo fanno lettore, per quel- 
r anno e per i seguenti sino al '%, in Treviso. E come 
ricavassero l'erronea data del 1318 per l'insegnamento 
trìvigiano di Gino mi è agevole chiarire, per una pre- 
ziosa indicazione datami dall' egregio dott. Oddone Ze- 
natti; il quale mi avverte che il documento cui si rife- 
risce il Tiraboscbi (2) per affermare che < in queir anno 
furono eletti a leggere in quello studio pe'tre anni se- 
guenti Uberto da Gremona e Virgilio Foscarari , allora 
professori in Bologna, e Niccolò de' Rossi trìvigiano, e il 
celebre Gino da Pistoia », documento non saputo rin- 
tracciare dai biografi del pistoiese, si legge a stampa da 
un secolo nella Storia della Marca trivigiana e veronese 
di Giambattista Yerci (3). E a leggerlo si vede chiaro che 
nel consiglio dei trecento di Treviso furono proposte due 
coppie di dottori per scegliere un professore per la let- 
tura ordinaria e uno per la straordinaria : che a quest' ul- 
tima cattedra Gino da Pistoia fu proposto insieme col 
trìvigiano Niccolò de Rossi, dottore e rimatore anch' egli : 
e che la scelta cadde sul De Rossi, che ebbe a favore 
centosessantotto voti di suoi concittadini, mentre il pi- 

(1) G. Papaleoni, Un nuovo documento di C. da Pistoia nella jRt- 
vista critica della letter, itaL, a. 1885, n.^ 1. L'atto è tra le carte pi- 
stoiesi del B. Archivio di Stato di Firenze, sezione diplomatica. 

a) Storia deUa lett, ital., tomo V, lib. I, capo lU , §. XIV (2.' ed. 
Modena, 1789, t. V, p. 66). 

(3) Voi. Vni, p. U2 dei documenti, tra i quaU ha il n.** DCCCXGVIU. 



NUOVI DOCUMENTI SU GINO DA PISTOIA 169 

stoiese, meno noto o non procacciante, ne raccolse 
soli novantacinque (1). 

(1) Anno 1318, 2 agosto, Elezione di Lettori pella Univenità di 
Trivigi^ tratta dal Cod. documenti Trìvìgìani Co: Scotti N. 6: e Infra- 
scrìpla vero provisio in dicto Consilio coram dicto domino PoL lecta et 
vulgarìzzata fuit per me NoL infrascriptum , cuius tenor talis est: e In 
Chrìsti nomine amen, Hec est quedam provisio faota per certos sapientes 
et sapragastaldiones electos per Curìam domini potestalis, Àntianorum et 
Gonsuium Comunis Tar[vixii], ex vigore reformationis Consilli CCC scripte 
per Guidonem Jacobi de Marostica not. tunc domini Pot. super electionem 
Doctonim ordinarìorum et extraordinariorum fienda; nam habita de [hac 
re] atione et colatione cum pluribus Doctorìbus Juris Civilis tam Bononie 
qiiam alibi, tam de modo eligendi quam etiam de eorum salario, se- 
cundum formam diete refonnationis, decem ex eis presenlibus duobus 
tamen absentibus legitime citatis, eligerunt ad lecturam ordinarìum in 
mane in Civit[ale] Tar[vixii], videlicet dominum U[s]bertum de Cremona 
doctorem utriusque juris legentem Bononie cum salario CCXXV floreno- 
rum auri in anno, usque ad tres annos prox. venL incipiendo a festo 
S, Luce proxime venturo, et dominum Vigilium de Foscarariis de Bo- 
nonìa doctorem Juris legentem Bononie cum salario GCCCG librar, den. 
par. in anno usque ad dictum terminum trium annonim incipiendo ad 
dictum festum S. Luce venturi . Qui vero duo doctores debent balotarì 
in Consilio CCC et cadere in unum, et qui plures ballottas habuerit erìt 
primus, secundum formam diete reformationis. Item elegerunt duos Bo- 
clores ad lecturam exlraordinariam post nonam in CiviL Tar[vixii], videlicet 
dominum Nicolaum de Rubeis de Tar[vixio] doctorem Juris cum salario 
CCCCC librarum denariorum parvorum in anno usque, ad tres annos proxime 
venturos incipiendo a festo S. Luce prox. vent. et dominum Cinum de Pi- 
storìo doctorem utriusque Juris ad dictam lecturam extraordinariam cum 
salario CCCC librarum denariorum parvorum in anno usque ad dictum termi- 
num trium annorum, incipiendo ad dictum festum S. Luce prox. venL Qui 
vero Boctores debent ballotarì in predicto Consilio CCC et cadere in unum, 
et qui plures ballotas habuerit erìt prìmus secundum formam diete reforma- 
tionis. Unde posito partito per dictum dominum Pot, exequendo formam 
diete provisionis et secundum formam ipsius ad bux. et balloL hoc modo, 
quod videlicet iDi consiliarìi in dicto Consilio existentes, qui volunt dictum 
dominum Usbertum et eis placet ponanl ball, suas in bux. albo, qui vero 
volunt dictum dominum Egidium ponant in lazuro, reperto fuerunt LXVI 
ball Item simUiter posito partito per dictum dominum poL 



171 

>ne fatta 
I Firenze 
imsulto è 
ile firman- 
a » appare 
favorevole 
<la Pace da 
suprascripto 
» a ut supra 
vel cancella- 
.1 Alberto Ro- 
-'iureconsulti e, 
^^'c, come mes- 
< 1324 sarebbe 
ilair Ammirato , 
io studio si ca- 
llidi e famosi (e 
i ima, furono chia- 
limona e Andrea 
I primo simulacro 

il turno al quale fu- 

■ quello di Napoli; 

ìio venuti in buon 

i »sa ; e il merito di 

Giuseppe de Blasiis, 

a su Gino da Pistoia 

M'c il pistoiese inse- 

;ono che fu dal 1326 

>) incominciò, egli il 

jHwiio dal Santini, loc. cit., 
■. ISSO, voi. XI, pp. U9-150. 



170 TOMMASO CASINI 

Era creduto per una notizia data da Scipione Am- 
mirato il giovine che nel 1334 Gino da Pistoia fosse stato 
condotto a leggere in Firenze (1): un documento sco- 
perto dal sig. P. Santini e ^da lui egregiamente illu- 
strato (2) dimostrerebbe invece che lo storico fiorentino 
prendesse abbaglio, e che Tanno della condotta di Gino 
fosse stato il 1324. Infatti, ragiona il Santini, non è 
vero ciò che asseriva il biografo più recente del pistoiese 
eh' egli leggesse in Siena dal 1321 al '26, perchè dai 
libri di Bicchema si ha notizia solamente dei salari pa- 
gati a Gino dall' Ottobre '21 al giugno '23 , e poi dal- 
l' ottobre del '24 al Giugno del '26 ; così che nell' in- 
segnamento senese del nostro giureconsulto fu un inter- 
ruzione d' un anno e più, dal giugno '23 all' ottobre '24. 
Inoltre, prima del 1334 (e, aggiungo io, lo confermano 
i documenti che ora si pubblicano qui) Gino aveva ri- 
cevuto la cittadinanza fiorentina ed era in Firenze ben 
conosciuto e stimato. Finalmente è provato dai docu- 
menti pubblicati dal Gberardi (3), che in Firenze ci fu, 
se non un vero e proprio Studio, certo un notevole rag- 
gruppamento di insegnamenti ofiQciali di grammatica e di 
filosofia, di fisica e di leggi, negli anni che corsero dal 
1321 al '24. Ora, il documento scoperto dal Santini è 
un consulto reso agli ultimi giorni di giugno del 1324, 

hoc modo, quod qui volunt dictum dominum Nicolaura de Rubeis et eis 
placet, ponant ball, saas in bui. albo, qui vero volunt dictum dominum 
Cinum ponant ball, suas in bux. lazuro: reperto fuerunt in buxolo albo 
CLXVllI ballote, et in lazuro reperto fuerunt XCY ballote ». 

(1) ht fiorentine di S. Ammirato con V aggiunte di S. A, il gio- 
vine, Firenze, 1847, voi. II, p. 264. 

(i) Di un documento inedito di Gino da Pistoia nell' Archivio sto- 
rico italiano, a. 1884, serie 4.' voi. XIV, pp. 18-34. 

(3) Statuti dell'università e studio fiorenHno dell' a. MCCCLXXXVII, 
seguiti da un' appendice di documenti dal MCCCXX al MCCCCLXXII, 
Firenze, Viesseux, 1881, pp. HO, 277-279. 



NUOVI DOCUMENTI SU GINO DA PISTOIA 171 

per una questione insorta a proposito deU' elezione fatta 
di Azze dei Manfredi da Reggio a podestà di Firenze 
per il secondo semestre di quell' anno ; e il consulto ò 
sottoscritto in primo luogo dal pistoiese, il quale firman- 
dosi : € Ego Cinus de Pistorio consulo ut supra » appare 
come il compilatore della memoria giuridica favorevole 
alla nomina del podestà in questione, e poi da Pace da 
Gertaldo che dichiara : € consulo una cum suprascrìpto 
domino Gino > e con gli altri che seguono < ut supra 
scriptum est sine uUa interlineatura, rasura vel cancella- 
tione >, e finalmente da Rinaldo Casini, da Alberto Ro- 
soni e da Decco da Figline, anch'essi giureconsulti e, 
il Casini e il Rosoni almeno, dottori di legge, come mes- 
ser Pace, da parecchi anni (1). All' anno 1324 sarebbe 
dunque da riferire la condotta notata dall' Ammirato , 
anche perché in quei primi principi dello studio si ca- 
pisce che il comune cercasse dottori grandi e famosi (e 
in quello stesso anno, o alcun tempo prima, furono chia- 
mati a leggere Osberto Fogliata da Cremona e Andrea 
Ciafferi), non già nel '34 quando quel primo simulacro 
universitario era svanito. 

Un altro insegnamento di Cino, intomo al quale fu- 
rono molto dubitosi i suoi biografi, è quello di Napoli; 
ma anche qui i documenti officiali sono venuti in buon 
punto a confermare e a chiarire la cosa; e il merito di 
avere disbrogliata la questione va a Giuseppe de Blasiis, 
autore della breve e succosa memoria su Cino da Pistoia 
neir Università di Napoli (2). Mentre ,il pistoiese inse- 
gnava in Perugia (i suoi biografi dicono che fu dal 1326 
al '33, ma vedremo che non è vero) incominciò, egli il 

(1) Si vedano le notizie raccolte in proposito dal Santini, loc. cit, 
pp. 22-23. 

(2) Arch, tUnico per le prov. napoli a. 1886, voi. XI, pp. 149-150. 



172 TOMMASO CASINI 

ghibellino imperialista fierissimo, a strìngere rapporti con 
la corte angioina : e il re Roberto, il 15 agosto 1330, con 
suo diploma dato in Quisisana presso Castellamare di Sta- 
bia, invitava Gino a recarsi a Napoli lettore di leggi civili, 
dichiarando eh' egli era molto desiderato dai napoletani sui 
quali avrebbe riversato i mieli della stm ((tcondia. Gino 
accolse certamente V invito, e si recò a Napoli per incomin- 
ciare le sue lezioni neir ottobre : durante il corso dovette 
dare, richiestone da un vescovo, quel consulto circa la vali- 
dità di una donazione fatta ad una donna di mala vita, 
che è ricordato da Baldo da Perugia (1) ; ma disgustato 
dalle invidiose mene di giuristi e di giudici, alle quali ac- 
cenna in una notissima sua poesia (2), fini il corso nel- 
r estate del '31 e abbandonò Napoli per sempre. E andò 
di nuovo a Perugia, dicono i suoi biografi, dove per T in- 
segnamento deir anno 1332 gli erano già stati assegnati 
gli stipendi, uno per la lettura ordinaria di fiorini cento- 
settantacinque, e uno per la straordinaria di fiorini tre- 
centoquindici. Se non che, sul ritorno di Gino a Perugia 
gravi dubbi mi sono sorti in mente, studiando i documenti 
nuovi da me trovati a Volterra, ai quali intanto è neces- 
sario premettere una rapida notizia del codice che li 
contiene. 

II. 

Visse nella prima metà del secolo XIV un notaio 
volterrano, ser Biagio di Giovanni, il quale come tale è 
registrato nella matricola dei giudici e notai di Volterra 
compilata nel 1338 di seguito agli statuti novamente for- 

(1) Baldo, In sec, Codicis partem Commentaria^ lib. IV, de condici, 
eh twrp. catM., f. 17. 

(2) Ed. Ciampi (Pistoia, 1826), p. 157. 



NUOVI DOCUMENTI SU CINO DA PISTOU 173 

mali del Collegio notarile di quella città (1): visse per 
lo pia in patria e vi mori (2), dopo aver sostenuto molti 
e varii offici nel suo comune : cancelliere della Signoria 
dei dodici difensori del popolo volterrano nel 1329, 
durante la podesteria di Clone di Mino da Siena (3) ; 
consigliere del suo comune nel 1334 e nel 1338 per la 
contrada di Borgo Santa Maria, dov' egli abitava , e pur 
nel '34, almeno per la seconda metà dell' anno, carne- 
rarius o camarlingo (4). Ma come tanti altri seri del suo 
tempo il notaio volterrano usci a cercar fortuna fuori 
delle patrie mura, e se non andò in signorìa , come allora 
dicevasi, ossia a far da podestà o da vicario in qualche 
gran città o in piccoli castelli, ebbe e tenne onorevol- 
mente r officio di cancelliere a Pistoia nei primi tempi 
della dominazione fiorentina su quella città; riacquistata, 
com' è noto, dopo la morte di Gastruccio , sul principio 
del 1329 e riordinata con parvenza di libero reggimento, 
conservandole i suoi anziani e il suo gonfaloniere di giu- 
stizia, ma in sostanza sottomettendola all' autorità della 
Signoria di Firenze (5). Ser Biagio da Volterra fu adun- 
que cancelliere della città di Pistoia per tutto l'anno 1332, 
e vi tornò più tardi ; non è ben chiaro per quanto tempo, 

(1) Arch. comun. di Volterra, Stat. e matric, dei Notai, f. 32> 

(2) f Mortuus » è notato accanto al suo nome nella cit matrìcola, 
di mano del solito cancelliere che intorno alla metà del secolo XIV pose 
la stessa nota accanto ai nomi di molti suoi colleghi. 

(3) Arch. comm. dì Volterra, Deliberazioni, filza X, quaderno ±\ 
Aprile-Maggio 1329, scriptus per me Blasium filium Johannis de Vol- 
terra dictorum dominorum duodecim scribam et officiaUtn, 

(4) Arch. comun. di Volterra, Delio., filza XII, passim. 

(5) G. Villani, Cr. X, 131; Istorie pistoiesi (Milano, 1845), pp. 
232 e segg.; Marchionne Stefani, Ist. fior., lib. VII, rub. 455; S. Am- 
mirato, Ist, fior. (Firenze, 1847), voi. II, pp. 211 e segg.; F. T. Perrens, 
Hist. de Florence (Parigi, 1879). voi. IV, p. 160 e 169; C. Guasti, / 
capitoli del comune di Firenze, I 4. 



174 * TOMMASO CASINI 

ma t' era certamente nel 1339. Stando in qnest' officio 
scrisse molte lettere d' interessi pubblici e d' afifari suoi 
privati in un grosso libro cartaceo, ch'egli certo riportò 
seco in patria e che dopo chi sa quali vicende pervenne 
nel secolo scorso alla libreria Guarnacci in Volterra, dove 
ora si trova (1). Le lettere di ser Biagio sono molte e 
tutte in grammatica, salvo quest'unica che stimo utile di 
pubblicare a saggio del volgare del notaio volterrano': è 
scritta ad Acciainolo Acciainoli, vicario del re Roberto in 
Prato ed estratto poco tempo innanzi capitano di Pi- 
stoia (2), e se ne può fermare facilmente la data tro- 
vandosi tra due lettere, Tuna del 28 giugno e l'altra 
del l."" luglio 1339. La lettera si riferisce ad afTarì del 
comune di Pistoia, circa la nomina dei magistrati e la 
pacificazione delle parti: 

VolcDdo mandare ad executione quello che-nne scrìveste 
et a bocca da vostra parte ci disse el vostro chavalieri, avemmq 

(1) Cod. LXIX. 9. i; sul foglio di guardia é scritto di roano mo- 
derna: e Epistolae [ser Biasii] Joannis ser Blasii nolani et civìs volaler- 
rani conscrìptae taro nomine proprio quam nomine civitatis PLstoriensis in 
annis Domini 1342 ad 1353, quo tempore canceilarìi eiusdem civitatis mu- 
nere fungebatur »; ma l'indicazione degli anni é erronea, né certo è facile 
determinare il periodo di tempo cui appartengono le molte lettere di ser 
Biagio, perché nel rilegare i fogli del codice dovette essere alterato 
r ordine primitivo e in fondo alle lettere o manca la data o é incompiuta. 

(2) Quest'Acciaiuolo, figlio di Nicola e padre di Nicola il gran sini- 
scalco (cfr. M. Stefani, ht fior. lib. Vili, rub. 642), é nominato assai 
spesso nei documenti fiorentini, e appare tra i consoli dell'Arte di Ga- 
mala nel 1328 {Delix. degli erud,, Vili 209), tra i priori del 1332 e '34 
(Dei Xn 8, 176), tra i gonfalonieri di società negli anni 1333, '36, '37 
{Del. XII 170, 208, 221), tra i dodici buoni uomini nel trimestre Mano- 
ìfaggio 1339 (Del. XII 241). In Pistoia era stato testimonio a un atto 
relativo a una pace tra i Cancellieri, nel 1309 {Del. X 147); fu gran 
guelfo e compreso tra i banditi nella famosa sentenza di Arrigo VII del 
1313 {Del. XI 124); fu lungo tempo vicario regio in Prato, e mori Del- 
l' officio nel 1340 {Ist. pisi. p. 296). 



NUOVI DOCUMENTI SU CINO DA PISTOU 175 

quelli xxTìij cittadiiii guelO, che nell* altra lettera che vi man- 
dammo si contengono, et alcuno altro con es[s]i; e ivi avendo 
in nota tucti e' guelfi che sono àtati air uficio delP anzianato 
dalla prima balia conceduta in qua e altri guelfi che credavamo 
che fossero degni a quello oficio, di concordia deliberammo 
che tucti quelli ch'erano stati s' intendes[sjero tra noi essere 
approbati e gF altri tucti mectemo a secreto scniptino singolar- 
mente e quelli che per le due parti almeno furono approvati el 
nostro chancellieri tucti gì* à scripti non sapendo noi chi l' à 
vinta perduta; e facendone a-llui fare copia per mandarla a 
voi suggellata, in quel mezzo, chome crediamo che fosse pia- 
cere di dio, avendo ancho a consiglo quelli savi, fuvi per piti 
dette molte buone parole e finalmente che si ragionasse chon 
di questi paciari che in questi nostri fatti si prendesse via di 
pace e di concordia, e cosi chon quelli che stasera aviamo 
potuto avere è fatto, e ellino molto beniguamente e con dolci 
e buone parole e chiare anno risposto, di che tucti noi e chi 
rudi n'ebbe grande allegrezza, e siamo certi che anche voi 
n' averete ed allegrezza e honore. Per la qual cosa ambascia- 
dori, e' quali avavamo electi per mandare domactina, non ver- 
ralnjno cosi tosto, però che intendiamo d' accompagnarli d' al- 
quanti patiari, e' quali sono e sera[n]no chon noi un corpo e 
unitamente veranno a- domandare nostro intendimento. Noi nien- 
temeno vi mandiamo quella scripta suggellata e publicata di 
mano del nostro chancellieri, la quale vi piaccia tenere secreta 
e cosi suggellata ifl9ne al venire de' nostri ambasciadori , e poi 
non manifestarla né mostralla a nessuno però che scandolo ne 
potrebbe nascere; e che siate a' Signori nostri e preghiateli che 
in questi nostri facti soprasegano iffine al venire de' nostri am- 
basciatori (1). 



(1) Cod. cit, f. 31.b Al f. 30.* é una leUera del Comune di Pistoia 
al re Roberto, data XX."" mensis Apriii$ VII Ind. (1339), affinché egti 
permetta all'Acciaioli, suo Ticarìo in Prato, di accettare l'ufficio di ca- 
pitano di Pistoia: e al f. 32> un' altra dell' 8 luglio per ringraziare il 
re d'aver concesso cotale permesso. • 



176 TOMMASO CASINI 



\ 



Altre notizie del nostro ser Biagio e delle sne rela- 
zioni private mi sarebbe agevole raccogliere dalle sue 
lettere e da altri docamenti (1); ma allargherei senza 
opportanità questo scritto, che ha un fine più preciso e 
determinato (2). 

III. 

Il minutario del cancelliere pistoiese ci ha conservato, 
tra altri importantissimi alla storia di Pistoia, alcuni no- 
tevoli documenti su Gino; e primo tra essi una lettera 
degli Anziani e Gonfaloniere di Pistoia a Rinaldo da Staf- 
foli, podestà di Firenze nel primo semestre del 1332 (3), 
con la quale quel magistrato raccomanda a quest' officiale 
la causa di un cherico pistoiese accusato d* un maleficio, 
e lo prega a dar fede a ciò che in proposito gli esporrà 
a voce < r eccellentissimo uomo, signor Gino, degnissimo 

(1) È nominato il nostro ser Biagio anche in due lettere di Filippo 
Belforti (1319-1S57), vescovo di Volterra; le quali sono pubblicate nel- 
r opera di A. F. Giachi, Saggio di ricerche storiche sopra lo stato an- 
tico e moderno di Volterra, 2.* ediz., Volterra, Sborgi, 1887, p. 382. 

(2) Non voglio per altro, già che ne ho V occasione , lasciar di far 
conoscere un documento, per più rispetti notevole, intomo al celebre 
canonista bolognese Giovanni d' Andrea, che si legge nel minutario di ser 
Biagio, f. 30.*: « Domino Johanni Andree. Excelentissimo canonici iuris 
doctorì domino Johanni An[dree] Anziani et Vexillifer lustitie populi ci- 
vitatìs Pistoni salutem et quidquid possunt servitii et honoris. Statutorum 
nostronim censura iubente, omnes solutiones seu restitutiones, que occur- 
runt quomodolibet Gende nostro communi, ipsius communis camerario Gerì 
debent. Ex quo, ù restitulionem ilbm florenorum XVIII auri, quos ille 
nobilis miles reservande memorie dominus Rolandinus iubsit restimi, Geri 
intenditur, expedit ut Gat camerario antedicto. Et sic vobis presentibus 
respondemus, ad cuncta vestra beneplacita semper prompti. Datum Pi- 
stoni, die VI Aprilis [1339J ». 

(3) Del. degli erud. tose. XVn 109. 



NUOVI DOCUMENTI SU CINO DA PISTOU 177 

dottore di leggi, dei Sighibaldi, onorevole cittadino pi- 
stoiese > . Ecco la lettera di raccomandazione , dove ap- 
pare il nome del giureconsulto: 

Strenuo militi domÌDO Raynaldo de Staffulo, honorabili pò 
testati Givitatis Florentie, Anziani et Yexillifer lustitie Civitatis 
Pistoni salutem omni felicitate repletam. Que datur ucbis ex 
nobilitate vestra securitas fiducialiter nos ioducìt ut eidem egregie 
nobilitati vestre, dum casus ingeritur et maxime in hiis que 
honestatem et iustitiam respiciant , preces uostras cum siogularì 
fiducia porrìgamus. Cum igitur Benedictus vocatus Leste quon- 
dam ser Vitacchioi clericus et in sacrìs ordinibus constitutus 
dilectus civis noster, cui prò sui suorumque potius merìtorum 
retrìbutione tenemur, sit in carcerìbus CommuDis FIoreDtiae, prò 
quodam malleficio quod dictum fuit per eum fuisse commissum 
tempore Petrì della Brancha, olim potestatis Civitatis Florentiae, 
nuperque prò parte cuiusdam ex vestris iudicibus malleflciorum 
fuerit citatus dictus Benedictus ut coram dicto indici veniret, 
processurus super quamdam inquisitionem centra eum tempore 
dicti domini Petri formata, Vos affectuose precamur quatenus, 
licet non indigere credamus, per vestram curiam contra dictum 
fienedictum clericum civem nostrum non fiat aliquid novitatis, 
nisi quatenus iura concedunt, sed suo iuridico indici dimicta- 
tur. In hiis insuper quae circa predicta honorabili Dominationi 
vestre horaculo vive vocis exponet excellentissimus vir dominus 
Gnus, dignissimus doctor legum, de Sighibuldis, laudabilis civis 
noster, fidem dignemìni credulam adhibere, et ea nostri gratia 
et amore e£fectualiter exaudire. Parati semper ad omnia vobis 
grata (1). 

Questa lettera è di molto interesse, perchè attesta 
che Gino nel primo semestre del 1332 era in Pistoia e 

(1) Cod. cit, f. 2.*, preceduta e seguita da lettere senza data: sola- 
mente ai f. 4 e 5 sono leUere con data del giugno deU' indizione XV, 
cioè del 1332: ò certo per altro, per il nome del podestà fiorentino, che 
la lettera è del l."" semesU^ 1332. 



nS TOMMASO CASINI 

quiinli si recava a Firenze a tratiare a viva voce aff 
[irf i! suo comune; e cosi è infirmata l'opinione dei bi 
giali, che dicono avei 
già. Gli stanziamenti 
ma bisogna credere 
reduce da Napoli, do^ 
disfacimento , rìnonzi; 
preferisse di restare i 
da lui stesso sospirato 
e fermasse la saa sta 
spesso e con meno d 
non si vuol negar fed 
esservi invitato a legi 
non insegnasse nel 1^ 
quell' anno in Toscani 
di documenti conservi 
rano, tutti anch' essi 
schiarimento storico,!] 
' sodio della conquista 
È noto che nelU 
Pistoia cadde il 5 ma 
chese, e che i florent 
perarla per pia anni. 
Villani'(2) € aU' uscita 
segrelamenle a messi 

di guerra per lo duca (3) rimaso in Firenze, per ui 
Baldo Cecclii e Iacopo di messer Braccio Bandini , gue 
usciti di Pistoia, come poleano avere la città di Pistoia p 

(1) Nella poesia cit. (ed, Ciampi, p. 157). 

(2) Cr. X, 58. 

(3) Carlo duca di Calabria avera abbandonato Firenze il 28 dice 
bre 1327, lasciandovi capitano Filippo di Sanguinei o Sanguineio, noi 
calabrese di famiglia venula di Francia : cfr. Perrens, Hist. deFi,\ 
IV, 121, 125. 



NUOVI DOCUMENTI SU GINO DA PISTOIA 179 

imbolio 6n forza se si volesse assicurare, il detto messer 

Filippo cautamente intese al trattato e mercoldi sera, 

dì 27 di gennaio, serrate le porte, si parti il detto mes- 
ser Filippo di Firenze con seicento nomini di cavallo di 
sua gente e non menò seco nullo fiorentino, se non mes- 
ser Simone di messer Rosso delia Tosa, che ordinò il 
trattato col detto messer Filippo >. Di sorpresa Filippo 
e Simone entrarono in Pistoia la mattina del 28 gennaio 
e ne cacciarono il presidio di Castruccio: la città < tutta 
fu corsa e rubata sanza nullo ritegno, e durò la ruberia 
più di dieci di, rubando guelfi e ghibellini, onde molto 
fu ripreso il capitano >. L'anonimo autore delle Istorie 
pistoiesi dipinge con viva parola il memorabile fatto: 
e La gente di messer Filippo e V altra forestaria tutta 
ch'erano in Pistoia cominciarono a rubare ed a pigliar 
uomini ed a* farli ricomperare ed a sforzare femmine, e 
non vi rimase ghibellino nò guelfo, né bianco, né nero 
che rubato non fosse, e molti se ne partirono per paura, 
che non se ne sarebbono partiti; e tutto quello tempo 
che la terra si tenne per li fiorentini, non si fece altro 
che rubare, ed eziandio non vi fue persona regolata che 
non fosse rubata; e più volte fue la città in pericolo 
d'ardere. Lo danno che riceverono li pistoiesi fue si 
grande che non si sarebbe potuto contare. ''Li fiorentini 
di questo si mostravano dolenti; ma per tutto ciò non 
vi ripararono mai. Ed è vero che vi mandarono messer 
Simone della Tosa per podestà perchè riparasse. Li pi- 
stoiesi furono molto allegri della sua venuta, perocché 
egli era de' più savi e de' più leali cavalieri di Firenze; 
e credettono li pistoiesi che per la sua andata ogni male 
cessasse da loro. Lo riparo suo fue che egli consentiva 
alla sua famiglia ch'ognuno rubasse, come faceano gli 
altri forestieri ; e se anzi eh' egli entrasse in ofiQcio vi si 
facea male, dopo la sua venuta vi si facea male e peg- 



dino e procacciante uomo, poiché tutte quasi le testìmO' 
nianze che ci avanzano di Iqì nelle storie e nei docU' 
metili del tempo giltano sovra la sua figura una. luce si 
Tiistra. Già I' esempio della malvagità egli l' aveva avut 
nel padre, lìosso della Tosa; il quale morendo lasciò du 
figliuoli, Simone e Gottifrcdi, « che dalla parte furono fat 
cavalieri, e chianiavansi i cavalieri del filatoio, però eh 
e' denari che si dierno loro, si toglieano alle povere fé 
minelie che filavano a filatoio (3) t>. Da giovine SimoD< 
esercitò podesterie, come quella di Città di Castello dov 
fu nel 1307, non sappiamo con quale fama (4); e in pa 
tria trattò le armi, trovandosi il suo nome e quello d'ai 
trìTosinghi nei- ruoli del feditorì alla battaglia di Monte 

(1) hi. pht. p. 209. 

(2) G, ViLLAsr, Cr. S, 85. 

(3) D. Compagni, Cr. Ili, 38. 

(i) Arch. Ji Stato di Firenze, Consulte ddla rep., VII , e. 43, à< 
i marzo 130". 



NUOTI DOCUMENTI SU GINO DA PISTOIA 181 

catini del 1315 (1), ed ebbe, egli coi suoi, lunghe con- 
tese con la famiglia degli Strozzi, coi quali si pacificò nel 
1317 (2). Più vive discordie ebbe Simone con Pino della 
Tosa suo consorto, essendosi fatto capo di quelli e che 
disamavano la signoria del re Ruberto (3) > ed essen- 
dosi per audacia e astuzia fatto cosi potente da esser 
tenuto quasi signore della città (4): e in queste discor^ 
die andò tant' oltre che più volte combattè, per odio al 
parente, partiti che sarebbero stati giovevoli agl'interessi 
del comune (5). Non deve, quindi far meravigUa eh' egli 
avesse spesso ofiQci principali e incarichi d'importanza; 
come nel 1327, che fu delegato a levare al fonte batte- 
simale in nome del comune un Qglio nato in Firenze al 
duca di Calabria (6), e nel 1329 che fu ambasciatore 
agli Ubaldini (7) e sindaco del comune alla pace di Mon- 
topoli tra le città della lega guelfa e Pisa (8). Questo fu 
il momento della maggiore autorità del tristo Simone ; ed 
egli si valse del momento opportuno per sollevare con- 
tro il comune di Pistoia una singolare questione: era 
stato costituito podestà di quella città per un anno, ma 
le milizie di Castruccio ì' avevano ricacciato a Firenze 
dopo soli sei mési di podesterìa ; pagasse adunque il co- 
mune di Pistoia il salario del tempo rìmanente: avrebbe 
cosi dimostrata la sua gratitudine a chi aveva promosse 

(i) Deliz. degli erud. XI, 211. 

(2) Del. ciU XI, 289. 

(3) G. Villani, Cr. IX, 76; cfr. M. Stefani, lib. V, rub. 318. 

(4) M. Stefani, lib. V, rub. 322, all' a. 1316 scrìve: « la setta di 
mess. Simone della Tosa era si grande che col bargello era al tutto si- 
gnore della città, e con loro teneano molti ghibellini eh' erano in Firenze 
e tutta gente che non facieno né arte né mercanzia ». 

(5) G. Villani, Cr. X, 135; M. Stefani, lib. VII, rub. -457. 

(6) G. Villani, Cr. X, 22. 

(7) Del. di. X, U9. 

(8) Del. ciU XU, 306. 



biado io civjote FloreoUe {i\ 



Forma ambasierie exponendc dominis Ppioribns ArtìuB 
Vexìllifero luslitìae cìvikitis Florenliae prò parte Gomm 
Pìstorìi per sapientes viros domìnum lohannem Karlioi, ( 
radura domìni Vincegiierrae ei ser Conradum domÌDÌ Hai 
ambaxiadores dicti Communis hec esL 

Inprimis, adsuela recomendalione praemissa, dicaat et 
ponant prefatìs dominis ambaxiatores predicti, qualiter Dobìlì 
potens milcs dominiis Simon della Tosa ininste e( indebite j 
vavit et oppressi! pjurimutn ab odo niensil»iis citra et e 
gravai et opprimil prefatura commune Pistoni pret«xtu res 
sainrii quod sibi dcbitum asserit, ab ipso commime Pistoni 
tempore [unius anni cum salario dorenorura] Vili." auri, 
se asserit fuìsse constitulum viearium diete civitatis per do 

(i) Cod. cit. t. 1." 



NUOVI DOCUMENTI SU GINO DA PISTOIA 183 

num Phylippum de Sangineto nomine domini regis Roberti, 
ex eo quod dictus dominus Simon dicens se stetisse in dicto 
oiBcio circa sex menses petit a dicto communi salàrium in- 
tegrum totius anni predicti et quod, dicto domino Simone ve- 
xante dieta occasione commune predictum, domini Priores 
Àrtium et Yexillifer lustitia tunc temporis existentes, cogno- 
scentes iniustam et inequam petitionem domini Simonis, im- 
posuerunt eidem silentium ad instantiam communis Pistoni, 
qui dominus Simon cum predictorum dominorum successorìbus 
procuravit quod ip$i successores, vigore balie custodie civitatis 
Pistoni actribute officio dominorum Priorum, comisenint pre- 
dictam quaestionem iamdicti salarii in dominos offlciales biadi 
civitatis Florentiae, inscio et non citato communi predicto; 

Et quod dictis offlcialibus contra dictum Gommune proce- 
deotibus de facto potius quam de iure, Commune Pistoni sequens 
voluntatem eorum et dicti domini Simonis, qui petebat difflniri 
dictam questionem per iurìsperitos, dicens se velie stare iuri, 
ipsam questionem, una cum dicto domino Simone, compromisit 
in sapientes viros et arbitros dominum Cinum de Sighibuldis 
dominum Thomaxium de Corsinis, legum doctores, et dominum 
Yellium Buoniohannis de Pistorio; 

Et quod postquam fuit de iuribus diete quaestionis plurìes 
disceptatum inter dictos arbitros et partium advocatos, domi- 
nus Simon predictus negligit et recusat dictam questionem iuris 
terminari de iure, sed ad compositionem dampnosam dicto C!om- 
muni nititur devenire; 

Quare ambaxiadores predicti supplicent dominis prelibatis 
quatenus, consideratis predictis quae vera sunt, et considerato 
quod dominus Simon non fuit expulsus de civitate Pistoni per 
pistorienses, vel eorum culpa, sed ipsa civitas fuit perdita sub 
dicto domino Simone, prout omnibus notum est, et considerato 
etiam quod per capitula pacis inite inter Communia Florentiae 
et Pistoni dictus dominus Simon compelli debet per ipsum Go- 
munem Florentiae a dieta sua petitione desistere, et aliis consi- 
deratis quae ius et equitatem respiciant, placeat praedictis do- 
minis et dignentur Communi Pistoni in predictis assistere et fa- 
vere, ne huiusmodi iniuria sub tante patemitatis protectione ve- 

VoL I, Parte L 13 



domini Simonis insimul tcnuimus, que ad vos ut in eo vii 
et discerni possitis que iustilie et equitati conveniunt de 
nainus (2). 



Eccellentissimo legum doctori domino Gino de Sighìbul 
Anziani et Vexiilifer IiistiLie civitalis Pistoni, saliitem cun 
felicitationibns locupletlt'm. Quia veslra rcs agitur quoliens 
ncgotiis civitatis nostre tractatiir, non vobis siiadere sed recol 
intendimus que in questione domini Simonis agenda existJm 
et cijpiunt cives nostri; elenim sicut vos patere conlldimus, Ce 
mune nostrum questionem prefatam coramisit conlldentia ve 
dumlaxat sperans Jndubie sub l^li ìndice non modo ius e 
sequi sed favorera; ob quod universi cives nostri mirantur 
hiis que presentialiter nobis scribunt domini Vellius et Johani 

(i) CoJ. cit. f. S-b dopo una IpUen del 12 giugno 1332. 
(2) Cod. cit. f. 22.b 



NUOVI DOCUMENTI SU GINO DA PISTOIA 185 

videlicet quod vos et dominus Thomas videminì velie ipsam 
quesUonem per modum compositionìs dìfflnire et non de iure 
tantum, prout ante commissìonem predictam Communi nostro ex- 
titit ìntimatum, cum aliter commissioni non prebuisset assen- 
sum. Quare cum compositio credatur nostri Communi fortiter 
dampnosa, tam consideratione presentis negotii quam exempli 
alìis exibendi, excellentem sapientiam vestram aflfectuosi[ssi]mis 
precibus deprecamur quatenus insistere vobis placeat et velitis 
quod dieta questio iuris diffinitionem recipiat et non facti. Nec 
vobis, quesumus, nimium sit molestum quod dominus Simon 
asserit vos nobis scrississe ipsum iustitiam non fovere , quia 
hoc, ut satis a ventate remotum, est vel eius astutie vel scri- 
bentis mendacio imputandum (1). 

Da questi documenti appare manifesto che per tutto 
Tanno 1332 Gino ebbe una larga parte nella questione 
che sì agitava tra il comune di Pistoia e Simone della 
Tosa; che fu chiamato, non pure a vedere le ragioni 
della sua patria e a darne consulto ( la qual cosa avrebbe 
potuto fare anche da lontano), si bene a terminare la 
questione come arbitro, insieme con Tommaso Corsini e 
Veglio Buongiovanni, e che a tal fine trattò di persona 
con Simone, ciò che non avrebbe potuto fare se non in 
Firenze, donde non sappiamo che quel tristo s' allonta- 
nasse in quell' anno. Dopo ciò chi potrà continuare a 
credere che nel 1332 Cino fosse lettore a Perugia? 

Tommaso Casini. 



(i) Cod. cit f. U> 



UN CODICE PETRARCHESCO BASSANESE 



Nella BibliotjBca comunale di Bassano Veneto è con- 
seryato un manoscritto membranaceo in forma di S."* pic- 
colo, segnato 63. B. 3883 contenente i Trionfi di Fran- 
cesco Petrarca. Appartiene al secolo XV; misura 0,132 
per 0,098; e conta fogli 52 legati per quaderni: l'ul- 
tima parte è un duerno. Le carte sono numerate dalla 
stessa mano, dopo per altro finito il libro od almeno 
fiùita ciascuna pagina; e contengono in media 21 righe, 
cioè 7 terzine per pagina. Le intestature sono in lingua 
latina ed in carattere rosso: le iniziali dei capitoli messe 
ad oro e miniate con qualche meandro. Il codice fu pro- 
prietà di Giambattista Baseggio ; del quale nella carta di 
custodia si legge il nome autografo. L' amanuense fu 
Veneziano: scrive zelo per gelo, merzè per mercede, ocM 
per occhi, seco per cieco , dpggi per duci etc. Quanto 
alla lezione," questo testo, se diverge dalla Volgata, non 
è in tutto d' accordo con . altri codici più conosciuti ; se 
bene per certo varianti aderisca più specialmente ai 
Marciani (Glasse IX. 52. 131. 149. 431) ed al Rediano 
(pubblicato dal Giannini, Ferrara, 1874). Per Tordine dei 
capitoli, non concorda con altri codici: il capitolo infatti 



FR.AUClSCl?eTKAKCAe 
e.GK6GII POGTAe 

DertriwrnpboruTn fcett 
pTi'mus rrùjmphus: 
Jjcrfriuoua, e mie foìyin. 
oemcmotjavi (jueL^wiiui 
mopio ari Vu^i^i rnwhn 

ànntiiu •oitrtoriÉ. 

__ lunoatebiurouro 

«Mnt faIHo ti cot I aOò nfonj^ 
^ ui ^ Icrfat giacxLjiian^r fio» 
vmto^aifimno ludi un» yrmn Iute 

V idi unux^ouo£ CK'iommo'buce 
f ut'ctntum'^tvlot t^ncampi'^o^UB 
tnumpbaL carro a5rar\5Ìo4o^(mc(LL££-, 



Cod. Bassanese 63. B. 3683 



0. ANTÒNIBON — UN CODICE PÉTRABCHESCO BaSSANESE 187 

che comincia e Da poi che. morte ^ precede 1' altro : 
€ Nel cor pien ». 

Non avendo trovata alcuns^ indicazione di questo 
ms. né neir elenco dato dal Pasqnaligo nella prefa- 
zione air edizione dei Trionfi del 1874 nò in quello del 
Ferrazzi (Man. Dantesco Y 755 seg.) né in altro simil 
lavoro antecedente o posteriore ai citati (come, in Car- 
ducci, Rime di Frane. Petr. — Liv. 1876, p. XIV seg.) 
ho creduto bene di collazionarlo esattamente col testo 
pubblicato dal Pasqualigo neir edizione pur ora ricordata. 
Nella collazione ho riportato anche gli errori dell' ama- 
nuense; perchè tutto può e servire a spiegare altri errori 
di altri amanuensi, ed inoltre a condurre alla cognizione 
più esatta della famiglia dei codici, e a meglio distin- 
guere i passi ove il Poeta avea più lungamente insistito 
nel suo lavoro di correzione » (V. Pasqualigo; col. 19). 
Ho solo trascurato gli errori di divisione di parola, la 
scrittura propria del quattrocento e le parole fatte scem- 
pie. Le abbreviazioni sono rare ed assai facili. 

TRIONFO D'AMORE 

GAPrroLO Peimo 

Foi V N. B. Il cod. ha in rosso: e FRANCISCI PE- 
TRARCAE EGREGIl POETAE fiorentini Liber triumpho- 
rum foeliciter incipit: primus triumphus >. 

verso I, rinuova e mie — v. 4, Già il sole al toro l'uno 
& r altro corno — v. 5, Scaldava et la (Cfr. cod. Marc. I, IX, 
52) — V. 6, Gorre gelata al suo usato — v. 7, gli sdegni • 
il pianto ellastagione — v. 9, o vogni fascio — v. 14, Pur 
comun di color chencampidoglio. 

Fól. 1> V. 17, inchi mi truovo — v. 19, L'abito in vista 
si leggiadro et novo. (Concorda coi codd. Harciani 52, 131, 
431, 149, col Palatino 185, con due Lauren/iani e coIl'Estense B) 



188 G. ANTONIBON 

« 

— V. 21, non truovo — v. 22, destrieri vie più — v. 25, Nulla 
temea però non maglia o scudo (Concorda col cod. del Redi 
collazionato da Crescentìno Giannini (Ferrara 1874) e col cod. 
di F;;rmo 171. D. :X Plul 3; edito dal Raffaelli) — v. 26, 
ma 'n su gli omeri havea sol duo — v. 27, mille tutto l'altro — 
V. 29, occìsi ^-- Y. 30, feriti di pungenti — v. 31, oltre mi misi 
Y. 32, eh' i' fu' messer di quegli — v. 33, che per suo man 
di vita eran divisi (C!oncorda con moltissimi codd.) — v. 35, 
rinonoscessi — v. 36, del re non ma' di lacrime digiuno (Va- 
riante non data da altri esemplari) — v. 37, Nessun ne rico- 
nobbi. 

Fot 2.^ V. 38, di mie notitia bave cangiato vista — v. 40, 
al quanto men dell' altre (Concorda coli' autografo Vaticano 3196) 

— V. 41, mi si fé in contro <& cui chiamò (È curioso che 
questo verso non concordi colf autografo ) — v. 42, per amor 
s' acquista — v. 43, Non e' è 1* or comune negli altri codd. — 
V. 45, questo t' avien per l' aspre — v. 46, et l' aer fosca (Con- 
corda colla maggior parte dei codici) — v. 49, Le suo parole 

— V. 50, scoversono quel — v. 51, et cossi n' assedemo in 
loco aprico — v. 52, £i cominciò (Questa lezione 1' ho potuta 
trovare solo in una stampa veneziana con l'esposizione d'Alessan- 
dro Vellutello del 1560) — v. 53, da primi anni — v. 54, di 
te tuo vita dava (Concorda coi codd. Marc. 51, 52, .131, 149, 
431, coi codd. Laurenzianl e Strozziani) — v. 56, lasciai la 'm- 
presa v. 57, il pecto e panni. 

Fol sy V. 59, La mie risposta — v. 60, o figliuol 
mio.... è accesa? (Cioncordando coli' ediz. del Vellutello avanti 
ricordata) — v. 61, Io nollo intesi allora ma bor si (ixe — 
V. 62, sue parole mi truovo entro la testa (Concorda cogli 
Estensi A, B, col Marciano I, IX, 52, 131, 169, 431 e con 
molti altri ) — v. 67, te '1 saprai (Lezione comune) — v. 68, 
rispuose — v. 71, di chi pario — v. 72, rebelli — v. 73, ma 
per empier la tuo giovinil — v, 76, Questo è — v. 78, Quando 
fle tuo come è nostro signore — v. 79, Giovinciel mansueto et 
Aero veglio ((Concorda coi Marciani 52, 131, 149, 169, 431, col 
Riccardiano 1129, coi codd. Laurenziani e Strozziani e col cod. 
del Redi). 



TJK CODICE PEtRARCHESCO BASSAKESE 189 

Fól. 5.* V. 80, chi'l pruoYa et fla a te cosa plana (Non 
concorda con alcuno dei codd. conosciuti) — v. 81, mill'anni 
inflno ad hor ti sveglio — v. 82, E nacque docio — v. 83^ 
nutrito di pensieri — v. 84, signore et dio — v. 85, Quale è 
morto dallui — v. 86, suo vita — v. 89, vien primo è cesar 
che in egypto (Cfr. Marc. 51, 52, 131 etc.) v. 91, si triurapha — 
V. 93, che! del suo vincitore sie gloria il vieto (Cfr. codd. 
Marc. 52, 53, 149. 169, 226 ete.) — v. 94, L' altr* è suo figlio 
et pure amore costui — v. 95, egP è Cesare — v. 96, che lima 
suo pregiando tolse altrui — v. 97, Nerone è il — v. 98, 
Vedir andare — v. 99, Femina. 

Fol. 3> V. 101, philosophya — v. 102, Ma pur faustina 
il fa qui stare a segno — v. 104, dyonisio — v. 105, di suo 
temere a degno — v. 106, attandro — v. 108, figluol tolse 
arvandro — v. 109, dura che non — v. HO, consentire al.... 
matrignia — v. Ili, suo' prieghi — v. 112, intentione casta — 
V. ^113, Toccise si l'amore in — v, 114, Phedra — v. 115, 
E dia ne mori vendetta forse -— v. 116, D'yppolito theseo & 
d'a driana — v. 117, eh' a morte sul sa' bene amando corse 
(Concorda colla famiglia dei Marc. 52, 131, 142, 149, 169, 
431, del Riccardiano 1129 degli Estensi e dei Laurenziano- 
Strozziani) — v. 120, lo'nganna — v. 121, con suo tante lode 
(Cosi hanno anche i codd. Marc. 51, 52, 53, 131, 431, 169, 
283 ed il Mediceo-Laurenziano Plut 41, VI). 

Fol 4.* V. 122, fra duo — v. 123, & ei de l' altra — 
V. 124, Colui che seco è quel — v. 125, hercole q' amor — 
V. 126, in suo amare assai (Cosi pure i codd. Marciani 51, 52 
130, 131, 149, 160, 226, 431 eie.) — v. 127, Queir è demo- 
phon et quella è phille ( S' avvicina alla lezione dei Marc. 53, 
130, 142, 226, 283, 367, ai due del Museo Correr, al Berto- 
liniano eie) — v. 128, queir è lason — v. 129, ch'amore et 
lui — V. 131, amante et pu turbala — v. 133, Isiphyle — 
V. 134, amore che'l suo l'à tolto (Concorda con i codd. di 
Venezia, di Modena e della Nazionale di Firenze) — v. 135, 
po' vien colei eh' à '1 titol — v. 136, Seco '1 pastore che male 
el suo belvolto. — v. 138, il modo sotto sopra volto — v. 139, 
Udì poi — V. 140, lunone — v. 141, d' helena et hermion.... 
horeste — v. 142, laudomia.... prothesilao. 



(Lezione linora sconosciuta che spiega il < dèi saper » d: 
da altri codici) — v. 9, disio — v. 11, Tu voglì udir chi so 
quesli alili — v, 13, el quale — v. 14, Pompeio & è Come 
(Concorda coi Marc 52, 53, 130, 142, 367 eie) — T. 1 
ptholomco — V. 16, di lontano quell" è il — v. 17, ne ve 
EgisU) et l' impia clitemestra ( In quest' ultiitia parata si scoi 
un principio di rasura) — v. 18, hor può. 

Fol. 5.'' V. 19, inpermestra — v. 20, pirranno & th 
— V, 21, et hero alla fenestra — v, 23, affabile — v, S 
elicila casta mglera — v, 24, gli ritiene — v. 25, L' altro 
figlio Damilcar — v. 26, cotanti anni — v. 28, ségniore e 
breve coma — v. 29, pontho — v. 31, Portia — v. 34, 
echi — V. 35, che non si muta et (Cfr. i codd. Marc 52, J 
131, 169, 149, 283, 431, il Bjrloliniano di Vicenza, quello i 
Redi ) — V. 37, amore che.... crescie — ^v. 38, Vedi padre 
V, 39, sua amagion.... escie. 

Foì. 6." V. 41, vincie — v. 42, loco obscuro — v. i 
simil nebbia — v. 45, signior — v, 46, che'n um puoto 
V. 47, thamar ch'el frate absalone — v. 51, nimica — v. l 



tJN CODICE PÉTRABCHESCO BASSANÈSÉ 191 

chon ben parlar con suo pulite — v. 55, olopherne — v. 56, 
et collo horribile — v. 57, ringracìando a meza nocte — v. 
58, eh' è raeschio — v. 59, cifcumcisione et 

Fol 6.^ Y. 62, assuero il suo amore — v. 63, acciò 
che 'n pace 1 porte — v. 64, da Y un — v. 65, malicia — 
V. 66, si trahe — v. 67, Vno vedere — v. 68, herode — v. 
69, e' amor — v. 70, come arde — v. 71, pentuto di suo — 
V. 72, mariane — v. 74, Procris — v. 75, scelerate — v. 78, 
Della sua non concessa (Diverge dalla volgata e concorda con 
tutti gli altri manoscritti compreso V autografo Vaticano ) — 
V. 79, que*chelle carte — v. 80, et trislano — v. 81, ove 
convien (C!oncorda coir autografo, coi Marc. 52, 59, 130, 131, 
169, 226, 283, 431, col Ferrarese e coi Laurenziano*strozziani). 

Fol 7.* V. 83, ella coppia — v. 84, facciendo — v. 85, 
et io come chi teme (Lezione conforme all' autografo Vaticano, 
al cod. di Fermo ed altri ) — v. 87, già ov' altri anco noi — 
V. 89, Quando una.... dallato — v. 90, columba — v. 91, 
e* arci — V. 92, huom coverto — v. 97, entro Y orechia.... or 
mai ti lece — v. 99, sian machiati (Come trovo nell'Ediz. 
Modenese del 1711) — v. 100, Pera un di coloro — v. 101, 
delPaltru ben — v. 102, chi m' ave preso in libertà e'n pace 
(Forse Ch' »' col cod. di Fermo). 

FoL 7.^ V. 103, damno — v. 104, di suo belleze mie 
morte — v. 106, gli ochi.... non torcea (È conforme é cod. 
del Redi al cod. di Fermo ed a tutti i migliori manoscritti) — 
V. 107, eh' è 'nfermo — v. 108, e' al gusto è dolce, alla salute 
è rea (Diverge dai manoscritti e concorda colla volgata) — 
V. 109, ad ogn' altro piacere — v. Ili, men ricordo — v. 112, 
gli ochi humidi — v. 114, montagnie — v. 115, Da indì'n qua 
— V. 116, et di lacrime — v. 117, ne squarcio & n'appare- 
chio (Concorda colla volgata, coi manoscritti Marc. 131, 149, 
283 e col coi del Redi) — v. 119, d'amore et — v. 120, 
& chi sa leggier.... il monstro — v. 121, leggiadra & fera (Come 
nella volgata) — v. 122, di mi né — v. 123, di suo virtuti 
(Conforme al cod. di Fermo). 

. Fol. 8,^ V. 127, C a mie difesa i' non ò ardir né forza 
(L'« ì' non ò » é scritto: mono) — v. 129, che et e et gli altri 



192 a. ÀNTONIBON 

crudelmente scorza — v. 130, o quanto stringa (Se non ci fosse 
r r sovraposto si potrebbe leggere: scinga) — v. 131, rebellante 
sole — y. 132, dalle *nsegne — v. 135, suo disdegni et suo 

— V. 137, eh' à accesi — v. 138, eh' i* son — v. 139, Chi 
poma il mansueto — v. 140, aguagliar mai parlando? o la 
virtute? — V. 141, il mie sUl -^ v. 142, già mai — v. 143' 
già mai — V. 144, sarìen. 

Fol. 8> V. 146, i' prego — v. 147, a pena de miir uno 

— V. 149, ben che — v. 151, il cor si siunge — v. 152, fa 
far pace.... & triegua — v. 155, & po' si sparge — v. 156, 
vergognia avien — v. 157, fra' fiori — v. 158,» fra dua si 
veghia — v. 159, sanza — v. 160, nimica — v. 162, si trans- 
forme — V. 164, colore cangiare — v. 165, stando dal cor 
(precisamente come la volgata). 

Fol. P.* V. 167, ovunque fugge » ; (che si può benissimo 
svolgere in: « ovunqu'è) — v. 168, ardar.... aghiacciar — v. 
169, come amor — v. 170, come ogni — v. 171, el cor — 
V. 173, una anima.... quand' eli' è — v. 174, & non ne (= n'è) 
chi -— V. 175, come amor — v. 176, et hor per cote — v. 
178, suo rote — v. 180, suo promesse — v. 181, foco con- 
verto — V. 183, « onde (forse: ond'è) morte palese incerdio 
operto » (avvicinandosi al cod. del Red.) — v. 184, come 
(« com'tè) inconstante — v. 186, con poco dolce (Conforme 
all'autografo, ai Marc. 53, 59, 130, 142, 226, 367 etc.) 

Fol 9y V. 187, Et so e costumi e lor — v. 189, e lunghi 
pianti — V. 190, Et quale è il mei temperato coli' assentio. 

Capitolo tebzo 

li cod. ha in rosso: e FRANCISCI PETRÀRCE. 
Divi poetae fiorentini trìumphus tercias felicitar incipit > . 

V. 1, mie fortuna in forz' altrui — v. 3, ove alcun — v. 
4, che' cervi (ovvero eh' e' cervi — v. 5, fu' con -— v. 7, vidi 
e lor lucti (Cosa curi3sa che mentre 13 codici e molte stampe 
hanno « frutti » il nostro accordi colla volgata) — v. 8, con 
quale arte — v. 9, amorosa gregge — v. 10, Mente ch'i*. 

Fol. 10.^ V. 15, con la lingua già stanca ancor la chiama 



UN CODICE PETRAECHESCO BASSAXESE 215 

TRIONFO DELLA DIVINITÀ 

Capitolo Unico 

Il cod. ha la scritta in rosso: « Francisci pelrarce 
triumphas ultimus feliciter ìncipit ». 

y. 3, mi volsi a me et dixi (Con tutti i testi a penna) — 
V. 6, ma ben veggio di el mondo ( == che 7 o meglio eh' el ) 

— V. 8, andare anzi volare — v. 9, non so di chui (Con molti 
mss.) — V. 11, dovea aprir gli ochi..v tardare — v. 12 al 
vero.- m'atempo — v. 14, e'n quelle S[)ero che ancor — v. 
15, altre — v. 16, riposto — v. 17, regge et (Cfr. Dante In- 
ferno 1, 124: « In tutte parti impera e quivi regge »; e lo 
stesso Petrarca, Trionfo della Morte I. 71: regge e tempra) — 
18, voltare.... aranno. 

Fot 50.^ V. 19, et molto più s'interna — v. 22, cielo 

— V. 24, giocondo — v. 30, non si affrette — v. 32, né mai 
ioanzi o'ndietro — v. 33, C amara — v. 34, pensiero — v. 
36, se mai impetro — v. 37, Ch' i' veggia ivi presente il sommo 
(Colla Volgata, e col ms. Rediano) — v. 38, male. 

FoL 50y V. 40, Albergo sol, tauro o pesce — v. 42, 
more, hor scema — v. 44, o troverano in tal — v. 45, Ila 
( 5ta ) memoria \ Con molti mss. ) — v. 46, trova 1 — v. 
47, rappido — v. 48, eh' a' morti è sì a grado — v. 50, qui 
suo — V. 51, ne le porta. (Togliendo ogni fede alla variante: 
leve d* alcuni mss. ) — v. 52, nudi — v. 55, Que che 1 — 
V. 56, aqueta gì' elementi — v. 57, savere non pure io non mi 
appiglio — V. 60, e'n ciò si stanno diosiosi (Colla maggior 
parte dei mss. Questo verso è ripetuto due volte di seguito : ma 
è segnato con obelo). 

Fol. 51^ V. 62, pensieri? — v. 63, quanto in molti 
anni a pena si rauna ( Coli' autografo Vaticano, e non colla 
Volgata) — V. 65, ier man, mattino — v. 66, passaran come 
ombra — v. 67, Non ara luogo — v. 68, al presente (0)1 
Rediano) — v. 70, Quanti spianati dietro e 'nnanzi poggi (Con- 
corda colla Volgata) — v. 71, la iiita vostra in cui (Avvici- 

Vol. I, Parte 1. 15 



[toifìfa et di — V, 1?1, Onesti cinque triumphi (Diverge 
mss. e concorda colla volgata) — v. 122, aven — v. 153, 
promettente vcderen. 

Fol. 52.^ V. 124, et cossi — v. 125, in suo magioD 
(eh' è) tanto avara — v, 126, saranno quello ci questo - 
i?7, Etqtie'che — v. 128, et (ennonsi leggiadri {Col ms. 
diano e col Fermano) — v. 129, Che inpallidir — v. 
I/oblivion — V. 131, più che mabe (= ma' be') — v. 13 
giorni — V, 133, avranno — v. 134, belleza — v. 135, a I 
che a — V. 137, Colla mia.... el colla — v. 138, interra 
V. 139, Arriva — v. 150, per lai — v. 141, chella mera 
ancora — v. t'i3, poi c'ara — v. 145, Hor che lie dur 
— li ms. ha in lu^so: Tjàs?. 

Giulio Antonibok 



LA VITA E LE LIRICHE DI BERNARDO PULCI 



I. 

Ultimo dei tre fratelli poeti onde il cognome de* Pulci 
è caro alla storia letteraria del sec. XV, Bernardo nacque 
il di 8 ottobre 1438 da Jacopo di Francesco e da Bri- 
gida di Bernardo de' Bardi (1). Della sua prima giovinezza 
e de' primi stadi pochissimo, anzi nulla di particolare sap- 
piamo. Certo è lecito affermare che desse opera, come 
allora davano quanti uscivan di famiglia eulta, alle lettere 
latice: che le coltivasse anche più tardi con amore ba- 
sterebbe ad assicurarci la traduzione della Bucolica Vir- 
giliana e, più, lo stesso suo stile nel poetar volgare. Ma 

(1) La moglie di Jacopo, andata sposa non ancora ventenne, prima 
di Bernardo, credulo erroneamente il primogenito, aveva dato in luco 
Loca (3 dicembre 1431) e Luigi ( 15 agosto *3!2); dette poi Costanza e Lisa 
A queste toccarono parentadi onorevoli con dote conveniente, che consi- 
steva in terre pertinenti ai possessi aviti del Mugello. Lisa andò mo^'lir 
a Marìotto d'Arrigo Davanzali, poeta non ispregcvole che prese pari»» 
al famoso ceilame coronario dell* amicizia ; Costanza fu maritata a Te- 
dice di Lodovico Villani, ragguardevole cittadino fiorentino. Jaco|H) di 
Francesco mori prima del '70, e gli sopravvisse la moglie, che però nrl- 
rSO era già morta: il loro matrimonio pare fosse avvenuto nel *i2JÌ, poi- 
ché nei noli Sj)ogU di varie scrilture attinenti a famiglie fiorenti nr di 
Pier Antonio deil'Ancisa, esisteqti ncir Archivio di Stalo di FinMizr, 
leggiamo: e 14:23, Jacopo di Fran.«> de Pulci-Brigida di Bernardo di 
Giorgio de Bardi ». Cito qui una volta per sempre le [lorlnte al Catasto 
di Jacopo de' Pulci e de' suoi tre figliuoli (quart. S. Croce, gonfal. CaiTo) 
fatte nel li!27, '70 e '80, dalle quali desumerò molte notizie. 



[ter quanto iiiiporlava a iui nella sua monogmlia su Li 
renzo de' Medici ; dello strozziano il Magliabeclii dette i 
suo Zibaldone alcnne notizie, die indi passarono per mez: 
del Salvini nelle giunte inedite alle Vite del Negri, Fra 
(lue manoscritti ])osstamo conipoire un canzoniere di oli 
cento componimenti, con la scorta dei quali, con alcu 
documenti ricavati dall'Archivio di Stato di Firenze, 
con quel poco che ci dicono le lettere di Luigi, non i 
pare inutile tcnlai'o (jncsta notizia biografica e letterari 



Nel liOT Bernardo Pulci trovavasi certamente 
Prato, poiclié di là indirizzava ad Antonio Popoleschi i 
sonetto: ma i registri degli cfliciali del Comune che i 
scorsi diligentemente per questi anni non permeltor 
d' immaginare di' ei vi stanziasse con qualche incaric 
pubblico. Neanche possiamo determinare con sìciirez: 



UN CODICE PETBAECHESCO BASSANESE 197 

Tanti che de roilP uno non seppe 1 nome (Gol cod. del Redi) 

— V. 141, storia ch'intesi — v. 142, & volsi — v. 144, 

e' begli ochi — v. 145, Ivi il vano amador chella sua propria 
(Coi Marc. 52, 131 , 142, 367, 431, coi Riccardiani etc.) — 
v. 146, Belleza disiando — v. 147, solo per — v. 148, san- 
z' alcun — V. 149, amando, nuda voce (Coi migliori mss.) — 
V. 150, el corpo — v. 151, a' mal — v. 152, yphi — v. 153, 
in simil — V. 154, vivere. 

Fol 17 > V. 157, que' duo — v. 158, et circe — v. 159, 
fare — v. 160, e sa costare — v. 164, correre — v. 166, y- 
pomenes — v. 167, d' amanti miseri corsari — v. 169, fabu- 
losi (Coi codd. Marc. 53, 59, 130, 142, 226, 367 e col Berto- 

limano) — v. 171, poliphemo amore — v. 173, sanza — 

V. 175, Canente (Con tutti i mss.) — v. 176, '1 mosse — v. 
177, e' fregi. 

Fól. 18.^ V. 178, Il pianto d' igeria invece (manca la pa- 
rola: Vidi) — V. 180, ciciliane fusse — \, 181, cha (ch'à) 

la penna — v. 182, desperata — v. 183, nudo — v. 184, Pi- 
gmaleon colla suo — v. 185, e milia — v. 186, vidi (colla 
Volgata). 

TRIONFO DELLA CASTITÀ 

Capitolo Unico 

Il cod. ha in carattere rosso: « FRANCISCI PE- 
TRARCbE poete fiorentini eruditissimi triumphus quintus 
incipit ». 

V. 1, un gioco — V. 2, altereza de gP iddei — v. 3, et 
degli nomini vidi etc. (Col cod. del Redi) — v. 4, exemplo 
(Coi Marc. 52, 59, 149, 169, 431) — v. 6, consolare. 

Fol. 18.^ V. 7, d' uno arco — v. 8, phebo — v. 9, Deo 

— V. 10, lacciuolo — V. 11, e' amor..... pinse — v. 12, quella 
d' Enea — v. 14, giovane (Coi codici più stimati) incaudo — 
v. 15, et sella mie — v. 17, chennabito il re vidi eh' i' ne 

— V. 20, leon feri — v. 21, eh' a cielo (colla Volgata) — v, 
22, suoi argomenti — v. 23, contro costei — v. 24, & lei presta 



ebbe in Firen:!e e fuori (3), sono in certo modo indìzi 
dtilla buona a mite natura dell' animo suo , inchinevoi 

(t) Ch\ 1^ Gioslra di Lorenzo { «lu' Mudici messa in rima | da Lui 
.IrTulci anno [ MCCCCLXVIII j , Firenze, Ii81, sL I.XIX. 

(2) ?;ra del medesimo quarlien; e gonfalone del Pulci, t DoUissin 
r peritissimo linomo In tircco e Lutino > lo giudicara un conlemporane 
(iiovanni de' Pigli, porla egli pure e raucogliiore d'altrui rime, a isian: 
del (|uale messer Niccolò ridusse di lutino ìn , volgare l' Oratìo Catìlim 
ili Cieproiiem del Montcmagno iniiìore. Vedi il Casotti, prefoz. alle Prou 
lliiae. de' 'III f Buoitaeronì da Monte Motjiio , dov'ei dice anche d'avi 
leduto nclhi Stronianii alcune rime ili questo Risorboli. Nel cod. maglia 
Iji'cliiiino gli'i slj'oz/iano IL IV. '&) si trova una t Morale chanzona i 
Mi^liolo del Risoi'bole, nella quale induce Li patiia Horentinu a rendei 
••\-ìi\a a l'icro di Cosimo de Medici di molti cipladini per sua opera t 
r;\ilìo rcvociiti et a pulilici honori et dignìlii restituii del ini«ie d'otlobi 
mille quatroccnto sessanta sei >. Comincia: > Non fu del buon Cali 
pili gloriosa t. 

i',\) S Napoli, ad un romano, Giuliano de'Perleoni, il Pulci man^ 
nn sonetto, ch'é nel codice maglia becclii ano; un jAim dello slesso codic 
t' indirizzato a Bemai'do da Monlalcino. 



UN OOBICB FBTRASCHSSOO BASSAKSSB 199 

tipheo — ▼. 114, moogibello s' enchdado — v. 117, sqo minor 

— ▼. 118, EDa havea — ▼. 121, in mezo le be in fusa (manca 
fl t di: lethe) — v. 123, Che suso fralle (Ecco la ragione det- 
r altra Tariaote ai mondo) — v. 124, lo vidi — y. 125, miOe 
altre — ▼. 127, T non porria — v. 128, chiudere in. 

Fol 2iy ▼. 133, d' altre (forse: r altr' è) Penolope — ▼. 
134, havean spezato ella pharetra allato (Coi mare 53, 130, 149 
coi Laurenziano-Strozziani e col cod. del Redi) — v. 135, 
spennachiate — v. 136, apresso el fero — v. 137, et di ferro et 

— y. 138, e* a suo figlia et a — y. 139, L' una et 1' altra 
(Gd cod. del Rea) — y. 141, seryaron lor (Gol Marc. 53, 
Veronese Gbnfilippiano , col Gorreriano 29 , cogF Estensi , coi 
Laurenz.-Strozziani e col cod. del Redi ) — y. 142, ludiùi — 
y. 146, triumphar — y. 147, triumphare — y. 148^ Fra l'altra 

— y. 149, Ubero — y. 150, et per purgar se d' ogni fama 
ria (con moltissimi e buoni mss.) — y. 151, del fiume..... 
cribo — y. 153, chel del suo nome. 

Foì. 22.^ y. 154, fralle — y. 156, sposo: et non per 
enea ....ire — y. 157, Taccia il vulgo — y. 158, pinse — y. 
150, chessi chiuse. — y. 161, sovr'arno — y. 162, forz' altrui 

— y. 163. Era'l triumpho — y, 164, per colombaia e' al — 
y. 168, Lasciando se n' andar.... Literno (Goi Marc. 51, 52, 59, 
149, 367, 431, col Gorreriano 29, col Bolognese, col Riccar- 
diano 1129, col cod. del Redi e col Fermano) — y. 170, s'a- 
pella — y. 172, dello stile — y. 173, cogli ochi — y. 174, et 
la più casta y'era la più bella. 

Fol 22> y. 175, né '1 triumpho — y. 176, Allui — y. 
177, triumphi — y. 178, giugoemo.... sovrana ( coi mss. mare 
52, 59, 431 etc.) — y. 179, Tempo.... suipicia — y. 180, nella 
mente (col cod. del Redi) — y. 181, Passamo — y. 182, gentile 

— y. 183, plebeia, ma di patria (errore per: patritìa) — y. 184, 
I ivi — y. 186, le suo — v. 187, giovane toscano — v. 189, 
commune — v. 190, parechi.... il nome — v. 191, di loro, come 
mie — y. 192, e' avean.... ad amore — v. 193, Tra qua' vi 
vidi yppolito <& ioseppe. 

Foh 23.^ 

Voi. I, Parte 1. 14 



ijtii ho inlcso saputo o dumandalo o Iravaglìatomi i 
sua traiììclii, perché non Iraficava né mai trofico ce 
nostra roba, se non con suoi amici e induxtria, e n 
credevn die nella zecca e ne' suoi trafflclii guadagnasi 
Ho visto il contrario e porterò pena di quello sono in 
[lucente.... lo e l'altro mio povero fratello, sventurato 
innocente come me, ci siamo disperati parliti >*(! 
Visse dunque Bernardo per molti anni lontano e dall 
mercatura e dagli offici pubblici, attendendo probabii 
niente alla amministrazione dei beni della famiglia; am 
minislrazione non facile, né immune da guaì e da pe 
ricoli. 

Nel 1466. fallili i trafGchi di Luca, Luigi, alle pres 
coi creditori, scriveva : « Io liavevo pensalo richieder 
miei amici, che per loro slessi s' erano offerti, e satisfar 
alcuno debito ho con Luca al banco, come debitore di 

(I) L. Pulci, b-llef, (ed. Bongi), Lucca, 1886, p. 74. 



VITA E URICHE DI B. PULCI 223 

sindachi. Bernardo faceva il simile > (1). Gli affari an- 
darono di male in peggio ; e pochi giorni dopo , in una 
lettera eloquentissima, tutta preghiere (2), Luigi narrava 
al suo protettore come i sindachi del fallimento avessero 
deliberato di < raunarsi et mandare in Mugello a en- 
trare in tenuta », senza ascoltar lui neppure una volta, 
e sanza bavere nessuna certezza, se le cose sue et di Ber- 
nardo sono loro obligate >. E aggiungeva: e Quello 
che habiamo in Mugello è parte di nostra madre; il resto, 
s'appartiene solo a Luca uno podere. Faccino di ciò 
quello vogliono: gli altri due sono di Bernardo e miei^, 
Scongiuravalo poscia a persuadere ai sindachi (3), che 
nulla consentissero contro lui e Bernardo senza prima 
averli uditi ; implorava con viva istanza un salvacondotto ; 
e queste preghiere suggellava con un terribile vóto : e Se 
mi sforzeranno a questo modo, sanza udire la mia ra- 
gione, io verrò costi in su le fonte a sbattezzarmi, dove 
fili in maladetta bora et punto et fato et agurio inde- 
gnamente battezzato ; che certo io era più tosto distinato 
al turbante, che al cappuccio >. Lasciando gli spergiuri 
di Luigi, è certo che miserabili davvero erano siffatte 
condizioni per una famiglia antica e stata un tempo do- 
viziosa. Le cause del decadimento non è mio proposito 
ricercare : noterò invece che da esso forse deriva la scar- 
sità che dura tuttora, anzi la mancanza quasi assoluta di 
notizie precise e sicure intomo alla famiglia dei tre poeti, 
della quale tacciono intieramente le fonti d* erudizione 
cosi manoscritte come stampate, che pur sovrabbondano 
generalmente, massime per quel tempo, per le casate 
nobili di Firenze. 

(i) Lettere, ed. cit, p. 34. * 

(2) Ibidem, p. 36 e segg. 

(3) Tommaso Dayanzati, Andrea di Niccolò Carducci, Gio. Antonio 
di Silvestro. 



mifilia una abitazione e tre poderi in Mugello, nel pivie 
di S. Giovanni, comune di Latera, e « uno resto di p 
pezzi di terre lavoratic e sode in Mugello nel comune 
Saiicto Andrea a Coinagiano, luogo detto Pogiuolo.... N( 
vi diamo debitori né creditori (cosi nel catasto del 14' 
scrivevano gli eredi di Jacopo de' Pulci ) , perché ni 
habbiamo nostri libri né scripture, che sono in mano d 
sindachi e creditori di Luca de' Pulci, nostro fratello, p 
suoi casi e inforlunj, come è noto d. 

Neil' anno ìstesso in cui mori Luca , Bernardo spi 
snva Antonia di Francesco d' Anlunio Gianotti (I). Doni 
colta e pia, aneli' ella poetò in materia religiosa, comp* 
nendo drammi sacri (S. Guglielma, S. Domililla, S. Frai 



(1) Fri MLi (JitiolLo limi ed ^p|^llene^^ n biionj hniiRln, non i 
lille ma dalmata a Insti ire di si, onorala nouimaiizi Clic la moplii; 
llprn ii-do fo-.fp dei Tjuiiii i ini errore entralo non «o come nella sto 
Ii'lliiiiii I rcslaluvi poi j lungo 



VITA E LIRICHE DI B. PULCI 255 

Cesco, il Figliuol Prodigo), per i quali le spetta nella 
storia letteraria un posto tra i principali quattrocentisti 
scrittori di rime e rappresentazioni sacre, accanto a suo 
marito, ad Antonio Alamanni, a Pierozzo Castellano de* 
Castellani. 

Ma le nozze di Bernardo furono poco fortunate. Non 
solo continuarono ad affliggere il poeta gli oramai con- 
sueti guai pecuniari (1) ; ma al pover' uomo non fu 
neppure dato il conforto dei figliuoli, che, m' imagino, 
sarebbe riuscito carissimo a lui , il quale neir ottobre 
del 1473 pregava per lettera Lorenzo de' Medici a pro- 
curare un parentado al fratel suo Luigi, soggiungendo 
che ciò sarebbe per lui singolarissima grazia e maxime 
non havendo figliuoli > (2). Ma questo non fu che un 
assai lieve male appetto all' altro che gli capitò ad- 
dosso sulla fine del 1473 , cioè la infermità di sua 
moglie, che nel 1480, com'egli medesimo ci fa sapere, 
durava ancora. S' aggiungano le molestie che gli cagio- 
navano e il riordinamento degli aiTari malandati e il so- 
stentamento dei figliuoli di Luca. 

Quando nel 1471 i due fratelli tentarono di gua- 
dagnare ai poveri bambini < qualche infornata di pane i» 
(come diceva Luigi), cioè < d'avere pochi soldi di ca- 
tasto >, Bernardo ebbe non piccola parte nella faccenda. 
Sentiamola raccontare colla solita gustosa arguzia al- 
l' autore del Morgante: e Io mi fidai di quello pinzo- 
corone di Romolo, e lasciai a Bernardo mio facessi a lui 
capo ; che fatto gli sia un capo di botta o di porro ! Ami 
ingannato; a me mancava alla scripta in danari contanti; 
non mi composono. Non so in che modo sia andato. Vero 



(1) e II mio povero Bernardo so che ha bisogno d'aiuto da te al 
Monte per la sua dola > {Lettere di Luigi, p. 88). 
• {ì) Lettere di Luigi, p. 180. 



226 F. FLAMIM 

è che '1 mio Bernardo è stato di latte, perché io gli dixi 
e scripsi della Marca sei volte, quando era in sul con- 
chiudere, venissi arditamente a te [Lorenzo de' Medici] 
che gli daresti aiuto per qualche modo. È tanto timido 
et salvatico che non harà fatto nulla > (1). 

Come riuscisse questa faccenda non è detto: certo 
è che; partendosi V eredità paterna, Luigi e Bernardo do- 
vettero necessariamente dividersi anche T incarico della 
famiglia del defunto fratello ; e toccò a Bernardo sosten- 
tare Raffaele, a Luigi l'Àgnoletta, benché il maritarla spet- 
tasse al primo ; d' Aldronessa nulla sappiamo ; quanto alla 
vedova, ella mori prematuramente avanti il 1480. 

Di questi incarichi è curioso udire come si lamen- 
tasse Luigi con gli officiali della gravezza: e Non ho 
casa in Firenze, et volendo habitarvi come ciptadino bi- 
sogna torni a pigione: et però si rimette nella discretion 
vostra ... Ho a tenere et alimentare una figliuola di Luca 
mio fratello, che cosi mi toccò nella divisa con Bernardo 
mio fratello et d' età d' anni 13, ha in sul Monte f. 400 
larghi, vengono di qui a 10 anni; sicché bisogna agiugnere 
alla dote, come vedete, et portare detto incarico molti 
anni. Tutto si rimette nella carità vostra, et racomandasi 
detta fanciulla sanza padre o madre et poca dota et col 
lungo tempo acciò che se possi maritarla > (2). Raf- 
faele, di cui toccava a Bernardo il mantenimento e la 
educazione, riceveva da lui, secondo il testamento ma- 
terno, 50 fiorini annui. Fatto grandicello, questo figliuolo 
di Luca fu immatricolato nell' arte della seta e messo a 
bottega di un suo cugino, Tommaso Capponi, del quale, 
alludendo a un fatto a noi ignoto. Luigi nel maggio del 
1468 scriveva al Magnifico: t Non so se acadrà che To- 

(1) Lettere di Luigi, pag. 101-2. 

(2) Catasti del i480, portata di Luigi. 



VITA E LIBICHE DI B. PVLCl 2?7 

maxo Caponi o Bernardo mio ti richieghino d'aiuto con 
persona per raccordo: accadendo io ti prìego Io facci 
come to sooi fare sempre ». 

Possiamo dunqae concbiadere che a Bernardo, prima 
per scongiurare i danni recati al decoro delia famiglia 
dair infortunio di Luca, poi per darvi rimedio, non man- 
carono in questo tratto di tempo, cioè fin verso il 1476, 
domestiche brighe d'ogni sorta. Ammogliatosi col grave 
peso dei figli del defunto fratello sulle spalle, egli dovette 
attendere con ogni cura al riordinamento dei beni eredi- 
tati, e più ancora, al pagamento de' vecchi debiti, e Sento 
(scrìveva Luigi al Magnifico nell' ottobre del '73) si farà 
qualche cosa di petitioni de' debitori del Comune. Do- 
mandandoti Bernardo mio aiuto e consiglio, prego lo 
facci; che vorrei pure levarmi un tratto da specchio... » 

111. 

Il primo componimento poetico di Bernardo Pulci, 
che alluda a un fatto notevole della storia fiorentina con- 
temporanea, è un sonetto in morte di Giovanni di Cosimo 
de' Medici che comincia: < Spense qui fra' mortali un chiaro 
sole >. É noto quanto acerbo dolore cagionasse questa 
sciagura al vecchio Cosimo; il quale, per la immatura* 
morte del figliuolo da cui tanto sperava, per la malferma 
salute dell'altro, vedeva non lontano il pericolo di per- 
dere il frutto delle sue lunghe fatiche, t Troppo grande 
casa è oramai questa ! > , esclamava il vegliardo, aggiran- 
dosi per le vuote stanze del palazzo di Via Larga; e certo 
in quel brutto momento egli temette non forse stesse per 
tramontare la buona stella de' Medici. A consolare 1' or- 
bato padre, a celebrare l'estinto, che molto si era dilet- 
tato di studi e aveva favorito e protetto i letterati, non 
mancò il canto dei poeti : Naldo Naldi di quel lutto man- 



228 F. FLAMINI 

dava a Cosimo un poema (1), Peregrino AUio un epi- 
taiDo (2), Bernardo nostro il sonetto di cui parliamo, che 
però dovette essere scritto nel novembre del 1463 (3). 

Ma il vecchio Cosimo di poco sopravvisse alla morte 
del figlio, e usci dì vita il 1 agosto 1464. In tale occasione 
Bernardo scrìsse in onore del padre della patria un lungo 
capitolo in terza rima (4), nel quale, con ricca mèsse di 
esempi desunti dall' antica storia di Roma , dimostrava 
come, pur non avendo mai la Morte perdonato ad alcuno, 
molti fossero sopravvissuti a sé medesimi nella memoria 
dfe' posteri; donde si facea strada a celebrare le opere 
insigni e le virtù di Cosimo, lodando da ultimo anche il 
suo successore. 

Ma, più che i lutti, il Pulci cantò le glorie e i trionfi 
medicei; i quali, poiché e nel bene e augumento della 
città era il bene e augumento de' Medici » (5) , assu- 
mevano spesso r aspetto e V importanza di feste cit- 
tadinesche. Cosi il cattivo esito dell' impresa coUeonica fu 
certamente un trionfo dei padroni di Firenze, che, sventati 
i disegni dei fuorusciti, rinfrancavano gli animi loro da 
gran tempo paurosamente sospesi, ed è naturale eh' essi 
principalmente promovessero le feste e le luminare che si 
fecero all' annunzio della pace fra gli stati italiani nel- 
l'aprile del '68; ma è pur certo che a cotesti sollazzi 
prese parte esultando tutta la cittadinanza fiorentina, la 
quale, finita la dispendiosa guerra, sperava ormai men 
gravi i balzelli e più liberi i trafiìchi e le industrie. Non 

(1) Cfr. RoscoE, op. cit., 1, 49. 

(2) Ibidem. 

(3) GioYanni de' Medici mori nel principio del Novembre dei liG3. 
Cfr. Reumont, Lor, de Med., I, 180. 

(4) Fu impresso insieme colla traduzione della Bucolica Virgiliana e 
nella edizione londinese delle poesie del Magnifico. 

(5) F. Guicciardini, Del Reggimenio di Firenze^ p. 97. 



VITA E LIRICHE DI B. PULCI 229 

mancò quindi il Pulci, buon fiorentino e insieme corti- 
giano de' Medici, di celebrare il fausto evento in una 
canzone a Piero di Cosimo che incomincia: 

Giovaoe bella, che dogliosa e stanca, 
tutta pensosa de' tuo* lunghi affanni, 
forse pensando ti raddoppia il pianto , 
perché la vista lagrìmosa e bianca 
non riconforti? 

La giovane è Firenze, che il poeta esorta a deporre la 
grai&aglie poiché 

gli insulti e i gran perigli 

son tulti, e spenta ogni superbia aldace. 

Accenna poi alle calamità che V hanno colpita , cioè la 
morte di Cosimo e la guerra coUeonlca. Della prima, sog- 
giunge, si deve consolar nel pensiero che T illustre estinto 
gode della beatitudine celeste e ha di sé lasciata in terra 
gran fama; quanto all'altra, 

bastiti sol che di sf lieve impresa 

altri, tardi pentuto, in sé si rode.... 

Or vede quanto indegna 

giunse la speme alla sua voglia incerta ; 

ogni fallacia aperta 

de' suo' congiunti e collegati in terra 

vede di doppia guerra 

partorir frutto: che sua gloria perde, 

e tua gloria iraraortal sempr' è più verde. 

E veramente cotesta guerra, triste complesso di di- 
serzioni, di destreggiamenti, d' esitanze, testimonianza tri- 
stissima della decadenza delle armi italiane in quel tratto 
del secolo XY, nessun utile recò a chi l'aveva suscitata; 



VITA E LIBICHE DI B. PUIiCI 231 

sentenze platoniche o più propriamente ficiniane , qnesto 
parafrasi non infelice del Petrarca. 

Parranno, ed erano, cortigianerie; ma cortigianerie 
sensate dai tempi e dal luogo in cui il Pulci viveva. Anche 
da lui era agognata quella vatum preUosa quies tanto cara 
al Poliziano, per guadagnar la quale e bisognava farsi 
largo, mettersi in vista, accostarsi ai potenti, perché pia- 
cere ai potenti è non ultima lode (1) >. Egli fece cosi, 
e raggiunse il suo intento; anzi alla protezione del Ma- 
gnifico dovette in più d' un caso la propria salvezza. Non- 
dimeno, ei non volle o non potè conservar sempre cotesta 
quiete ; e nel 1466 andò , non saprei per quale ca- 
gione, in Sicilia, dove giunse stanco, dimorò a malin- 
cuore, e scrisse i due sonetti già ricordati al Popo- 
leschi e al Pilaia ed una canzone a Lorenzo de' Me- 
dici, nella quale, esaltando la floridezza di Firenze a- 
domantesi sempre più di magniQci edlfìzi , e compa- 
randola con quella di cui godè in vari momenti della sua 
storia Roma, toglieva da ciò occasione per tesser le lodi 
dell' avo e del padre del suo Signore. Nel tornare dal- 
l' isola fu còlto da una grande burrasca. D' un altro viag- 
gio, ch'egli fece nella Marca, si ha pure notizia: andò 
a Camerino, dove Luigi era stato più volte, il 19 luglio 
1472. Ma più importante per noi è la sua dimora a Roma 
nel '74. Fu colà probabilmente nell' occasione che i 
Medici mandarono un' ambasciata al pontefice per com- 
porre la questione allora insorta fra la Curia Romana e 
i Fiorentini in seguito all' assedio di Città di Castello ; 
certo pare partecipasse vivamente a quel dissidio con due 
sonetti contro la corte papale. I quali non sono un dei 
soliti plagi danteschi o petrarcheschi, e neppure una di 
quelle invettive contro il Pontefice di cui il quattrocento 

(1) Carducci, Le Stanze, l' Orfeo e le Rime, p. XXVI. 

Voi. I, Parte I. i6 



di Borso ; che Bernardo promette d' esaltare con più d 
gna lira, ove gli sia concesso d' esser vicino alt augus 
signore. Parrebbe adunque eh' egli desiderasse d' esse 
accolto presso la corte eslense ; ma quando scrisse quei 
versi? Certamente prima del 14 aprile 1471, perché 
questo giorno il papa creò duca dì Ferrara Borse d'I 
ste (I), e nel titolo della canzone egli è detto marchese 
non duca; furono poi senza dubbio composti in tem 
di pacifica prosperità poi dominio estense ; come pn 
vano alcmii di essi: 

r almii tua patria splendida e gradita 

trionfa in pace in ciascuD suo contine, 

e d' aiti e discipline, 

libera, ognor sì fa ]iiu chiara e bella. 

e, quasi un'alta stella. 



(I) Y. Alti e MfOìcrìf delle ir. dfpulaiioni d 
dmesi e parmeasi. 11. 30"'8. 



VITA E LIRICHE DI B. PULCI 233 

lamp^ia posta in su Y amena fronte 
del grande Erìdan, fiume di Fetonte. 

Soltanto qaesto è certo; e però rimane aperto largo 
campo alle ipotesi, poiché il governo di Borso, lunghis- 
simo, si stende dal '50 al 71. 

Col 1476 si può dir che s' apra un secondo periodo 
nella vita dì Bernardo Pulci. Non più poesie d'occa- 
sione, non più accenni né nelle sue rime né nelle lettere 
del fratello Luigi a domestiche brighe; dato un modesto 
ma stabile assetto a' suoi beni, egli può tenere d' ora in- 
nanzi più quieto e riposato vivere. 

Il di primo di marzo del 1476 Bernardo ebbe T uffi- 
cio di camerario del contado di Mugello (1). Durava un 
anno : dovette quindi tenerlo sino al primo di marzo del 
'77 ; se pure ei non cadde infermo prima, poiché appunto 
verso questo tempo ammalò e stette male tre anni. Più 
tardi, e in quale anno precisamente non so, ma certo prima 
del 1484 (2), egli ottenne alfine una carica ragguardevole 
e stabile ; ciò fu quella di provveditore degli officiali degli 
Studi fiorentino e pisano, ch'era stata occupata, quando 
venne primamente istituita, da Giovanni dei Bonsi, di no- 
bilissima famiglia fiorentina. É noto che cinque illustri cit- 
tadini venivano annualmente eletti in Firenze, per presie- 
dere col titolo di officiali allo Studio fiorentino e allo Studio 
pisano sapientemente restaurato da Lorenzo de' Medici. 
Loro precipua incombenza era eleggere i professori e fis- 
sarne gli stipendi, coadiuvati in queste ed in altre faccende 

(1) A'ei Registri uffici intemi dal UlO al '9i a e. 131t, fra i 
e xìj Camerarìi comitatus per 1 anno per vice » e più precisamenle 
fra i e Camerarìi Mugelli » trovo: e Bemardus Jacobi de Pulcis, p.^ 
martio 1476 >. 

(2) In quest'anno, nelle Deliberazioni circa lo studio fiorentino e 
pisano dal iàSi al '92 e. 160^ appaiono stanziati fiorìni 16 a Ber- 
nardo Pulcio provisori. 



Bernardi Pulci legolio Pisas, si ha il seguente mandalo ; 
• Die IDinensis Novembris liK7. 

Supradicli ofTicialcs studiì, servaiis servandìs, in loco orTiciaiiuni . 
gravij et esgravij ail Sanctam Hariam Novam congregali, alsente tan 
Jacobo de Salviatis qui in princìpio tiuius mcnsis Romam prorectus fue 
d eli berave nini (|uod Iternardus Jacobi de Pulcis eonim provtsor qi 
priiniun fieri polcrit se conferai ad civìtatem Cisaruin ad ea omnia 
cienda et eicipicnda et ordinanda et iransigendu qunc et proul coi 
aiUedictis aiìicialilius ei fiiil imposìtum et nan'atum, et circa predicla 
in prediclis omnibus ci sìngulis ei dcdeninl et conccsserual plenissiir 
auclorìtatem, racultatem et potcstateni lam circa sapientiam oi-dinand 
in dicto studio ci omnia alia ad cani perlinentia, quam eiiam circa < 
cloruin conductas Iransigcndas et concludcndas et gcneralìler ad om 
alia lacienda quae (pioinodo libet cognoverit necessaria prò studio 
oportuna, mandante omniliuìi et i|uibuscumijue ad quos pertiael eid 
provisori parere et obedire tamqiiam ipsorum ortìcio sub pena ìpsor 
arbitrii >. 

{i) Ibidem, a e. 76', con la segnatura mattinale di Commiuie 
Bernardim Pukium: t Dieta die !26 Januarìi U87. SupradicH 1 
mini otTiciales Studii, servaiis sen'andis, dedcnmt et concessenuit 
beram et plenam commissionem potestatem , auclorllalem et mani 
tuin Bernardo Jacobi de Pulcis eoniin pronsori tcI subslilueado 



VITA E LIRICHE DI B. PULQ 235 

dì' essi annettevano molta importanza, perché l' illustre 
ginreconsoito senese lasciava da per tutto vivo desiderio 
del suo insegnamento, e le università italiane facevano a 
gara per averlo. 

Io Pisa Bernardo Pulci avviò tosto pratiche con lui, 
e per altrui mezzo, e direttamente per lettera: attese i- 
Doltre a un' altra faccenda di non minor rilievo, cioè alla 
ricerca d'un luogo adatto a fabbricarvi 1' edificio per 
lo Studio; che nel 1487 era stata finalmente stanziata 
una somma per codesto scopo, e dato a lui l' incarico 
d* eseguire l' impresa. Non poche noie e fatiche gli pro- 
curò tale incarico, delle quali rende conto minutamente 
agli officiali in due lettere, che riporto qui dappiede in 
nota (1). Da esse ricaviamo pure curiose notizie sugli 



eo tractandi et firmandi et concludendi et determinanclì conductam domini 
Bolgarmi senensis cum eo ?el alio suo procuratore per literas ?el coram 
et dictam conductam faciendi prò eo tempore et pretio et cum illis con- 
ditiooibus, pactis et obligationibus prò quo et quibus volet et ei Yidebilur 
et placeiut prò utilitate dicti studij et consenratione utrìusque partis se- 
cuodum commissionem et ?oluntatem dictorum officialium et secundum 
aimos et tempora longa quibus obligabitur quantitas augeatur salarij : et 
omnia ìa predictis faciat que utilia cognoverit necessaria et oportuna et 
que et prout facere possent dicti officiales in omnibus et per omnia ». 

(1) I. — Magnifici domini mei. Io ho tardato a scrivere per la diGcultà 
et fastidio di questi doctori, che sono pieni di dubbj et di confusione. 
Maestro Francesco Nini ancora sta sospeso, et vorrebbe qualche chiareza 
da Jacopo Salviati; di questa sua rimessione in lui, benché lui sia stato 
qui per andare in campo, non gli potè parlare; bisognerà aspectare che 
tomi, et infine acepterà la condotta, che nonn à altro partito migUore. 
Maestro Bernardo Tornio al tutto recusa, e chiede fior. iOO d'aumento; 
credo a fior. 300 sarebbe quando sia licito lasciarsi caricare: lascierollo 
scuotere qualche di, et terrò pratica col Faenza, che per questi modi si 
conducono ; et infine, quando dica di non leggiere, avete lo scambio suo, 
cioè maestro Antonio, huomo degnio et di non molta spesa. Maestro 
Chrìstofano nonn à aceptato, né maestro Francesco Buonfanti, che vorreb- 
boDo qualche fiorino più d'aumento, et cosi il vicario; pure gli verrò 



236 F. FLAMINI 

affari dello Stadio : pratiche, per esempio, tenute per 
condursi altrove da alcuni de' più valenti professori, come 

scotendo, che bisogna con loro aver patìenza, che anno una faccenda 
sola, e per natura sono lunghi e sophistichL Maestro Philippo credo farò 
contento per questo anno di restarsi a suo luogo, mostrogli la diCcuIlà 
di potere ristorare il suo luogho; et cosi prima che io mi parta vedrò 
di asettare la maggiore parte, o di ritrarre Y ultima loro intentione, ac- 
ciocché le S. y. sappino dove anno a arrivare con loro. Luchino si sta 
dubbioso et ancora nonn à partito. 

Ò fatto manifestare lo editto, che chi vuole essere condotto o leg- 
giere debba prima avere disputato publice, che à avviluppato il cervello 
a Doolti chieditori, et sarà utile et a proposito contro a molti iporanti, 
se sarà observato. 

Qui è Jacobbe da Siena, che sta a Gastelnuovo della Misericordia. 
Siamo rimasi sabato andare a vedere il luogo, et quivi offera mostrare 
molte cose et carte in favore, et molti beni stati occupati et tolti, da 
mulliplicare assai T entrate, et allogherassi di quelli terreni a chi ne 
vorrà con ogni vaiftaggio et con parere di Francesco Cambini, benché 
sia molto occupato. 

Il luogo per la Sapienza si può avere, cioè lo albergo della Corona, 
con ducati 300 incirca; et di nuovo me n'é stato messi innanzi due 
altri molto più belli, quando si possino avere. A bbocca di questo et 
d' ogni occorrentia dello Studio sarete da me raguagliate. Aspetterò prima 
qualche risposta dalle S. Y., alle quali continuo mi raccomando. In Pisa 
adi 29 di maggio U87. 

Volendo pesce per Sancto Giovanni in cambio di moze, datene av- 
viso per potere ordinallo al tempo. 

Bernardo Pulci proveditore. 

{Fuori) Magnificis dominis officialibus Studij fiorentini et pisani dd. 
meis observandissimis : Florentie. 

II. — Magnila, domini mei. Scripsi a questi di alle S. V. M., e poi 
sono stato malato in modo nonn ò potuto come io desideravo soUicitare 
le vostre faccende dello Studio, et niente di meno non Tò in tutto la- 
sciate indrieto. Dissi alle S. Y. , che i Consoli aveano licentiato quelli che 
tengono la piaza del grano, et che lloro aveano diputato ciptadini per 
mandare costi contro a questa impresa: pure Francesco Canbini et io 
gli abbiamo amuniti et confortati di pensare d*uno altro luogo per loro. 
Sono stato con alcuni maestri a disegnare la spesa e misurare il luogo ; 
costerà più che non si stimava, perché di tetti e legnami non si può 



. V K I.IKICHE DI B. PULCI 237 

iii^i^'iie medico e filosofo, e Francesco 
!.i-<ìino; sulla ignoranza di molti altri di 

« 'Ih riiilo. 

. M l'Ilici da questa sua legazione fra il 29 

.: 1 ijiiigno deir 87. Neir autunno di quest'anno 

■:} Iroviamo in Mugello, consigliato forse a re- 

L :lI.) malferma salute che rendevagli necessaria la 

l;i»iclié sappiamo che pochi mesi prima aveva 



I ÌM' sono lastre e legnami consumati; pure arete assai comodìlù 

. t iVancesco Canbini à messo a ordine Ire fornaci, onde arete 

■ ..: i^i. i^;,'oli et bTorio e ancora qualche legname del Comune, in modo 

■ijiiucerà facilmente questa impresa, pure che si cominci et con abi- 
j «lì pagamenti: et sarà cosa molto onorevole, commendata et deside- 
:■.::• da tutto k) Studio, né maggiore aiuto che questo si può dare allo 
>; lidio, come si vedrà con tempo per la experienza. 

Questi doctori che vacano io n'ò già confessata la maggior parte, 
<;t sono molto ghagliardi; pure gli verrò rassettando, et porterò con 
iiiecij di tutti la loro intcntione. D' alcune cose ricordate costi Francesco 
Cambini: io ne vo investigando et dell'altre, ma sono mosse da' Pisani, 
et non sono tutte da riuscire ; pure le S. V. intenderanno a bbocca, et 
penseranno quali sieno da tentare o da lasciare indrieto. 

Qui è di nuovo lettere, che il Borgherino è condutto a Siena et 
cosi da Padova, dove tiene stretta pratica per fugirc la condotta di 
Siena ; et però io ò fatto scrivere una lettera a mcsser Luigi da Settimo 
a chi presta ogni sua fede, et io anco^a scrivo per mantenello in grande 
speranze, che non si oblighi altrove; che, secondo me, inporta assai, e 
qni non si chiama altro che Borgherino. Scrivo a ser Bartolommeo, che 
le mandi con licentìa di V. S., e bisognando spendere per avere rispo- 
sta sarebbe a proposito, et avendo dallui alcuna buona intentione, le S. 
Y. penseranno che sia da fare. 

Aspetto qui domenica gli uomini di Castelnuovo della Misericordia e 
di Castelvecchio, che si vorrebbono unire e tornare in Castelnuovo, e 
tacendosi s* aqquisterebbe entrata di 50 sacca di grano, et però starò 
qualche di per non tornare voto. Questi Pisani mi sollicitano delle limo- 
sine, e forse manderano uno di loro con meco per capitolare colle S. V. 
quello anno a dispensare et in che modo. Non più: raccomandomi alle 
V. S. 



238 F. FLAMINI 

avuto una malattia (1). Nel dicembre dell' anno stesso 
scrisse dallo Studio agli officiali un'altra lettera, l'ultima 
che di lui ci rimanga, in cui discorreva della riconferma 
del rettore, delle condizioni inteme della scuola, del nu- 
mero degli scolari, del luogo infine da lui trovato e 
misurato , dove s' aveva a costruire il nuovo palazzo (2). 



(1) Ser Bartolommeo carìssìmo. Io sono rimaso qui per bestia, et 
sono tanto presso allo Ognissanti, che volentieri rimarrei; pure, se é bi- 
sopo che io vi sia, ditelo allo apportatore di questa; che gli ò inposto 
se voi gli dite che io abbi a essere costi inanzi Ognissanti, che mi meni 
una besUa. Non so se io arò a andare a Ppisa, né quando : datemi aviso 
io farò secondo voi direte, e, se nulla v'è di mancia per mio conto 
mandatela allo ortolano; et, come io dico, ditemi il vostro parere, se vi 
pare necessario che io torni inanzi o dopo, e se gli uGcialì si lamentano 
di me. Non più; raccomandomi a voi. Valete, 

Bernardo Pulci vostro 
in Mugello 
(Fuort) Spectabiii viro Ser Bartolommeo di Milìano Dei in Firenze. 

(2) Magnifici domini mei. Io ò tardato a scrivere aspettando Fran- 
cesco Cambini che è in villa slato alcuni giorni per potere meglio satl- 
sftire, et ancora nonn è tornato; replicherò quello mi occorre per buono 
costume, et quando ci Oa, sarete meglio raguagliati. 

Presentai la lettera a' Consoli degli uGciali del Monte , e subito fe- 
cìono protestare a quelli piazaiuoli, che, paxato il tempo, si provedes- 
sino. Anno fatto romore , e , secondo m' anno detto stasera e' Consoli, 
anno mandato costi imbasciadori contro a questa impresa: stimo ripor- 
teranno il medesimo onore che della Misericordia. Il luogo non potrebbe 
essere più acomodato, e tutto questo Studio se n'é allegrato, né altro 
ci sarebbe dove si potessi fare. Siamo stati oggi per examinare la spesa 
e misuralo il luogo, che per uno verso é braccia 120 e per l'altro 
braccia 60, dove si potrà col tempo ricevere molli scolari comodamente. 

Lo Studio é il medesimo che Tanno paxato; abbiamo scolari 210 
anumerati, pome arrecherò per nota, et non se conti frati né scolari di 
poesia, et se nnon fusse la alsentia del Sozino n' aremo più. Ò visto 
qui lettere che dicono fra pochi di si farà la condotta del Borgherìno e 
Sozino et maestro Francesco Nini per V anno futuro a Ssiena, et non pa- 
iono flttizie: prima che io parta, intenderò l'animo di tutti questi doctori, 
che sarà neciexario. 



VITA E LIRICHE DI B. PVLCl 239 

Quanto alla condotta del BulgariDi, pare che questi an- 
cora esitasse ad accettarla, allettato dalle offerte di Siena, 
sua patria ; ma da una lettera a Bartolommeo Dei, da lui 
scrìtta dopo la morte del Pulci, rilevasi che le pratiche 
avevano preso in seguito assai buona piega, che anzi il 
Bolgarìni aveva deliberato di rifiutare la condotta di Siena 
per quella di Pisa quando codesta morte avvenne. Ed 
avvenne prestissimo (1). Poiché tornato a Firenze, il Pulci 
improvvisamente infermò, e la sua malattia fu si rapida, 
che il di 9 febbraio 1488, mentre il Bulgarini gli scri- 
veva tranquillamente de' suoi malanni , il povero Bernardo, 
morto già da due giorni, riposava accanto agli avi in 
Santa Croce. 

Bernardo Pulci fu uomo dabbene (2), mite d'animo, 

Come ci fia Francesco, vedremo di raunare insieme questi fitti della 
Misericordia e inrestigare altre pratiche in favore della Sapientia ; di che 
sarete al mio ritomo raguagliati appieno, che non mi pare neciexario 
al presente, et maxime non ci scndo ancora cosa certa. Lo ufilio del 
rectore finisce a mezo questo mese, et qui nonn é chi domandi, e lo Stu- 
dio appetisce rectore più presto che vicerectore. Ò inteso che acepte- 
rebbe per uno altro anno, quando le S. V. lo conpiacessino della let- 
tura, dei sexto et del salario fa poca stima, ma solo per suo onore di 
partirsi di Studio con qualche grado. Parendo alle S. V. confermallo, bi- 
sognierebbe faUo inanzi spirassi il suo tempo, che dipoi non lo acepte- 
rebbe per non avere a flare nuove feste; et, come dico, non si truova 
chi k> desideri. Altro non mi occorre, se nnon raccomandarmi alle V. S. 
A di V di dicembre U87. 

Bernardo Pulci proveditore 
io Pisa. 

(i) Nelle Deliberazioni suddette, tra gli Officiale^ studij in officio 
exislentes quum huic libro datum est principium, si legge: ì^ Ber- 
nardus J occhi de pulcis provisor officialium studij obiit die 8 fé- 
bruarij 1487 [1488] : dalla quale nota resta fermata la data certa della 
morte di Bernardo. 

(2) e Ho inteso de la morte di Bernardo Pulci, de la quale choxa 
a me è incresciuto assai, perché lo reputavo homo da bene e a me 
amico » (Lettera del Bulgarìno data il l."" marzo 1488, a ser Bartolom- 
meo de' Dei notaro degli Officiali, nelle dt. Lettere dello Studio^ n. 103). 



240 F. FLAMINI 

d'indole seria, divoto senza superstizione. All'antore del 
Morgante, ardito e loquace di natura, doleva eh' ei fosse 
e tanto timido e salvatico >; ma appunto perciò sentiva 
€ pel suo povero Bernardo > una cotal tenerezza mista 
a compassione, per cui non si stancava di raccomandarlo 
caldamente a Lorenzo. Poiché Bernardo dal chiedere e 
dall' importunare rifuggi sempre. Non eh' ei non ricor- 
resse più volte per aiuto a' suoi protettori; che anzi in 
una lettera al Magnifico pubblicata dal Bongi affermava 
il contrario : ma ciò fece solo in difQcili congiunture e non 
$enza rossore. Infatti, da una sua canzone in cui implo- 
rava il soccorso del magnifico Piero s' accomiatava cosi : 

se del tuo grande ardire 

cerca, dirai : « s' e' fu' manco modesta, 

colpa à la nova età eh' è pronta e presta » ; 

e, d'altra parte, non ebbe mai con Lorenzo de' Medici 
quella grande familiarità da cortigiano che aveva Luigi; 
ma gli s' indirizzò sempre in tono assai rispettoso, sotto- 
scrìvendosi servulus. Ciò non ostante, e sebbene di rado 
avesse avuto occasione di servire il suo magnifico pro- 
tettore (1), è certo che questi faceva di lui gran conto; 
dacché Luigi, a proposito d'una lettera che suo fratello 
dovea recar seco andando nella Marca, osava scrivere a 
Lorenzo: e Àgiugnivi che Bernardo aportatore é tutto 
tuo, et da bene et virtuoso, eh' in ogni cosa acada, lo 
tratti come amico suo e tuo > (2); e nel 1473 Bernardo 
non invano pregavalo a far si che suo fratello Luigi 
s' ammogliasse ; non invano, perché nell' anno stesso Luigi 
sposò Lucrezia di Manno degli Albizi, né certo il matri- 
monio dovette avvenire senza la mediazione del Magnifico. 

(1) € Se tanto merita la mia antica fede non isperitnentata » (Let- 
tera di B. Pulci, data il 27 Ottobre U73 al Magnifico, nelle cit. Lettere 
di Luigi» p. 180). 

(2) Lettera di Luigi al Magnifico, ib., pag. 118. 



VITA E LIRICHE DI B. PULCI 241 



lY. 



Nelle liriche, se si eccettuano i componimenti sopra 
esaminati che hanno particolare importanza storica e bio- 
grafica, il Pulci narrò una sua passione amorosa durata 
almeno dieci anni e sol di rado confortata da qualche 
debole raggio di speranza, e segui non sempre infelice- 
mente le orme del e suo Petrarca > venerato da lui e am- 
mirato quanto Dante , se non più di Dante , intessendo 
d'imagini petrarchesche tutte o quasi tutte le sue rime. 

La maggior parte di queste liriche amorose si com- 
pone di sonetti ; una sola canzone, da me già citata, che 
incomincia : e Lasso, quando per forza amor da prima > , 
si riferisce al contrastato affetto del poeta: vi si descri- 
vono le quattro stagioni dell' anno, per dimostrare come 
tutti i viventi, lui eccettuato, abbiano - in taluna di esse 
particolare ragione di allegrezza; descrizione che non è 
forse senza ricordo della canzone petrarchesca e Nella 
stagion che '1 ciel rapido inclina >. V'hanno poi più 
capitoli in terza rima, cioè i due in morte di Simonetta 
e dì Cosimo, e un altro (e Avea di vostra vita stanca e 
breve >) nel quale il poeta condanna le ricchezze e com- 
menda la povertà (1). 

Naturalmente, il canzoniere di cui discorriamo non 
è immune dai vizi propri del secolo in cui fu scritto. 
Non vi mancano infatti qua e là i soliti latinismi e i versi 
sdruccioli tanto cari ai rimatori di quel tempo; e, non sempre 
opportunamente, sopratutto nelle tenzoni con altri poeti, 
vi si affastellano alla rinfusa ricordi mitologici e fatti de- 
sunti dalle antiche storie; s'avverte infine nella maggior 



(1) Usci in luce nel Giom, Enciclopedico (VI, 226) del Gennaio 
del 1814. 



242 F. FLAMINI 

parte di questi componimenti un certo che di oscuro e 
d'involuto (1). 

Con tutto ciò, tenuto conto de' tempi in cui fu scritto, 
ragguagliato alle poesie d' altri rimatori quattrocentisti 
(del Bellincioni, per esempio, e del Tinucci), il canzo- 
niere di Bernardo Pulci non manca al tutto di pregi ; che 
talvolta il suo verso è veramente buono , ed il concetto, 
se non nuovo, nuovamente atteggiato e rimaneggiato. Cosi 
non dispiacciono queste sue terzine in cui descrive una 
visione della donna amata: 

Talvolta il suon della sua voce sento 

soavemente, ed un bel riso adomo 

^ empir la mente d' immortai desirì ; 

ma, come i sogni se ne van col vento, 
fuggesi ogni mio ben po' che gli è 'I giorno, 
e nel cor si raddoppiano e' martiri. 

(1) Le contraddizioni perenni ond'é causa F amore, con esempio non 
nuoTO, vengono dal Pulci raccolte tutte insieme in un sonetto solo, che 
incomincia : 

4 Piangendo rido, e sospirando godo, 
e gran coste salendo mi riposo, 
e sto sanza sospetto e son geloso, 
po' lieto son quand'io mi struggo e rodo ecc.; 

e, proseguendo in tal guisa, termina: 

Cosi in inferno godo il paradiso; 
ch'é il marìniano e paradiso infernal celeste inferno », col qual Terso 
si chiude il famoso sonetto sulla natura d'Amore. E come le solite anti- 
tesi sull'Amore, cosi le tradizionali rappresentazioni di bellezze muliebri 
raccolse Bernardo in un sonetto: 

La fronte dì cristallo, gli occhi stelle, 
le ciglia d* oro e '1 capo d' ariento, 
di perle il naso, e le sue pance e '1 mento 
son di rubin fra tante cose belle, ecc. 

(Cor. di son. a Lorenzo, son. Y). 



TITA B LIBICHE DI B. PULCI 243 

Né davvero mi pare spregevole il seguente sonetto: 

QaeUa nube contraria, che nel viso 
giunge di mia madonna alcuna volta, 
mi fa spesso dubbiar se l'alma è sciolta 
dal cor, non sendo ancor da me diviso. 

Se non che dietro un si leggiadro rìso 
segue che '1 primo effetto si rivolta, 
e ne* b^li occhi suoi rimane involta 
ogni speranza, ogni mio senso fiso. 

E più s' accende ogni desio nel petto 
quando la voce angelica e soave 
forma del nostro amor qualche parola; 

poi, come il sol veloce al suo ricetto 
fu^e, cosi costei, onesta e grave, 
dopo un dolce saluto a me s' invola. 

Resta ch'io dica brevemente delle poesie sacre, alle 
quali e particolarmente raccomandato il nome di Bernardo. 

Indulgendo ai gusti del tempo, all' indole sua, e ai 
desideri dei Medici alla cui clientela apparteneva (1), an- 
ch' egli si provò nella drammaturgia popolare. Sua forse, 
e non di Luigi , è la rappresentazione di S. Teodora (2) ; 
dell' altra di Barlaam e Giosafat , assai nota e impressa 
già io antico più volte, dirò soltanto col D' Ancona, suo 
più moderno editore (3), che non può certo, anche perché 

(1) Cfr. D'Ancona, Origini, l, 227. 

(2) Poiché a Beraardo, e non a Luigi, riferirei una nota allusione del 
Benivieni (cfr. D'Ancona, Orig., I, 238, n. 1); parendomi che il compagno 
e aiutatore del Savonarola, scritlor di laudi e d' ecloghe allegoriche, ron 
nel Morgante o nella Beca, si bene nelle rime alla petrarchesca e nei 
drammi e poemi sacri (certo assai diffusi in Firenze tra i divoli) di Ber- 
nardo Pulci dovesse tiDvare veramente e spirito e concetto poetico ». 
U dialogo fiorentinesco col quale la rappresentazione comincia non può 
bastare, panni, per toglierla a Bernardo, che era Gorentino anche lui. 

(3) Sacre Rappr.. D, U2. 



244 P. FLAMINI 

vi mancano molti episodi della leggenda, avere mi posto 
fra le migliori dell' antico teatro spirituale. 

Più notevole è il poema suUa Passione di Cristo, 
che non è da confondersi, come altri fece in passato, con 
quello assai più noto del Cicerchia che incomincia e 
increata maestà di Dio >. Il poema del Pulci, di cui ho 
consultate due rare edizioni fiorentine (1), si compone di 
206 ottave, ed è indirizzato < alla divota in Christo suora 
Annalena de* Tanini nel monasterio delle Murate > con 
una lettera tutta piena di profonda compunzione e di 
pie lagrime. Nella quale egli confessa che molta fatica 
gli ha costato il comporlo e che a celebrare V alto mi- 
stero forse più elevato ingegno occorrevagli e più in- 
fiammato cuore (2). 

E veramente, pur non volendo dubitare della sincera 
divozione di Bernardo, è necessario riconoscere che in 
molta parte di queste sue ottave non c'è punto la viva 
e spontanea gagliardia d'affetto, che incontrasi in più 
umili scritture dello stesso genere ed è grandisshna nel 
poema del Cicerchia. Il Pulci parafrasa per lo più il 
racconto evangelico della Passione, restando aridamente 
fedele al testo, di cui segue l' ordine e traduce — qualche 
volta riportandole anche tali e quali — le parole ; di rado 
codesto racconto riesce a strappare al cuore del poeta un 
grido di dolore o d' indignazione, o alla mente sua sug- 
gerisce una riflessione qualsiasi ; né mai b fren deli arte 

(1) L'una del 1490 per Francesco Bonaccorsi, T altra senza nota 
d'anno e di tipografo, ma del sec. XY. 

(2) € Non negherò per questo (prosegue) che sanza molte lachryme 
da me non sieno stati composti, insieme con quello innamorato mio 
protectore Bernardo, alcune sue meditationi leggendo: et se la historìa 
chosi per ordine non é disUnctamente narrata, lo effecto nientedimeno 
degli evangelisti brievemente con qualche moralità o discorso et alchune 
lamentationi di Maria non ho pretermisso ». 



VITA E LIRICHE DI B. PULCI 245 

lo induce a ommettere alcuno dei particolari più impoetici 
e più triviali. 

Ha peraltro larghissima parte nella Passione di Cri- 
sto la rappresentazione del dolore affatto umano della 
madre a cui è barbaramente ucciso il figlio, prediletto 
argomento della poesia religiosa in tutti i tempi. Era in- 
fatti precipuo scopo dell' autore, e con quella sanctissima 
madre, in tanta amaritudine posta, accompagniarsi > . Per- 
ciò in questa parte il poema non è al tutto spregevole, 
né sempre inferiore a quello del Cicerchia, che senza 
dubbio egli conosceva e del quale pare anche a me (1) 
di ravvisare qua e là nelle ottave pulciane alcune re- 
miniscenze; sebbene, data la identità del soggetto e delle 
fonti, potrebbe anche trattarsi di fortuiti riscontri. Cer- 
tamente, nei lamenti della Vergine il verso del Pulci, 
spogliandosi della consueta ruvidità, acquista una quasi ar- 
moniosa pieghevolezza, ed è talvolta ispirato da vivo 
affetto: 

Che v' ha fatto, Giudei, il mio figliuolo , 
che voi r avete condannato a morte? 
né di me, sconsolata, in tanto duolo 
pietà vi prende o di mia trista sorte? 
Io non ho altro se non questo solo, 
né altro spero più che mi conforte: 
se pur del nostro sangue vi diletta, 
per diol prendete sopra me vendetta. 



Non mi rispondi tu, figliuol diletto, 
che mi solevi consolar già tanto? 
Non se' tu quel, che del mìo casto petto 
traesti il latte virginale e santo? 

(1) Alcune somiglianze fra i due poemi notò il già Palermo (Mss, 
Palat., I, 554 e segg.). 



246 ^ F. FLAMINI 

E voi, s{ grati nel sereno aspetto 
occhi, che DOQ mirate il nostro pianto? 
Ben so che indarno io m'affatico e piango, 
che tu se' morto ed io sola rimango ! 

Ed un pianto spirituale è veramente questo poema del 
Pulci, assai più che non siano le sue 45 terzine, cono- 
sciute col titolo di Pianto della Maddalena (1). 

Alla Passione di Cristo, al Pianto della Maddalena 
ed a certa lauda o capitolo in terza rima per la beata 
Vergine di Bibbona, uu altro componimento sacro debbo 
aggiungere, cioè un poemetto di 400 versi, pure in terza 
rima, di cui non veggo che altri faccia menzione e non 
conosco nessuna stampa. Ci fu conservato da due codici 
del secolo XV, dal magliabechiano-strozziano più volte 
citato e dal riccardiano 2925; nel primo dei quali porta 
in fronte : < Bemardus pulcius florentinus in laudem bea- 
tae Mariae virginis incipit feliciter », nel secondo, a 
somiglianza del noto poema del Comazzano e con più 
esatta significazione del contenuto, s' intitola : « Vita della 
gloriosa Vergine Maria per Bernardo Pulci Fiorentino in 
sua sanctissima Laude >. Questo poemetto si compone 
d'un proemio, d'una esposizione della vita di Maria Ver- 
gine, e d'una lauda. Nel proemio s'invoca con molto 
calore la Donna a cui tutto il canto è consacrato; nella 
esposizione si segue passo passo con la solita fedeltà e 
con piano ed umile stile il racconto evangelico, intro- 
mettendovi peraltro in più d'un luogo pie riflessioni ed 
encomi! ; nella lauda infine son celebrate con lirico entu- 



(1) Nelle antiche stampe e nei codici s'intitolano semplicemente: 
e Bernardo Pulci di Maria Magdalena >, e questa intitolazione hanno pure 
nelle edizioni cinquecentistiche possedute dalla Palatina del poema attri- 
buito al Cicerchia; peraltro nel frontespizio di questo son designate col 
nome di Pianto della Maddalena, 



VITA E LIBICHE DI B. PULCI 247 

siasmo le virtù sablimi di Maria, la cai grazia invocando 
benigna a sé e alla patria, il poeta chiude il suo canto 
col verso medesimo con cui l' aveva cominciato : 

se mai priego mortai nel ciel s' intese. 

Quanto alla traduzione che il nostro Bernardo fece 
della bucolica virgiliana, importa anzitutto notare ch'essa 
ha dato luogo ad un errore, che, sebbene già rilevato di 
passaggio dal Roscoe (1), veggo nullameno ripetuto, sul- 
r autorità del Tiraboschi, anche in lavori assai recenti. 
Bernardo Pulci non ha scritto mai egloghe, o se ne ha 
scrìtte, il che non credo probabile, esse non furono mai 
stampate ; certo è che nessuna egloga di lui è nelle e Bu- 
coliche elegantissimamente composte da Bernardo Pulci 
fiorentino et da Francesco de Àrsochi senese et da Hie- 
ronymo Benivieni fiorentino et da Jacopo Fiorino de 
Boninsegni senese i^, impresse due volte in Firenze nel 
1481 e nel 1494. Manifestamente l'inesattezza di que- 
sto titolo dette origine all' errore. Codeste stampe con- 
tengono invece la traduzione dell' egloghe di Virgilio, la- 
voro giovenile ch'egli indirizzò a Lorenzo de' Medici, al- 
lora adolescente. Gl'intenti suoi espose nella dedicatoria, 
aggiungendo un giudizio suU' opera (2) ed una promessa 
di mandare in seguito al magnìfico giovinetto e cose mag- 
giori et più degne », forse i quaranta sonetti a lui indi- 
rizzati che sono nel codice laurenziano; alla traduzione 
poi e alla dedicatoria premise alcuni cenni intorno alla 
composizione e alla natura dei carmi bucolici di Virgilio. 
La traduzione, abbastanza fedele, è, ragguagliata ai tempi 
io cui fu scritta, una notevole testimonianza della dot- 
trina di Bernardo, e di queste sue, com'ei dice, scola- 

(1) Op. cil., I, 249. 

(2) e Et Tisto da priDcipio che /' opera assai prosperamente succe- 
deva,,., col diyino favore quella finalmente al fine ho riducta » ecc. 

Voi. I, Parte L 17 



248 F. FLAMINI — VITA E LIRICHE DI B. PULCI 

stiche ed umiUssime primizie certo i contemporanei do- 
vevano sapergli grado; le lodi che gliene faceva in un 
sonetto il Pilaia, se a noi sembrano esagerazione, ad essi 
non parevano per avventura immeritate. 

Conchiudendo, se a Bernardo Pulci si deve togliere 
affatto il vanto di poeta bucolico, quello di poeta reli- 
gioso gli può essere accresciuto. Dobbiamo poi, per la 
conoscenza del suo copioso canzoniere, aggiungergli l' altro 
di lirico. E come tale, tra i petrarchisti del quattrocento 
non è certo dei peggiori. 

Francesco Flamni 



I SONETTI DEL PISTOIA 



A PROPOSITO DI UNA RECENTE PUBBLICAZIONE (*) 



Fra i poeti qaattrocentisti che vissero in corte di 
signori, a Firenze, a Napoli, a Milano, a Mantova, a Fer- 
rara ed a Roma, Antonio Cammelli, nato a Pistoia nel 
1440, di famiglia originaria da Vinci, è nna delle figure 
più simpatiche, più bizzarre, più originali. Degli uguali e 
contemporanei suoi, dell' Italia settentrionale, egli è certo 
il migliore. Dei napolitani solo il Ghariteo potrebbe con- 
tender con lui, ma per la lingua e la spontaneità il pi- 
stoiese gli va molto innanzi ; e se, tra i toscani, per la 
lìngua e per l' arte deve cedere il posto al Poliziano, e, 
per r arguzia e per la vena, al Pulci solamente , è buona 
scusa per lui l' esser vissuto sempre molto lontano dalla 
patria, trascinando una vita di stenti e di miserie, ch'egli 
sopportò, grazie al suo temperamento allegro, esercitando 
uflBci e cariche tutt' altro che adatte a un letterato. Fu, in 
fatti, presso Ercole I, duca di Ferrara, occupato nella cucina 
e nella dispensa di Corte, con l' incarico di cavalcar a Mi- 
lano, quando occorresse: anche lui poeta cavallaro, come di 
li a pochi anni un suo grande vicino ! Ma il cuoco, il di- 
spensiere ed il cavallaro osò elevarsi sino al livello degli 

(*) / sonetti del Pistoia giusta l' apografo trivulziano , a cura di 
R. Renkr, Torino, Loescher, 1888. 



250 ERASMO PÉBGOPO 

altri poeti di quella corte. II duca Ercole aveva molto a 
cuore r arte drammatica, e intorno a sé radunava Pan- 
dolfo Gollenuccio , il Boiardo ed il Correggio, perché gli 
scrivessero commedie o gliele traducessero dal latino. II 
Pistoia, pigliando la favola dal Decameron, scrisse la prima 
tragedia originale italiana: la Panfila, soggetto, se mai 
altro, tragediabile; ma l'opera riusci al di sotto del me- 
diocre , languida, scolorita, fredda, senz' interesse. In ogni 
modo fu suo il merito almeno di aver trattato, per il 
primo, un fatto moderno in forma di tragedia, e in vol- 
gare. Premio della Panfila, oltre le 600 lire che il duca 
gli fece dare (ma chi sa quanto tempo dopo le ebbe in 
realtà!, e del ritardo si lamentava continuamente (1), fu 
la carica, concessagli nel 1487, di capitano alla porta di 
Santa Croce in Reggio d' Emilia, con la paga di 16 lire 
reggiane, V alloggio, il privilegio di pesca, e il godimento 
di alcuni orti. Ma dieci anni dopo, non si sa perché, il 
beneficio gli fu tolto. Andò a Roma in cerca di un im- 
piego; ma inutilmente. Visse, allora, a Correggio, a No- 
vellara ed a Mantova ; e in quest' ultima città scrìsse una 
commedia De amiciUa , ora perduta (2). Sollecitò qualche 
aiuto dalla marchesana di Mantova, alla quale diresse una 
frottola, nel 1499; e nel 1500 una lettera, pregandola di 
una raccomandazione al padre suo, il duca Ercole. Forse 
in quel tempo tirò innanzi con figli e moglie la sua non 
lieta esistenza, lusingando coi suoi sonetti la corte estense 
e la sforzesca: fu, forse, il giornalista e il poeta uflìciale 

(i) In un suo son., che si trova a pag. 74 dell' ediz. di Li?orno , 
1884, dice appunto: 

il duca mi donò seicento lire, 
or me le tien quel ladro del fattore. 
(2) E fors' anche un* altra di cui non si sa il titolo. Ciò risulta da 
una lettera di Francesco Gonzaga al Pistoia pubblicata dal Renier nella 
Riviita itor, mantovana, voi I, p. 15, dell' estratto. 



I SONETTI DEL PISTOIA 251 

del Moro, pnr vivendo sotto la protezione di casa Este- 
GoDzaga. Ma nel 1502, il 29 d' aprile, morì in Ferrara, 
di sifilide : un anno prima, dell' istesso male, era morto, 
meglio era stato ucciso da un ciarlatano, uno dei suoi 
cinque figliuoli! 

La fortuna, come gli era stata in vita madrigna cru- 
dde, fti anche, dopo la morte, poco benevola della sua 
(ama ! Di lui, eh' è pur fra i migliori sonettieri del suo 
tempo, sino a tutto il 1856 non si conosceva general- 
mente che un componimento solo ! Primo di tutti, il Bindi 
cominciò a studiare il codice Tonti della Forteguerrìana , 
pubblicato poco dopo dal Fanfani; segui Antonio Cap- 
pelli, che scoperse e pubblicò l' estense nel 1865 ; e, nel 
1869 e successivi, il Targioni-Tozzetti, che fece cono- 
scere, m parecchie pubblicazioni d'occasione, il codice 
ferrarese. Ma solo nel 1884, lo stesso Cappelli e Severino 
Ferrari, raccogliendo tutte le rime di lui edite sparsa- 
mente e aggiungendone di nuove ricavate da più codici 
fiorentini e da qualche vecchia stampa dimenticata, pub- 
blicarono con una biografia del poeta, fatta su documenti 
nuovi dal primo di essi , e con non poche note letterarie 
a' diversi gruppi, in cui il Ferrari pensò bene dividere 
il canzoniere del pistoiese, la prima vera edizione delle 
rime del Cammelli (1). Uscivano alla luce, in fatti^ riuniti 
insieme, non meno di centosessantré sonetti, la frottola 
alla marchesana di Mantova, e la Panfila; oltre a molte 

(i) Rime edite ed inedite di Antonio Cammelli detto il Pistoia 
per cura di A. Cappelu e S. Ferrari, In Livorno, Vigo, 1884. Vedi 
quello che ne disse il Morpurgo nella Rivista critica, a. I, coli. 14-18. A 
pag. vij e sgg. di questa edizione si trovano minutamente descritti i co- 
dici e le stampe che si conoscevano allora, contenenti poesie del Pistoia. 
Ora il numero e degli uni e delle altre, come diremo, é notevolmente 
creschito. Citeremo in seguito quest' ediz. semplicemente col titolo di 
Rime ; quella del Renier con Sonetti. 



252 ERASMO PÉBCOPO 

lettere o del Pistoia o riguardanti l' arte e la vita sua. Se 
non che, né anche questa raccolta poteva contentare ap- 
pieno i cercatori e gli studiosi, che un documento, estratto 
dall'archivio Gonzaga di Mantova, e pubblicato in quella 
istessa edizione, dava loro indizio di un codice completo 
dei Sonetti faceti del Pistoia stato in possesso della mar- 
chesana di Mantova; e donato a lei, nove anni dopo la 
morte del poeta, da Francesco Gianninello, amico e disce- 
polo del Pistoia. Il Cammelli stesso aveva avuto da prima, 
nel 1499, la buona idea di raccogliere il meglio delle sue 
liriche e dedicarle a Isabella ; ma la malattia lunga e mo- 
lesta, che lo condusse alla tomba tre anni dopo, dovette 
impedirgli la prosecuzione del suo disegno (1). Non erano 
passati che pochi mesi dalla morte di luì, e la marche- 
sana scriveva ad un altro poeta, Niccolò da Correggio, 
pregandolo eh' egli volesse mettere in atto il disegno del 
Pistoia, e intitolare a lei come già era stato desiderio del- 
l' autore quella raccolta. Il Correggio si pose all' opera ; 
ma solo nove anni di poi, come abbiamo detto^ il codice 
dei Sonetti faceti, copiato e ornato magnificamente dal 
Gianninello suddetto, venne alle mani della Signora di 
Mantova (2). 

Gli editori della stampa livornese del 1884 misero 
dunque nei lettori il desiderio di questa raccolta relati- 
vamente compiuta e contemporanea delle rime del pi- 
stoiese. E più d'uno si pose allora alla ricerca; ma la 
dispersione, a cui eran andati soggetti i libri dei Gonzaga, 
dava pochissima speranza di un buon risultato. Se non che 
un anno dopo, nell' '85, il Catalogo della Trivulziana pub- 
blicato dal Porro rivelava l' esistenza di un codice ricco 
di sonetti del Pistoia, e restato fino allora sconosciuto: 



(1) Rime, pp. lij-lTJ. 

(2) SoneUi, pp. VIII-IX. 



I SONETTI DEL PISTOU 253 

molti li per li si lusingarono fosse proprio il desideratissimo 
manoscritto d' Isabella. Fra questi anche il Renier (1), che 
però veduto il volume trivulziano dovette rispondersi di 
DO. Tuttavia se non era proprio il Ubro de U sonecti che 
il Gianninello aveva inviato bellamente trascrìtto e ricca- 
mente vestito et ornato, e di nova inventione; era pur 
tale da poterne fare certamente le veci. Non potrebb'es- 
sere, in fatti, — si domandava il Renier, — che il co- 
dice trivulziano, bello, accurato, corretto, si, ma di niun 
pregio artistico, fosse, anzi che la copia del Gianninello, 
l'originale onde quella fu esemplata? Il Correggio nella 
lettera a Isabella, scrive che il suo libro era facto sola- 
mente de sonetti; e nel trivulziano, come abbiamo di già 
detto, non hanno luogo componimenti d'altro genere. Come 
che sia del suo antico possessore, certo è che il nuovo 
codice contiene non meno di 388 sonetti, dei quali soli 
71 erano noti per altri manoscritti e però si trovavano già 
a stampa nella edizione livornese del 1884 (2), che in tutto 
non ne oflMva più di centosessantatré. I quali, divisi in 
varii gruppi dal Ferrari, venivano a formare due cate- 
gorìe principali: sonetti riguardanti gli avvenimenti pub- 
blici, le corti e gli stati italiani; e sonetti sulla vita pri- 
vata e famigliare. Questi uUimi poi si suddividevano in 
satirici e faceti, alcuni relativi alla persona del poeta, alla 
sua casa, ai suoi congiunti, altri diretti contro varie per- 
sone. Quest'ultima classe è la più numerosa si nell'edi- 
zione livornese che nella torinese; ma sfuggendoci ogni 

(i) Nuovi documenti sul Pistoia nel Giom, stor. della lett, iiaLy V, 
p. 320; cfr. Riv. storica ital., II, 425. 

(2) Veramente il Renier, nella Prefazione, dice che dei 388 so- 
netti solo 70 sono nelle Rime; ma egli si lasciò sfuggire il n. 21: Pur 
sei condutto a quell' ultimo strazio, il quale si trova a pag. 143 del- 
l' edizìon livornese. Nei Sonetti esso naturalmente non é dato in corsivo, 
come tutti quelli già editi nelFediz. precedente. 



254 ERASMO PÉBCOPO 

allosione nella maggior parte di essi, non possiamo farne 
quel conto che ne facevan forse i contemporanei. Poco 
di nuovo pure per la biografia del Cammelli arrecano i 
sonetti del codice trivulziano. Un piccolo gruzzoletto ri- 
guarda lui e la sua famiglia : il son. 7 ci dà, per esempio, 
una scena domestica fra il poeta e la moglie ; ed a questa 
si riferisce fors' anche il son. 237. Il son. 123 ed il 228 
ci trasportano fra le noie della sua vita di cuoco e di 
dispensiere; della quale parla anche il son. 236: 

oggi siscalco e diman credenziere, 
e dopo le minestre io porto il piatto, 
libato, portìnar, famiglio a un tratto, 
guattaro, ragazzo e camarìerì, 
ceco son fatto e notte e df corrieri; 

Anzi, all'ufQcio di cavallaro, pare che si riferiscano an- 
che i sonetti 30, 267 ; e certo i 203 e 204. In questi 
ultimi due il suo povero roncino, magro, ischeletrito e 
affamato, parla al padrone che non ha di che comprargli 
una- capezza; e fa il suo testamento. U secondo è poi 
tanto arguto e piacevole che sarebbe un peccato non 
farlo gustare anche al lettore. 

Pisfoia: Cavai mio, che fai tu? 

Cavallo: ChMo fo? Io stento. 

Di maggio peggio sto che di gennaro; 
va, trova presto il prete et un notare, 
eh* io mi confessi e facci testamento. 

?.: Lasciami qualche cosa; io son contento. 

C: Arreca qua la penna e il calamaro, 

ma inanti al mio morir prega il massaro 
che mi doni a le mura un monumento. 
Ma dehbomi morir cosi di fame? 

P.: Pazienzia, cavai mio, lo son novelle, 

a mangiar di bon fen brutto letame! 

C : Io passo, che vói tu da me ? 



I SONETTI DEL PISTOU 255 

P, : La pelle. 

G. : ^Tu n' hai bisogno si, com* io di strame, 

che i tuoi ne ridon per veder le stelle. 

TóUa; e non dir covelle. 
E a chi mi fa morir do nelle mani 
il corpo; e lui e quel mangino i canil 

Alla sua vita di capitano della porta di Santa Croce 
in Reggio accenna il son. 181, che è una lettera al duca 
{Signor mio car, la tor di santa Croce)^ perché non lo 
lasci morir là di freddo, di pozzo e di fumo : lo suppUca, 
perciò, di scrivere una littera per lui; e 

di scriverla a' Reggian commendatoria. 

Alle noie che gli procuravan per avventura gli orti, di 
cui egU per ricompensa del suo uf&cio aveva il go- 
dimento , allude forse il son. 132. All' egra e spiacevol 
malattia, che poi lo spense, si riferiscono i sonetti 171 e 
172. Il son. 131 è dh*etto al nipote Tonunaso, il quale, 
seguendo il consiglio del poeta, lasciò la prelatura per 
darsi alla vita di corte. Il Pistoia gli aveva detto una 
volta: 

Non più clero ; 
da Roma vien la simonia e Y inchiostro ; 
da Ercol gloria, la virtute e Y ostro. . 

E forse delle nozze, di questo suo nipote parla il son. 
175. EgU non lo loda di essere entrato ne la matricola 
dell'arte che ai novi par si agevole; perché chi toglie 
moglie toglie una formicola ed ha mille giorni tristi per 
un piacevole; ma avendo inteso dir molto bene della 
sposa, finisce col ritirar tutto ciò che gli era sfuggito dalle 
labbra. — Ai nove sonetti sulla casa, che ci dava l' edi- 
zion livornese, il cod. trivulziano ne aggiunge, quattro 
altri (sonetti 25, 28-30) ; ne' quali Antonio scherza argu- 
tamente su di essa, non mai portata a compimento, o 



256 ERASMO PÉRCOPO 

con assomigliarla (son. 25) ad una sposa cui manchino 
i gioielli, la correggia e la scuffia; o col chiamarla t7 
tempio di Salomone, (son. 28), aggiungendo che anche a 
porre un mattone al giorno essa sarebbe pur finita ! Peggio 
ancora, conclude il povero Pistoia; oltre al danno ho le 
beffe: 

SoD mostrato a dito 
da chi restar m{ vede allo scoperto, 
tanti sonetti canton nel diserto! 

E nel sonetto 29, prega i vicini, che passando dinnanzi 
ad essa affrettino il passo : perch' essa sta in pie per 
forza de stilato; anzi 

gli caD la teogon forte, 
che mille volte Y ora a pisciar vengono, 
e pontandovi un pie me la sostengono! 

In un sonetto dell' edizione livornese il Pistoia ricor- 
dava che 

il duca gli donò seicento lire, 
or glie le Uen quel ladro del fattore. 

Or contro questo magnifico fattore, che una volta è 
chiamato Modesto (1), son diretti molti sonetti del co- 
dice trivulziano (nn. 5, 262-266) ; perché, quando doveva 
pagarlo, lo rimandava sempre via, con scuse e belle pa- 
role. Ecco un quadrettino ancor vivo e moderno: 

Tu il trovi per la via e fa' gli onore 
acciò che a lo espedirti abbi avvertenzia, 
trovilo a casa e parla di credenzia 
e ti fa mezzo il giorno aspettar fore. 

(i) Solo io quello segnato n. 5. D quale, cosi distante com* è dagli 
altri suoi compagni, farà certamente parte da sé, e sarà probabilmente 
diretto contro un altro fattore. 



-£ X e 



Il ■: 



* 
* 



- TL 




i 

Sé 

ì 

ne à*wi b 
ce ne ^ 

" 1$ 



t ss MV Sii \ Si TCS. 

h'jL ;i:i . ì»LiiiìSi :v:iijr-: àt oiimif. : - r^-- 

era vaat uu !;.r:iLi «su vvias;!. Le 
17 : 



le trezu pak« òfi d'cr hoeod: 
Peccato però, coochide il poeu. che 

àmOì presentì, 
per lor disgrazia, sod qua giù concessi 
io man di quei Saoesi porci bessL 

Id od altro contro le ferraresi (^sod. 18), ci fa sapero 
che esse eran belle ona volta ; ma ora. 



258 ERASMO PÉSCOPO 

fra tante, bella v' è qui una o du*. 

In qaello sulle milanesi (son. 20), belle, ma grasse 
troppe, ci ricorda il soverchio lusso e la troppa cura che 
esse mettevano nelle vesti, nelle scuffie e nei gioielli. 
Ogni dito ha lo anello, viceversa soggiunge: 

quando le vidi poi mangiare a i deschi 
paion tutte botteghe da tedeschi 

I sonetti 52 e 53 sono due satire delle madri borghesi 
di que' tempi. Il primo ci ricorda molto da vicino la 
Mamma educatrice, ì celebri versi del Giusti. E poiché 
ci dà, ritratta dal vero e con molta semplicità, una bella 
scenetta, lo riferiamo tutto intero: 

Figliola, non andar senza belletto, 

che tu sei pur neretta, fra le genti ; 

apri la bocca, eh' io te netti i denti, 

tirati un poMe tette pili sul petto, 
mettevi sopra quel bianco veletto, 

fregati su pel viso questi unguenti. 

I toi capilli assai son rilucenti, 

assettagli pur ben in sul ciuffetto. 
Lassa la coffia e piglia la velerà, 

mettiti la collana parigina, 

e tbi la vesta di velluto nera. 
Lassa star, figlia mia, la chermisina, 

che a le nozze di notte è sempre cera: 

ogni bel panno tutto se amasUna. 

Tu pari una regina I 

Quando stasera ti trovi a la festa 

I]alestra a chi ti piace e statti onesta. 

Ed il poeta: 

Guarda che donna é questa, 
che nulla vanità del mondo lascia 
per mostrare a la figlia esser bagascia. 

Di tal vizi la fascia 



I SONim DKL PISTOIA 259 

b pma natre, si che a le lor voglie 
«umo ftr bécchi chi le tol per moglie. 

Albi tre aonetti (niL 146, 147, 148) ci rappresentano ap- 
punto queste figlie, mal maritate a vecchi o a viziosi. Una 
Fkancesca, maritata dal padre ad un vecchio per avarizia, 
odia a morte il marito ; e, ciarlando con Diamante e Mar- 
gherita, ci fo sapere che ella ha sei figli, ai qaali il marito 
dà a mangiare; ma, di questi, uno solo... è prole di lai! 
n scm. 148 ò im dialogo assai vivo fra due antiche vi- 
cme, che non si vedevan da molto tempo. 

Anna, die fen là quelle brigate? 

— Non lo sai tuf — Ahi la vita di pria. 

— Quando parti* fu la ventura mia, 
di' io non sento più tante cicalate. 

— Tiensi la Chiara nostra più quel frate? 

n cavalier siegue ancor la Maria? 

Grida ognor la Silvestra per la via ? 

Dagli il marito mo più bastonate? 
È, come sud, rumor tra le vicine? 

Sonvi h sera più le porte rotte ? 

Rubasi, come già, de le galline? 
D nostro Michelaccio ha le sue gotte? 

Tengon postribul più le Bergamine? 

Yassi gridando a puttane la notte? 

Ed il Pistoia, indignato: 

donne a mal du* rotte I 
(^iuna d' udir peggio si contenta I 
Che spegner se ne possi la sementa! 

Contro una rillana, arricchita e superba, è scrìtto il son. 
179; in difesa di una Barbara che, andando a chiesa, 
si faceva seguire dalle donzelle e precedere dagli scu- 
dieri, il son. 207; e contro le donne di Reggio si può 
dire che sia il son. 237, sebbene ad esse non tocchino 
veramente che gli ultimi tre versi; dove si dice che il 



260 ERASMO PÉROOPO 

terren reggiano fa estremamente famelico il femnUnil 
sesso ! 

E passiamo al sesso maschile. Della morte di mi 
Gregorio Ciampante da Lucca pretore di Ferrara, avve- 
nuta il 18 Lnglio 1496 (ed in quella occasione, ricorda 
un cronista contemporaneo, fnron fatti tanti sonetti canr 
zoni bischizi e altre cose in rima che fu una meravigUa\ 
parlano i sonetti 82-87. Costui divenuto oltre modo in- 
sopportabile e odioso fu ucciso da tre giovani. Il Pistoia 
descrive l'entrata ed il ricevimento di questo mostro 
nell' inferno (1). Contro un predicatore il son. 3; e contro 
un retore il 71, e ad un legista i sonetti 235, 238. Un 
procuratore poi, contro il quale è il son. 116, ha col Pi- 
stoia questo dialoghetto: 

— Se tu hai de' marchetti, 
di darti vinto il piato assai mi lodo. 

— Messer mio caro, io non ho bene il modo! 

— Or metti adunque in sodo 

che a dritto e a torto hai persa la questione, 
che chi non ha denar non ha ragione! 

Contro un messer Agustino, un asino superbo e vano 
che il duca aveva posto a sedere, e diretto il son. 117; 
e cosi altri contro molti, che avevano la mala ventura 
d'incontrarsi nel nostro poeta; il quale non la perdo- 
nava a nessuno, cosi nella vita privata come neUa let- 
teraria. 

(i) nel Ciampante, di cui al Renier non era riuscito di trovar no- 
tìzia alcuna, ha parlato, in una recensione dei Sonetti, Vittorio Rossi: 
Poesie storiche del sec, XV, a proposito di una recente pubblicazione 
{Arck. veneto, XXXV, P. I, p. 223-24. Cito in seguilo dall' estr.). Le 
DoUzie son traUe dal Diario ferrarese pubblicato dal Muratori {Rerum 
ital, script,, XXIV, coli. 330-333). Di questo Ciampante o Zampante 
aveva pariate il Burckhardt, Civiltà del rinasc, trad. ital., I, pp. 67-68 
anche citalo dal Rossi. 



I SONETTI DEL PISTOIA 261 

E di sonetti satirici contro i poeti contemporanei, 
nel codice trivolziano non ne mancano davrero. Ce ne sono 
pel Bellincioni, àn troppi (sonetti 61-68) (1); e per Pan- 
filo Sasso ancora, che ci appare adesso per la prima 
tolta cmne nemico dei Pistoia (sonetti 106-114). Le ca- 
gioni di qoest' odio fra il pistoiese ed il modenese pare (e 
ciò risolta da'sonetti del codice trivulziano) che fossero dne: 
la troppa presanzione che il Sasso aveva di sé neir arte 
sua, ed il suo ipal dire del Moro. In ogni modo il Pistoia 
gliele canta sa tatti i toni. Ecco come racconta Y orìgine 
di Ini* grauetio, riccio e di pel rosso il volto : 

Tra' chiromanti vola la disputa, 
Sasso, come tu fusti originato, 
Tedeodo il viso tuo trìaogulato 
Toltoosi al Qelo e giocano a la muta. 

Trovon che essendo Panara cresciuta, 
avendo un destro a Modena lavato, 
dei ventre for allor If ritrovato 
fusti, e quel di la luna era cornuta. 

In un altro sonetto (n. HO) descrìve tutte le parti del 

bel tesoro, 
che Modena formò, chiamato il Sasso; 

e nel segaente gli rìcorda che 

L* avo di lui fu già un certo ostiero 
che facea pien con Y aratro gli scogli 
e ne le vigne provvido e maniero. 

(1) È curioso notare che, nel son. 63, Bernardo Bellincioni é indi- 
cato con una parte del suo nome Berna, in rima con taverna. Di ciò 
non s' accorse il Renier ed escluse questo unico sonetto dalla serie con- 
tro il Bellincioni, che forma tutto un gruppo di soneUi, dal 61 al 7S. AI 
Bemi, Berma, non potrebbe in niun modo alludere, che questi nacque 
nel ii97. A?eTa, dunque, cinque anni quando morì il Pistoia (1502). 



262 BRASMO PÉRGOPO 

Stu> padre fu banchiero 
col pontarol in man, martino audace: 
chi sbatte giande e chi tra porci iace. 

Ma sa queste maldicenze, a coi yolentierì si abban- 
donavano i poeti cortigiani quattrocentisti, è bene sorvo- 
lare: su per giù era sempre la stessa fraseologia e Fi- 
stesso arsenale di male parole, che forniva loro quelle 
noiose invettive. 

Non però tutti i sonetti, per cosi dire, letterari sono 
satirici. Ve ne hanno parecchi faceti, e piacevoli, in cui 
si parla della corte letteraria del Moro (son. 129 e 67, 
190, 224, 229). Non sarà del tutto inutile rileggere il 
primo di essi, in cui vediamo riunita quasi tutta quel- 
la accademia milanese: 

Saluta, Angel, per me il Duca e '1 biscione, 
di* al Moro eh' io lo porto in core e in fronte, 
al marchese Ermes con parole pronte 
farai questa medesima orazione. 

Non ti discordarai nel tuo sermone 
messer Galeaz, al Moro un sol Fetonte, 
né 'I mio Gaiazzo, con Gaspar Yesconte; 
scrivi col Marchesino otto persone. 

Dirai poi da mia parte a l'Antiquario 
eh' io ho dato a san Pietro un mio figliolo 
che me lo scrìva sul suo calendario. 

Trova Bartolameo da Calco solo; 
perché gli è de' soldati il tributario, 
di* che mi doni qualche resticciolo. 

Saluta Mariolo, 
al Totavilla mio fa qualche moto, 
e se '1 ti par di' qualcosa al Pelote. 



I BUUfTI TfKL PISTOIA 263 

Et al gran sacerdote 
di Ddfo, che kgò a diavol, dirai: 
Antoido è toOf ma non di* sempre mai (1). 

DA Tolifilbi, Tattafilia, si parla anche nel son. 67, 
e fine a hu aon diretti quelli coi numeri 20, 184 e 
185, intitolati a un Jerammo^ motto amico del nostro ; se 
Don che da essi si rìloYa ancora che cosini era ' sempre 
ÌD Bolc^na. Del Tuttafilla, d' altronde, poco o nulla sap- 
piamo (SE)* Gaspare Visconti è nominato nel son. 190, in- 
dirizzato al Bramante ; ed ha poi tatto per sé il son. 229. 
Il Bramante .ed Antognetto Fregoso, o Campofregoso, son 
por nominati due altre volte. Oltre quelli della corte del 
Moro, troviamo ricordati altri notissimi e qualche oscuro 
verseggiatore^ A Timoteo Bendidei sono diretti i son. 177, 
19B; al Cosmico il 235» in cui s' inveisce contro un gram- 
matico. Giovanni Battista Refrigerio, segretario di Roberto 
da Sanseverino, ed autore di non poche rime che si con- 
servano in nn miscellanea marciana e in due codici della 
Universitaria di Bologna, è ricordato nei son. 57, 58, 
59 (3). Contro un Cinzie son poi lanciati due sonetti ve- 
li) DèDa corte leUerarìa del Moro parlò a lungo lo stesso Renier 
■d suo Gtupan Vvieonti, Milano, Bortolotti, i886, pp. 74-103; ed ivi 
100 riferiti da lui dae son. del Pistoia, i num. (St e 190 del cod. trivuli. 
^) Possiaiiio per altro aggiunger questo, che egli era in relazione 
anche con i pontaniani di Napoli. Cosimo ànisio, che visse tra la fine 
id sec XT ed il principio del sec. seguente, gli dedicò un suo libro 
FaeetianiM et dicieriarum ad Hieronymum Tutavillam liber primus, 
Sard)be per avrentura lo stesso quel e Hieronymo Estoutevilla, Conte 
di Samo, giovane ricco e di gran seguito », che il Calmeta nella Vita 
di Serafino Aquilano premessa alle Collettanee Grece, Latine e Vul- 
§ari ecc., ricorda come amico di Serafino? 

(3) Del Refrigerio, sul quale il Renier non trovò punto notizie , 
han discorso contemporaneamente Lud. Frati, in una recensione dei So- 
netti {Giornale ligustico di archeoL storia e lett,, XV); e V. Rossi, 
Op. city p. 18. La misceli, marciana , che contiene le rime del 
Refrigerio, ha il num. 2630, 5; i codd. bolognesi sono lo zibaldone di 
Cesare Nappi, ed il num. 165. 

Voi. I, Parte I. 18 



264 ERASMO PÉRCOPO 

lenosi (d. 98-99). Dal testo dod si rileva se Don che 
costui avea lodato il Calmeta. Dice, io fatti, il Pistoia: 

Del Galmeta mi duole, 
che a un che è, come lui, de virtii caldo, 
son vergogna le laude d' un rubaldo. 

Lo accusa anche di furti, s' intende, letterari. Or chi sarà 
costui ? al quale, secondo il Pistoia, le Muse hanno vietato 
di portare 

il bel nome di Cinzio; che mal suole 
paragonarsi una lucciola al sole. 

Un Francesco Cinti , anconitano , è ricordato fra gli 
strambottisti del secolo decimoquinto (1); anche contem- 
poraneo del nostro fu quel Cinzio di Ceneda, di cui il 
Giraldi, nel dialogo primo de' poeti del suo tempo, dice 
eh' ebbe e mira in elegiaco carmino facilitas, sed omnino 
elumbis et enervis > (2); e s'intende di poesia latina, ma 
della volgare, come fece del Cosmico e di tanti altri, non 
fa cenno. Contro Pandolfo Collenuccio, il e comico novo 
pesarino >, mi parrebbe dettato il son. 107; accennan- 
dosi ivi, probabilmente, alla sua imitazione plautina del- 
Y Amfitrione. A Niccolò da Correggio è forse diretto il 
son. 142. 

E passiamo a quella parte più preziosa del cod. trì- 
vulziano, che contiene più d' un centinaio di sonetti po- 
litici, tutti riuniti insieme. Veramente, anche nelle serie 
precedenti, qualcuno d' intonazione politica si potrebbe 

(1) D'Ancona, Secent nella poesia coriig. del sec. XV {in Studj 
sulla lett itaL, Ancona, Morelli, 188i, p. 2U). 

(2) TmABOSCHf, Star, della letL xtaL, ediz. Class, ital, voi. VI, p. 
1384; e Giraldi, De poet. nostr. temp,, dial. I, (Basilea, 1580) voi. II, 
p. 387. Veramente sul bel principio si penserebbe a Giovanni Ballista 
Giraldi detto Cinthio^ ma egli nacque nel i50i; quando il Pistoia era 
già morto da due anni. 



I SUAKl'U DKL PISTOIA %5 

dlare: il soo. 39 ed il 221. Il primo fo composto nel 
1482 per b morte di Roberto Malatesta, signore di Ri- 
mini, aTTenata in Roma nel 10 di settembre. Il secondo 
è scrìtto contro Bartolomeo CoUeoni, o Coglione come 
toscanamente lo chiama il Pistoia, il celebre venturiero 
leùBìo, morto nel 1475. Antonio accenna ai centomila 
fiorini, die Bartolomeo lasciò alla repubblica, ed alla 
statua equestre di bronzo dorato che gì* innalzarono i ve- 
neziani nella piazza di San Giovanni, per concludere rìm- 
proverando il generoso capitano della sua troppa liberalità : 

La tua fa mala sorte 
e UGO coguoscer nel tempo opportuno 
che dii serre uo comuo non serve alcuna 

Ha la massima parte di queste rime politiche ri- 
guarda il Moro e la ingerenza eh' egli ebbe negli affari 
d* Italia : si rìferiscon, quindi, alle spedizioni di Carlo YIII 
e di Lm'gì XII; ed agli avvenimenti, e non fnron pochi, 
die le precedettero, le accompagnarono e le seguirono. 
Tutte le città italiane son ricordate da lui: Firenze, Pisa, 
Lucca, Genova, Roma, Napoli ecc. ecc. Nei primi sonetti 
(273-275) di questa serie si parla dell' elezione di papa 
Alessandro Yl. Alla sedia papale aspiravano Ascanio 
Sforza, fratello del Moro, e Giuliano della Rovere, so- 
stenuto dai francesi. Lo Sforza non potendo riuscir egli, 
fece di tutto perché fosse eletto il Borgia, piuttosto che il 
DeQa Rovere. Nel son. 280 si allude al matrimonio della 
nipote del Moro, Bianca Maria, con Massimiliano impe- 
ratore. Il son. 284 annunzia la nascita di Ercole, Qglio 
di Ludovico il Moro. Nei son. 285-287, 342 e 348, 372 
sono accennati i preparativi della prima spedizione fran- 
cese. Mentre duravano questi, il Pistoia si divertiva a far 
l'uccello di malaugurio a tutte le Signorie italiane, ec- 
cetto che, s'intende, alla sforzesca e alla estense, di cui 
egli era, per dir cosi, il giornalista ufiScioso. Nel son. 295 



266 ebàsmo pércopo 

allude ad Obietto del Fiesco, sconfitto a Rapallo dagli sviz- 
zeri del duca d' Orleans (1). Col son. 303 annunzia che, 
Carlo YIII ha già messo il piede in Italia: 

Lingue tacete, il Re di Francia è qui ecc. 

Nei son. 304-305 si rallegra perché il Moro è finalmente 
giunto ad avere il titolo di duca. E il Pistoia gli sugge- 
risce: 

Non Moro più, che '1 nome t* è mutato ; 
chiamati pur chi t' è fidel amico 
septinQO Duca, Duca Ludovico, 
l'eputazion che si aspetta al Ducato. 

Se hen con V uno hai l' altro guadagnato 
t6i r idioma de la casa antico, 
chiamati Duca, fa quel eh' io ti dico, 
e il moro al tempio tuo fla consacrato. 

Va poi, naturahnente, celebrando tutti i piccoli episodi 
favorevoli di quella spedizione, e ogni atto di Carlo Vili 
e di Ludovico Sforza. Della strage di Fivizzano (son. 
308), commessa nell'ottobre del '94, il Pistoia dà la 
colpa al poco senno politico dei fiorentini: 

Se il danno cognoscevi di te stesso. 
Marzocco, visto il Gallo nel tuo grano, 
non avrìano i galletti Fivizzano 
con l'altre terro a saccomanno messo. 

(1) D cod. ha fM. obiecio. Quest'allusione non fu intesa dal Renier. 
Fu invece rilevata da F. Gabotto {Letteratura, l.** gennaio '88): il Renier 
accettò l'interpretazione {Letteratura, 15 genn. ), e ricordando un brano 
del Guicciardini, propose di leggere T abbreviazione mèsser = * misero' 
(vb.); ina piuttosto è da intendere messér = 'messere', come, d'al- 
tronde, si legge anche nel son. 314 del cod. Irivulz. Questo Obietto de- 
v' esser Y istesso Hybletto dal Fiesco, che, secondo il Calmeta, Op. cil., 
raccolse in sua casa Serafino Aquilano, quando costui fu ferito da Vir- 
gilio da Pistoia. Obbietto era anche protettor di letterati (cfr. Gabotto, 
La storia genovese nelle poesie del Pistoia in Giom, ligustico ecc, XV, 
pag. 105, n.}. 




ed lnbA> dsitlKa. 
dj Alesanìro VI io Casiei 
Sur AnfBb. Le dee» che à bewo h{ linan|M> 
SODO raccolte wti soa. 313. 311. La rea defi Orìdì 
(orsoltf §M kmm itmmm Q mio hn • bA «qb. 315. b 
co ncBiT Ì nn e dd re firancese e M papa nel 317. Qm «- 
tnoo in isceoa i porerì Arag«3iKsi. E^ re AHòoso ce- 
dere al li^iiiìlo FerraodÌM la ojroma Q Mceptro e il 
«osto, (soo. 31S-3I9 ». AHuifio era attento ddk Ione 
nemiciie dei re A Ftranàa e dd doca dì Miaoo: sa pia 
lenieta i snoi saddìli, tott' altro die f edei e ai qoafi egi 
era podwwmo accetto. Negfo redoto era ìnrece i fi- 
g&aolo, poi Ferrante II, adora di reotidDqQe anni baldo, 
maeslofio, di apparenze reramente regali: .\lfoaso gli ce- 
dette 1 regno nel gennaio del 1495. e si ritirò a Vaz- 
zara in Sicfia. Ferrandino si proró a difendere i passi; 
ma abbandonato da* snoi egli dovette cedere alle forze 
nemìcbe, e rifogiarsi in Sicilia, presso padre. Carlo 
Vni entrara in Napoli il 23 febbraio. Ecco Q sonetto 
del Pistoia in coi si dà notizia di qnest^oltimo arreni- 
mmlo. £ di molto interesse per una beo nota que- 
stione, agitatasi recentemente. Il Canmielli — dii se lo 
sarebbe mai aspettato? — Tiene ora anch' egli a smen- 
tire la taccia di facilità che si era volata dare a no ce- 
lebre storico fiorentino: 

Cario petito è in cartel Gapoano* 
Alfonso è trabaccato a la bilancia, 
ÌD Napoli si grida Carlo e Francia, 
per questi ai Re de* Franchi orò il P&nfano. 

Tiene fl Marchese di Pescara in mano 
Castel novo, et ognor bombarde slancia, 
Partenope battendo ne la pancia; 
cosi mal va fl giardin napol^no. 



Disperso se rìtroTa il [iatre e il figlio, 
vergognosi e dolenli tutti dui, 
privi d' amor, d' amici e di consìglio. 
0{ xchi io lui, 

uà DOD simiglio; 
chi dice: Io fui 
in costui 

Ida in la sua le^^ 
lal piace al gregge. 

Ricorderà ognuno che il Goicciardìni {htorià SltaUa, 
II, 3), a proposito della partenza di Carlo VII! da Na- 
poli il 20 di maggio dei 1495, dice che il re, non 
avendo ancora ricevuto il titolo e le insegne reali con le 
consuete cerimonie, < pochi di innanzi si partisse ricevè 
solennemente nella chiesa cattedt^le con grandissima 
pompa, e celebrità, secondo il costume de' Re napolani, 
le insegne reali, e gli onori e i giuramenti consueti pre- 
starsi a nuovi Re ; orando in nome del popolo dì Napoli 
Giovanni Joviano Fontano, alle laudi del quale mollo 
chiarissime per eccellenza di dottrina e di azioni civili, 
e di costumi, détte quest' atto non piccola nota ecc. ecc. * . 
Il Tallango aveva negala ogni fede alle parole dello sto- 
rico fiorentino, alTermando che nessun altro dei cronisti e 
paesani e forestieri accennava a questa brutta azione 
del Fontano; ed arrecando altre ragioni di minor impor- 
tanza (1). Ma la scoperta di una epistola del Fontano, in 
cui egli si scusava di queir orazione in favor del re di 
Francia, dicendo di averla profferita non di sua sponta- 
nea volontà, ma costretto dagli amici e dai concittadini ; 
e di un'altra di un poeta lirico dell'Accademia, amicis- 
simo e del Fontano e del Sannazaro, Giovan Francesco 
Caracciolo, di risposta alla prima, in cui lutto ciò si con- 

(1) Tallarico, Giov. Pantano, Napoli, 187i, »oL I, pp. 319-25. 



I SONSm DSL PISTOIA 269 

remuiTa; Tenne a confortare il racconto del Gniccìar- 
dini (1). Ma né anche a queste vollero prestar fede gli 
apologisti del Fontano (2). Ad essi rispose l' editore di 
quelle doe epistole, il Torraca (3), dimostrando che se i 
cronisti napoletani non facevan menzione dell' orazione del 
Fontano non era maraviglia : tacevan essi tant' altre cose I 
Quanto agli storici forestieri, che narravano con più 
minuti particolari qnelli avvenimenti, non era vero che 
nessmio d* essi accennasse a queir orazione. André de la 
Vigne conferma le parole del Guicciardini e le epistole 
del Fontano e del Caracciolo : e Et en icelle eglise — la 
cattedrale di Napoli — devant ledit antel le Roy fist le 
serment a cienlx de Napples, e' est assavoir de les gon- 
lemer et entretemr en les droicts. Et sur toutes choses 
ib luy prierent et requirent franchise et Uberte ce qu' il 
octroya et donna, dont les dicts seigneurs se contente- 
rent a merveilles et firent de grans solenites tant pour 
sa venne que pour le bien qu' il le faisoit i . Dunque 
l'orazione fu pronunziata e probabilmente l'aveva fatta 
il Fontano (4). Questo si poteva dedurre, non tenendo 
nessun conto e del Guicciardini e delle due citate epi- 
stole, senza tema di affermar troppo, dopo letta la bella 
difesa del Torraca. Ma ora alle altre testimonianze si 
aggiunge questa del Pistoia, veramente importante per- 
ché disinteressala e contemporanea agli avvenimenti che 



(1) Intorno a /' orazione di G. Fontano a Carlo Vili, due epi- 
stole di G. Fontano e F. GARAcaOLO, pubblicate per le nozze Romano- 
Fignatari da F. Torraca e L Viola, Roma, 1881. 

(2) Il MoRANDi ed il Tallarigo in tre articoli del Fanfulla della 
domen,, IV, n. 31 e del Giom. napol. della domen., IV, nn. 32 e 33. 

(3) L* Orazione del Pantano a Carlo Vili, in Sludi di storia 
letteraria napol, Livorno, Vigo, 1884, pp. 299-337. 

(4) Torraca, op. cit., p. 315. 



(I) Conlemponneamenle il Gabotto (La itar. genov. pi ciL) 
ed il Rossi {Op. cit, pp. tO-11), colando cbe nel son. del nstoia si 
parla e dell'orazione del Pontano e della reùsteoia di Castelauovo ai 
rrancesi die durò sino ti 7 mano, ne Vollero dedurre che l' oratone del 
Pontano fosse ralla prima di quel tempo, e che essa non abbia nulla che 
Tare cou l' altra che lo stesso tenuB al re pochi di innaod la sua par- 
tenza, die avvenne il 80 di maggio del 95; e di cui ci ia tesdmomanza 
il GuiccEARDENE, IslBr. d' Itali n. II, 3. 11 Rossi ami citando un pas- 
so del SANUDO{In speditione di Carlo Vili ecc., Venezia, 1883, 
pag. 233 ) , ove si parla di alcuni ajnbascìatori napolitani, che anda- 
rono a parlare a Carlo, al il Tebbraio, prima cbe questi entrasse in Na- 
poli, crede che fra essi mollo probabilmente fosse il Pontano e che allofa ci 
recitasse l' orazione cui accenna il l'istoia. lo, veramente, Tra una probabile 
allusione e una testimonianza certa, scelgo (|uesl' ultima, e ritengo, per 
molle ragioni, cbe dì orazioni a Carlo il Poniano non ne dicesse die una 
sola. Paria egli, forse, di più d'una nella sua epistola al Caracciolo? E 
quest' ullìmo lascia fortic sospettare che ve ne fusscr stale due 'I Qiiaulo 
al soii. del Pistoia, io spiego il ricordo ch'egb fa contemporaneamente 
e della orazione, detta |irìiua dcl^O maggio, e della resistenza dì Castel - 
nuovo, il quale cedette il " marzo, col supporlo scritto dopo la lartenza 
di Carlo da Napoli. Il voler considerar i sonetti del Pistoia come degli 
annali o delle cronache o dei giornali non mi par giusto, il poeta, na- 
turalmente, riuniva insieme molti avvenimenlì, qualche volta bizzarramente, 
senza tener conio del prima e del poi, facendo degli anacronismi e pren- 
dendosi tutta (]uelle libertà cbe si concedono volontieri a chi , in cambio 
dell'esattezza, sappia daicì una buona opera d'nric; e cosi componeva 
i suoi sonetti politici. Molte volte il collocar prima o poi un avvenimento 
poteva dipendere dall' effetto artistico cbe da quella situazione egli 
si riprometteva, o anche dalla tirannia della rima. 



I SONETTI DEL PISTOIA 271 

maggio; ed il Pistoia, rivolto air Italia, che invitava a 
piangere : 

Tu mi sai già d* arsìccio, 
che al foco te ne vai senza riparo, 
' se 'I gal ritornar lasci al suo pollare. 

Ed in un altro sonetto (n. 328) si burla dei francesi 
ritornati in patria e allude alla sconfitta che toccarono al 
Taro. Nei successivi poi è un continuo ridersi dei fio- 
rentini e gioire de' Pisani per l'acquistata loro libertà (1) ; 
una sequela di consigli al Moro , fra i quali notevole e 
lodevole quello di farsi arbitro della pace fra i signori 
italiani. Napoli poi è non poche volte ricordata: è per 
ancor di dui Re sposa nel son. 331, e aspira Veld del 
ferro nel son. 327. Poi Ferrandim trema e il suo patre 
si duole (son. 331); e (son. 333): 

Ferraodin smonta e sale 
da la fa* populare ogaor levato, 
or pensa tu che presto àrà il suo stato. 

Al Moro, s'egli vorrà accordare la italica lira, il Pistoia 
rammenta che fra gli altri stati, come Firenze e il papa, 
Partenopè gli dice fallo; ed anche 

perdon pel patine Ferrandìn ti chiede 
dicendo: Aiuta, barba, s'el ti piace. 

Dal son. 340 sappiamo che 

Morto è Ferrando, Alfonso e Ferraodino, 
duo patri e duo figlioli ha il cielo a sdegno, 
rimasto è re dello inestabil regno 
don Federico 

Nel son. 348 prevede un'altra spedizione francese, per 
la quale 

(1) Dei Pisani parlano anche i sonetti 354-359. 



Soa Federico e il papa prigioD già. 
Il re Loi già è tìcìdo, e pensa (sod. 351) 

di por dentro a Milan presto la mensa (i). 
Ciò avvenne nel 2 ottobre del 1499. Nel son. 379 ac- 
cenna la lotta fra il re franco e lo Sforza, nella qaale il 

Duca di Hilan perderà il regno. 
Nel son. 382 fluisce il gran dramma politico con la pri- 
gionia del Moro; e moore, dice il poeta, Sanson con tutti 
i sol. Ma nel seguente, come aveva fatto per Carlo Vili, 
dopo la sconfitta il Pistoia già sparla del suo antico dio 
e signore : 

Parea di Ludovico il mondo in pegno 
e che quel fatto sol fusse per Ini; 
ma il ciel, visto i superbì modi sui, 
troncògli io uD momento ogni disegno. 

Nel son. 38(i irride alla sua prigionia in Francia, ed alla 
speranza di soccorso dell'imperatore: 
Ludovico Sforza, tu sia! fre-sco 
se aspetti scampo da un cavai ch'è zoppo! 

Il Pistoia visse ancora tanto da vedere la fine di 
quel dramma; e don Federico di Napoli, l'agnello inno- 
cente, vittima degl'inganni francesi e spagnuoli, raggiun- 
geva il Moro, prigione a Tours, in Francia. Ma il poeta 
ebbe tutto il tempo dì scegliersi un altro nume, e un 
altro mecenate degno di stare a lato del Moro, e tale che 
quest'ultimo non avrebbe potuto arrossire! Il novello 
Marie, come 11 Pistoia lo chiama nel son. 387, penultimo 
del codice trivulzlano, è niente meno il duca Valentino! 

Questo è tulio ciò che si ricava di più importante 
dalla lettura dei trecento e più sonetti del Pistoia con- 

(1) Lo slesso (lice nel son, 372. 



I SONETTI DEL PISTOIA 273 

servati nel manoscritto milanese; e queste le notizie di 
più rilievo salla vita privata e letteraria e politica del 
Pistoia e dei suoi tempi. Specialmente l'ultima parte del 
canzoniere ò quella che agli occhi degli studiosi ha un mag- 
giore interesse. Essa si può chiamare una cronaca poe- 
tica di tutti gli avvenimenti che corsero nell'ultimo de- 
cennio del secolo decimoquinto (1492-1502): decennio 
fatale , s'altro mai, per la storia italiana dei secoli succes- 
sivi; di che ebbe ad accorgersi persino il poeta quando 
disse: 

Oh quante acute spine, 
quante mortai querele e acerbe nove 
pel cinquecento fa il novantanove I 

Non v'ò piccolo stato o piccola città italiana che il 
Pistoia non ricordi, o in bene o in male. Spesso, anzi il 
poeta penetra talmente dentro le bizze e ne' ricordi cit- 
tadini che non riesce molto facile di comprenderne e il 
frizzo e l'allusione se non forse ai cultori della storia delle 
singole terre. Perciò, il Renier scelse il partito, e da molti 
non ne sarà forse lodato, di dare nudo nudo il testo, senza 
alcun commento, o letterario o storico. A ciò, forse, lo 
indussero anche i moltissimi sonetti in gergo furbesco , 
di cui, almeno per ora, non si può dare assolutamente 
una qualsiasi interpretazione (1). Il Renier credette bene 
di lasciare alla coltura, all'acume ed allo studio dei suoi 
lettori, — tanto più che la sua non è una edizione critica 
definitiva delle rime del pistoiese; ma solo un contri- 
buto a questa, — i commenti, le chiose o le illustrazioni 
che dir si vogliano. Ad alcune delle quali ha già dato 
origine il volume che esaminiamo ; e di esse come abbiam 



(1) Della letteratura furbesca del cinquecento il Renier promette di 
occuparsi in un apposito lavoro: cfr. Sonetti, p. XXXH n. 



somma dì quel codice, rispetto a tatti gli altri sinora codo" 
sciuti ; il quale, se non contiene molte delle rime che sono 
negli altri manoscritti, non è perciò da stimarsi meno. Vuol 
dire che il raccoglitore non giunse ad aver tatti tutti ì 
componimenti dell'amico. Ma non confessò egli stesso 
che il mellerli insieme gli costasse non poca fatica? Passa 
quindi a registrare tutti gli ailri codici che, oltre quelli che 
servirono all'edizione livornese ed il trivulziano, conlen- 
gono, adespote o no, poesie del Pistoia. Essi sono: I. il 
palat. 218 della Nazion. di Firenze (son. 1); !I-IV. i mar- 
ciani it. ci. IX 363, 113 e 66 {son. 2, 5 e 8); V. il 
bolognese- uni vers. 2618 (son. 26); VI. il magliab. ci. VII, 
1125 (son. 1). Di questi nuovi 44 sonetti, cinque appena 
sono inediti; gli altri o sono nell'edizione livornese o nel 
codice dei Trivulzio. Degli inediti, due sono nel IV dei 
codici cilati or ora: 

1. Oual cosa, Dio, qual cosa è quella cosa. 

2. Ave, di pietà fonte, alma Maria; 



(1) l'arlaiono <ld voi. «lei Itcìiìcr, illustmido speda Ime nle i sonciii 
politici , olire il FiiATi , il Gauotto etl il Rossi, ili cui già citammo 
eli artìcoli, il Gian, nella Hit', star. Hai., V, pp. 78-88; e G. S. Sci- 
pioni nella Gaaetta kiteraria di Torino, del 25 fcbb. '88. 



I SONETTI DEL PISTOIA 275 

e gli altri tre nel V* codice: 

3. La tua captiuità haurà mai fine. 

4. C^ni di cose nuoue di te sento. 

5. £1 papa è facto parla el uulgo e mente. 

Oltre i mss., il Renier ed alcuni amici suoi hanno 
avuto la fortuna di scoprire in alcune rarissime stampe 
nuovi sonetti del Pistoia. Nella misceli, marciana 1906.11, 
vi è un foglio volante di due carte, che ha il tìtolo di 
Sonetti novi del preclarissimo Poeta misser Antonio decto 
el Pistoia, e contiene non meno di 14 sonetti del Cam- 
melli; dei quali solo dieci sono nuovi (1): 

6. Dui feroci animali stanno in riviera. 

, 7. Ferro o ferto (2) qua non gemme et boro. 

8. Lascure el culeo el capestro el coltello. 

9. Se col tempo ogni cosa si matura. 

10. Volendomi partir da la mia diua. 

11. Charon che noi mena la barcha a riua. 

12. Chi segue amor chi e toco del suo telo. 

13. Questo babito si estréò che ognun vede. 

14. Pelago di tempesta e un mar daffannl 

15. Ave maria o virgo gloriosa. 

In un' altra misceli, marciana, 2175.6, in un opusco- 
letto col titolo Frotola ala Bergam | ascha co akhuni 
Sonetti stapàdi ad \ istacia de Felis Bergamascho ecc. 
ecc., si trovano altri 6 sonetti adespoti del Pistoia, di cui 
solo il quinto: 

16. Qua si sona una zucca a concistoro 



(1) Degli altri quattro, due sono nelle Rime (p. 189, 191, 80) e 
nei Sonetti (p. 168, 169); il terzo poi solamente nelle Rime (p. 80) ed 
il quarto nei Sonetti (n.® 119, non 191 come ha il Renier). 

(2) Cosi la st., ma pertamente serto, 



17. F>(mdÌDO, come Taf — Va mal, Sigaore (1). 

Tutti qnesti sonetti, iaediti o quasi sono stati a mano 
a mano ripubblicati nel suo volarne dal Renier: i nam. 
1-2 e 6-17 nella Prefazione; ed i nom. 3-5 in una Nota 
aggiunta, in Qne del Toiume. I 14 sonetti della prima 
mise, marciana, di coi solo i nom. 6-15 sono inediti, il 
Renier credette bene di darli tutti quanti, riprodotti di- 
plomaticamente, oell'istessa Prefazione. 

Ma un altro codice e di non poca importanza, dì coi 
recentemente s'è parlalo, e che contiene anch'esso so- 
netti del Pistoia, è sfuggito alle indagini del Benier (2). 
È un ms. milanese del sec. XV, ora sessoriano 413 della 
Vittorio Emanuele di Roma. Oltre molte rime del Beni- 
vieni, Tebaldeo, Cariteo, Poliziano ecc., ha molti compo- 
nimenti diìi poeti della corte del Moro : del Del Carretto, 
cioè, del Bramante, di E. Taccone, dì Antonietto Campo- 
fregoso , di Girolamo Tultavilla , ecc. , ed anche molti 
sonetti del Pistoia; dei quali possiamo citare solamente i 
seguenti : 

(1) Di modo che il Renier con la sua pubblicazione ci ha dato 
non meno dì 331 sonetti inediti del Pistoia, ira quelli del cod. trjvukiano 
non compresi ne|;li altri codd., e (jucllì estratti da stampe e mss. ignoti 
finora. È inutile (|ui notare, cbé l' lia Tatto già il Renier nella prcrazionc 
ai Soìielli p. Xll-Xlli n., che anche in quelli giù noli il cod. Irivubùano 
presenta una lezione sempre migliore. 

(2) Vi ha ora rimediato, parlandone nella Rassegna Emiliana, a. 
1888, fase. IT. 



I SONETTI DEL PISTOIA 2T7 

Io ti mando sedici frittelle. 
Uoa donna beata ha partorito. 
Questo imperante nostro duca sesto 
Senza ale su nel ciel senza thalarì. 
Che fai Signore Illustre ogni horo si vole. 
Da lion vengho, la si fa banchetto. 
Che farai tu cor mio sio ben tho caro. 

Di qaesti solo il quarto è inedito ; e del primo v' è 
la proposta di Antonietto da Campofregoso (Io ti mando 
tm bemuzzo da sardelle). Gli altri sei son tutti poi nel 
codice triralzìano ai numeri 128, 284, 277, 299, 285. 
Inoltre nel codice sessoriano (e. 26-32) si trovano i XXIII 
sonetti contro Niccolò Lelio Cosmico (1). 

Il Renier viene quindi a mostrare l'importanza del 
codice trivulziano, quanto al suo contenuto. Da una parte, 
pe' sonetti faceti e satirici, e, per cosi dire, famigliari, 
esso vien a completare il materiale poetico del Pistoia, 
già conosciuto con l'edizione livornese e con le prece- 
denti; d'altro lato, esso ci olire nuove serie di rime che 
finora, o poco o per niente, erano rappresentate nelle 
edizioni anteriori. Cosi, se di sonetti politici l'edizione di 
Livorno non ce ne dà che 18, il codice trivulziano ne con- 
tiene più del centinaio ; se di sonetti sacri in quella stampa 
non ve n'è che un solo, qui se ne trovano non meno di 
undici, che descrivono le feste principali dal Natale alla 
Pasqua. Né meno grande è il numero dei sonetti, o lau- 
dativi satirici, su i poeti contemporanei. Del primo ge- 
nere ve ne sono, e già lo dicemmo, per l'accademia mi- 
ci) Del sessor. 413 aveva dato, per la sola parte che riguarda 
la corte letteraria del Moro , un indice non completo delle poesie, 
A. Spinelxi, Di un codice milanese ecc. nelF Archivio storico lom^ 
bardo, XIV (1887) pp. 808-819. Altre notizie aveva dato il Gian, Op. 
cit., p. 82 e n. 1. Di esso anch' io conoscevo Y esistenza fin dallo scorso 
decembre. Il cod. è ora in istiidio presso lo Spinelli. 



278 ERASMO PÉBCOPO 

ianese e per molti altri scrittori : del secondo, contro Ber- 
nardo Bellincioni e Panfilo Sasso. Di sonetti contro il 
primo se ne conosceva uno solo ; mentre nel codice trivul- 
ziano ne troviamo fino a quasi npa ventina dei probabili : 
e di quelli contro il secondo nessuno era noto prima; 
nel codice trivulziano ne abbiamo, invece, sette. 

Prendendo occasione da queste baruffe letterarie del 
Cammelli, il Renier passa a discorrere dei noti XXIII 
sonetti contro Niccolò Lelio Cosmico, dal Cappelli attri- 
buiti al Pistoia, sia per e la forma ed acutezza loro i , sia 
perchè il XYIIP dal cod. magliab. II, 109 è dato appunto 
a lui. Il Renier, riferite tutte le notizie che sono state 
raccolte sul Cosmico dagli eruditi, viene ad aggiungerne 
egli non poche di nuove ; come, per esempio, questa che 
il Cosmico era fra i precettori d'Isabella Gonzaga, e che 
le dava i suoi insegnamenti per lettere, tre delle quali 
sono ivi pubblicate. 11 Cosmico, anche per la marchesana 
di Mantova, ridusse per le scene il Penulo di Plauto; é 
lo inviò con una lettera ad Isabella. Mori poi nel 28 giu- 
gno del 1500 in Teolo, presso Padova (1). La Este-Gon- 
zaga richiese un anno dopo per mezzo dei suoi incaricati 
le opere di la immortai memoria de Chosmico, le quali 
poi ebbe , exceptuata V opera heroica , per mezzo di 
Alfonso Trotto amico e discepolo del Cosmico. Que- 
st'opera heroica non è riuscito al Renier di sapere che 
cosa si fosse. Ha potuto leggere invece i suoi capitoli 
amorosi, che, col titolo di Cancioni dello excellentissimo 
cosmico, furono più volte stampati sulla fine del secolo 
decimoquinto. Vi sono anche codici che contengono rime 
di lui, come il ferrarese N. D. 408, l'estense di Modena 



(1) Altre poche notizie sul Cosmico furono raccolte poi dal Rossi 
e dal Gian nel fase. 31-32 del Giom. star, della letier, itaL, X, p. 9-U 
e p. 306-7. 



I SONETTI PEL PISTOU 279 

X ♦. 34, i marciani it. ci. IX, 365, 203 e 151. Quesful- 
timo, che è il più ricco, è preceduto dalia didascalia: 
Cosmici poete excellentissimi rerum vulgarium fragmenta 
mdpiunt. Tatti questi manoscritti non contengono che can- 
zoni e sonetti ; poverissime cose, sia dal lato artistico che 
dallo storico, e degne di restar ignote per sempre. Ma alcuni 
sonetti furon tratti invece dall' ultimo dei codid citati, e 
stampati dal Gobbi nella sua Scelta di Sonetti e Canzoni 
de più eccellenti rimatori d'ogni secolo; e sfuggirono al 
Renier (1). Il quale passa, dicevo, a trattare della questione 
relativa all'autore dei XXIII sonetti contro il Cosmico. Egli 

(1) Le poesie del Cosmico contenute nella Sulta del Gobbi, e 
imicamente nella quarta edizione (Venezia, MDCCXXXIX, Presso Loremo 
naseggio, ToL f, pp. 153-59) sono cinque sonetti, una canzone ed un'ode 
saffica in metro barbaro: 

1. Come sciolti del Sol i bei crìn d* oro. 

2. Toi che del mio mal rider solete. 

3. Riprender suolmi Amor, perché non scrivo, 
i. Dolsemi anticamente il folle amore. 

5. A poco a poco diventar men bella. 

6. Perché quantunque poca. 

7. Io temo, e forse ogni paura é vana. 

1 sonetti non offrono nulla di notevole. Nel son. i trovo, per altro, 
nominato un Antonio, che può per avventura essere il Cammelli: 

E talora vorrei, Antonio mio, 
Servir; ma desiando un cor gentile; 
Ch'amor soave ogni fastidio fura. 
L'ode safGca senza rima é a bastanza osservabile, perché, per 
il tempo in cui fu scritta, certamente prima del 1500, nel quale anno 
morì il Cosmico, é uno dei più antichi tentativi di metro barbaro; e 
non é nella bella raccolta di G. Carducci, La poesia barbara nei secoli 
XV e XVI, Bologna, Zanichelli, 1881. Ecco, per dame un saggio, 
r ultima strofe : 

Sicché del fallir mio ragion mi scusi: 
Se prìeghi vaglion, lacrimando cheggio. 
Unico refrigerio di mia vita. 
Unica speme. 

Voi. I, Parte I. 19 



280 ERASMO PÉBCOPO 

nota che di quel sonetto, il XVIIF, che nel cod. magi. 11, 
109 è attrìbaito al Pistoia, si trovano pure nel mare. it. ci. 
IX, 113 (e. 34 r) solo i primi sette versi con attribuzione 
al Cammelli. Se non che, quei versi (uron dopo cancellati 
specialmente dove si trova la parola sodomia. Poiché il 
contenuto del codice è assai libero, il Renier spiega quella 
cancellatura col supporre che il copista solo dopo averli 
trascritti, venisse a sapere che quel sonetto non era del 
Pistoia. In ogni modo, la testimonianza del magliab. cit. 
è molto forte, e, perché quel sonetto s'incatena indisso- 
lubilmente con gli altri ventidne, se quello è del Pistoia, 
tutti gli altri bisognerà necessariamente darli a lui. Né è 
da tenersi in minor conto, secondo il Renier, l'altro fatto 
che nel cod. trivulzìano, dove tante invettive sono accolte, 
manchino appunto quelle contro il Cosmico. Ma a me, 
veramente, tutto ciò non sembra tal cosa da poter me- 
nomamente influire suU' attribuzione di quei sonetti al 
Cammelli. Prima di tutto, il Renier ricorderà che quel 
codice fu fatto per commissione della marchesana di Man- 
tova. Ora, è giusto voler pretendere che in quel codice al- 
lestito per la Este-Gonzaga, fossero accolti per l'appunto 
quei velenosi e acri e non certo pudichi sonetti contro 
colui, che la Isabella doveva stimar non poco, se l'aveva 
scelto per maestro, e del quale richiedeva, con tanto in- 
teresse, poco dopo la morte, le opere tutte ? E poi, sono 
forse nel cod. trivulziano i XXIII sonetti contro Nicolò 
Ariosto gituiice de' savi in Ferrara, de' quali nessuno fi- 
nora ha menomamente dubitato che non sieno del Pi- 
stoia? (1) Di chi sono, dunque, quelli contro il Cosmico? 



(1) Li crede del Pistoia anche il Carducci, Delle poesie lat edite 
ed inedite di L. Ariosto ecc. Bologna, Zanichelli, MDGCCLXXVI, p. 
114-119. Ma la prova migliore che quei sonetti sien del Pistoia è la 
poca stima .che Lodovico Ariosto faceva del Cammelli. 



I SONETn DEL PISTOIA 281 

Il Renier crede che siano proprio dell'Ariosto; ed ecco 
perché. Apostolo Zeno, in nna lettera a Giambattista Pa- 
risotti del 2 settembre 1740, pariando del Cosmico, ri- 
corda come opera dell'Ariosto alcuni sonetti sommamente 
satirici e sanguinosi contro di lui eh' egli vide m un co- 
dice antico di rime di diversi; e poi altrpve, pariando 
dell'epiteto di scabroso e crudo ^ che il Pistoia dà al 
Cosmico, ricorda che tacce molto più enormi gli dà l' A- 
riosto nel sonetto ad Alfonso Trotti, che si rinvenne auto- 
grafo fra le carte ariostesche del Baroffaldi, e che è pure 
a stampa. Ora il Renier, notato che nella seconda qoar- 
tina di quel sonetto: 

Da Cosmico imparasti d'esser ghiotto 
di monache, e non creder sopra il tetto, 
l'abominoso incesto e quel difetto 
pel qua! fu arsa la città di Lotto, 

si viene a ripetere l'istesso, su per giù, di ciò che si 
dice nei XXIII sonetti attribuiti al Pistoia, e identiflcati 
i sonetti di cui parla lo Zeno e quelli contro il Cosmico 
che ci son rimasti, ne conchiude che questi probabil- 
mente sieno opera di Ludovico Ariosto. Certamente la 
testimonianza dello Zeno, che que' sonetti in un codice 
avessero il nome dell'Ariosto, è di qualche peso. Ma 
que' sonetti erano allora ignoti ; e lo Zeno ricordando di 
averne veduto un altro dell' Ariosto, in cui si sparlava del 
Cosmico , potè per un facile errore attribuire a lui anche 
que' XXIII. Si noti poi che le stesse difficoltà, che impedi- 
rono e impediscono, secondo molti, di attribuirli al Pistoia, 
rimangono e forse diventan maggiori, se li diamo all'Ario- 
sto. Perché, si ricordi, se fra i sonetti del primo ve ne 
sono dei laudativi pel Cosmico, nelle poesie latine del- 
l'Ariosto vi è tutto un epigramma di quattordici versi. 



282 ERASMO PÉBCOPO 

pieno dì lodi del Cosmico (1). Ma, si dirà, la contradi- 
zione rimane sempre quando i dae sonetti al Trotto (2) e 
l'epigramma sul Cosmico si diano — e bisogna dar- 
glieli per forza, essendo e Y uno e Y altro fra gli auto- 
grafi — air Ariosto. Ma piano : altro è una quartina, altro 
sono XXIII sonetti; e se quella si può facilmente di- 
menticare, questi non mi pare che si possano cosi leg- 
germente. Secondo noi, chi ha scrìtto quell'epigramma per 
il Cosmico non ha potuto lanciargli contro quei velenosi 
sonetti ; e tanto più se costui non si chiami Antonio 
Cammelli, ma Ludovico Arìosto. Ha mai l'Ariosto dato 
altri esempi di simile leggerezza di carattere ? Invece non 
un solo, si ben parecchi, ne ha dati, e li abbiam di già 
notati, il Pistoia. Chi più di lui cantò superlativamente 

(1) Opere mnori^ ediz. Polidorì, Firenze, Le Monnier, 1857, toL 
I, p. 363: 

Cosmici. 
Hospes, siste parumper, hocque munus 
Habe, et parva brevis morae repende 
Damna, quod patris elegantiarum, 
Romanae patris eruditioois, 
Vides Cosmici, Àpolline, et sororum 
Urnam Pieridum eboro frequentem. 
Sed munus tenue est, sed est pusillum, 
Prae quod vate fnii, manente vita, 
Tarn comi et lepido sibi fuisset. 
Rursus nec tenue est nec est pusillum. 
Cui non contingerit manente vita 
Tam comi et lepido fnii, videro 
Saltem Cosmici Àpolline et' sororum 
Urnam Pieridum choro frequentem. 
La prima redazione di quest'epitaffio si può vedere nel Carducci, 
Delle poesie lat di L Ariosto ecc., ediz. cit, pp. 154-55. 

(2) Opere min., ediz. cit., voi I, pp. 307-308. U Trotto era fami- 
gliare e discepolo del Cosmico. 

L' Arìosto nomina incidentalmente U Cosmico ancbe nella Satira VII, 
(non VI, come ha il Renier), vs. 61. 



I SONETTI DEL PISTOIA 283 

del Moro, dicendolo un dio ecc.; e chi più cinicamente 
di lui irrise al prigioniero, quando lo Sforza soggiacque 
a Luigi XII? Non fece lo stesso con Carlo Vili? prima 
inni e poi scherni. E col Bellincioni, e col Sasso? in 
alcuni sonetti incenso e in altri pietre. Ma, oltre a 
queste difficoltà, ve ne è un'altra di non poco peso. I 
sonetti contro Niccolò Ariosto sono, non solo quanto al 
numero e alla forma metrica (sono tutti sonetti con la 
coda, più meno lunga), ma anche per il contenuto 
uguali ai ventitré contro il Cosmico, e come questi acri, 
feroci e per fino villani. Quelli , dunque , o bisogna 
supporli deir istesso autore , o bisogna dire , se gli au- 
tori son due , che T uno imitasse V altro. Quelli contro 
Niccolò Ariosto sono con tutta certezza del Pistoia, e 
parebbe doversi concludere che Ludovico Ariosto imi- 
tasse, essendo egli più giovine e trattando un genere 
quasi nuovo per lui, dei sonetti contro Niccolò Ariosto del 
Cammelli. Ora , è mai possibile che il giovine Ludovico 
prendesse a modello dei sonetti cosmiciani che si vorreb- 
bero suoi, proprio quelli del Pistoia contro Niccolò A- 
riosto; quei sonetti di fuoco, in cui era cosi villana- 
mente maltrattata il padre suo , e nei quali nemmeno 
la sua buona madre, la Daria, era rispettata (1)? Am- 
messa , dunque , questa corrispondenza e somiglianza 
fra le due serie di XXIII sonetti contro Niccolò Ariosto e 
contro il Cosmico, e concesso pure che la seconda dì esse 



(1) L* Ariosto doveva fare certo assai poca stima del Pistoia, se 
in un luogo della sua settima satira, lo accoppia all' Aretino (yy. 94-96) : 

Ma se degli altri io vuò scoprir gli altari. 
Tu dirai che rubato e del Pistoia 
£ di Pietro Aretino abbia gli armari. 
Da questo passo — sfuggito al Renier — è evidente che l' Ariosto 
vedeva nel Pistoia solo 1' autore dei sonetti contro il padre, e di quelli 
contro il Cosmico, forse. Altrimenti quell'accoppiamento non si spie- 
gherebbe. 



fra gli Ariosti ed il Trotti; ed oltre a ciò, essi sarebbero i soli 
sonetti satirici del canzoniere ariostesco. S' accostereb- 
bero, a mio parere, vie più ai sonetti 263, 264, 265 e 
266 del Pistoia, secondo il cod. trivulziano. Dei due pri- 
mi troviamo, in fatti, il principio: 

lo non son più, magnifico fattore,.... 

Magnilico fattore, a passo a passo,.... 

(1) Dì questa lite sì era occupalo A. Cappelli, nella 3' edìz. delle 
Lellere di L Ariosto, Milano, Hoc|Uì, I8S7; e già nelle precedenti 
(Modena, 1862, pp. XLIX e segg., Bologna, 1866, p. LXXV e Sfc'g.). Il 
Renier cita invece una breve nota del Mollm alla sua ediz. delle Poe- 
sie varie di Lud. Ariosto (Firenze, 182i, p. 729-30). 

(2) Perché non sembri lro|)po audace la mia congettura ricordo 
che di un madrigale attribuito, in tulle le recenti edizioni, all' Ariosto, e 
messo fra le sue rime autentiche dal Molini e dal Polidori {Madonna 
qual cerlessa), ho dimostrato esser autore un riinalorc napoletano del 
sec. XVI. Vedi i miei Madrigalisti napolitani anteriori al MDXXXVl. 
Napoli, HDCCCLXXKVn, pp. 10-11, e Giom. $lor. deUa leti. Hai., X, pp. 
219-20. 



I SONETTI DEL PISTOIA ÌS& 

con molta somiglianza al principio di mio dei sonetti 
ariosteschi : 

Ma^ifico fattore Alfonso Trotto. 

In qualunque conto si voglia tenere questa mia conget- 
tura , a me par assai poco probabile che col carattere e 
la dignità e il concetto che T Ariosto aveva dell'arte e 
della poesia egli scrivesse i due sonetti contro il Trotti, 
e tanto meno i XXIII contro il Cosmico e l' epigramma 
cosmìciano. 

Oltre l'importanza artistica e storica, i sonetti del 
codice trìvulziano offrono anche un certo interesse per la 
lingua. Benché il Cammelli trascinasse la sua vita quasi tutta 
nel settentrione d' Italia, è sempre il dolce idioma, vivo, 
schietto, popolare della Toscana, succhiato col latte, che egli 
adopera e mette a profìtto. Ed appunto quella freschezza 
e varietà e proprietà di parola forma in gran parte il pre- 
gio del Cammelli e determina la superiorità di lui su molti 
dei suoi contemporanei. Egli non lasciò penetrare nella sua 
lingua, viva e popolare, nessuna delle voci dotte, o latinismi 
grecismi, di cui allora, nel pieno fìorire della rinascenza, 
altri empivano e le rime e le prose. E in ciò, forse, la 
sua scarsa erudizione e dottrina gli fu anziché di danno, 
dì giovamento. Anche paragonato col Bellincioni, pur egli 
toscano, il Pistoia appare più gentile e più dolce, e più 
pronto poi a valersi delle ricchezze del linguaggio toscano. 

Il Renier, quanto alla pubblicazione dell'apografo 
dei Trivulzio, credette bene di non dare una riprodu- 
zione diplomatica del codice. Segui, bensi, esattamente 
il suo testo, disgiungendo le parole, sopprimendo gli h 
inutili, e via via, e permettendosi altre variazioni pura- 
mente grafiche; che, mantenendo strettamente l' uso del co- 
dice, non si sarebbe avuto altro frutto che di offender spesso 
r occhio del lettore moderno. Distìnse le diverse parlate nei 



286 EBASHO PÉBCOPO 

sonetti a dialogo ; ma fu sempre molto circospetto in quelli 
poco chiari, o scrìtti in gergo, o alla maniera bur- 
chiellesca. Poche volte, almeno cosi mi è parso, si è la- 
sciato sfuggire qualche errore di lettura o di correzione. 
Tanto poche volte che mi permetto di additarle qui, 
sicuro di non arrecar troppa noia al lettore: Son. 5. 
V. 7 : Pistoia mia bello ; ha proprio mia il cod. triv. ? — 
Son. 18, vs. 16: via lor, via Id, z cui il Renier an- 
nota: € Sic. Non intendo ». A me par chiaro che si 
debba leggere tó anche il tor ; e tutto è chiaro allora. — 
Son. 56, V. ult.: con la campanna che sonava a festa. 
Cosi il cod. ? — Son. 63, v. 7 : guancie gonfiate da ge- 
nerar poeta (sic). La correzione è facile , quando si cfr. 
col son. 98, V. 10: Vo insomma è inutile. — Son. 83, 
vs. 2: il Ciampante Lucano; a me dal son. seg. v. 2: 
Da Lucca Gregorio, parrebbe che si dovesse leggere 
Luccano. — Son. 88, v. 11: mimmi (sic); perché? 
mimmo vale in tose. * bimbo ', ed il senso corre. — Son. 
109, V. 16: vedendo il nascer si obbrobrioso e vile (sic). 
Non comprendo la ragione del sic. Tanto alla rima che 
al senso nulla nuoce. Avrebbe il R. desiderato un umile ? 

— Son. 115, V. 18: Non seria questo e questo. La rima 
(fratello: bordello) suggerisce facilmente la correzione 
del secondo questo in quello. — Son. 135, v.* 3 : pr' un 
soldo ; ma il cod. p' un. Avrei lasciato cosi : pe^ op' invece 
di per, è comunissimo nel parlar famigliare. — Son. 198. 
V. 2: che vide primavera in mezzo a liscio (sic). In- 
tendendo liscio per * belletto ', potrebbe andare. — Soni 
277, V. 9: La figliuola di Romo. Cosi il cod.? o Remot 

— Son. 283, V. 17: iusto in rima con Cristo muterò, 
in visto, e il senso potrebbe correre. — Son. 338, v. 
8: ista leggi istd. — Son. 371, v. 1 : Uccise il Sol Fiton 
crudele e fiero; correggi Piton (Pytho). 

Questi trecento e più sonetti, infine, vengono sem- 



I SONETTI DEL PISTOIA 287 

pre più a confermare quella certa parentela ch'esiste 
fra tutti i vecchi poeti burleschi e satirici e che non si può 
assolutamente negare; anche da chi non abbia una com- 
piuta conoscenza di tutti essi (1). Il Ferrari, in molte 
appendici air edizione livornese , mostrò quanti raffronti 
potevan farsi tra questi rimatori ed il Pistoia. E non pochi 
altri se ne potrebbero ora aggiungere da chi allar- 
gasse le ricerche fino al dugento e col trecento scen- 
desse ai primi quattrocentisti: Rustico di Filippo, Cecco 
Angiolieri, Pieraccio Tedaldi, Antonio Pucci, il Burchiello, 
Matteo Franco, Luigi Pulci e molti altri di minor fama ne 
offrirebbero molti ed importantissimi. Ma le relazioni 
che passano fra il Cammelli e il Berni, che fu il prìncipe 
di questo genere, e che portandolo all'ultimo grado di 
perfezione lo chiuse per sempre, con dei capolavori di 
sonetti burleschi, piacevoli e satirici (2), queste relazioni, 

(1) Poca nessuna relazione tra questi poeti ed il Berni ammise 
il Virgili, nel suo Francesco Berni^ Firenze, Le Monnier, 1881, pp. 
189 sgg.: cfr. quello che disse su queste dipendenze il Morpurgo, art 
cit, Riv. I, n. 1. Se non che è debito di lealtà avvertire che, quando 
il Virgili pubblicava queir opera, del Pistoia era uscita solamente la prima 
ediz. del Cappelli (Bologna, 1865): pur egli avrebbe potuto rime- 
diarvi neir edizione delle Rime del Berni (Firenze, Le Monnier, 1885), 
uscita quando già un anno prima il Ferrari neir edizione livornese aveva 
fatto non pochi ralTronti fra i burleschi anteriori ai Pistoia, e fra il Pi- 
stoia stesso ed il Berni ; ma non ne fece niente. 

(2) Cito daii* ed. del Virgili, or ricordata, e ritenendo la sua nu- 
merazione i più notevoli di questi sonetti: 

Chi fìa giammai cosi crudel persona (XV). 
Un papato composto di rispetti (XVII). 
Una mula sbiadata, dommaschina (XIX). 
Può far il cielo però, papa Chimenti (XXII). 
U papa non fa altro che mangiare (XX VII). 
Questue un voto che papa Clemente (XXVIII). 
Tu ne dirai e farai tante e tante (XXX). 
Verona é una terra e* ha le mura (XXXIII). 



monsignor Gìberti a Verona, — alla mardiesana dì Manto- 
va (1). Nella prima di esse sì chiedeva a Isabella il can- 
zoniere del Pistoia che, come abbiam visto, elegantemente 
scritto e ornato dal Gianninello era in possesso di lei; 
anche per una certa convenienza — faceva soggiungere 
il Berni — ira l'ingegno di colui e il suo; tanto che 
desiderava poche cose più. Con la seconda , il Torre , 
in nome del collega, rimandava il volume alla marche- 
sana che l'aveva concesso in prestito, col patto di a- 

S' io dissi mai mal nessun di Verona (XXXIV). 
S'io posso un di porli le mani addosso (XXXV). 
Dal pili profondo e lenebroso abisso (XXXVIT). 
Non vndin pili pellegrini e romei (XLIV). 
Può far la Nostra Donna di' ogni sera (XLVl). 
Chi vuol veder quantunque può natura (XLVIII). 
Io ho per cameriera mia l' Ancroia (Lll). 
Chiome d' argento (ine, irte e attorie (LIX). 
Cancheri, e bcccaficbi magri arrosto (LX). 
Eron gii in versi a i poeti rubali (LXI). 
(1) Sono pubblicate innanzi alle Rime del Pistoia, pp. il-xjj e 
Ivj-lviij. 



I SONETTI DEL PISTOU 289 

veme poi il parere del poeta, e finiva col riferire la sen- 
tenza, molto favorevole, e preziosa si per la Isabella, si per 
i posteri, dell'amico Berni sul canzoniere del pistoiese: 
il libro è bello secondo quei tempi nei quali questa no- 
stra lingua non era condotta cosi al sommo come hora^ 
et se t autore mostra non essere troppo ricco di giudi- 
ciò, mostra certo non esser privo di spirito et di inven- 
tione. Secondo questi tempi piti floridi mi pare, per dire 
il vero, un poco spinoso, ma non si però che tra li spini 
non si possano cogliere di molte rose. Ed il Berni , da 
quell'uomo di molto giudizio che egli era, seppe co- 
glier le molte rose, e qualchevolta ebbe a pungersi 
anche nelle spine! Chi non ricorda il principio del son. 
LXII? Basterebbe esso solo per mostrare quale simpa- 
tia fosse fra questi due toscani: 

spirito bizzarro del Pistoia, 
Dove sei tu? che ti perdi un subbietto, 
Un' opra da compor, non eh' un sonetto, 
Pili bella che '1 Danese e che Y Ancroia. 

Noi abbiam qua V ambasciador del boia. 
Un medico, maestro Guazzalletto, 
Che, se m' ascolti infin eh' io abbia detto, 
Vo' che tu rida tanto che tu muoia.... 

Esso è pieno e di reminiscenze e dell' arguzie e delle 
bizzarrie del Cammelli ; ed io , quasi quasi , lo cre- 
derei scritto appunto verso l'epoca delle due lettere, or 
ora ricordate ; quando il Berni era ancor fresco della let- 
tura dei Sonetti faceti, poco dopo, dunque, o proprio nel 
1531 (1). E chi ben esamini quelle poesie del Berni, che 

(1) Un* altra volta il Demi nomina il Pistoia, nel capitolo In lode 
del caldo del letto, giustamente collocato fra le rime dubbie dal Virgili 
(p. 174). Il Cammelli è posto a lato dell* Aretino, come nella sai. cit. 
deir Ariosto : E fa tant' altri mirabili effetti. Che stancherian VAretin 
e 'l Pistoia, 



202-205 su i cavalli; tatti temi che trai e da 

maestro il Bernj. Ai saoi roventi soaetti papa 

Clemente, Sigismondo Malatesta, Pietro Aretino, conlro 
Verona, per la sua suggezione, possono aver conlribuito 
non poche serie di sonetti del Pistoia, non meno mordaci, 
contro il Beliincioni, il Sasso, il Ciampante, Niccolò A- 
riosto, e, se quest' ultima è pur sua, contro il Cosmico. 

Erasmo Pércopo. 



LE CANZONI POPOLARI 



IN RUZZANTE 



B IN ALTRI SCRITTORI ALLA PAVANA DEL SEGOLO XYI. 



Negli Stadi, che fino ad oggi si son fatti sol pado- 
vano Angelo Beolco, detto Ruzzante (n. 1502, m. 1542), 
fa rilevata la importanza di lui come autore di commedie 
popolari e come creatore della letteratura rustica pavana ; 
ma non lo si è studiato né come illustratore della vita 
de' contadini del suo tempo, né per ciò che riguarda il 
ricco materiale che egli può dare agli studi moderni della 
demopsicologìa. Egli fu il primo a farci conoscere per 
mezzo delle sue commedie e delle altre opere minori 
gran parte della vita reale della plebe del contado pa- 
dovano; né credo che altra provincia possa vantare uno 
scrittore, che prima di lui abbia per essa fatto altrettanto. 
I poeti, che, intorno a Lorenzo de' Medici, contrapposero 
alla bucolica convenzionale del proprio tempo, modellata 
sui latini, la poesia rusticana, preziosa nonché per la fre- 
schezza e semplicità delle imagìni, per i frammenti di li- 
rica popolare che ci ha conservato, rimasero assai al di 
sotto di Ruzzante nel ritrarre la vita contadinesca. Le com- 
medie del cinquecento, sia del genere classico, sia del 



CANZONI POPOLARI IN RUZZANTE 293 

Noi intanto comincieremo una piccola parte di tal 
lavoro, limitandoci alla poesia popolare; faremo cioè lo 
spoglio delle canzoni cantate nelle campagne padovane 
durante la prima e la seconda metà del secolo XVI, che 
ci sono state conservate negli scrìtti di Ruzzante e in 
quelli de' suoi seguaci. 

I. 

Ruzzante ci offre parecchie canzoni o intiere o fram- 
mentarie, come generalmente se ne incontrano nelle com- 
medie cinquecentiste. Ciò si deve certo attribuire alla 
gran fioritura della linea popolare del secolo XVI, che 
non poteva essere trascurata da un artista volto come 
Ruzzante a ritrarre i costumi del suo tempo, e che dovea 
conoscere assai intimamente i gusti de' suoi contempo- 
ranei. Accortosi fin dalle sue prime commedie di questa 
passione per il canto e per il ballo, la secondò dando 
più largo campo nelle sue composizioni drammatiche po- 
steriori a tal genere di trattenimento, che godeva il fa- 
vore del pubblico. Per tal modo avemmo l'ultima scena 
della Vaccaria, dove parecchie canzoni cantate in coro si 
seguono 1' una Y altra prestamente Tramezzo ai discorsi 
dei vari interlocutori, e che è chiusa da un ballo vero e 
proprio pur accompagnato da canto; e il dialogo curioso 
dell' Anconitana fra Ruzzante ed un vecchio cittadino , 
donde si ha notizia dì molti altri canti. 

Ma tali canzoni riferiteci da Ruzzante erano dav- 
vero popolari, ed erano veramente cantate dal popolo del 
suo tempo ? Credo che non si possa dubitarne : la fedeltà 
del ritrarre è così grande nel nostro autore, che egli non 
avrebbe messo per certo sulla scena in iocca a conta- 
dini (il che avviene sempre, salvo un caso) canti che egli 
medesimo non avesse prima sentiti cantare da quella 



294 EMILIO LOYABIKI 

Stessa gente. I riscontri poi che verrò facendo mano mano 
confermeranno tale asserzione. Ma una prova sicura e ma- 
nifesta se ne ha nelle parole di un suo coetaneo e concit- 
tadino. Lo Scardeone dice che Ruzzante, soggiornando Te- 
state nella villa di Godevico, sul padovano, presso il suo 
protettore Luigi Gomaro, e ...omnes agrestis linguae 
elocutiones, formas, rhythmos, et totam denique pronun- 
ciandi normam penitus hausit... (1) >. Egli raccoglieva 
dunque in campagna anche ì rkythmos, cioè i canti po- 
polari; e questi egli ci ha tramandati nelle sue comme- 
die, quali oggi li abbiamo. 

Principiamo quindi ad enumerarli serbando l'ordine di 
collocazione che essi hanno per entro alle singole comme- 
die, e queste facendo succedere a seconda del tempo in 
cui probabilmente vennero rappresentate. 

IL 

La Moschetta, che fu la prima ad essere rappresen- 
tata, come si sa dalla esplicita dichiarazione delF autore (2), 
è povera di canti; non ne dà che due. 

Ruzzante ad un certo punto entrando in scena canta : 

Una volta — che fosse certo, 
de bon cuore — che te m' amassi 
Dorondella, dan dan, dirondella, tirirella, tirireUa (3) , 

e altrove* cita il principio di una canzone di carattere di- 
spregiativo, a quanto apparisce dal contesto: 

Doh, mooacellal (4) 

(1) Bernardini ScARDEONn, De Antiquitate urbis Patavii, Basileae, 
HDLX, pag. 255. 

(2) Moschetta, comedia del famosissimo Ruzante, Vicenza, 1598, 
pag. 3 r. 

(3) Ivi, Àt I, pag. 8 r. 

(i) Ivi, Àt III, se. I, pag. 15 r. 



CAN20KI POPOUBI IN BCZZANTB 295 

La Fiorina (1) De ha pare dae soltanto. Ud bistìccio 
cantato da Ruzzante: 

Se me imbatto nell" amore , 
l'amor sarà el me amore, 
la me darà un amore (2); 

e dae versi a rima baciata che no contadiao per nome 

Marchioro dice alla saa bella Fiorioa in risposta al salato 

eh' ella gli ba fatto cosi < Ben vegnó, oggio me bello I >: 

Oggio bello fa bel guardare. 

Caro amore, lagheve ìiaaare (3). 

Il dott. V. Rossi, che ha ristampalo gaestj versi ìn tuia 
nota alla sua edizione delle lettere di Andrea Calmo (4), 
osserva che probabilmente quest' ottima è una specie di 
adagio anziché una canzone; ma se egli avesse letto nel 
testo poche righe più sotto avrebbe trovato' la prova del 
contrario, poiché ivi Marchìoro dichiara di aver detto ' 
< con' dise la canzon > . 

Due preziosi strambotti nella loro interezza ci oflflre la 
terza commedia, la Piovana, ovvero Novella del Tosco (5), 
che dovè esser rappresentata nell' anno 1533; esà ven- 



(1) A titolo di curiosili tolgo dalla Fiorina e IrascrìTO qui ia noti 
una di quelle lìlalesse che sono tanto comuni nel popolo ancbe ai mstrì 
giorni e che si Irovano io altre opere vernacole d'allora: Un certo Pa- 
squale, Teccbio contadino, prega Dio e i Santi, che: < ne guarente, sera 
ogno cousa, i buò, e le nostre Tacche, e le piégore, e ne mantepe bi- 
chi, e casiron, e ne guardo da »ta, e da ton, é da Turia de baston, da 
boca de loro, e da man de ladron, da susio cattivo, dal mal de paron > 
(at. V, pag. 16). 

(2) Ivi, At. I, se. 1, pag. 6. 

(3) Ivi, At III, se. I, pag. 9 r. — Oggio = Occhio; lagheve ^ 
lasciatevi. 

(4) Op. cil., pag. 432, n. 1. 

(5) Vicenia, 1598, At. II, pag. 15. 

Voi. I, Parte 1. SO 



296 EMILIO LOVARINI 

gono cantati da an famiglio di nome Daldm*a, la scena 
è presso Chioggia. Il primo è il seguente: 

Stato m' è ditto, che ti druomi sola; 
Mo no staristu miegio arcompagnata? 

Che^ se f havissi el io amadore a canto. 
Te vàlerissi pur do vòlte tanto. 

Perchè la donna è fatta com [è] la nuUa, 
Che no vai gnente senza ^na fegura. 

Mi serò la fegura, el conto è fatto , 
Ch'a sarem du, e la faremo in quattro. 

A questa si possono ravvicinare talune canzoni po- 
polari moderne ; una friulana ad esempio, che venne posta 
dall' Arboit tra le italo -venete: 

H*è stato dito che tu dormi sola, 
Sola solina no tu dormi bene; 

Se ti piacesse la me compagnia, 
Sola solina no tu dormaria (1), 

ed una umbra: 

Tutti m*han ditto che dormite sola, 
da la paura non dormite mai; 

si ve piacesse la mi' companla, 
so' tanto bon fijolo e ce verrla: 

si ve piacesse la compania nostra , 
so' 'n bon fijolo e a so' 'nuto a posta (2). 

Altri due canti delle Marche sono somiglianti a questi, ma 
non hanno lo stesso cominciamento (3). 

(1) A. Arboit, Villotte friulane, Piacenza, Oel Maino, 1876, pag. 
156 in nota. 

(2) G. Mazzatinti, Canti pop. umbri race, a Gubbio, Bologna, Za- 
nicheUi, 1883, pag. 227, N. 322. 

(3) A. GiANNANDREA, Canti pop. Marchigiani,Tormo Loescher, 1875, 
pag. 167, N. 2 e pag.:i71, N. 18. 



CANZONI POPOLARI IN RUZZANTE 297 

Ed ecco il secondo componimento della Piovana: 

La io bellezza è fatta conC xè un horto, 
Quando è lo tempo de strapiantare: 
Chi no lo pianta ghe farà un gran torto: 
Tempo passato no pò retomc^re. 

Mi son fornito de bella semenza 
Che è al to comando con dinari e senza. 

Per questo rispetto non conosco un canto corrispon- 
dente né antico, né moderno ; però Y imagine di seminare 
Torto adattata al concetto di mutare in donna una gio- 
vine é popolarissimo; ricordo, per esempio, la villotta 
friulana : 

Se savessis ve', ninine, 
Qe eh' a me Tè stàt cont&tl 
Se no falle la seman(^, 
Et vostr' órt Y è semenàt (1). 

m. 

Nella Vaccaria son numerosissime le canzoni inter- 
calate nel testo. Questa commedia fu recitata a Padova 
il febbrajo del 1533 come é scrìtto nei diarii del Sanudo, 
e ci è arrivata per le stampe probabilmente in una re- 
dazione di quello stesso anno; ciò almeno mi é fatto ri- 
tenere da un passo della medesima commedia, in cui un 
notajo, dovendo leggere Tistromento di uno strano con- 
tratto di nozze che si voleva fare fra due personaggi, in- 
comincia: < L'anno 1533 etcaetera, in casa di etcae- 
tera.... » (2). 

Per primo incontriamo un verso citato dal villano 
Truffo : 

(1) A. Arboit, op. cit, pag. 156 in nota. 

(2) Vicenza, 1598, At. IV, se. m. pag. 38. 



298 EMILIO LOVARINI 

Que fu sarò de faora (1). 

Neir atto quarto un ragazzo per nome Torbìno, non 
avendo ricevuta la mancia pei servigi resi al padrone, gli 
si ribella e gli augura che la giovane eh' egli vuol pos- 
sedere, e che va a trovare, gli venga invece rapita da 
un suo rivale, cosicché gli tocchi restar « su la strada a 
cantar la hdoUna » (2). 

Qui abbiamo certamente il titolo di una canzone o 
di un genere di canzoni, forse conosciute al tempo di 
Ruzzante, o forse anche non più conosciute , se la frase 
e cantar la lodolina » era invece un semplice motto pro- 
verbiale, se cioè il popolo, avendo perduto oramai il ri- 
cordo dell'origine di esso, ne manteneva tuttavia intatto 
il signiflcato primitivo corrispondente. Ma si potrebbe 
conoscere che canzone fosse questa lodolina f Ecco , 
io conghietturerei che con tal nome si designasse una 
poesia popolare del genere delle albe , e di quelle 
precisamente che in Provenza troviamo cantate nella 
strada da un amico dell' amante il quale ha passata 
la notte con la sua bella , per avvisarlo del giorno 
che spunta e per metterlo in guardia della gelosia del 
marito (3). Non conosco però albe di questa categoria 
dove si menzioni l' allodola , ma ce ne sono altre , dove 
ramante stesso avvisando il canto dell' allodoletta (più 
spesso è quello della rondinella) si sdegna che essa lo 
tolga cosi presto ai godimenti dell'amore e cerca di il- 
ludersi dicendo ch'essa non dice il vero ed annunzia il 



(1) Ivi, At in, se. Ili, pag, 27. — sarò = serrato. 

(2) Ivi, AL IV, se. m, pag. 37. 

(3) Cfr. K. Bartsch, ChrestomatMe provengale, Elberfeld, Frìde- 
rìchs, 1880, pag. 102. 



CANZONI POPOLARI IN RUZZANTE 299 

giorno prima che sia vicino (1). Una nostra canzone po- 
polare moderna, in cui par di sentire una reminiscenza 
del costume perduto , sarebbe questa , dove uno sentendo 
il canto della rondinella avvisa gli amanti di non dormire 
più se non vogliono pentirsene , come se ne penti egli : 

rondinella che canti si bene, 
Ti levi la mattina e vai cantando; 
In aria porti la tua bella voce, 
Che tutti i tuoi amanti vai svegliando. 
Amanti, amanti, non dormite piue. 
Perchè il troppo dormire assai fa danno. 

Questo lo dico, perchè Y ho provato : 
Chi troppo dorme rimane ingannato. 

Questo lo dico, perchè provo ognora: 
Chi troppo dorme ingannato si trova (2). 

Più avanti Betta massara canta: 

Daridondella, dandirindondella, 
Daridondella^ dandirindondella (3). 

Queste sillabe prive di senso doveano essere il pas- 
sagallo di qualche canzone solita ad esser cantata su uno 
strumento musicale. Qualcosa di somigliante abbiamo in 
una canzone a ballo cantata da un poeta alla pavana dello 
stesso secolo, Menon, mentre s' allontana dalla sua bella : 

Daridondella^ 
Speranza bella ^ 
Daridondà, 
Rei vemme qua. 
Un liompardo 

(1) A. D'Ancona, La poesia pop. Italiana, Livorno, Vigo, 1878, 
pagg. 25-29. 

(2) Ivi, pag. 28; G. Tigri, Canti pop. Toscani, Firenze, Barbèra, 
1869, N. 502. 

(3) At. IV, se. VI, pagg. 40-41. 



300 EMILIO LOTABINI 

N' è si gagiardo I 

Guarda sto salto: e unol e dui e trll (1) 

Qui cade in acconcio di notare come i contadini 
d'allora amassero i balli figurati e ricebi di salti; e si 
saltava pure girando sa se stessi in segno di allegrezza 
e per fare bella mostra della propria agilità ali* amanza (2). 
Era cosi cbe la destrezza e la vigoria giovanile si espli- 
cavano in modo assai più vivace, ma anche più artistico 
cbe non sia adesso presso la nostra gente di campagna, 
la quale non conosce quasi più altre danze cbe quelle 
a coppie abbracciate. 

Ma passiamo ad un'altra scena della nostra com- 
media; essa si svolge fra tre interlocutori, due servi. 
Vezzo e Truffo , e Piolo un miscuglio di servo , di can- 
tore e di buffone, cbe comparisce per la prima volta qui 
alla fine dell' ultimo atto. É questi uno cbe vive un po' 
alla ventura, e cbe nelle case dove va a servire confida 
d' essere bene accetto per l' arte del cantare, per la buona 
voce e il repertorio riccbissimo, e per le molte facezie 
onde rallegra il discorso. È sempre affamato, percbè, egli 
dice, e in pè de buegi, a bè raise de fame in la panza (3) > ; 
perciò è naturale che quando gli si offre 1' occasione di 
mangiare a sua voglia , s' empia tanto il ventre da spez- 
zare perfino la cintura, né abbandoni la tavola prima 
d' avere soddisfatta pienamente la sua voracità. Egli 
conosce, oltreché i modi per riuscire gradito ai padroni 
tenendoli allegri, pur quelli di saper restare in una casa 

(1) La Prima Parie delle Rime di ìIagagnÒ, Menon e Begotto. 
In Venetia, MDCLIX, pag. 64. 

(2) Ivi, pag. 75. — Ruzzante, Anconitana, At IV, pag. 30 r: e E 
pò la laga?a, e si trasea un saltarello, o na cauriolla, qué anasea in Y a- 
giere i. 

(3) Àt y, se. Vm, pag. 52 r. — In pè de buegi = invece di bu- 
della; raise = radici. 



CANZONI POPOLARI IN RUZZANTE 301 

il maggior tempo possibile anche dopo invitato ad an- 
darsene, prendendosi in santa pace le legnate che gli 
piovono addosso. Lo confessa egli stesso : e a he imparò 
da i can a smestegarme, què con i me cazza fuora da 
un usso, a tornerò entro dall' altro ; se i me vorrà dare, 
a me fare pizzolo, e si scortare la eoa > (1). Con un tale 
individuo si può ben imaginare come la scena , oltre 
che di canti, deve esser piena di scherzi e risate; è tutta 
un coro di festa e d' allegria che levano i servi nel giorno 
di nozze de' loro padroni, mentre stanno attendendo che 
i giovani sposi escano di casa. 
Stiamo a sentirli: 

« Piolo. Putti, vogionse desbrattar tosto? Mettonse a cantare 
chialò de fuora, què, con i ne senta, i no veerà l'hora de vegnire. * 
Vezzo. Si, cantè. El parerà an che a fazzàm legrezza delle 
suo legracibn. 

Truffo. Quala degongio dire? 
Vez. Di quella, Piolo, que dise: 

Puostu crepave innanzo cV a morire. 
Pio. a no, lasè quella; a sé quella que dise: 

Fuogo dal cielo te cave 6! affanno. 
Truf. No, digòm quella che dise: 

Ve possa sborir gi *huogij anema mia. 
Pio. Horsù, a comenzerè mi: 

BelP oselino.... 
Truf. Què? 

Qvtel dal becco buso, 

Que senza pie si salta in suso? 
No dir quella ; dine una a prepuosito de st' amor del putto. 
Pio. Sentia (2) a lomentar 



(1) Ivi, pag. 52. — Smestegarme = dimesticarmi. 

(2) La edizione del 1598 e altre hanno Sentir a per Sentia a, il 
che è certo un errore; noi ci atteniamo perciò all'edizione del 1561. 



( 

Vez. Te no noe sentiri mi anar Tuora de carrech col me 
inorjpiiuirmo, nb. con chiave molla, com f;i sti solfezaòre, 

'I'kuf. E1 (lise vcm, |»«Ti|iiè, co'l contnitonore ghe annoila 
el nu'tlo ci grosso a num, e kn |ìò fumo. 

Ve7- Mo disonno uii';iltr.ì, che questi do se g'afiiL 
Pio, /,' con r allhi de rosata 
Si liera ri bri l'anliao. 
Per eonqttistiìre in so marna con battagia 
Qiic «0 i tit' lie lama, né tif corlelh. 
Vez. Oiiistì se g'.ivJn, quol bel fanlino si è el nostro 
paroucin. qiie leve sta doiuan a bon' bora. 



(11 II (HVf. S, rERRARL, che nd suo lavimi ìntili-lat,-- PetumfiHi prr 
tfrrìrf ■ì!t itlorìa Jfila [Wfui ^m'f^ji-i.irf fi/Mitui,: p« /.'a.'iij f^i i'CiJi 
.\\I t \Vn ^(V\7«!?■ r(.vT. Y. ;,, (i4. XIII. P, I. p;». i.fitl,!. palòlico gii 
itiltA U s¥ftM, irakivt' ij'.K^Mì tiw Trt^ che. «hVnc io li tivvi in-.ìe 
sui»iic c\*l cjrjiic.T .Idi» )w*sj e in linea , creJ.» bene lii L-jjt-riiere 
liiffcfvoiefflenic, pivv-he mi wmhraiwi I" in:n\liir,yie di qjeiii cbe ii-roxw 
ilv^\ i qiuk ihrìwenU non «Mitieni inlcUiphiU, uuncjmk' Jd itìf, eiW 
(W liew réptìoJere il nwooaw relitin) ci*. 



CANZONI POPOLARI IN RUZZANTE 303 

Pio. Mg la battagia, què d' è né de lanza, né de cortello, 
de que élla? 

Truf. L' é de dinari. 
Pio. La figiuola de lo Re delV oro^ 
Que ha le drezze de tresoro, 
La ose de V aneoletto, 
E lo pè de levoretto. 
Vez. Sta figiuola del Re deir oro si é la vegia que ha la 
monéa. 

Pio. E1 pé del levoretto, que corre senza far remore, con' 
la fé ella quando magnavinu, qué la n' guaste i pensieri. 

Truf. £ la ose dell' anzoletto. que 1* é doventà adesso pia- 
seola, que la pare un anzoletto, Yà drio. 
Pio. Con r al vet(e) sì zovenetto, 

Compassion gV in vene al cuore; 
Torna in drio, ghe grese a dire, 
No te mettere a morire. 
Vez. Questa ven a dire quando i giera strangossè. 
Truf. No, el fo quando la vegia vette pianzere el putto; 
la disse a torna in drio, che a no vuogio que te muori, a son 
contenta que te P habbi ». 

Vez. Putti, e sento che i ven zò per la scala, vogiòm faro 
una delle belle noelle, e de bié muar de massarìa com fo 
me fatto? 

Vruf. Di pure. 

Vez. Mettivene a cantare una da ballo, e mi torre su la 
putta, e si a me aviere inanzo ballando, e vii tendi a cantare, 
e mi a ballare, e vù cantare, e se i ne dirà gniente, a no ghe 
respondaròm. Gante pure, e mi a balleré. 
Truf. L' é fatta. 
Pio. Né pre mi no staghe. 

Vez. Vigi a ponto que i ven de là fuora. Alto valent'huo- 
meni, e tegni duro. 

Pio. La Beveosa quando Ve' in casa 

La no me guarda^ né no me basa; 

S* a vaghe in V horto, la va in lo brucio; 

S' a vaghe in casa, la ven de fuora; 



304 EMILIO LOYASIKI 

traiifùra vuotu cV a muora? 
traditora vuriu eh* a muora? (1) 

Di tatte le canzoni ricordate in questa scena non ci 
è dato di portare comparazioni che per due. Prima per 
quella del BelT oselino; che il Rossi fa tutt* uno con i 
versi detti da Truffo, e presenta a questo modo: 

BeD* oselin — dal beco buso 

Qoe senza pie — si salta in suso (2). 

Ha credo mvece che la canzone che voleva cantar 
Piolo debba andar distinta dal distico triviale che Truffo 
interrompendolo con un que? gli appone, tanto è vero 
che egli soggiunge tosto: No dir quella, cioè la tua; se 
no invece avrebbe soggiunto: Aon dir questa. Di versi 
che ricordano ti belFoseUno il Ferrari ne porta due del 
centone bolognese: 

Bello uselin sato volar in alto. 
Come sai tu cantar bel oselino (3); 

ed oseUno è pure il titolo di un ballo nominato dal 
Cahno (4). 

Quanto ai versi della seconda canzone, si trovano 



(i) At V, se Vni, pagg. 52*55. — Vogionse = d TOglìaiDo; 
ckialò = qui; veerd = Tednmiio; degongio = dobbiamo; puostu = 
possa tn; Aorir = sfogare; agierè = aiuterò; gramezzoso = melan- 
conico; fetu r= fai ta; $eòm = siamo; hmé = soltanto: ketu = 
hai ta ; slò = stato; anar = andar; camxà =: carreggiata; armoUa 
=: lascia andar; te g' avèn = gli si confà; daman = da mattina; le- 
voretto z= lepratto; piaseola = piacevole; vete = vede; strangossè = 
angosciati; e de biè muar de massaria = e so dae piedi mutar di 
massarìa; ime =: mai; pre = per; vigi = vedili 

(2) Op. cit, pag. i21 

(3) Op. ciL pag. 8, T. 30-31. 

(4) LeOert di A. a e^ dt, lib. IV, n. 18, pag. 293 e i22. 



CANZONI POPOLARI IN RUZZANTE 305 

ricordati nella raccolta di rime rustiche alla pavana dello 
stesso secolo: 

La traitora 

La vuol eh* a muora (1), 

dove è pure citata € la traitora i», come titolo di una 
canzone (2). C è anche un verso consimile in un altro 
poeta di quella schiera, il quale lasciò la maggior parte 
delle sue opere inedite: 

A traitorezza te vuò pur eh' a muora (3); 

e infine il centone bolognese ha: 

La traditora non vuol più eh' io viva (4) , 

verso che differisce dagli anteriori soltanto nell'ultima 
espressione, e facilmente solo per ragione di rima. 

IV. 

Un dialogo anche più importante di quello della 
Vaccaria abbiamo neir Anconitana ; più importante, e pef 
il numero maggiore di canti offertici, e perchè in esso è 
dato di scorgere il dissidio fra la musa delle campagne 
e la cittadina quale era vivo a quel tempo', e la diffe- 
renza fra canzoni vecchie e nuove; per le quali inoltre 
ci è stato possibile di trovare maggiori riscontri che 
per le antecedenti. Il dialogo si svolge fra Ruzzante e 
Sier Thomao. Il primo ama solo canzoni d'amore, e pre- 
ferisce quelle che abbiano ahneno nel dialetto un po' di 

(1) Op. cit, P. ni, pag. 37. 

(2) Ivi, P. II, pag. 64. 

(3) Le Rime rustiche di Braghin Caldiera di Forabusi da Bolzan 
Sonetti, Canzon, Madrigali, ecc., ms. cart. della Biblioteca civica di 
Padova, segnatura B. P. 1467 II, a cart. 105 r. 

(4) Op. cit. pag. 6. V. 22. 



306 EìiaiO LOTABINI 

colorito locale, che sieno semplici che non abbiano nomi 
strani da movere il riso , che sentono in sonmia del ca- 
rattere passionato e rozzo dell' amore campestre. Di fronte 
a lui sta invece il vecchio vagheggino che fa l'occhio di 
pesce morto ad una bella cortigiana, e conosce gli stram- 
botti e le barzellette del mondo elegante. É però utile di 
riportare assieme alle canzoni alcuni brani del dialogo 
che si svolge tra il vecchio Sier Thomao ed il suo servi- 
tore Ruzzante. 

Comincia ser Thomao col chiedere quali canzoni 
avesse cantate Ruzzante sotto alle finestre della sua bella : 
strambotti o barzellette. 

« Ruz. Stamuorti, messer no ; la m' ha aldio de fuora eh' a 
cantavino mf, e'o altro di Sganferlatì, que la dise, cb'a bè el 
pi bel soràn, que la veesse me, e '1 pi gagiardo, che sempre me 
sta in l'agiere; puh sL 

Thom. Che canzon cantavistu ? canzòn che se usa adesso , 
pur caDzÒD vecchie? 

Ruz. A cantava Della mala morte; de del mio amore, 
che mi son stato; puh si; de levarne d' una bella mattina, 
que segi mi? mo a cantava mi solo, de(h) stella diana, stella 
relusente^ che fa spiandore mo a tutta questa /sente. Ya 
lai pò a fasea, perquè el no paresse que cantasse per ella, e 
ella de fatto sborìa foora » (i). 

La prima canzone qui citata dovea essere la preferita 
da Ruzzante ; infatti la troviamo un' altra volta nella stessa 
commedia cantata da lui stesso, e pare che dovesse esser 
cantata a più voci: 

« Ruz. Caro frello (Menato), cantare un' altra, e nu dii 
canteronla io quattro, mi solo a cantare ben per dù, aldi : E de 



(1) Vicenza, 1598, AL 0, pag. 17. — Aldio = udito; soràn = 
soprano; agiere = aria; puh sii (ven. mod. n /w') = ma si; segi = 
so; spiandore = splendore; sboria == usciva. 



CANZONI POPOLARI IN RUZZANTE 307 

la mala morte. VI, co'l grosso tase, el sottile canta, e coM 
sottile tase, el grosso canta » (1). 

Della canzone terza credo d' aver trovato il testo in 
una stampa rarissima, senza note tipografiche, ma a quanto 
pare del secolo XVI, che ha per titolo: Opera nona \ Nella 
quale e Bellissime Canzoni sopra uarij \ Soggetti, per 
intrare in gratta, et Amore \ alle vaghe e gioueni Donne 
alla I Napolitana \\ Con la canzon de Passarin dalla \ 
Salsicia, amico carissimo \ di Berlingacio fra \ tei di Car- 
novale. Il Nuovamente stampata. Il testo della canzone è 
questo che trascrivo , segnando per brevità con un aste- 
risco i versi che sono ripetuti : 

*E mi levai d'una bella mattina 
*Sol per andar allo bello giardin; 
E mi scontrai d* una bella fantina , 
E li bascìa' el suo dolce bochin; 

*Che la mi prese a dir: dolci amore, caro mio fin» 
Quando ritornerai da mi? 
Ed io rispondo: doman da matin. 

*Ella mi prese a dir: Gar mio amor, dolce mio fin, 
dolce amor mio fin, o dolce amor mio fin, 
Amor mio fin, Amor mio fin. 
* L'altra matina, e do che mi levai, 
*Sol per tornar allo bello giardin, 
E la bella fantina che beri la lassai 
Che la m' aspettava di fori allo bello giardin, 

*Che la mi prese a dir: Sei sta tardi, amor mio fin, 
Quando ritornerai da mi? 
Io ve ne prego, tome do volte al di. 

*E lei mi prese a dir: Ch' a li miei preghi sia di sì; 
Tornate due volte al di 
Toma do volte al di (2). 

(1) Al. V, se. I, pag. 35 r. — Aldi == odi; vr= vedi. 

(2) Nella Bibl. noarciana, misceli. 2213; fu riportata per intero, non 
però testualmente, dal D'Ancona, Poes. pop. it., pag. 93. — Dove ho 
corretto Ed io rispondo il testo ha Ella risponde. 



308 EMILIO LOTABINI 

A questa canzone è da riavvicinare quella che fu in- 
serita da Andrea Antico da Montona in una raccolta di 
canzonette musicate, stampata a Venezia nel 1520. Ec- 
cola , quale Y ha ristampata Io Zenatti : 

Me IcTava una matina 
per andar ad un giardin, 
i' trovai fantina 

eh* era a Y omhra d* un bel pin 
con el car suo amor fin, 
che cantar insieme voleva. 

He levava una matina 

pili per tempo che non soleva, 

me levava una matina, e do, violai 

pili per tempo che non soleva. 

V altro giorno ad una fonte 
la trovai che si lavava 
el legiadro suo bel fronte, 
che a una dea assimigliava, 
col suo amante lei cantava 



Me levava una matina ... 

E con sua fresca etade 
si passava con letitia, 
e con fede e lialtade 
si scaldava sua amicitia, 
descaciando sua mestitia 
col cantar che la faceva. 

Me levava una matina ... (1). 

II raflT*onto, come si vede può esser fatto soltanto 
con le prime strofe e pel ritornello di questa canzone, 
poiché con la seconda siamo piuttosto tratti a ricordare 

• 

(1) A. Zenatti^ Andrea Antico da Montona nell' Archivio storico 
per Trieste, /' Istria e il Trentino, Voi. I, pag. 194. 



CANZONI POPOLARI IN RUZZANTE 309 

la Pastorella di Olimpo da Sassoferrato (1). Siamo dunque 
dinanzi a due lezioni diverse di uno stesso canto, tutte e 
due del secolo XVI, ma la seconda sembra piuttosto che 
una vera e propria canzone popolare uno di quei rifaci- 
menti che tanto piacevano ai compositori musicali di quei 
tempo. 

Molto diffuso però dovette essere il motivo della 
canzone, poiché altre varianti ci attestano che era cono- 
sciuto anche fuori del veneto. In fatti il principio e ri- 
tornello dì una ballata del Poliziano: 

r mi trovai, fanciulle, un bel mattino 
Dì mezzo maggio in un verde giardino (2) 

ci richiama ad esso. E nella Tavola dei principi di can- 
zoni del sec. XV e XVI citati nelle raccolte di laudi spi- 
rituali annessa dal D' Ancona al suo libro sulla Poesia 
popolare italiana, si leggono questi due versi: 

Levami d'un bel mattino 
Alla stella diana (3), 

e nel centone bolognese : 

Io mi levai d' un bel mattin d' amore (4) ; 

e r ultima parte di questo verso la troviamo pure in una 
poesia musicata da G. B. Zesso, che sta nel libro settimo 
della raccolta di frottole del Petrucci, la quale venne alla 
luce fra il 1504 e il 1508 a Venezia: 

D' un bel matin d' amor (5). 

(1) S. Ferrari, A proposito di Olimpo da Sassoferrato, Bologna 
Zanichelli, 1880. 

(2) A. A. Poliziano, Le Stanze, /' Orfeo e le Rime^ illustrate da G. 
Carducci, Firenze, Barbèra, 1863, pag. 280. 

(3) Pag. 484, col. L' 

(4) S. Ferrari, Documenti per servire ecc. pag. 3. 

(5) Gtata dallo Zenatti, op. cit. pag. i78. 



« Ti ha una bona vose, e una bona gorza, e si ti savessi 
le canzòn che so mi, o che mi havesse la vose che ti ha ti, 
caotesseno ben. Si te bastasse l' anemo de impai'arne qualch'una, 
te ne dirave quattro o cinque. 

Ruz. Dille pur, messii;re, mo di delle pi belle. 

S. Thom. Melchisedcch concesse quindese anni (2), 

Ma qui Ruzzante di botto io interrompe per ridere 
dello strano nome orientale, né vuol sentire il seguilo ed 
insiste perché dica canzoni d' amore ; ser Thomao ne 
principia una seconda: 

« Aldi quest' altra , lì no ha intfilligentia , però le te 
dìspiase : 

(1) D'Ancona, op. cit., papg. 90-92 e noie. 

(2) MekkUfdech è dato da ir edizione del 156i; quelle del 1598 e 
del lOn hanno invece AlessantlTo. Che forse si sia introdotta tale emen- 
dazione avendo sentilo dal po|)Dlo la slessa canzone col nome di Ales- 
sandro? Potrebbe anche essere. Certo però Ruzzante ha scritto Melctu- 
scdech, altrimenti lo scherzo che segje sul nome non avrebbe ragione 
d" essere. 



CANZONI POPOLARI IN RUZZANTE 311 

Andemo^ amanti, tutti in Barbaria. 

Ma anche questa volta quel brontolone di Ruzzante non 
io lascia finire ed esclama: 

« Qué? a farse rasare la barba? el ghe vuole altro che 
esser rase ; alla fé, a pìasere alle putte, el besogna che le habbie 
doD pigiare. Tia no menzona de Y amore, diseue una cosi : Alema 
mia, se sola te cattasse^ o Cavato ve vorria esser lo cuore^ 
Cortello in lo magòn per meezo el cuore. De queste que 
menzone amore della vita mia, qué altramen le n* é belle » (1). 

E qui interrompiamo 1* esposizione del testo per ve- 
nire ai raffronti. Il primo capoverso, cioè la canzone di 
Melchisedech, non è forse altro che una imitazione del 
principio di questo strambotto di Leonardo Giustiniani : 

n Papa ha concesso quindeci anni 

De indulgenzia a chi te p6 parlare; 

Cento e cinquanta a chi te tocca i panni, 

E altri tinti a chi te pò basare; 

E io che per te porto tanti affanni, 

Di pena e colpa mi vói perdonare; 

E se basar potesse *1 tft bel viso 

L' anima e *1 corpo mando in Paradiso (2); 

che si può comparare con uno della metà dello stesso 
secolo XV, che si trova nel codice laurenziano-gad- 
diano 161 : 

El papa gli ha dato XL anni ' 
di perdonanza a chi ti può parlare, 
cento sessanta a chi ti tocca panni, 
di pena et colpa chi ti può toccare, 

(1) Pag. 17 r. — Rasare = radere; don pigiare •=. dove pigliare; 
menzona = fa menzione; akma •=. anima; cattasse = trovassi; ma' 
gón = stomaco o anche petto. 

(2) A. D'Ancona, StrambotH di L G., nel Giom. di Filologia 
Romanza, luglio 1879, n.' 6, pagg. 183-4, n.' IV. 

Voi. I, Parte L 21 



312 EMILIO LOYAÉINI 

et chi ti bada el tao bel vixo 

in carne e 'n ossa ne va in paradixo (1), 

e ancor persiste in Sicilia sotto qaesta forma: 

Nun n' hanno a fari cchiii li vostri niammi 
Bianca e bninna comu siti vai; 
La papa n* ha cnnoessu quindic* anni 
F illurgenzii ppi coi parrà a vui, 
Gincucent' anni co* tocca ssi carni 
Novicent* anni a cui dormi ccu vai (2). 

Del secondo capoverso noi possiamo presentare lo 
strambotto corrispondente, opera di Pamfilo Sassi mode- 
nese. Eccolo: 

Andiamo tutti, amanti, in Barbaria, 
ove non s* oda nominar cristiani, 
andiam tutti meschini in compagnia 
a sbatizarsi e diventar pagani ; 
che la virtù di qua discazan via, 
e per dinar s'exaltan li villani; 
el non vai fede, amor, né cortesia, 
se lor non giova to pensier son vani (3). 

Infine tra i versi citati da Razzante quello: Alema 
mia, se sola te cattasse, si trova oggi aver lasciato traccia 
in ona poesia chioggiotta: 

Anema mia, se sola te trovesse, 
Ti può considerar quel che farìa; 
No credar miga che mi te mazzesse. 
Solo un baxin d* amor te donarla (4), 

(1) S. Ferrari, BUA, di letteratura popolare, Fireme, tip. dd lo- 
cabolarìo, 1882, Yol. L pag. 84, N. IVI. 

(2) L Vigo, Raccolta amplissima dei canti popolari siciliani, Ca- 
tania, 1874, N. su. 

(3) S. Ferrari, Bibl. ecc. toI. I, pag. 287, N. XXXYL 

(4) AG. Garlato, Canti del popolo di Chioggia, Venezia, Natarovich, 
1885, pag. 318, N. 113. 



CANZONI POPOLAKI IN RUZZANTE 317 

Scorrendo questi libri s'incontrano altri documenti 
della poesia popolare di quel secolo che qui trascriverò. 

El boaro de Chiavellin, Valerio Chiericati, morto nel 
1575 in Candia (1), in una sua poesia dice d' esser so- 
lito di cantare mentre i buoi arano: 

La me figiuola, 

La dorme sola, 

El me matian, 

Farariron, 

L'è inamord ne no^ ne no sa in chi (2). 

Il verso La dorme sola si riferisce forse ad una can- 
zone sul genere di quella e La vedovella quando dorme 
sola » che viene ricordata in parecchi scritti del secolo 
XYI (3), dell'altra di Ruzzante già riportata. 

El me matton con quel che segue ci richiama in- 
vece a questo verso del centone bolognese: 

n mio maton sé inamorò da mate (4); 

e forse è tutt'una questa canzone con quella a ballo, 
comune allora nella campagna vicentina e padovana, di 
cui fa menzione un altro poeta alla pavana, Braghin Gal- 
diera de Forabusi da Bolzan ossia Giambattista Galderari, 
nato nel 1541 e morto nel 1590 (5), nel verso: 

Sa dixe che ve sono el lei matton (6), 



(1) Giovanni Da Schio, Saggio del didetto vicentino^ Padova, 
Sicca, 1855, pag. 38. 

(2) Op. cit., P. II, pag. 102. — Inamorò = innamoralo. 

(3) A. D*AxNCONA, La poesia pop. it. pag. 95-7. 
(i) S. Ferrari, Docum. ecc., pag. 7, ▼. 27. 

(5) A. Palesa, Le Laide de Braghin Caldiera de Forabusi da Boi- 
zan, Padova, Prosperinì, 1873, pag. 3. 
(0) Ms. cit. a cart 11. r. 



secolo. Un numero considerevole di verseggiatori, che si 
vantavano di derivare la loro arte dal gran Ruzzante (3), 
continuarono a scrivere in quel dialetto e ci lasciarono, oltre 
qualche opuscolo, un'ampia raccolta dì rime divise in 
quattro parti, la quale andò per le stampe più volte dal 
1558 al 1659 sotto il nome dei tre più noti in quel ge- 
nere, Magagnò ossia Giambattista Maganza seniore , nato 
nel 1509 o 1513, e morto nel 1586 (4) , Menon cioè 
Agostino Rava o Rapa, morto nel 1583 (5) , e Begotto 
ossia Bartolomeo Rusticliello. 



(1) Vicenza, 1598, pag. 17 r. 

{ì) Op. cit., App. Ili e più parli colarmeli te a pag. 4U, n. 6 e pag. 
119, n. 1 e 3. 

(3) « Quel gran Riizame che n' ha insegnò a au > dice Magagnò 
(ia ifria parte delle Rime ili Magagnò, pag. 15). 

(4) D. Domenico Boutolan, Giambaflisla Maganza sen., Bassano, 
Etoberli, 1883 pagg. 18-9. 

(5] Ivi, pag. 57. 



CANZONI POPOLAEI IN EUZZANTE ^ 315 

Come s'è detto ser Thomao, il quale ha reci- 
tata Tottiiva, non mostra però ricordare altro che com- 
ponimenti dì strambottisti celebri, onde crediamo che 
anche questa canzone egli non 1' abbia tratta direttamente 
dal popolo, ma la ricordi alla meglio secondo che la lesse 
nelle stampe semipopolari. Il Giustiniani attingeva però 
copiosamente alla viva fonte della poesia popolare cosi 
da toglierne alcuna volta versi interi; è perciò probabi- 
lissimo che anche in questo caso egli componesse su un 
motivo preesistente nel volgo ; tanto più che in un co- 
dice perugino dello stesso secolo si trova la canzone se- 
guente che ha vari punti di contatto con la giustinianea, 
ma è molto dissimile in altri: 

Quattro parole ti voglio ridire 
Poi che m' avesti, donna, abbandonato. 
£ la prima è che tu mi fai morire, 
E r altra ch'io vi sia raccomandato: 
La terza io non la posso sofferire: 
Dammi la morte, io sono apparecchiato. 
S' io muore eh' io non sia da voi aiutato 
Vostra sarà la colpa e Io peccato (1). 

Tornando a Ruzzante, nella stessa commedia all'atto 
quarto abbiamo questi due versi di una canzone : 

E caro amore^ e dolce amore 
doneme una halestrina (2); 

sul fare dei quali troviamo nella raccolta dei poeti alla 
pavana questo principio di canto popolare: 

Caro el me amore^ 

Doname el cuorcj 

Donarne el cuore, e no me dir de no (3). 

(1) A. D' Ancona, La poesia pop. ital. , pag. 4i9, N. 39. 

(2) At. IV, pag. 33. 

(3) Op. cit, P. m, pag. 37. 



A fago pò presore zintilesche. 

Col se balla pian, 

Piripuoli, Zirandohf e Moresche, 

Caocaro in PuHtan, 

E i passi e miezi, 

N' é mii^a griezi, 

Vf sii hordieggi 

Co a i fago bie^i; 

Mena le lanche 

Per su le banche, 

^gioiella, allurianie s' te può (3). 

Le presore e i piripuoli sono citati anche da Ruz- 
zante dove dice : 4 mi a fasea pieri puoU, e presore così, 

(1) Op. cit., P. n, pag. 6Ì. — Atra = aiuterà. 

(2) Op. cit. P. IV, pag. 41. 

(3) Op. ciu P. Il, pag. 105. — Col r^ quando; griezi ^ greggi ; 
bièggi = belli. 



CANZONI POPOLARI IN RUZZANTE 317 

Scorrendo questi libri s'iDcontrano altri docnmenti 
della poesia popolare di quel secolo che qui trascriverò. 

El boaro de Chiavellin, Valerio Chiericati, morto nel 
1575 in Gandia (1), in una sua poesia dice d' esser so- 
lito di cantare mentre i buoi arano: 

La me figiuola, 

La dorme sola, 

El me maiton, 

Farariron, 

L'è inamord ne no^ ne no sa in chi (2). 

Il verso La dorme sola si riferisce forse ad una can- 
zone sul genere di quella e La vedovella quando dorme 
sola » che viene ricordata in parecchi scrìtti del secolo 
XVI (3), dell'altra di Ruzzante già riportata. 

El me maiton con quel che segue ci richiama in- 
vece a questo verso del centone bolognese: 

n mio matOD sé inamorò da mate (4); 

e forse è tutt'una questa canzone con quella a ballo, 
comune allora nella campagna vicentina e padovana, di 
cui fa menzione un altro poeta alla pavana, Braghin Gal- 
diera de Forabusi da Bolzan ossia Giambattista Galderarì, 
nato nel 1541 e morto nel 1590 (5), nel verso: 

Sa dixe che ve sono el bel matton (6), 



(1) Giovanni Da Schio, Saggio del dialetto vicentino^ Padora, 
Sicca, 1855, pag. 38. 

(2) Op. cit., P. II, pag. 102. — Inamorò =: innamoralo. 

(3) A. D' Ancona, La poesia pop. it. pag. 95-7. 

(4) S. Ferrari, Docum. ecc., pag. 7, ▼. 27. 

(5) A. Palesa, Le Laide de Braghin Caldiera de Forabusi da Boi- 
zan, Padova, Prosperinì, 1873, pag. 3. 

(0) Ms. cit. a cart 11. r. 



secolo. Un numero considerevole di verseggiatori, che si 
vantavano di derivare la loro arie dal gran Ruzzante (3), 
continuarono a scrivere in quel dialetto e ci lasciarono, oltre 
qualche opuscolo, un'ampia raccolta dì rime divise ìn 
quattro parti, la quale andò per le stampe più volte dal 
1558 al 1659 sotto il nome dei tre più noti in quel ge- 
nere. Magagnò ossia Giambattista Maganza seniore , nato 
nel 1509 o 1513, e morto nel 1586 (4) , Mmon cioè 
Agostino Rava o Rapa, morto nel 1583 (5) , e Begollo 
ossia Bartolomeo Rustichello. 



(1) Vicenza, 1598, pag. 17 r. 

|2) Op. CL(., App. Ili e più parti cola rmenlc a pag. ili, d. 6 e pag. 
119, n. 1 e 3. 

(3) « i}iiel gran Riizanle che n' ha insegnò a nu • dice Magagnò 
(io terza parie delle fìime di MAGAfiNÒ, pag. 75). 

(4) D. Domenico ÌIoutolan, Giambatlisla Magamo $en., Bassano, 
Roherli, 1883 pagg. IS-U, 

(5) Ivi, pag. 57. 



CANZONI POPOLAEI IN SCZZAK 

citato dal Calmo (1) e il verso seguente 



Sier cuchier la cuchiera con la coi 

Un altro ballo nominato pnre dal I 
del capello , che Taogno Figaro cioè Mici 
seniore o Luigi Valmìirana (3) , ricorda 

Polla, mo que dolzooe 
A. sentìa quando, che el bai del i 
Te me menavi incirca mi, e me fi 

Anche, fra questi nostri rimatori 
cordata la Girometta: 

Co a cantari con ti Za Gieromett 

della quale il Ferrari si è già occupato 
Vi troviamo inoltre anche questi altri 



(1) iTt, pag, 293, lib. IV, lelU 18, dove é qi 
inleressanle : < Ancora ch'el sìa dcfereolia da le 
antighe, pur ai più del vulgo ghe piase, quesla p 
Eoioso, auella, fortuna, torela ma vilan. Tanti de spi 
descarga piere, la conchiera, bassadania, lassela . 
le parU cuor mio caro, et loresaa che canta in s 
dal canto fegurao >. 

(2) S. FennAEu, Doc. ecc.. pag. 10, ». 39. 

(3) Da Scmo, op. ciL, pag. 38. 

(i) Smissioggia \ de sonagitti, camon, \ e tmarrgale m Ungua j 
pavana. { De Tuogno FlGAtto da CaesPAORO \edeiu)to<pie aiiri buoni 
tttgolari del \ pavan, e veteitlin. \ Parte Prima \ \ In Padova, j MDLXXXVI, 
foglio D. ± 

(5) Op. CiL, P. It, pag. 61. 

(6) Docum., pag. 7-8, n. 29 e App. IH; Canzoni rieordaU neil'In- 
cotenalura del Bianchino nel Giomaie di Filologia Romania, n. 7, pag{. 
85-86 ; L' inùatenatura del Bianchina (Nuove ricerche), nel GiontaU Li- 
guttico. Anno XV (1888), Fase lU-lV, pagg. 8-17. 



L' altìma canzone ha riscontro col verso del centone 

bolognese : 

L' equa del trauacon mena gran vento (6). 

Dopo di ciò chiuderò volentieri il mio lavoretto con 
ana specie di incatenatura di alcune poesie, le quali si 
trovano dì seguito per entro una composizione di Menon, 
alterate però nella forma metrica per l' adattamento 
subito : 



(1) TuoGNO Figaro, op. cit., foglio B2. 

(2) Ivi, foglio K 2 r. 

(3) Op. cit., P. IV, pag. 41. 

(4) A. D'Ancona, La poesia pop. Hai, pagg. 96-67; S. Ferrari, 
Doeum., pag. 3, n. 16; A. Zenatti, op. cit., pag. 178. 

(5) Ms. cit., a car. 8. 

(6) S. Ferrari, Docum., pag. 10, v. U. 



CANZONI POPOLAKI IN RUZZANTE 317 

Scorrendo questi libri s'incontrano altri documenti 
della poesìa popolare di quel secolo che qui trascriverò. 

El boaro de Chiavellin, Valerio Chiericati, morto nel 
1575 in Gandia (1), in una sua poesia dice d' esser so- 
lito di cantare mentre i buoi arano: 

La me figiuola, 

La dorme sola, 

El me matton, 

Farariron, 

L'è inamord ne no^ ne no sa in chi (2). 

Il verso La dorme sola si riferisce forse ad una can- 
zone sul genere di quella e La vedovella quando dorme 
sola » che viene ricordata in parecchi scrìtti del secolo 
XVI (3), dell'altra di Ruzzante già riportata. 

El me matton con quel che segue ci richiama in- 
vece a questo verso del centone bolognese: 

n mio matOD sé inamorò da mate (4); 

e forse è tutt'una questa canzone con quella a ballo, 
comune allora nella campagna vicentina e padovana, di 
cui fa menzione un altro poeta alla pavana, Braghin Gal- 
diera de Forabusi da Bolzan ossia Giambattista Galderarì, 
nato nel 1541 e morto nel 1590 (5), nel verso: 

Sa dixe che ve sono el bel matton (6), 



(1) Giovanni Da Schio, Saggio del dialetto vicentino^ Padora, 
Sicca, 1855, pag. 38. 

(2) Op. cit, P. II, pag. 102. — Inamorò = innamoralo. 

(3) A. D'Ancona, La poesia pop. it. pag. 95-7. 
(i) S. Ferrari, Docum, ecc., pag. 7, ▼. 27. 

(5) A. Palesa, Le Laide de Braghin Caldiera de Forabusi da Boi- 
zany Padova, Prosperini, 1873, pag. 3. 
(0) Ms. cit. a cart 11. r. 



Nel nostro caso questa caozone viene legandosi con 
r altra afllne, ìn cui la giovane esprìme pure il desiderio 
di maritarsi, senza dire però con chi, e la madre la 
esorta ad attendere con pazienza. Di questa , oltre il 
ricordo dell'Aretino net Maniscalco (4), si ha una reda- 
zione, a quanto pare intera, che il Ferrari trasse da una 
stampa veneziana. Il principio è questo: 

Madre mia, ma riderne, 
cèh non pos,so più durar, 
e mi sento il cor mancar. 
se vel dico, perdoneme; 
Madre mia, maridcme. 



(If Op. cil., P. IV, pagi!- li-Ì5. — Diiian e digon = diciamo; 
anjn = andremo. 

(2) S. FEnitAHi, Docam., pag. 11, v. 18; L incaltn. ec. pag. 10. 

(3) Op. ciL, pag. 415. 

(4) A. D' Anconì, La pania pop. p. 37. 



CANZONI POPOLARI IN RUZZANTE 325 

Fia mia, dura dura, 
fin che r è la charestia, 
poi ti troverò ventura, 
come che abondantia sia; 
non si poi trovar la via 
de trovar boni partidi; 
tai par ricchi, che ha falidi, 
che r è perso la ventura. 
Filia mia, dura dura. 
Madre, non posso durar (1). 

L' ultima canzone, che principia col verso Se F acqua 
che ven zó, è certo una variazione dello stesso poeta 
Menon sul solito argomento popolare, che troviamo cosi 
di frequente usato dai poeti alla pavana (2) ed è pure 
comune cosi negli strambotti del quattrocento, come 
nelle canzoni popolari moderne di tutta l' Italia. 

Emiuo Loyarini 



(1) Docum.y pag. 22, App. III. 

(2j Cfr. op. cil., P. I, p. 62; P. Il, pag. 53 ecc. 



desse lettura e fors' anche comunicasse copia di singoli 
canti della Comedia agli amici, letterati o suoi protettori, 
nessuna testimonianza attendìbile ci licenzia ad aHermare 
pubblicato {in parte, s'intende) il Poema divino innanzi 
alla morte dell' autore. Le scarse allusioni alla Comedia 
che si possono rinvenire nei coetanei di Dante , e che 
furono già citate come prova della divulgazione del Poema 
in vita dell'Alighieri, oltre che sono di per sé stesse molto 
discutibili (1), mi pare che perdano ogni valore di fronte al 
fatto evidentissimo, che soltanto dopo il 1321, e cioè dopo 
che i figliuoli ebbero dato in luce il poema paterno, incomin- 
cia quel movimento letterario intorno all' opera di Dante 
che non avrebbe dovuto mancare anche prima, se la Come- 
dia fosse stala resa pubblica nel senso vero e proprio. Dico, 
le censure degli invidiosi, e le difese degli ammiratori, 
le imitazioni , le chiose, le dichiarazioni , tutta insomma 

(I) Ctr. WiTTE, Danleforschungen, I, 137 e Gasparv, Stono della 
Ult. itat.. I, p. i63. 



F. KOEDIOER — CAPITOLI W GUIDO DA PISA 327 

quella serie svariatissima di scritture che sgorga abbon- 
dante dalla Comedia fino dai primi momenti ; fiumana che 
via via ingrosserà d' anno in anno , di secolo in secolo , 
e che durerà fin che duri negli uomini Y ammirazione 
d'un grande carattere, di uh grandissimo ingegno, di 
un'arte immortale. 

Codesto ritegno dell' Alighieri a dar fuori le parti 
già compiute del suo massimo lavoro, non mi sembra 
tanto, come opinarono Ugo Foscolo (1) ed altri, effetto di 
timore che Dante potesse avere per la troppa franchezza del 
suo linguaggio e per gli arditi giudizi morali e politici ch'egli 
avea dati dei contemporanei , ma piuttosto naturale con- 
seguenza del carattere sdegnoso e riserbato del Poeta, 
certamente alieno dal mettere in luce 1' opera fin eh' ella 
non fosse compiutissima in tutte le sue parti. Troppe spe- 
ranze egli poneva in questa pubblicazione! 

Se mai continga che il poema sacro, 
al quale ha posto mano e cielo e terra, 
si che m'ha fatto per più anni macro, 

vìnca la crudeltà, che fuor mi serra 
del bello ovile ov' io dormii agnello, 
nimico ai lupi che gli danno guerra, 

con altra voce om^, con altro vello 
ritornerò poeta, ed in sul fonte 
del mio battesmo prenderò il cappello. 

Ma la morte sopraggiunse il Poeta non appena egli 
ebbe levata la mano dagli ultimi canti del Paradiso ; e se 
cosi ella risparmiò forse la più amara delusione all' esule 
artista, il quale domandava la patria in nome dell' opera 
sua sovrana, non però la più adatta a sopire gli odi 
ond' egli era stato cacciato , certo anche essa coli' autore 
colpi il poema. Perché è molto probabile che questo, 

(1) Discorso sul testo del poema di Dante, cap. 30 e segg. 
Voi. I, Parte I. 22 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 329 

dubitare che ne spetti la paternità a lui, e non al fratello 
maggiore, Piero, cui lo assegnano alcuni codici, ma pochi 
e relativamente recenti (1). E l'erronea attribuzione si 
spiega benissimo col fatto che in più manoscritti i ternari 
si intitolano semplicemente da un figliuolo di Dante. 

Sappiamo inoltre dalla didascalia del sonetto, onde 
Jacopo accompagnò a Guido da Polenta, allora capitano del 
popolo in. Bologna, la prima copia della Comedia e il suo 
Capitolo {% che questo fu composto nel 1322, si che ad 

A quelle descrìtte dai due bibliografi si aggiunga un'edizione, fatta fuor 
di dubbio in Firenze con le seguenti indicazioni tipografiche : e Utopia, nel 
mese di maggio Tanno DKXGV della nascita di Dante >. 

(1) A Piero il capitolo é attribuito nei codici seguenti: 1. Lauren- 
ziano, plut XXVI sin. 1 ; 2. Laur.-Strozziano GLXI (in ambedue va unito 
al Capitolo di Bosone e al Raccoglimento del Boccaccio); 3. Magliabe- 
chiano, SS. Annunziata 1262; 4. Trìvulziano XVII; 5. Corsiniano-Ros- 
siano 5; 6. Ck>dic8 Albani {Batines, n/ 360); 7. Barberìniano n.* 1535 
(in questi ultimi cinque codici è accompagnato solo da quello di Bosone). 
Finalmente il codice Vaticano Ottoboniano n."* 2373 assegila a Piero i temali 
di Bosone. Ecco, secondo il catalogo del Batines, la lista dei codici, 
ne' quali occorre la poesia di Jacopo, col nome di lui o adespota: 1. 5. 
6, 12, 13, U, 20, 27, 28, 30, 31, 43, 57, 67, 71, 80, 89, 93, 95, 98, 
104, 106, 125, 129, 130, 138, 140, 145, 149, 151, 154, 167, 183, 
187, 189, 219, 231, 238, 239, 240, 244, 248, 252, 258, 260, 261, 
266, 270, 274, 279, 280, 289, 300, 313, 325, 327, 333, 350, 353, 
355, 359, 361, 376, 385, 389, 398, 399, 404, 414, 415, 423, 425, 
431, 434, 437, 438, 450, 456, 464, 465, 477, 478, 480, 481, 525, 
526, 528, 531, 537: cfr. ancora lo stesso Batines, I, I, p. 214. 

(2) U sonetto, pubblicato per la pnma volta m\V Albo dantesco 
mantovano (1865), fu riprodotto poi dal Carducci negli Studi letterari^ 
p. 292, e da 0. Guerrini e C. Ricci negli Studi e polemiche dantesche, 
Bologna, 1880, p. 123-124. Mentre il codice parigino (Fonds de Réserve 
n.* 3, cfr. Batines, n." 414) assegna all'invio di Jacopo la data del 
primo aprile 1322, il Irivulziano XVI (cfr. Batines, n" 266) reca invece 
quella del primo maggio 1322. Il Guerrini e il Ricci propendono a ri- 
tenere esatta l'indicazione del manoscritto di Parigi; la quale però non 
s' accorda con l' asserto di ser Piero Giardini, che cioè i tredici ultimi 
canti del Paradiso non furono ritrovati se non e dopo V ottavo mese dal 
di della morte > del Poeta. 



^ (K_ *?. lìi.'iiJan di scrir^re 

,^f^j- TUts^ii L modo assD- 

^ -'.-.r."Jfc * .'iTt: astrasi c.>- 

^^..^g j= .i-nirEstg siranameiile 

.^^ i rrai'tiìi. Lr-- iSTorù e che 

^ X a- pi dabilarf- laJmio 
, )triiii-'i-' 'jj DaDle. 
,^^v Wj»i s: mL^e poi nel Z)o;- 
i i prìncipi delJa 



^ a^i « pi" oxf'ci: cfr. Batwes, 



CAPITOLI SI QVmO DÀ VJSk 331 

Ood' io da mia natura, 
non per troppo scrittura, 
ardisco a tate impresa, 
però eh' io ho difesa 
dalla mia compagnia 
d'avere Astrologia, 

che piagnendo mi dice, 
che sua vera radice 
quaggiù non è intesa 
da que' che I' han compresa: 
anzi le par travolta 
e tra bugìe ravvolta. 

Ond' eUa se ne duole, 
e riparar si vuole 
forse col mio ingegno^ 
bench' r non ne sia degno, 
a voler eh' io repeti 
filosofi e poeti... 

Ond' io volto a levante, 
Iacopo di Dante, 
incomincio mia boce 
col segno della croce, 
che mi conceda tale, 
eh' io faccia un Dottrinale (1). 

E mentre in gioventù egli aveva rìcevato gli ordini 
ecclesiastici (3) e composto versi sulla Morte, d'ispirasione 
popolare (3), io età matura lo vediamo ansioso dì ammo- ' 



(1) Raccolla di rime anlieke bacane, Palermo, 1817, IH, p. 7 e 
sere- 

(2) L Passerini in DanU e il tuo lecoìo, p. 68. 

(3) G. Carducci, Rime di m. Cina da Piiloia e if altri dd ut. 
XIV p. 213 e segg. Nel codice delta Comedia conservato nella biblioteca 
di Breslavia (cfr. Batinss a.* 536) la poeùa mila Horte li trora unita 
al Capitolo. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 333 

Là SU di sopra, perch' altri vi corra , 
della felicità dimostra i se^ni, 
a cui la sua scrittura non abborra (1). 

Anche, ammettendo le otto parti, abbiamo una mag- 
giore convenienza del Capitolo col commento prosastico 
dello stesso autore, dove è detto: < La seconda [cantica] 
in sette gradi ordinati e in due extraordinati, l'uno su- 
periore e r altro inferiore, si divide , il quale inferiore in 
cinque parti ancora è diviso ». Jacopo imaginava dunque 
il Purgatorio distinto nei cinque gradi dei negligenti, nel- 
r antipurgatorio, e in otto parti ; sette delle quali corri- 
spondono alla scala dei peccati, l'ultima forma il pas- 
saggio al Paradiso. La terza cantica egli distingue 
senz' altro in nove parti. 

La Divisione di Jacopo incontrò assai il favore dei 
pubblico, cosi che la troviamo inserita in moltissimi codici 
e antichi, o innanzi o in seguito al divino poema. Ma 
col moltiplicare delle copie si moltiplicarono anche, come 
sempre accade, gli errori e le varietà di lezione; e queste 
son tante che le tre versioni del Capitolo che abbiamo a 
stampa, si differenziano fra loro persino nel numero dei 
versi. Perciò non credo inutile ridarne qui in appendice 
il testo migliorato col sussidio di alcuni manoscritti fio- 
rentini. Non pretendo di offrire un' edizione critica defi- 
nitiva dell' importante capitolo , si di contribuirvi e in- 
sieme mostrare la pochi attendibilità dei testi a stampa (2). 

Certo più recenti della Divisione sono le illustrazioni 
particolari della Comedia inserite da Jacopo nel suo Dot- 



(1) In alcuni manoscritti questa terzina è unita alla terza parte del 
capitolo. 

(2) Appendice I. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 335 

è certo casuale, perché i due sommari poetici hanno anche 
notevoli panti intrinseci di contatto. In fatti, non solo essi 
mostrano erniose somiglianze di espressione, ma sembra- 
no, direi quasi, composti per accordo fra i due autori, tanto 
perfettamente si completano a vicenda: quello di Jacopo 
inteso unicamente alla esposizione delle parti, quello di 
Bosone invece alla spiegazione delle principali allegorie. 
Né sarebbe troppo ardito supporre che il cavaliere di Gul>- 
bio, già amico di Dante e forse anche del figliuolo, e certo 
uno dei primi lettori e ammiratori della Comedia, avesse 
cognizione del compendio di Jacopo ed imaginasse quindi 
di completarlo con un secondo capitolo, che per ciò i tra- 
scrittori del poema appaiarono subito al primo. Infatti, 
come già accennavo, le terzine di Bosone non si trovano 
se non in pochi casi, scompagnate dalla Divisione^ mentre 
questa occorre, assai spesso, anche isolata (1) : altra prova 
se bisognasse, dell' antichità maggiore di essa ed insieme 
altro e non dispregevole argomento per la cassazione dei 
manoscritti della Comedia. Non è possibile in alcun modo 
determinare la data della composizione del capitolo di 
Bosone : certo i versi 



414, 434, 438, 456, 464, 514, 526 e 528. In quasi tutti questi codici 
essa é accompagnata dal Capitolo di Jacopo; sta isolata nei soli mano- 
scrìlli 307 e 388. Nel n."" 329 porta il nome di Piero Alighieri. Raris- 
sime volte occorre staccata dal Poema di Dante (cfr. Batines, op. cit, 
p. 215 e seg. e Mazzatinti, Bosone da Gubbio e le sue opere in Studj 
di filologia romanza, fase. II, p. 329, n. 1). 

(1) V. la nota precedente. Ecco la lista dei codici in cui il Capitolo 
di Jacopo non é accompagnalo da quello di Bosone: Batines, n.^ 6, 20, 
27, 39, 71 , 89, 125, 129, 140, 149, 183, 189, 231, 240, 244, 248, 
252, 266, 313, 327, 350, 355, 465, 477, 478, 480, 481, 525, 531, 
537. Cf. Batines, op. cit. I, I, p. 214. A questa lista non si possono 
contrapporre che tre soli codici dove il Capitolo di Bosone si trova iso- 
lato. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA ' 337 

velazioni sul significato delle allegorie dantesche: Bosone, 
come già Jacopo, accenna molto sommariamente e solo le 
cose principali. Però né la sua dichiarazione né la Divi- 
sione del figlio di Dante recano alcun utile allo studioso 
moderno della Comedia; e se in quei primi tempi, man- 
cando più ampie illustrazioni, furono giudicate giovevoli 
per modo che fecero quasi parte integrale del poema 
deirAlighieri , oggi esse non hanno per noi che un valore 
storico. Non è infatti improbabile che Bosone sia stato 
il primo a tentare la spiegazione di certe allegorie dan- 
tesche. Egli, per esempio, dà all'autore l'età di 35 anni 
allorché cominciò a scrivere la Comedia, mentre i più 
antichi commentatori pongono il < mezzo del cammin di 
nostra vita i» tra il 32^ e il 34'' anno, meno Jacopo della 
Lana (e l'Ottimo con lui), che forse attinse dal nostro. 
Perché, mentre i versi di Bosone: 

Io dico eh' anni trentacioque avendo 
l'autor, che sono il mezzo di settanta, 
dai quali in su si viVe poi languendo, 

sembrano derivati direttamente dal salmo LXXXIX (v. 10): 
« Dies annorum nostrorum in ipsis , septuaginta anni. Si 
autem in potentatibus, octogìnta anni et amplius eorum 
labor et dolor » , le parole del commento Laneo, pure in- 
dicando l'anno 35**, non mostrano nessun rapporto col 
testo biblico. Notevole, perché conforme alla sentenza più 
accetta ai giorni nostri, è pure l' interpretazione delle al- 
legorie del gran carro trionfale che muove incontro a 
Dante, giunto alla fine del Purgatorio. Bosone riconosce 
nei sette . candelabri i sette doni dello Spirito Santo, nei 
ventiquattro seniori i libri della Bibbia, nei quattro ani- 
mali gli evangelisti, nel grifone il simbolo di Cristo, nelle 
tre donne dalla ruota destra le virtù teologali, nelle quat- 
tro dalla sinistra le virtù cardinali, nei due vecchi in abito # 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 339 

Assai maggiori proporzioni assume la dichiarazione 
poetica di Guido da Pisa. In questa^ alla notizia delle 
parti del Poema si aggiunge un commento parziale del 
testo. Ma se con allargar la tela il frate carmelitano, in- 
vece d'una nuda enumerazione dei capitoli danteschi, è 
in grado di presentarci un quadro dai colori assai più 
vivaci e poetici , anche, e appunto per ciò, egli s' allontana 
già da quel più modesto intendimento primitivo che ab- 
t>iamo studiato in Jacopo e in Bosone, tanto da comporre 
un piccolo poema, il quale a sua volta ha bisogno di 
commento, e che di fatto fu commentato dallo stesso 
autore con una continua chiosa latina. 

Ciò del resto non toglie nulla al merito del poe- 
metto che abbiamo pubblicato, dove Guido, quale già lo 
conoscevamo dai Fatti d'Enea, si mostra un' altra volta 
ammiratore entusiastico di Dante, 

del grande doctore 
per cu' vive la morta poesia (1); 

e Ipse enim poeticam scientiam suscitavit et antiquos 
poetas in mentibus nostris reminiscere fecit » , elogio che 
mi pare importante quando si pensi che il frate pisano, 
contemporaneo del poeta, era giudice competente dell' in- 
fluenza che questi aveva esercitato sul movimento lette- 
rario de' suoi tempi. Vero è che la mancanza di notizie 
precise della vita di Guido non permette di stabilire, anche 
approssimativamente, la data della sua Dichiarazione : tutta- 
via non credo che si debba sbagliare a collocarla nel terzo 
decennio del secolo. Il nome di Lucano Spinola, cui Guido 
dedica i suoi versi, è già in carte del 1323; e il frate 



(1) Cf. Purgatorio I, 7. 





m. Francesc:i 

Incano 

(in aiti I33:{-Ì7) 

m. Nicolella Bulgnro qm. Giuliano 

(in alti del 1329) 


Gldinno 


Benedelta 



m 
Bartolomeo da Barlolomeis 

di Scstrì Levante 
Sua (Iole (Ij lire 400 in atti 
del noLiio Ciò. Pammoteo, iHì. 
La (Igliazione di Lucano siirrireiStn, è desnnla dal Federici, Abfce- 
. dono delle Famiglie tintali di Genm-a (ms. del scc XVII , nella BiblìoL 
della Missione Urbana). Il Battilana, Genealogia della Famiglia Spinola. 
p. 59, dà inTece per figli di Lucano ; Maria, in Carlo Spinola a. lilfl 
del qin. Giuliano; e Antonio, a. U19 marito a Pietra Vivaldi, qm. Gof- 
frcdi, Tedova no! H2Q. Ma la troppa dilTerenui degli anni dice chtnro 
che questi devono essere figli di un Lucano juniore, dello stesso ramo di 
S. Luca, il quale visse nei principi del secolo XV. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 341 

recare due altri argomenti; cioè che Guido nel commento 
latino alla Gomedia, che tien dietro alla Dichiarazione nei due 
codici per i quali ci è nota, tace affatto della caduta in Arno 
della statua di Marte, avvenuta nel 1333, e che il compila- 
tore dell'Ottimo potè già giovarsi dell'opera del frate pisano. 
Ma né coU'uno né coU'altro arriveremmo a conclusioni utili, 
perchè Guido, non dimorando a Firenze, poteva benissimo 
ignorare un fatto di cosi poca importanza, quale la rovina 
deir idolo fiorentino; e perché, quanto all' Ottimo, non è 
possibile precisare l'epoca in cui le singole parti ond' esso 
si compone vennero fuse insieme. Maggior luce nella non 
facile quistione possiamo invece aspettarci dai documenti 
relativi al frate pisano che, come sento, verranno pubbli- 
cati fra breve dal prof. P. Paganini, i quali forse potrebbero 
anche rendere superflue le indagini già da me fatte per 
mezzo di ragioni inteme e di pazienti confronfi del 
commento latino di Guido con altre chiose -della prima 
metà del trecento , indagini di cui comunicherò i risultati 
in un prossimo lavoro sui commentatori della divina 
Gomedia. 

I codici che contengono la Dichiarazione sono o 
della fine del trecento o del principio del secolo XV. Il 
Batines (II, 137) non cita che un manoscritto solo, di 
proprietà del marchese Archinto; ma nella seconda parte 
del Sale Catalogne (n"* 3684) della Biblioteca Sunderland, 
pubblicato nel 1882 , ne venne in luce un altro 
della prima metà del quattrocento, che fu acquistato al 
prezzo di 101 sterline dal Museo Britannico, ove oggi si 
conserva, segnato Add. Ms. 31918 : di quest' ultimo , che . 
generalmente è abbastanza corretto , mi servii per la 
stampa (1). In ambedue i codici si legge inoltre il testo 

(1) Nel testo stampato al v. 210 é occorso un errore tipograGco; 
si legga: e e le ricchezze calcate el ruscello ». Cosi al y. 116 si cor- 



(in ani dal 128i al 1323) 

m. Francescii 

I 

Lucano 

(in alti i^i^'il) 

L Nicoletta Bulg.iro qm. Giuliano 

(in ani del 13:^9) 



lìartolomeo da fiartolomcis 

di Scslri Levante 
Sua dote di lire iOO in aUi 
de] notaio GÌo. Pammolco, 1312. 
La lìgliazionc di Lucano siirrirerita, è desunta dal rF.DEniCl, Abece- 
dario delie Famiglie nobili di Genova (ms. del scc. XVII , nella BiblìoL 
della Missione Urbana). Il Battilana, Genealogia della Famiglia Spinola. 
p. 59, dà invece per tìgli di Lucano: Maria, in Carlo S|)iiiola a. tilt) 
del qm. Giuliano; e Antonio, a. 1419 inalilo a l'iclra Vivaldi, qm. Gof- 
frcdi, vedova nel 143(4. Uà la troppa ditTcrenza degli anni dice chiaro 
che quesli devono essere figli di jn Lucano juniore, dello stesso ramo di 
S. Luca, il quale visse nei principi del secolo XV. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 341 

recare due altri argomenti; cioè che Guido nel commento 
latino alla Gomedia, che tien dietro alla Dichiarazione nei due 
codici per i quali ci è nota, tace affatto della caduta in Arno 
della statua di Marte, avvenuta nel 1333, e che il compila- 
tore dell'Ottimo potè già giovarsi dell'opera del frate pisano. 
Ma né coU'uno né coU'altro arriveremmo a conclusioni utili, 
perchè Guido, non dimorando a Firenze, poteva benissimo 
ignorare un fatto di cosi poca importanza, quale la rovina 
dell' idolo fiorentino; e perchè, quanto all' Ottimo, non è 
possibile precisare l'epoca in cui le singole parti ond' esso 
si compone vennero fuse insieme. Maggior luce nella non 
facile quistione possiamo invece aspettarci dai documenti 
relativi al frate pisano che, come sento, verranno pubbli- 
cati fra breve dal prof. P. Paganini, i quali forse potrebbero 
anche rendere superflue le indagini già da me fatte per 
mezzo di ragioni interne e di pazienti confronfi del 
commento latino di Guido con altre chiose ^ella prima 
metà del trecento , indagini di cui comunicherò i risultati 
in un prossimo lavoro sui commentatori della divina 
Gomedia. 

I codici che contengono la Dicìiiarazione sono o 
della fine del trecento o del principio del secolo XV. Il 
Batines (II, 137) non cita che un manoscritto solo, di 
proprietà del marchese Archinto; ma nella seconda parte 
del Sale Catalogne (n"* 3684) della Biblioteca Sunderland, 
pubblicato nel 1882 , ne venne in luce un altro 
della prima metà del quattrocento, che fu acquistato al 
prezzo di 101 sterline dal Museo Britannico, ove oggi si 
conserva, segnato Add. Ms. 31918: di quest'ultimo, che. 
generalmente è abbastanza corretto , mi servii per la 
stampa (1). In ambedue i codici si legge inoltre il testo 

(1) Nel testo stampato al v. 210 é occorso un errore tipografico; 
si legga: e e le ricchezze calcate el ruscello ». Cosi al y. 116 si cor- 



che questi devono essere figli di un Luchino juniore, dello slesso ramo di 
S. Luca, il quale vìsse nei principi del secolo XV. 



(in ani I3ì:(-Ì7) 

m. Nicolclla Kiilgnro qm. Giuliano 

(in ;,tli del 1329) 

I i 

Giuliano Reneaelta 

Itudoioineo da Barlolomeis 

di Scstri [.evante 
Sua doic di lire 400 ìn atti 
dfìl noUnio Gio. Pammoleo, 1343. 
La figliazione di Lucano surrireriui, (■ desunta dal Ff.derlci, Abeee- 
dario delle Famiglie nobili di Genova (ms. del sec. XVII , nella BiblioL 
della Missione Urbana). 11 Battilana, Gfnenloijia della Famiglia Spinola. 
p. 59, di invece perliglidi Lucano: Maria, in Carlo Spinola a. U19 
del qm. Giuliano; e Antonio, a. 1419 tnarilo a l'ielra Vivaldi, qm. Got- 
frodi, vedova nel 143'J. Ha la troppa dilTcrcnza deyli anni dice chiaro 
che questi devono essere [igli di un Lucano Juniore, dello stesso ramo di 
S. Luca, il quale visse nei prìncipi del secolo XV. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 341 

recare due altri argomenti; cioè che Guido nel commento 
latino alla Comedia, che tien dietro alla Dichiarazione nei due 
codici per i quali ci è nota, tace affatto della caduta in Amo 
della statua dì Marte, avvenuta nel 1333, e che il compila- 
tore dell'Ottimo potè già giovarsi dell'opera del frate pisano. 
Ma né coll'uno né coU'altro arriveremmo a conclusioni utiU, 
perchè Guido, non dimorando a Firenze, poteva benissimo 
ignorare un fatto di cosi poca importanza, quale la rovina 
dell' idolo fiorentino; e perchè, quanto all'Ottimo, non è 
possibile precisare l'epoca in cui le singole parti ond' esso 
si compone vennero fuse insieme. Maggior luce nella non 
facile quistione possiamo invece aspettarci dai documenti 
relativi al frate pisano che, come sento, verranno pubbli- 
cati fra breve dal prof. P. Paganini, i quali forse potrebbero 
anche rendere superflue le indagini già da me fatte per 
mezzo di ragioni inteme e di pazienti confronfi del 
commento latino di Guido con altre chiose ^ella prima 
metà del trecento , indagini di cui comunicherò i risultati 
in un prossimo lavoro sui commentatori della divina 
Comedia. 

I codici che contengono la Dicìiiarazione sono o 
della fine del trecento o del principio del secolo XV. Il 
Batines (II, 137) non cita che un manoscritto solo, di 
proprietà del marchese Archinto; ma nella seconda parte 
del Sale Catalogne (n"" 3684) della Biblioteca Sunderland, 
pubblicato nel 1882 , ne venne in luce un altro 
della prima metà del quattrocento, che fu acquistato al 
prezzo di 101 sterline dal Museo Britannico, ove oggi si 
conserva, segnato Add. Ms. 31918 : di quest' ultimo , che 
generalmente è abbastanza corretto , mi servii per la 
stampa (1). In ambedue i codici si legge inoltre il testo 

(1) Nd testo stampato al y. 210 é occorso un errore tipograflco; 
si 1^^: e e le ricchezze calcate el ruscello ». Cosi al y. 116 sì cor- 





m. Francesca 




Lneano 




(in ani 13^3-17) 




in. Nicolella liulgaro qm. Giuliano 




(in atii del 13:*!>) 


1 

Giiilinno 


Benedetta 



Itartolomeo da Barlolomeis 

di Sc$lri Levante 
Sua dote (li lire JOO in atti 
del noLiio Ciò. Tainnioleo, 13i2. 
La figliazione di Lucano sumteriti, e desunta dal Kederici, Abree- 
, dario drlle FamiijUe nobili di Gtnora ( ms. del scc. SVll , nella BiblioU 
della Missione Urbana). Il Battilani, Genealogia della Famiglia Spinola, 
p. 59, dà invece per lìgi! di Lucano: Maria, in Carlo Spinola a. liti) 
del qm. Giuliano; e Antonio, a. 1119 marito a Pietra Vivaldi, qm. Gof- 
fredi, vedova nel 1139. Ha la troppa dilTcrcnza degli anni dice chiara 
che quesU devono essere figli di un locano juniore, dello stesso ramo di 
S. Luca, il quale risse nei principi del secolo XV. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 341 

recare due altri argomenti; cioè che Guido nel commento 
Ialino alla Gomedia, che tien dietro alla Dichiarazione nei dae 
codici per i quali ci è nota, tace affatto della caduta in Amo 
della statua di Marte, avvenuta nel 1333, e che il compila- 
tore deirOttimo potè già giovarsi dell'opera del frate pisano. 
Ma né coU'uno né colPaltro arriveremmo a conclusioni utib\ 
perché Guido, non dimorando a Firenze, poteva benissimo 
ignorare un fatto di cosi poca importanza, quale la rovina 
deir idolo fiorentino; e perché, quanto all' Ottimo, non è 
possibile precisare l'epoca in cui le singole parti ond' esso 
si compone vennero fuse insieme. Maggior luce nella non 
facile quistione possiamo invece aspettarci dai documenti 
relativi al frate pisano che, come sento, verranno pubbli- 
cati fra breve dal prof. P. Paganini, i quali forse potrebbero 
anche rendere superflue le indagini già da me fatte per 
mezzo di ragioni inteme e di pazienti confronfi dei 
commento latino di Guido con altre chiose ^ella prima 
metà del trecento , indagini di cui comunicherò i risultati 
in un prossimo lavoro sui conunentatorì della divina 
Comedia. 

I codici che contengono la Dicìiiarazione sono o 
della fine del trecento o del principio del secolo XV. Il 
Batlnes (II, 137) non cita che un manoscritto solo, di 
proprietà del marchese Archinto; ma nella seconda parte 
del Sale Catalogne (n"* 3684) della Biblioteca Sunderland, 
pubblicato nel 1882 , ne venne in luce un altro 
della prima metà del quattrocento, che fu acquistato al 
prezzo di 101 sterline dal Museo Britannico, ove oggi si 
conserva, segnato Add. Ms. 31918 : di quest' ultimo , che 
generalmente è abbastanza corretto , mi servii per la 
stampa (1). In ambedue i codici si legge inoltre il testo 

(1) Nel testo stampato al v. 210 é occorso un errore tipograflco; 
si legga: e e le ricchezze calcate el ruscello ». Cosi al y. 116 si cor- 



340 F. BOEBIGBR 

pisano s'indirizza, se io non erro, a lai come a nn gio- 
vine, anzi, come a sao discepolo (1). 

Una determinazione più precisa potremmo avere se 
Guido si esprimesse con più chiarezza là dove difende 
le dottrine esposte nella Comedia dalle accuse di eresia. 
Se codesta apologia, dico, si potesse riferire alle invettive 
che Cecco d'Ascoli, come mostrerò altrove, pronunziò 
probabilmente fino da quando professava nello studio 
bolognese e che poi consacrò nella sua Acerba, avremmo 
almeno un punto fisso per la cronologia della Dichiara- 
zione. Per togliere codesta incertezza, si potrebbero ancora 

(1) Debbo alla gentilezza del sig. L. T. Belgrano il sdente alberetto 
genealogico: 

Giorgio Spinola qm. Guido 

del ramo di S. Luca 
(in alU dal 1284 al 1323) 

m. Francesca 

Lucano 

(in alti 1323-47) 

m. Nicoletta Bulgaro qm. Giuliano 

(in atU del 1329) 

; I 

Giuliano Benedetta 

in 
Bartolomeo da Bartolomeis 

di Sestri Levante 
Sua dote di lire 400 in atti 
del notaio Gio. Pammoleo, 1342. 
La figliazione di Lucano surriferita, é desunta dal Federici, Abece- 
. dolio delle Famiglie nobili di Genova (ms. del sec XVII, nella Bibliot 
della Missione Urbana). Il Battilana, Genealogia della Famiglia Spinola , 
p. 59, dà invece per figli di Lucano : Maria, in Carlo Spinola a. 1419 
del qm. Giuliano; e Antonio, a. 1419 marito a Pietra Vivaldi, qm. Gor- 
fredì, vedova nel 1439. Ma la troppa differenza degli anni dice chiaro 
che questi devono essere figli di un Lucano juniore, dello stesso ramo di 
S. Luca, il quale visse nei principi del secolo XV. 



I 

io 
jr- 



■■ canta 
1 fubulas 



'itncordaL 
-"l'quod una 
li'iuc unxit 

! (le nono et 

ititos ad nonum 

-II) eU\ 

lìiliirnis quinque 
!^;itionom eie. 

-.irtìlms Gociti etc, 
t; siiporìorìs canlus 

< (:aior de quo hic 



I ! 



irto Gociti qui dìcilur 

■;;is inferni prodeunt, 

ini rithimorum prìmus 

23 



342 F. BOEDIGBB 

deir Inferno con un commento latino , affatto diverso da 
quello sottoposto alla Dichiarazione, ma scrìtto dallo 
stesso frate Guido e dedicato a Lucano medesimo. Ed è 
notevole che, mentre secondo il Da fiuti (I, p. 189) 
Guido non avrebbe chiosato che i 27 primi canti dell' In- 
ferno, codesti codici , gli unici del testo latino che portino 
il nome del frate carmelitano, racchiudano un commento 
sopra tutta la prima cantica. Invece un terzo manoscritto 
della traduzione italiana, anch'esso col nome dell'autore, 
non offre che i primi 24 canti commentati da Guido, e 
continua poi colla chiosa di ser Graziolo cancelliere bolo- 
gnese. Per dare un' idea del modo ond' è congegnato d 
commento del Pisano offro in nota i principi dei capitoli 
dubbi, secondo il codice del Museo Britannico; ma non 
entro a discutere, che questo non sarebbe luogo oppor- 
tuno, la difficile quistione dei limiti del commento (1). 

Lo scopo del Poema, al dire di Guido, è di < ri- 
regga vero in verfo) e al ▼. 493 loro in /' oro. ÀI y. 411 si potrà forse 
leggere: e Procaccia arte fame ». — Ho seguilo fedelmente il codice; 
solo al ▼. 8 mutando vi in t" (t, e riordinando i versi 242-244 che nel 
ms. sono disposti cosi: 

L' una è quella che 1 su' ntellecto pone 
tutto ad accidia; ma l'altro con l'ira 
natando cerca tulle l'onde bige. 

(1) In isto XXVIII'' cantu autor tractat de nona bulgia, in qua ponit 
scismaticos et scandali seminalores. 

Deductio textus de Yulgarì in latinum: Quis posset unquam, inquit 
autor, cum verbis solummodo etc, 

Expositio litlerae: Chi porta mai, 

Voiens autor de nona bulgia in qua sunt scismatici etc. 

In isto XXVnn^ cantu ac etiam in sequenti autor tractat de decima 
et ultima mala bulgia: in qua etc. 

Deductio textus de yulgarì in Latinum. Gantum enim istum autor cum 
precedenti taliter continuando coniungìt etc. 



CAPITOLI DI QUIDO DA PISA 343 

mover la gente dal camin manco e seguitar lo destro ». 
Dante figura in sé stesso V uomo che per sua natura 
terrena è schiavo dei tre vizi capitali: della lussuria nel- 
l'adolescenza, della superbia in gioventù, dell'avarizia 
neir età matura. Da codesti peccati , simboleggiati nelle 
tre fiere, egli può per altro redimersi con l'aiuto di Vir- 

Expositio lìtterae. La molta gente. 

Dicit hic autor quod propter multitudinem gentium etc 

^ Io isto IXX*^ cantu autor tractat de ipsa eadem mala bulgia. 

Deductio textus de vulgarì in Latinum. In precedenti namque cantu 
autor incepit de falsariis pertractare etc 

Expositio litlere. Nel tempo che Junon, Jupiter secundum Ikbulas 
poetarum cum Semele etc. 

In isto XXXI*^ cantu autor cum precedenti trigesimo sic concordaL 
Expositio littere. Una medesima lingua etc. Dicit hic autor quod una 
et eadem lingua, subaudi Virgìlium, ipsum autorem pvpugit atque unxit 

In isto XXXIP cantu et in sequentibus autor tractat de nono et 
ultimo circulo inferni etc. 

Deductio textus de vulgarì in Latinum. Deveniens Dantes ad nonum 
et ultimum drculum infemalem, qui est positus in profundo etc. 

Expositio littere. 5* t" avesse le rime etc. In bis XVI rithimis quinque 
per ordinem facit autor. Nam primo quandam facil excusationem etc 

In isto XXXIIP cantu autor tractat de duabus partibus Gociti etc. 

Deductio textus de vulgarì in Latinum. Autor in fine superìorìs canlus 
descrìpsit quomodo invenit duos peccatores etc. 

[Expositio littere]. La bocca si levò etc. Iste peccator de quo hic 
loquitur autor fuit quidam maximus baro^Pisanus etc. 

In isto. XXXinP cantu autor tractat de quarta parte Gociti qui dicitur 
Judeca. 

Deductio textus de yulgarì in Latinum : Vexilla regis inferni prodeunt, 
ait Virgilius ad autorem etc 

Expositio littere. Vexilla regis etc. Istorum trìum rìthimorum primus 
extractus est de hymno dominice passionis, etc. 

Voi. I, Parte L 23 



CAPITOLI PI GUIDO DA PISA 345 

perché quest'autore 
tanti monstri ci pone (117-18); 

però nella sua Dichiarazione egli si occupa con assai 
amore del significato degli esseri mitologici che popolano 
l'Inferno dantesco, e fedelissimo seguace anch' egli del 
nomina sunt consequentia rerum, fa derivare Caronte da 
carne, traduce Cerbero in divoratore di carne, Pluto in 
terra o luto, Slige in ira fremente, Flegias in ira. Dite 
in ricchezza, Flegetonte in ardente. Arpie in rapacità; dà 
a Medusa il significato di terrore e dimenticanza, alle Furie 
quello di eretica pravità e via dicendo. Qua e là, ma più 
scarsamente, accenna al senso allegorico di altre figure 
della Comedia, come a mo' d' esempio, nel messo di Dio 
egli riconosce la verità che apre la porta malgrado la 
resistenza del malvolere. 

Nessuna illustrazione storica dei personaggi della 
Comedia, se non fosse un cenno a Bonturo (v. 505) e 
un altro a Guido da Montefeltro: 

Qui sta vestito di fuoco il meschino, 
e ciò mostra la frodolentia eh' ebbe, 
. la qual nascose sotto il buon latino (524-26). 

In somma, sebbene non offra gran che di nuovo, la 
Dichiarazione mostra che Guido aveva un concetto in 
generale giusto del divino poema. É notevole anzi tutto 
che egli, accostandosi all' anonimo chiosatore pubblicato 
dal Selmi (1), e a Piero di Dante alloghi nel quinto cer- 
chio quattro specie di peccatori, mentre gli altri inter- 
preti non ve ne trovano che due o anche una sola. Anche 



(1) Chiose anonime, Torino, 1865, pag. 47-49. fi codice Perugino 
non consultato dal Selmi parla nelle chiose al settimo canto degli ira- 
condi, nella rubrica all'ottavo degli invidiosi, accidiosi e orgogliosi. 



i che le precedono: 

Questo scritto fé' messerfe] Giovanni 
Boccacci da Cerlaldo gran fKieta, 
che sopra '1 Dante nessun non s'inganni; 

ma dentro alle vtrtiì stea'n sua mela: 
chi se ne parte prega che si sganni 
e da lì stremi si fugga '1 più tosto, 

el sobbrio slea co(n) 'I Balista GioTanoi. 
Qui per Ire modi è [i]l Dante disposto: 
il primo con parole mollo corti; 

il secondo n' à men, dicendo 1 costo 
monstra capiiol di tutti le porti, 
cominciando seguendo suo conposto; 

il terzo modo più lungo ci ascorti 
conoscer le virtù e' vizi tosto, 
con virtù viva, dandosi fatica, 

aver de frutti santi, sod negl'orti 
di paradiso, faccendone bica, 
e pur con essi ben se ne conforti, 

pigliando essenplo ben da la formica. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 347 

L'autore di questo non tiene conto delle allegorìe, 
né si preoccupa delle varie divisioni della Comedia; ma, 
lasciando al lettore di ricostruire da sé il piano della vi- 
sione e di stabilirne il significato allegorico, egli illustra 
il testo ; e e superficialmente » ossia, come io spiegherei, 
per la parte esterna e storica , raccoglie con amore i 
nomi dei personaggi danteschi, trascurali dagli altri com- 
pendiatori che abbiamo passato in rassegna. 

Il capìtolo dunque di messer Giovanni, come quello 
cui manca ogni carattere dottrinario e dove sotto brevità 
si ripetono i fatti narrati dal Poeta, viene ad assumere 
un' impronta più positiva degli altri della stessa specie, 
e si può dire un vero ristretto del testo dantesco, titolo 
che a rigore non potrebbe invece darsi a quelli che già 
abbiamo esaminati. Anche a differenza di essi, il ristretto 
boccaccesco dedica una parte adeguata al Paradiso, che 
negli altri abbiamo veduto trascurato quasi intieramente. 

Excellente huomo famoso ne gì* anni, 

dal di per tempo infino alla conpieta 

di virtù vesti senpr* e di lor panni , 
di poesia vesti, per più lieta 

seder con lei ne' più alti scanni; 

per tua compagna sempre li fu posto; 
dove virtù monstrasti sanza 'nganni, 

beato quei che con teco m'accosto 

di grazia fosson con teco comsorti. 
Ma e' son pochi a cui non piaccia'l mosto 

perché'l soperchio vin(o) gli fa bistorti, 

perdendo la ragion cotanto tosto. 
Ma se di virtù fosson bene accorti, 

farebbon quel che fosse loro inposto; 

ma e' cinguetlan, come fa la pica. 
Sanza virtù fur, come fosson morti, 

di ben privati e povertà mendica, 

inn ogni tempo si trovan men forti, 
non sé curando mal di lor ne dica. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 349 

è la grande offeDsione per la pena; il forte passo è il 
desiderio « di lasciar la mala opinione i>.Lq tre fiere rap- 
presentano la lassuria che ci assale in gioventù, la su- 
perbia propria dell' età matura , Y avarizia compagna della 
vecchiaia. La scelta che Dante fa di Virgilio per sua 
guida 

vuol dir che come '1 suo libro studiollo 
li vizii cominciò a relassare 
et per apprender virUi seguitollo. 

Mino discorre ancora del Veltro, 

un duca eh' a ciascuna villa 

d' Italia torrà ogni sua guerra , 

di Camilla, di Turno, di Enea, d'Eurialo e Niso, di Sil- 
vio, di san Paolo; dichiara le tre luci divine: la prima 
innominata , 

perché a nostra veduta non cape 
la forma sua ombrata dallo stile, 
che prima ensegn' a far lo mele a V ape 

nome non ha se non donna gentile; 

la seconda, Lucia, in grazia della quale l'uomo comincia 
a scorgere ragione; la terza 

.... è la donna dilecta et discreta 

di tutte r altre più splendida, pura, 

la cui chiarezza passa ogni pianeta, 
penetrando da' cieli ciascuna altura, 

Beatrice chiamata, sua biltade, 

interpretata divina scriptum. 
Questa beata con sua chiaritade 

Virgilio mandò eh' aitasse Dante 

mostrando gli occhi suoi pien(i) di piatade (1). 

(1) Quest'ultime due terzine, tratte dal cod. Rice. 1036, mancano 
al testo* stampato dal RafTaelli. 



arti liberali, le porle i sette « modi donde s' entra ad 
elle » , r erba verde la fama sempre viva di ([Delli illustri 
pagani {erba però, e cioè senza pomi e fiori, perché co- 
storo furono privi del lume che solo la sacra teologìa può 
recare); il castello da loro abitato è contrapposto alla città 
del Cielo, e il fiumicelto, ossia la vagtiezza dello studio, 
al fiume abbondante dell' intelletto beato. 

Nelle ultime tredici terzine del secondo canto Mino 
fa un salto ancora più considerevole, cioè dal Limbo 
passa a dirittura al gran Veglio (canto XIV). Evidente- 
mente egli s' era già stancato, né lo nasconde là dove 
nel principio del terzo capitolo dice: 

Quanto più posso per abbreviare, 
mi stringo per passar questo quaderno, 
cosi correndo, come qui appare. 

E in fatti , con le quarantasette terzine del capitolo 
terzo egli si spaccia del resto dell' Inferno , seguitando 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 351 

assai da presso la Divisione di Jacopo, ossia esponendo 
senza particolari illustrazioni i nove gradi dell'abisso. 

Nel quarto ed ultimo capitolo dedicato alla prima 
cantica e composto dì 39 terzine, Mino ragiona della dot- 
trina del centro della terra e del computo dei giorni im- 
piegati da Dante nel viaggio infernale. 

Consimili questioni riempiono anche il primo e il se- 
condo capitolo (ciascuno di 41 terzine) della chiosa sul 
Purgatorio: nell'uno è spiegato il significato allegorico 
dei tre gradi di marmo di color diverso e quello delle 
due chiavi affidate ai sacerdoti ( canto IX ) ; nell' altro si 
discorre di Lia e di Rachele, rappresentanti della vita 
attiva e passiva. L'ultimo capitolo dichiarativo della se- 
conda Cantica è occupato quasi esclusivamente dalla gran 
processione che chiude il Purgatorio, esposta non senza 
una certa originalità. 

Nelle chiose di Mino sulla terza parte del Poema 
possiamo notare la stessa miseria che osservammo ^ià 
in quelle di Bosone. Sono in tutto quarantatre terzine, 
nelle quali l' autore, anzi che di distinguere i cieli dante- 
schi, s' indugia a insegnare che il Parnaso era un monte 
e nell'isola di Delfi >, e che Marsia 

fu di noD molto iDtelIetto, 
pratico graDde et buon ceteratore, 

e a narrare la storia della disgrazia di lui. Nel resto della 
sua esposizione. Mino torna a discorrere dell' autore della 
Comedia e lo paragona a Glauco trasformato dal gusto 
deir erba in dio marino ; cosi Dante fu trasumanato dagli 
occhi di Beatrice: 

studiando la theologia 
con pili intellecto in lei si trasformava 
et trasformato più alto vidia (1). 

(1) Cfr. Par. I, 69. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 353 

XY. Li sodomiti sono arsi qui cotti 

per UDO spacco de rena rovente 

per lo perduto lor(o) seme dolente. 
XVI. Li sodomiti misari arsi qui 

per una rena arsiccia e nnudi cotti, 

perch' el lor(o) seme semmenaro rotti (1). 

Forse il più antico esempio di questa specie sono 
quelle terzine sull'Inferno e il Purgatorio dedicate a 
Menghino da Mezzano, che ci furono conservate da un 
codice della Gambalunghiana di Rimini e vennero pubbli- 
cate non è molto dal Frati (2). Sono 68 per la prima can- 
tica e 52 per la seconda ; quelle, che certo esistevano, sulla 
terza, andarono perdute con alcuni fogli del codice. Ad ogni 
canto della Gomedia corrispondono per lo più due ternari, 
i quali incominciano con le prime parole di ciascun capo- 
verso del capitolo dantesco riassunto, richiamate però li 
materialmente, ossia senza fonderle nel contesto del com- 
pendio. Più abilmente di questo anonimo altri seppero 
adoperare i versi del Poeta per riassumere la Gomedia, 
artifizio che doveva presentarsi spontaneo alla mente di 
questi compendiatori. Gosi già Jacopo di Dante chiude la 
Divisione col primo verso del Poema, e il nostro Guido 

(1) Dal cod. Laur. XL, 25. Contiene la Commedia: tutti i canti del- 
l' Inferno (meno i e. X, XXII, XXIV, XXVII, XXXUI, e XXXIV) re- 
cano in testa una di coteste terzine. Nel Purgatorio non se ne troTano 
che tre in fronte ai canti I, XVI e XVIII; il Paradiso non ne ha alGatto. 
Ecco la prima: 

Trentacinque anni intende ch'alea 
Dante qiiand' elli incominciò questo libro, 
lassando e' vizi per diventar(e) libero. 
E sono tutte di questo stampo. Gfr. Batines, I, I, 230. 

(2) Miscellanea dantesca, p. 33 e segg. Incominciano: 

Nel mezzo del camin se trova Dante 
smarito fuor de via per selva scura, 
et le bramose fiere starse avante! 



354 F. BOEDIGIB 

incomiùcia il quinto canto della sua Dichiarazione con mezzo 
capoverso dell'ottavo dell'Inferno, e il Boccaccio o chi 
altri fu r autore del Raccoglimento alloga in principio e in 
fine de' suoi tre capitoli il primo e l' nltimo verso delle can- 
tiche corrispondenti. Ma tatti costoro volle vincere rjaa- 
tore d' un componimento che chiameremo Comedia oft- 
breviata (1); il quale iniziò ogni ternario con un verso 
del Poema: improba fatica che il povero rimatore forse 
volle dorare in utilità degli scolaretti del tempo, bisognosi 
dei capoversi danteschi , mentre nel resto i tre capitoli 
per la diflScoltà delia rima obbligata (2) e per la stret- 
tezza della strofa ridotta a un distico, riuscirono di neces- 
sità a una poverissima cosa, anzi a una compassionevole 
scempiaggine. Tuttavia ai contemporanei del poeta sem- 
bravano belli, tanto che non sì dubitò di attribuirli a Ja- 
copo di Dante, a Bosone, a Mino d'Arezzo e perfino al 
Petrarca. Ma con tutta probabilità la Comedia abbreviata 
si deve ritenere, come opinò già il Lami, opera di Cecco 
di Meo Mellone degli Ugurgierì da Siena, ricordato dal 
Crescimbeni (II, 272 e V, 4) come autore di un simile 
compendio; poiché le terzine pervenuteci nel codice III 

(1) L'esordio al primo capitolo incomincia: 

Camino di morte abbreviato Inferno 
di quanta gente da Dio ò sbandita, 
senza speranza piangendo in etemo. 
Il componimento fu pubblicato, col nome di Bosone, da Francesco 
Maria RafTaelli nel volume XVII delle Deliciae eruditorum del Lami (p. 
463 e segg). Altrove esso é attribuito a Jacopo di Dante, a Mino d'Arezzo, 
anche al Petrarca. Si trova spesso unito agli otto capitoli di Mino, ma 
occorre anche isolato, cosi nel codice Laurenz. 133 del pluteo XG sup., 
il quale porta la data del 1396. 11 Lami nelle Novelle letterarie (1756, 
col. 609 e segg.) di Fu*enze lo rivendicò a Cecco di Meo Mellone degli 
Ugurgierì. Cfr. Batines, I, I, 221 e segg. 

(2) Cosi con aleppe rimano verxeppe e greppe; con storpiOj scorpio 
e carpio ecc. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 355 

della biblioteca ginnasiale di Goerlitz, che dal Batines 
(II, 274) furono assegnate al poeta senese, e che pob- 
blicherò in appendice col namero III, non recano ponto 
quei particolari che il Crescimbeni dice proprii al som- 
mario di Cecco. 

A questa serie di ristretti poetici della Cbmedia già 
pubblicati dovremmo aggiungere quelli inediti citati dal 
Batines, se essi per la massima parte non fossero effetto 
di abbagli presi dall' illustre dantista o da altri per lui. 
Cosi quel sommario del codice Laur. XL, 29 che il Ba- 
tines (I, I, 229) dà per un nuovo compendio non è 
di fatto che una parte del Capitolo di Bosone ; Y altro 
del Mediceo-Palat. 74 (Batines ,1, I, 231 ) è semplice- 
mente un frammento della Divisione di Jacopo, e il terzo 
del cod. 133 del pluteo XC sup. nella stessa Laurenziana 
(Batines ,1,1, 230) non è che la Comedia abbreviata 
mancante della prima terzina. Cosi pure il ristretto 
poetico notato dal Ciampi nel Vallicelliano F. Ili non 
sarà slato che una cosa sola col Raccoglimento boccacesco, 
col quale coincide nel numero delle terzine (75); dico, 
sarà stato, perché il codice veduto dal Ciampi mancò alla 
Vallicelliana fin dal 1810. Certo non altro che il Rac- 
coglimento sono le terzine esistenti nel codice Tempi 
n."" 6, che il Frati aggiunse alla lista di compendi inediti 
data dal Batines. 

Questi i ristretti poetici della Comedia composti nel 
trecento e giunti a noi o ahneno a me noti. Ultima e 
meschina forma m cui vediamo ridursi Fuso di breviar 
per rima il gran poema si possono dire questi tre so- 
netti, forse quattrocentisti, che per concludere reco qui 
dal codice ashburnhamiano 184 app. 4, dove sono pre- 
messi alle tre cantiche dantesche. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 347 

L'autore di qaesto non tiene conto delle allegorìe, 
né si preoccupa delle varie divisioni della Comedia; ma, 
lasciando al lettore di ricostruire da sé il piano della vi- 
sione e di stabilirne il significato allegorico, egli illustra 
il testo ; e e superficialmente » ossia, come io spiegherei, 
per la parte esterna e storica , raccoglie con amore i 
nomi dei personaggi danteschi, trascurali dagli altrì com- 
pendiatorì che abbiamo passato in rassegna. 

Il capitolo dunque di messer Giovanni, come quello 
cui manca ogni carattere dottrinario e dove sotto brevità 
si ripetono i fatti narrati dal Poeta, viene ad assumere 
un' impronta più positiva degli altri della stessa specie, 
e si può dire un vero ristretto del testo dantesco, titolo 
che a rigore non potrebbe invece darsi a quelli che già 
abbiamo esaminati. Anche a differenza di essi, il ristretto 
boccaccesco dedica una parte adeguata al Paradiso, che 
negli altrì abbiamo veduto trascurato quasi intieramente. 

Exceliente huomo famoso ne gl'anni, 

dal di per tempo infino alla conpieta 

di virtù Testi senpr' e di lor panni , 
di poesia vesti, per piò lieta 

seder con lei ne' più alti scanni; 

per tua compagna sempre li fu posto; 
dove virtù monstrasti sanza 'nganni, 

beato quei che con teco m'accosto 

di grazia fosson con teco comsorti. 
Ma e' son pochi a cui non piaccia'l mosto 

perché'l soperchio vin(o) gli fa bistorti, 

perdendo la ragion cotanto tosto. 
Ma se di virtù fosson bene accorti, 

farebbon quel che fosse loro inposto; 

ma e' cinguettan, come fa la pica. 
Sanza virtù fur, come fosson morti, 

di ben privati e povertà mendica, 

inn ogni tempo si trovan men forti, 
non sé curando mal di lor ne dica. 



etc yo). 

Nel nostro caso questa canzone viene legandosi con 
r altra affine, in cui la giovane esprime pure i! desiderio 
di maritarsi, senza dire però con chi, e la madre la 
esorta ad attendere con pazienza. Dì questa , oltre il 
ricordo dell'Aretino nel Maniscalco (4), si ha una reda- 
zione, a quanto pare intera, che il Ferrari trasse da una 
stampa veneziana. Il principio è questo: 

Madre mia, marideme, 
cèh non posso più durar, 
e mi .sento il cor mancar, 
se vel dico, perdonerae; 
Madre mia, marideme. 



(ll Op. ciL, P. [V, pagi,'. 41-15. — Digan e dìgon = diciamo; 

aròn = andremo. 

(2) S. Ferrari, Docum., pag. H, t. 48; L' ìneaten. ec. pag. 10. 

(3) Op. ciL, pag. 4i5. 

(*] A. D' Ancona, La poesìa pop. p. 37. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 347 

L'autore di questo non tiene conto delle allegorìe, 
né si preoccupa delle varie divisioni della Comedia; ma, 
lasciando al lettore di ricostruire da sé il piano della vi- 
sione e di stabilirne il significato allegorico, egli illustra 
il testo ; e « superficialmente » ossia, come io spiegherei, 
per la parte esterna e storica , raccoglie con amore i 
nomi dei personaggi danteschi, trascurati dagli altri com- 
pendiatori che abbiamo passato in rassegna. 

Il capitolo dunque di messer Giovanni, come quello 
cui manca ogni carattere dottrinario e dove sotto brevità 
si ripetono i fatti narrati dal Poeta, viene ad assumere 
un' impronta più positiva degli altri della stessa specie, 
e si può dire un vero ristretto del testo dantesco, titolo 
che a rigore non potrebbe invece darsi a quelli che già 
abbiamo esaminati. Anche a differenza di essi, il ristretto 
boccaccesco dedica una parte adeguata al Paradiso, che 
negli altri abbiamo veduto trascurato quasi intieramente. 

Excellente huomo famoso ne gì* anni, 

dal di per tempo infino alla conpieta 

di virtù vesti senpr' e di lor panni , 
di poesia vesti, per più lieta 

seder con lei ne* più alti scanni; 

per tua compagna sempre li fu posto; 
dove virtù monstrasti sanza 'nganni, 

beato quei che con teco m'accosto 

di grazia fosson con teco comsorti. 
Ma e' son pochi a cui non piaccia*! mosto 

perché'l soperchio vin(o) gli fa bistorti, 

perdendo la ragion cotanto tosto. 
Ma se di virtù fosson bene accorti, 

farebbon quel che fosse loro inposto; 

ma e' cinguettan, come fa la pica. 
Sanza virtù fur, come fosson morti, 

di ben privati e povertà mendica, 

inn ogni tempo si trovan men forti, 
non sé curando mal di lor ne dica. 



La diITcrenza non protiene quindi, come suppose il Garoralo(l), da 
una f aggiunzione > art)itrarìa del De Romanis, primo editore del lesto 
più ampio; si bene esiste già nelle prime copie del Capitolo a noi per- 
venute, poiché il Laur. — Strozziano li9, che offre la lezione A, è 
presso a poco dell' ìstessa età dei più aniiclii codici che dìnno il lesto 
B, anzi si direbbe che una medesima mano abbia vej^to a l'uno e gli 
altri (t). 

Uguali adunque , o quasi, d' età, le due versioni non però ebbero 
uguale fortuna, che dei 37 codici da me consultati 9 soh oDrono la 
prima. Tuttavia mi é parso di dare la preferenza a innesta, percbé, men- 
tre nel casa par^colare delle due terzine non si puù definire se sì tratta 
di interpolazione o viceversa di mutilazione, in tutto il resto essa è pre- 
feribile alla lesione B, che mostra, in più altri luoghi, certi segni di ne- 
gligenza dei copisti (3). 

(I) Lttleraltira e Fito$o/ta (187?) p. LXXX. 

(5!) Cosi LI Biooinl. 1033, i Laur. — Slroziìani 151 a 16!. 

(3) Per es. »l vena 35 lì dova i cadd. della cluie A leggooo più lapioas- 
TolmiaU: i Cod propri segni eh' è da.1 gusto laiiio >, quelli della cisue B danno 
■eoia riguardo al leaso: . Con giusti seioi eh' è dal guslo (o giuslo) iniiio .; dove 

di quel giutlo che ■ aua volta è certamente leiione cornila di gutlo. Cosi II v. 
88 che nella claaae pio corretta si legge: • nel primo ci dìmostia euer diapoato 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 359 

Ecco le principali varìaoti che distinguono le dae classi: 

A. 

7. Ella '/ dimostra^ e H simile el diversò. 

37. e quelle due opposizioni in vizio. 

67. quei che la patria tradiscono o parte. 

88. nel primo ci dimostra esser disposto 

98. quel che soperchia dentro al sesto giro. 
110. in nove parti figurando prende. 
113. che con freddezza d'animo à excellenza. 

125. la sesta par che al suo parere imprenti. 

126. la mente dove sua virtute cale. 
130. diversamente e d'ogni abito santo. 
135. e qui l'enehiude sincere e leggiadre. 

139. in lei disceme del nostro colore. 

140. per dimostrar che sola nostra vista. 
145. vedete ben come 'l suo dir si fonda. 
154. nel mezzo del cammin di nostra vita. 

B. 

7. Ella dimostra il simile e'I diverso. 

37. e l' altre due opposizioni in vizio. 

67. quei che patria tradiscono o parte. 

88. e r appetito nostro è si disposto. 

98. dò che dimostra poi nel sesto giro. 
110. in nove parti figurato prende. 
113. che con freddezza d' animo excellenza. 

125. la sesta par che suo parere imprenti. 

126. la mente in lei che *n sua virtute cale. 
130. d'ogni virtù e d'ogni abito santo. 

135. e questa inchiude sincere (sincera) e leggiadre. 

139. in lei si sceme del nostro colore. 

liO. però che puote sola nostra vista. 

145. vedete come el suo dir si profonda. 

154. nel mezzo del cammin della sua vita. 



B fti certo corretto per effetto del v. 08, al qaale Ai assimilato, tanto 
entramU taonano identici salvo la parola finale: 

< e r appetito nostro à (o è) si | . » 

Om£. ftaehe qiMl jhm>i«, errore che turba affatto il senso del v. 140 , è negU- 
■tw^gtMlisilmii col può del verso seguente, ecc. 

YoL I, Parte 1. 24 



10. niccaniiano ìuói {oauaes, a.- ms). 
IT. Riccardiann 1038 (Balines, n.° l&i). 

18. Uurenziano XL. 23 (Batines, n." SO). 

19. Biccardiano 1033 (Balines, n." 131). 

20. Riccardiano 10^5 (Baiines, n." l^S). 
St. Laur.-Strozziano U8 (Baiines, n," S7). 

22. Laurcnziano XL, 9. (Baiines, n.° 12). 

23. Laurenziano XC Sup. 127 (Batines, n." i3). 

21. Pala Lino- Pane Jaiichiano 1. 

25. Magliabechìano I, 32 (Baiincs, n.° 98). 

26. Laur.-Ashburnhamiano App. 7 (Batines, n." 187J. 

27. PalalJno 319 - Poggiali 261 (Batines, n.° 167). 

28. Laurcnziano XXVI Sin. 1 (Batines. n." 1). 

29. Palatino-Panciaiichiano 2. 

30. Laiu-.-Astiburnhamiano App. 1, 

31. Laiir.-Stroaiano 150 (Batines, n." 57). 

32. Riccardiano 1017 (Baiines, n.' 151). 



!• Chio>« di Jacopo di [ 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 361 

33. Laurenziano XG Sup. 133 (Batìnes, n."" 6. 
U. Laur.-Strozzìano 161 (Batines, n."* 34). 

35. Laurenziano XL. 26 (Batiues, n."" 67). 

36. MagUabech. n, I, 41. 

37. Riccardiano 1027 (Batìnes, n.** 129). 

Ma anche occorrono numerose yarìantì fra ì codici della stessa 
classe. Cosi ad esempio i manoscrìttì 1-6 della prima classe leggono al 
vereo 35: * 

Con propri Tizi ch'é del gusto inizio 

mentre gli altri (7-9) danno: 

Con propri segni ch'é del gusto inizio; 

al Y. 51 : e Soddoma e usura con essa ée (1-7). 
e con l'usura accompagnata s'ée (8-9). 

al V. Ili : simili al ben che da essi declina (1-6). 

simili al ben che da nove declina (7-9). 
al V. 79 : et à in sette gradi ancor sortito (1-5). 

et à in otto gradi ancor sortilo (6). 

et à in otto cerchi ancor sortito (7-9). 
al ?. 154: nel mezzo del cammin di nostra vita (1-7). ^ 

nel mezzo del cammin della sua vita (8-9). 

Da questo quadro si vede che, mentre i codici 1-6, o 8-9 di solito 
s'accordano, il 7 s'accosta ora ad una classe, ora all'altra (1). 

È pur notevole che la stessa incertezza di lezione da noi accen- 
nata pei codici della classe A si osserva anche nella classe B, Im- 
portantissimo a questo rispetto é il Maglìab. Conv. soppr. C. 3. 1262 
(N.® 10), il quale, sebbene per il difetto dei versi 20, 22 e 24 appar- 
tenga alla classe B, conserva nondimeno in non pochi passi la lezione ^4, 
dando al v. 35: 

Con proi (sic) segni ch'é dal gusto inizio, 
al V. 98: quel che soperchia dentro al sesto giro, 
al V. 135: et [qui] le'nchiude sincere e leggiadre, 
al V. 145: vede[te] ben come el suo dir si fonda. 

Questo é pure l'unico codice della seconda classe che s'accordi 
nel verso 51 colla lezione della maggior parte dei codici della prima (A). 

Meno vicini al testo A, sebbene ne ritengano qua e là alcune trac- 
ce (2), stanno i codici 11-15, poiché in essi al v. 51 abbiamo già fer- 

(1) È da notare che anche il codice 6 una volta s'accorda col 8 e 9, cioA 
nel verso SO, dove si legge: < sempre di mal in peggio », mentre 1-5 dinno: «per 
sette gradi in gì uso ». 

(2) Cosi ai versi 32, 67, 136, 145, 154. 



genie, esse a[i|)ariranno di per sé evidenti dall' esame delle cariami sol 
laposte al lesto. 

Nel formare il quale mi sono aitenuio, come già dissi aUa lenoo 
della classe A, e più iirccJsamcnte al codice Laurenzi ano-Slrosiano li£ 
eh' è senza dubbio il più antico di questa Tamiglia. Dove bisognava cor 
reggere ini vabi del Laurenziano XL. 10, 1' unico che oSra insieme a 
capitolo il commento di Jacopo, e peK> certo il pii) aulorerole , se no 
fosse copia troppo receale e deturpata da troppi errori del menante. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 



363 



Questo capitolo fece Jacopo F. di Dante Alleghieri, 
il quale parla sopra tucta la commedia. 



0- voi che siete dal verace lume 
alquanto illuminati nella mente, 
k*è sommo fructo de Talto volume, 

perclié vostra natura sia possente 
più nel veder Tesser dell* universo, 
guardate a l'alta commedia presente I 

Ella '1 dimostra, e '1 simile e 1 diverso 
dell'onesto piacere, e'I nostro oprare, 
et la cagion che'l fa o bianco o perso. 

Ma perché più vi debbia dilectare 
della sua intentione entrar nel senso, 
com' è divisa in sé vi vo' mostrare. 

Tucta la qualità del suo inmenso 
et vero intendimento si divide 
prima in tre parti san(^* altro dispenso: 

La prima vitiosa dir provide, 
però che prima e più ci prende et guida, 
et già Enea con Sibilla il vide. 



1 



4 



10 



13 



16 



1) 5, 9, 10, 16, 18, 21, 26, 32, 34: siete del; 17, 37: nete nel, 
— 2), 7: alluminaty; 35: della mente, — 3) 37: sommo scritto; 28: 
fructo è; 23, 31: dall' alto, — 4) 8, 10, 27: nostra natura.— 5) 18: 
del vedere, — 6) 34: con V alte comedie, — 7) 7, 10-31, 33-37: Ella 
dimostra; 32: Ella vi mostra; 1, 4, 5, 11-14, 19-24, 26, 30-32, 34, 
37: i7 simile el; 18: il simile col; 23: di simile el. — 8) 9: dall' o- 
nesto: 18: col falso; 27: del nostro; 17, 28: e dell'operare; 30: et nostro 
operare, — 9) 4: ragione; 9: fa il bianche, — 11) 5, 22, 32: ettar 
del senso; 23: Et della sua; 28: e trame il senso, — 12) 27: come 
dimostra in sé; 14: divisa in ire, — 15) 8, 9: envero intendimento; 
16, e/ 37 : vero. — 16) 4: Lo primo a vitiosi; 22, 34 : vizioso; 28: vizioso 
(o). — 17) 1, 5, 6, 11-16, 21-23, 28, 32, 34, 35, 37: primapiù; 36: 
pria e più; 18: prima con più; 16: più aprende, — 18) 37:t7rtctefó. 



y 



19) 1, 3: cerchi; i: cerchi fu parlida; 5: cerchi fv parida; 6, 10, 
li: gradi fa parlida; 7-9 /parlila), 11-13, 16-18 (partita). 19-21, 
93-27 (partita) 28-32 (parida), 33-35 {fa partita). 36-37 (fa partita). 
— 20) 1-5: per ielle gradi giuso; 6-9: sempre di male in peggio. — 
22) 7: in fondo, al. tondo; 8: a tondo. — 25) 1-9: Sovra da fiiul 
gradi per soperchio; l0-2i, 26-37: Sovra da (28: di) questi nove pel 
coperchio; 25: per soperchio. 26) 5: far dirisione; 28: tema nomar di 
lor fa derisione; 11-16, 25: divisione. — 27) 6-27, 29-37: che tot 
nel. — 29) 5, 21, 22,26,27: i dannali; 6: davanti ;9: di iémottra\ 
dannati; 30: i daunary; 18: opinali; 31 : dimostra dannati. — 30) 7 
/)i quei c'dn; 2, 3: ie innocenly: 9; /e iiowedfi. — 31) 16: che tom 
dal; 9: dal veder portati. — 32) 16, 2i, 28, 31, 36; Di iordetiidn 
per; 17, 19, 20-23, 25-27, 29, 30, 32-35, 37: da lor deiii che per 
18:dfl lor rfMiicAerffl;2-3:rfM("o. — 33)36 :pon «et — 31)5, 27,28 
3i: SI dispiana; 18: dispaia. — ^) i : del giusto ; 5: dal giusto; 6, ÌQ 
chon propi (proi) segni che del gusto inizio; 7-9: con propi segni eki 
del giusto inizio; 11, 12, 11-16, 22, 21, 23, 26, 33, 35: con giusl 
segni eh' è dal gusto iniiio; 13, 17-19, 22, 21, 25, 27-32, 31, 36, 37 
con giusti segni eh' i dal giusto iniiio. — 36) 7: di cayn ongng; 1, 12 
15, 36: itaa. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 365 

Et quelle due oppositioni in vìqìo 37 

Del quarto fa parer per giusto modo, 

che rifiutò il buon roman Fabricio. 
Nel quinto Y altre due, che son nel nodo 40 

del male incontinenti, ci fa certi, 

con accidioso et iracondo brodo. 
Et que' che son da la malizia experti 43 

con lor credence heretice e fiaìnmace 

nel sexto dona lor simili morti. 
Seguendo la bestiai voglia fallace 46 

nel séptimo la pon, divisa in tree: 

la prima violenta in altrui face, 
et la seconda offende pur a see, 49 

la torca verso Dio porge dispregio, 

et Soddoma et usura con essa ee. 
Neir octavo conchiude il gran collegio 52 

della semplice frode, che non taglia 
^ però la carta al fedel privilegio. 
Et questo in diece parti cerne et vaglia: 55 

ruffiani, lusinghieri et simonia 

et chi di far facture si travaglia, 
barattieri et ypocrita resia, 58 

37) 11-37: e V altre due; 18: initio, — -40) 16: l'altre che sano; 
23; V altre tre; 7, 35: 5on nel modo; 17: son in modo, — 41. 4, 6: 
incontanente; 7, 8, 10, 17, 25, 28, 37: incontinente; 16: de mali. — 
ii2) iracundo lodo, — 43) 2, 3, 5: della malitia; 7: dalla malattia; 
27: dalla militia; 31: da la malitia spenti, — 44) 25: heretici et 
fallace; 37: eretice infiammate; 4, 5: fiammante; 16: famace. — 45) 
8 : donna, — 46) ^5 : Seghueldo ; 7 : vogla et fallace ; 37 : bestiavole 
fallacie, — 47) 27: li pon; 2, 3, 6: diviso, — 48) 27: l' octava vio- 
lenza, — 49) 5, 16, 20, 21, 26, 30, 35, 37: La seconda, — 50) 9, 
22: verso a; 5, 28, 32: verso a dio volge, — 51) 4: Soddomya;6: con 
sé èe; 8, 9, 11-37: e con l'usura accompagnata s* èe (17, 35: lussuriai 
29 : /' usata). — 52) 7-36 : ottava, — 53) 27 : con la semplice ; 31: fronde; 
7 : et non taglia, — 54) 7 : e stende 7 privil, ; 36 : al fin del priv, ; 
33: però carta. — 55) 37: questi, — 58) 3: barattieri ipocrita; 7, 16: 
ipocriti et. 



purgando per salire infine al sito 
cbe fu al nostro antico poco a grato, 



60) 3, 3 : Il eommttlilor ; 1 : iaconmtttiiori. — 62) 1 7 : m fan o '» din; 
37: fare o dire; 25: in fare e dire. ~ 63) S, 7: a modo apro; 18, 
23, 35: al modo aspro; 10-12, 11-17, 19, 20, 22, 2i, 26, 27, 30, 31, 33, 
31, 36, 37 : al modo aspri ; 5, 32 : ai modo asstmpri ; 1 3, 25 : al mondo ; 
28: ad modi. — 64) 5, 37: nel mondo; 31: fronda; 37: fa falire. — 65) 8, 9: 
quanto 'l diparte. —66) 9: chiame; 17,18, 20-23, 27, 30, 34, 35: ti cMaaa: 
6, 25; Ckaym a tradire; 7: Cagno a tradire; 28: Cayna 7 Iradirt; 
47: cheama tradire. — 67) 16-36; quei che patria; 18; e paire; 27; 
et arte. — 68) 6: mente; 9: metti innanzi mora; 36: la mette. — 
69) 2, 8-10, 21, 27, 37: o fa; 3, 4: chi 1 serve; 2,3: nella seconda. 

— 70) 9: Tholmeo. — 71) 8, 9: et nel quarto {9: nutrica chi riceve). 

— 72) 3, 4, 6, 9: ciascun che trade; 8: ciascun chi'l Irade e; 16: 
chiunque (rade; 37: o honora. — 73) 18: ii vizio d'ogni fondo. — 
74) 2, 3, 5, 7, 10-17, 19-26,28-37: da lui. 74)9: inferno scaghurato. 

— 75) 36: e qui son puniti per parlar; 9: più grieve. — 77) 16: taiirt 
su al. — 78)5, 28; al primo antico; 37: nostro sito poco a grato. 



CAPITOLI DI GUnX) DA PISA 367 

et à in otto gradi ancor sortito 79 

cotal salire in forma d' un bel monte ; 

ma fuor di loro in cinque è dipartito. 
Però che cinque cose turba il ponte 82 

ver la scala da ire a purgarsi: 

cioè dilecto, violenta', et onte. 
Onde convien di fuor da' sette starsi, 85 

con questi infine al termine lor posto 

i nigligenti offitiali trovarsi. 
Nel primo ci dimostra esser disposto 88 

prima a purgarsi sotto gravi pesi 

quel superbir che *n noi s' accende tosto. 
E propiamente nel secondo à lesi 91 

l'invidiosi con giusta vendecta; 

nel terQO l'iracondi fa palesi; 
nel quarto ristorar fa con gran frecta 94 

r amor del bene scemo, et dentr' al quinto 

con gran sospiri li avari saetta. 
Et l'appetito nostro à si distinto 97 

quel che soperchia dentr' al sexto giro , 

che'l vero è quasi da tal forma vinto. 
Neil' infiammato septimo martire 100 

79) i-5: in sette gradi; 7-9: ed è in otto cerchi; 6: et à in otto 
gradi; 10: « questo in otto gradi; 11-37: e questo in otto parti; 28: 
parti è ancor. — 80) H-15: far per salire; 16-36: per un salire, — 
81) 5, 11-15, 17-ia, 22, 25, 29-32, 34-37: /uor (fi gtk»/i; 20, 21, 23- 
26, 27: questo; 16: /tt di questo, — S2) 28: turbano; 8: il pomonte, 

— 83) 16: da gire; il: da rie; 5, 22, 27, 28, 32, 34: d^ andare, — 
84) 28: CIO son diletto; 13, 16: violenze, — 87) 16: che negligenti; 
2, 3, 4, 6: ufficiali, — 88) 10-15: et l' appetito nostro à si disposto; 
16-36: et V appetito nostro è si disposto (28: nostro si). — 89) 3: sotto 
I. — 90) 13: superbia. — 91 4: secondo è lesi; 9: d esi; iQ:à lessi; 
18: adesi: 21 : à i lesi. — 92) 8: con giustitia vendetta; 16: con giuste 
vendette. — 93) 5, 32: pulexi. — 94) 23: quarto si stornar fa; 18: 
grande stretta, — 95) 22, 27: entra il quinto, — 98) 11-36: ciò che 
dimostra poi nel sesto giro; 5: al terzo giro, — 99) 16, 17: di tal. 

— 100) 11, 16, 17, 32, 34: infiammato e settimo; 20, 21, 26, 33: 
neir universo e settimo. 



e Ila quarta risplenda tanta luce 
che sapienza a suo rispeclo è tarda; 
la quinta con feroce ardire adduce 
tanta virtute et for^a corporale 
che solo il militar prende per duce; 



101) 2, 3: ermanfrodito; i, 6, 25,28,36: ermafrodilo; S: ormafrodila; 
31: armafrodita. — 102) 2: si moslra; 16: cantando mostra; 36: 
eh' anchor dimostra; 4, 5, 11-36: marliro; 8, 9: sospira. — 103) 5, 
7-36; Là sa di sopra. — lOi) i: dimostra segni. — 105) i, 8, 9, 
25: a chi. — lOC) 2-1, 6, 1, 10: ma ora per seguire i suoi conUgni. 
— 109) 6-8, 28: alla. — HO) i: figuralo; 16: figurale; 10-15, 17-36; 
figurala. — \ìì)6: dal l)ene;S:al bon; ÌO:da m 
8, 17, 19-27, 29-35: da now; 9: dal nem 
nonne: 18: da noe. — 113) 5, 10-15, 17- 
7; el acelenfa; 16: et eecellema; 25: ad ai 
di spirilo. — 116) 8, 9: a governo: 30, 31 
mondo senso. — 118) 7-9, 23: che foco. — 119) 11-36: nella quarta 
rispknde. — 120) 16: sospetto. — 121) 36: adicie; i: la quinta è am 
fiero ardire. 



7: di n 
28: dai nove; 16: rfa 
■ : rf' animo eccellenxa; 
0. — 114) 18: corcata 
guarda. — in) ^i 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 369 

d* Ogni grandecca et d' animo regale 124 

la sexta par che al suo parere imprenti 

la mente dove sua virtute cale; 
et la septima par che ssi contenti 127 

a castitate in sacerdotal manto; 

et ciò dimostran bene suo' argomenti. 
Diversamente, et d' ogni habito santo 130 

r octava et d' ogni ben par esser madre 

per la virtù ch'eira in sé cotanto; 
la nona in sé conchiude come padre 133 

mobile più ciascun moto celeste, 

et qui le 'nchiude sincere et leggiadre. 
Poscia di sopra a tutte quante queste 136 

vede Tessen^ del primo iàctore, 

che l'universa machina si veste. 
In lei discerne del nostro colore, 139 

per dimostrar che sola nostra vista 

sensibil può veder lo suo amore. 
Però vedete omai quanto s'acquista 14? 

studiando l'alta fantasia profonda 

de la qual Dante fu comico artista! 

124) 2, 3: dominio regale; 6: e animo, — 125) 1, 11-17, 19-26, 28-36: che 
suo; iS: parte he suo; 27: che sua virtù inprenti, — 126) 11-13, 15, 19-23, 
25-35: la mente in lei eh' eti sua; 14, 17, 18: la mente in lei che sUa; 
16: la mente in lei che sua; 24: la mente in lei che sue virtute, — 127) 
5, 16, 20, 21, 23, 26, 27, 35, 36: La settima par che si contenti; 33: La 
septima si par, — 128) 25: amanto. — 129) 4, 5, 9, 17, 23, 25, 27, 32: 
dimostra; 18: e già dimostra, — 130) 8: Di tersa mente; 10-36: D'ogni 
virtù e d'ogni abito santo, — 131) 2, 3, 7-36: l'ottava d'ogni; 4: l'ottavo; 
2-4, 6-9: ben fa esser. — 132) 9: la virtù eh' ebbe. — 133) 23: come 
madre, — 134) 6 : più e ciascun ; 5, 32 : ciascun motto; 33: più eh' alcun. 

— 135) 10: et le'nchiude; 16-36: e questa inchiude (24: conchiude) 
sincera (o sincere) e leggiadre, — 139) 11-15, 17-36: si sceme (o si 
sterne o si cieme); 16: si scemo. — 140)2, 3: solo; 11-36: jwrò che 
puote sola nostra vista, — 141) 31 : lo suo factore. — 142) 10: vede. 

— 144: 15: da la qual; 5, 6, 16, 18, 24, 32, 36: comincio artista; 9: 
ghomito artista ; 4 : comito ; 25 : unico artista ; 27 : con meco artista. 



1*5) iO; vede ben; 16, 17, 19-22, 25-36: vedete come il suo dir *i 
profonda; 23: si si fonda; 24: dir profonda. — 147) i: nel voler in 
noi. — U8) 36: in tempio. — 150) 3, 5, 16, 32: disciolge: 22: rfe 
l'eterno. — 151) 28: ìsmarrilo e peregrino. — 152) 4: (wi eie/ non j/t 
fu dato vita; 16: del cielo non gli fa dola ; 5: fu tanta aita. — 154) 8, 
9, 19-36: Cdinniin della tua vita. Nel codice 18 manca l'ultimo verso. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 371 

APPENDICE n. 

Il vezzo di correggere arbitrariamente il testo dei codici antichi della 
Divina Comedia, vezzo che aveano fin dal secolo XIV e che rende oggi 
a noi tanto difficile la cassazione di quei manoscritti, fu esteso pur troppo 
anche alle due appendici inseparabiU del Poema, ai Capitoli di Jacopo e 
di Bosone. Ma se il primo, scritto in volgare toscano e di retorica assai 
piana, non fu generalmente danneggiato dai copisti, il secondo, oscuro 
in più luoghi e non tutto immune da forme dialettali, ebhe a soffrire 
maggior nocumento. 

Cosi per es. abbiamo nei codici più antichi al t. 39 la lezione: 

en que ci lallegorica Beatrice, 

di assai difficile intelligenza quando non si voglia ammettere un Terbo 
lallegoricare. Certo é, i manoscritti più recenti non contengono che va- 
rianti cervellotiche di questa lezione, che più tardi i copisti abbandona- 
vano per congetturarne una più intelligibile. Una di tali congetture pare 
sia quella dei codici 11 e 12, dove sopra le parole e en que ci > lo 
scrittore notò a mòdo di glossa e e anche de»; glossa che in copie 
posteriori fu poi sostituito senz'altro al testo primitivo. Altri tentarono 
una spiegazione del difficile passo, scrìvendo e e questa é », o e induce», 
e é quici », e in che ci allegoreggia », o e ciò fue » , o e ancor 
lo allegorizza ». Lo stesso procedhnento lo osserviamo anche al ?. 21, 
dove gli esemplari più antichi leggono: 

e per la creatione luna se scima 
e per la creation luna si stima 

variazione che si spiega facilmente dalla forma quasi identica dalle let- 
tere / e e nei manoscritti di quel secolo; mentre altri corressero e luna 
festina » o e buona s'estima ». 

Un' altra serqua di varianti del nostro testo può avere anche origine 
dalla maniera diversa di sciogliere certe abbreviature: cosi ad es. al t. 
104 altri danno e dia 'n capo mano », altri e dia capo in mano », 
altri finahnente e dia capomanno »; o quelle del v. 67: e canto » o 
e Caton » € Cato ». Questa istessa origine hanno probabihnente anche 
le lezioni del verso 186: 

poi della Trinità par che riveU, 

che senza dubbio é preferibile a: 

poi della Trinità, perché riveli , 



A honor 
Va là T 

fallo h 
I (2), d 



rvenata 
.incia : 

i bella I 
la Gli bi 
che la 1 
1 bella ì 
la fili bi 
la fila l 

nostro 
fQne, in 
arsi, sei 
d atteni 
dell'Aretino nel Maniscalco (4), si ha una reda- 

quanto pare intera, che il Ferrari trasse da una 
veneziana. 11 principio è qnesto: 

Madre mia, marideme, 
cÈh non posso più durar, 
e mi sento il cor mancar, 
se vel dico, perdonarne; 
Madre mia, marideme. 



I>. cil., P. IV, pagjf. ii-Ì5. — Digan e rfijon = didur 
: andremo. 

Ferrari, Dacum., pag. 11, t. i8; L incaten. ec. pag. i 
p. ciL, pag. il5. 
. D' Ancona, La poesia pop. p. 37. 



16. Riccardiano 1038 (Batines, n.° 15i). 

n. Laurenziano SX\1 Sin. 1 (Batines, n.* 1). 

18. 11 testo dell' ed iiione Vendeliniana. 

19. Laurenziano XL. 2G (Batines, n.° «7), 

20. Pala^no 319 (Balines, n.° 167). 

21. Iliccardiano 1037 (Batìnes, n.° 138). 

22. Laur. - Ashburnliamiano App. i. 

23. Laurenwano KG Sup. 127 (Batines, n." i3l. 

24. Laurenziano XL. 10 (BaUnes, n.° 13), 

25. Laur.-SlTozziano 161 (BaUnes, n.° 31). 

26. Riccardiano 1017 (Batines, n.° 151). 

27. Laurenziano XL. 9 (Batines, n.° 12). 

28. Laururnhamiano-Ashb, App, 7 (Batines, n." 187). 

29. Magliabecliiano II, 41, 

A rendere vieppiù chiari i rapporti che legano questi codici , do qui 
la lasia dei versi dove occorrono le vnrianli pili sostanziali: 
10, Bl dico che anni trenta e cinque avendo. 
21, e per la creaùon luna se scima (o stima). 
24. la superbia eh' offusca ogni inletletlo. 
39. en que ci laltegorica Beatrice. 
67, e 'n quetU) il nome di quel canto giace. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 373 

97. non de aver li vestimenti ornati. 

104. tra prete e prete, e non dia *n capo mano, 

105. se no gli ve di quel di Salomone, 
113. e' vizi più ci sieno abominanti, 

133. e per lo bel che vien di ramo in ramo. 
159. che ve' tre tempi, come /' autor mette. 
165. e mettete per questo stretto foro, 
in. e quinci usci per gire al del giocondo. 
186. poi della JYinitd par che riveli. 

I codici 1-7 s'accordano quasi intieramente alla lezione dei versi 
precedenti, se non che il 7, di data recente, legge offusca (v. 24) e 
metteci (v. 165), là dove il 4 dà semplicemente mette (1); e i codici 
4-7 offrono al v. 113 abominati: differenze tenuissime e che incontriamo 
anche in molti altri esemplari. Ma mentre codeste varietà si possono ri- 
tenere del tutto individuali, v'ha invece al v. 97 tale concordanza fra i 
codici 2-6 che mi par dia indìzio sufOcente di parentela strettissima. 
Tutte cinque codeste copie leggono Non aver omettendo il de che si 
trova invece nei codici 1 e 7 e che é il verbo principale del periodo. 

II codice 8 e i successivi modificano il principio del v. 10 a questo 
modo: 

Io dico ch'anni trenta e (2) cinque avendo; 

e i manoscritti 8-12 sono i primi a leggere perché al v. 186, e danno 
ancora al v. 159 ch'aven (ch'avean, che ven) tre tempi, corrompendo 
cosi la lezione originale che ve' (vede) tre tempi, ragionevolissima, perché 
Prudenza, di cui si parla, é figurata anche da Dante con tre occhi in 
testa (Pui^. XXIX. 132). Ve per vede mi par venga confermato anche 
dal V. 105: 

se no gli ve' di quel di Salomone, 

dove non saprei consentire al Garofalo che spiega tutta la terzina : e Non 
dia incompetenti attinbuzioni o degnità ecclesiastiche agl'immeritevoli, 
come nel di sopra cennato modo ; altrimenti gli avverrà, ciò che avvenne 
sotto il regno del padre di Salomone, Davidde, per cui comando avvenne 
il suddetto passaggio dell' Arca (3). » Anzi tutto osservo che mi sembra 
giustissima la lezione al v. 104 dei manoscritti (9-12) di cui parlo (4): 



(1) Questo Codice corregge arbitrariameote al v. 39 le parole ai q%te ei in 
induce, 

(2) I più recenti codici trascnrano la particola «. 

(3) Letteratura e fUoeofla. NapoU, 1872, p. XLI, n. 4. 

(4) Il codice 8 8* accosta alla serie 1-7. 



gono il buona $i stima che nel n.' 11 era ancora corre&one intrusa nel 
lesto (;t). 

Da sé solo sta il n.° 17, cioè il codice di Filippo Villani, che è 
quello che ho riconosciuto mono attendibile per la [ormadane del testo. 
Perché, mentre esso si avvicina ai numeri 13-16 con la leiione del 
V. 67 1 

e 'o questo il nome di quel Calo giace, 
e ancor sempre s'accorda col n." 13 nei versi 133 e 186 e col li nel 
V. 150 {eh' avea), viceversa ritiene altrove lezioni più antiche, come Imm 
ni ttima (v. 2t), i^minanli (v. 113), e ne aggiunge di aflìitto. nuota. 
Cosi al V. 177, di cui Qn qui non conoscevamo che la sote fonna: 
e quinci usci per gire al ciel giocondo 



(1) Nwsun Talora critica banno Is altre varietà cb 


e Bl rlnTongoDO In qnaMi 


codici ;coaI ad «. il 10 logge al v. ti : faUna; Il e 


li: ojJtMta(T. M|; mtU» 


(». 16S|; wto- diMBO (T. 74); 8: «n g<» atV aU,gorioa 


V. 39); 10: ™ttrii.(T. 185). 


(1) UggB ancora al v. SI (una «■«lima; al v. U 


o/TW«a;al t. 30: cM fW 


r ailtgoriea; al v. 97: non atMr; al i. lOi: dia capo 


in mano ; al T. 113: sto- 


minali; al v. 133: ptr Io bm\ al v. l&S: eht ne' rr« 


«m (aie}. 


(3) n U icrivo al T. 165 : > miluiy ; i nuolori 15 




Noto che la luione del U rimane incerta in alctm 


punti, la o». dd codia.' 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 375 

esso testo ne dà 

e quinci usci per gire al ciel del tondo, 

lezione che il Villani raccolse forse da un'altra redazione del Capitolo, 
della quale parleremo più innanzi. Dovunque poi non intendeva, Messer 
Filippo mutava senza troppi scrupoli; cosi al v. 7 corresse: 

di questo autor che li odoriferi fiorì. 

al V. li: di vera copitione e dirìctura. 
al V. 21 : dì nostra copition luna si stima, 
al V. 3d: ancor 1q allegorizza Beatrice, 
al V. 75: che di lei ad un sopo (segno) ci sowemie. 
al V. 92 : tra prete e prete e non si dea affanno, 
al V. 165 : e mette qui per questo stretto foro. 
Dicevo pur dianzi che la lezione del v. 177, diversa da quella degli 
altri manoscritti finora esaminati, fu probahihnente introdotta nel codice 
del Villani da un'altra versione del Capitolo. Difatti, codesta variante si 
ritrova in tutta la serie di codici che non abbiamo ancora descritta; fra 
i quali i numeri 18-22 ricordano in alcuni punti le più antiche copie 
del nostro sommario. Cosi vi si legge al v. 21 : luna se scima o stima 
(nei n. 21 e 22 però: buona si stima); al v. 24: offusca (n,^ 22: of- 
fusca); al V. 39 : en que ci (nel n.** 20 : e in quel et, 22: e quice, 23 : 
en che ci allegùreggia) ; al v. 67 : canto; al v. 97: non avef; (n.® 21: 
et non aver, 22: non vogli aver); al v. 104: dia 'n capo mano (n.® 
19: dia capo manno, 20: dia capo in mano); al v. 159: che ve' (nel 
n.® 22: che nei); al v. 165: e mettete (nel n. 19: e mette, 20: e met- 
telo, 22: e mettene); al v. 186: par che riveli (18-20: perché riveli). 
L'ultima famiglia dei codici (23-29) si riconosca alle seguenti lezioni: 
V. 21: e per la creazion buona si stima (1). 
V. 39: e anche c'è l'allegorica Beatrice (2). 
V. 67: in questo il nome di quel Cato giace (3). 
V. 177: e quinci usci per gire al ciel del tondo (o de tondo). 
V. 186: poi della Trinità, perché riveli (4). 

Nel formare U testo mi sono attenuto al cod. Laur.-Strozziano 149, 
(lo stesso di cui mi servii per il Capitolo di Jacopo di Dante), modifi- 
candone il testo in pochissimi casi che verranno esattamente indicati a 
pie di pagina. 

(1) Nel n.^ 25 si legge però: luna te stima; in S6: Uuna t' ettima ; ìnTIt 
lima 96 ttima, 

(2) et i numeri 11 e 12. 

(3) Cf. i numeri 13-16. 

(4) n n.^ 89 legge : par che riveli. 

Voi. I, Parte I 25 



l'auctor, che sono il rae^to di sectanta, 
dai quali in su si vive poi languendo, 

SDndo nel mondo, ove ciascuna pianta 
di cogitnlioni et di rancura 
l'appetito vagante noslro pianta, 

vedea della virtù 1' alcante altura 
et disiava di salire in cima, 
che discernea già 'I bel della pianura. 



i) 13; Acciò chf. — 2) 29: a qualunque. — 3) 7, 25, 26: il 
Mro. — 6) 5: fra parere. — 7) 17: cht li odoriferi fiori. — 8) 7: 
gustare e ciercare. — 9) 23: di morii; 7, 19, 20: tutti doni. — 10) 
8 - 29: Io dico (21, 22: Dico); 7, 13-19, 21-27, 29: frentocinjue ; 
U: d'antti. — 11) li, 21, 21: in niezio; 22: nei raeiwo; 9; letanta. 
— 12) 19: in là si viene; 21 : in là si vive; 14: di viver poy. -~ 

14) 13, 22: si di cogHationi; 17: di vera coijnilione et diriclura. — 

15) 21: vackaiiU nostro tanta- 22: noslro vanta. 16) 20; vide; 21: 
w^a dtOa virtù; 17, 29: delle virili; 8: l' attaU altura. — 18) 29: 
e eiemea; 16: discerné; 7, 19, 26: il fccn. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 377 

Et cosi volto ìnnanci i* venne prima 19 

quella leonza che per lo dilecto, 

et per la creation 1* una se scìma. 
Et poi perché '1 saver non lassa al pecto 22 

ben conducer lo freno, il leon fue, 

la superbia ch*afusca ogn* intellecto. 
Et la lupa c'avendo ognor vuol pine 25 

fu Tavaritia, che, per mantenere 

hom la sua facoltà, il fa giacer giue. 
Questi fur le tre bestie che '1 volere 28 

li fecer pervertir d'andare al monte 

dove virtù si ne solca sedere. 
Ma perché Y arra che ssi prende al fonte 31 

del nostro batisteo ci dà un lume, 

lo qua! ci fa le cose di Dio conte, 
venne del lustro del superno acume 34 

una gratia di fede, che ssi dice 

che 'nfonde l'alma come terra il fiume; 
et mosse lui con la ragion felice, 37 

per farli ben conoscer quelle fere: 



19) 17: volto in su li venne; 29: volto anzi; 4: invenne prima; 9: ei 
vede prima. — 20) 1-22, 25-27, 29 : lonza ; il: per lo carnai dilecto, — 
21) 4, 7, 12, 13, 17, 19, 20, 25: luna se stima; 26: liuna se stima; 27: 
lima se stima; 10: luna festina; 11 (in rasura), i4-i6, 21-24, 28, 29 : 
buona se stima; 17: di nostra condition luna se stima. — 22) 20: per 
l'avere non; 21: poiché 7 saver non lascia; 16: il petto. — 24) 6: cke 
'nfuscha, corretto; eh' afuscha; 7, 11-13, 15, 17, 29: ch'offusca; 22: 
e onfusca; 14: eh* onfruscha ; Ì6: che fusca; 21: che offosca; 26, 27: 
ch'aluma. — 25) 19: ch'avendo pur vuol; 1-7, 9, 11-14, 20,24,28, 
29: Et quella lupa; 15, 17: Et la lupa. — 27) 13: homo sua (acuità; 
24 : il fa gir giue ; 25 : in fa. — 29 ) 7 : per vertù d' andare ; 29 : 
perder di salire. — 30) 13: viriate si sola; 17: dovea sedere. — 31) 
22: perché /' anima; 14, 16: al ponte. — 32) 13: batisteo che dà. — 
33) 13: da dio. — 34) 16: dal lustro; 19: nel lustro; 14: alchume. 
— 36) 2: che fonde; 14: terre in fiume, 22: terra al fiume. — 37) 
7, 26: e messe. 



par che comuneraente dir sì faccia. 
Poi la seconda parte del quaderno, 
tutto die la ragione ancor lo mena, 
si come fece per lo foco ecterno, 



39) 5, 6: en quei ci; 8: en que all' gllegorka; 15: e quia; Si: e fM 
c'i; 11, 12: «n qve ci, con la glossa et anche ci è; IG, S3, 25-28: 
et anche ci e ; 24 : et anthe ; 22 : in che ci altegonggia ; 25, 29 : « 
quella è; 2p: et in queici; 7: induce l'alieg.; 17; ancor lo alltgoriaa; 
13: ciò (uè f allegorica. — 10) 29; perché da Hor. — il)29: (fcteTwe 
per Virgilio e vuol; 7, 25: il vo. — i3) 29: Queiti dimoitra. — i5) 
6, 8, 9, 28; come può pia; 5: come può adequare: 7, 20, 25, S6: 
quanto più può; 17: al mal quanto più può; 29: al mal come pni 
può; ^2: come miei pò. — 47) 29: f Ila ragion. — 18) 29: motlró; 
8: tpada fernal. — 50) 15, 17: dal peccalo. — 51) 5: forme; 21: 
ctMar disire. — 52) 7, 9; sicché ben viver. — 53) 13: ww erra . , . 
faccia; 17. 25, 2G: faccia; 15; scaccio. — 54) 29: pender; 17, 19, 
22, 21-26: quanto ci vate. — 57) 29: parte dell' inferno. — 58) 7, 
11, 12, 16, 19, 26, 28: par comunemente. — 59) 29: co» tutto; 8: 
lagione ancor. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA ^ 379 

CatOQ lo 'nvia per la gioiosa pena, 61 

che purga quelli spirti che pentuti 
diventan pria che sia 1* ultima cena. 

Et perché i lor voler siem più acftti 64 

et liberi di far ciò che lor piace 
vuol ch*om per libertà vita rifiuti. 

E *n questo '1 nome di quel canto giace, 67 

mostrando com'om de fuggir lentecc^ 
et tardanza d*aver con l'alma pace. 

Poscia descrive una bella fortecQa 70 

di poetria, come un'aquila véne 
nel pensier suo da la divina altera. 

Et quest' è quella gratia che prevene, 73 

com'el divin voler in noi la 'nfonde, / 
che di lei con d' un segno ci sovene. 

Ella ci scalda, e non conoscem' onde, 76 

se non che noi rischiara un poco stante 
una donna gentil con le suo' onde. 

Et quest'è quella gratia coaiuvante, . 79 

la qual descrive il nome di Lucia 
che i' fé con la ragion veder si avante; 

che ben conobbe come si salia 82 

su per li gradi della penitenza, 
e com' el prete su in essi sedia. 

Et fa tra essi quella differenza 85 

di color di fortecca et di vertute 
che descrive la chiesa et la credenca. 

64) 15: bene acuti. — 65) 10: /o piace, — 67) 4: en questo nome; 
13-17 (U?), 23-27 : Cato; 28-29: Caton. — 71) 9, 16, 26, 29: venne. — 
73) 8, 16: prevenne; 25, 26: pervenne, 74) 11, 12, 16, 20: il divin 
voler, — 75) 11-13, 15, 16, 18, 24, 28: com d' un segno ; 1: con d'un 
grado; 17: ad un sogno (segno); 22: et d' un segno; 21 : con dur segno; 
23: con d' um segno; 25: ca d' un segno; 16, 17, 25, 26, 28, 29: et 
sovenne, — 77) 20: riscalda; 19: diMchiara; 25: richiara, — 79)17, 
25: COSI iuvante; 29: convochante. — 80) 1, 3-5, 10: lo qual; 13: in 
nome; 19: che nome; 8: «7 move di Lucia. — 84): essa. — 87) 8: 
descriver. 



9) 5, 6: «n qaet ci; B: en qm iiW allfi/orica; 15: e quid; iì: eqti 
è; 11, 19: en que ci, con la glossa et anehe ci è; 16, 23, 25-28: 
: aMhe ci è; 2i: et anche; ìi: in che ci altegoreggia; 25, 29: « 
lesta é; ÌO: et in quelci; 7: induce l'alleg.; 17: ancor lo aliegoriua; 
ì: ciò fue l' altegorica. — iO) 29: perché da ilor. — iì) W : dttcrm 
tr Virgilio e vuol; 7, 25: il vo'. — 43) 29: Questi dimostra. — i^ 
, 8, 9, 28: come può più; 5: come può adequare: 7, 20, 25, 26: 
*anlo più può; 17: al mal quanto più può; 29: al mal come pia 
nò; 22: come miei pù. — i7) 29: e Ila ragion. — 48) 29: motfrò: 
: spada fernal. — 50) 15, 17: dal peccato. — 51) 5: (arme; 24: 
'Mar disire. — 52) 7, 9: siccliè bon viver. — 53) 13: non erra . . . 
Kcia; 17, 25, 26: faccia; 15: scaccia. — 51) 29: peiìder; 17, 19, 
a, 21-26: guanto ci vale. — 57) 29: parie dell' inferno. — 58) 7, 
1, 12, i6, 19, 26, 28: par comaiiemente. — 59( 29: con tutù»; 8: 
igùme ancor. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA . 381 

una bella figura che vi mecte, 

ricolgan li auditori il mio parlare. 
Perché ci sien le virtù più dilecte, 112 

e! vici più ci sieuo abomiuaDti 

dinangi al ben purgar d' ognun di secte, 
mostra come li par veder davanti 115 

(quale scolpito, qual udfa, qual vedea 

et qual sognando et qual parca per canti ) 
molte novelle di chi si sapea 118 

eh* ebber l' orrate excellen^ del mondo, 

perché '1 contrar(o) di quel vigo facea. 
Et questo mette, prima che* nel fondo 121 

salga del grembo, per forca che faccia 

correr altrui nell' operar giocondo. 
Poscia dirietro descrive la traccia 124 

di quei che per quel vìqìo rovinare, 

et questo infrena lui come quel caccia. 
Et perché Statio fu fedele et care 127 

dice eh' e* libri suoi con la ragione 

la via di questo cammin li mostrare. 
In sommità di questo monte pone 130 

quel luogo dove si crede eh' Adamo 

vivesse et fesse poi l' offensione, 

• 

110) 10: che 7 vi mette. — 111) 25, 29: ricolga gli «ikfiton; 26: n- 
coveran; i: autory. — 112) 24: Perché ciascuno la verta più dilette» 

— 113) 14: amananti; 4-8, 13, 15, 16, 18, 19, 21, 22, 24, 26-28: 
t^nminaii. — 114) 6, 9: bel purgar; 11, 12, 16, 23: d' ognun sette; 
10, 28: da 'ngnun; 19, 20: ciascun di sette; 4, 17: de sette, — 115) 
19: gli appar, — 117) 20: udia per canti; 17: qual patir, — 118) 
21: molti novelli.., sapia. — 119) i, 2, 4: l' errate excellenza; 3, 5> 
6, 13, 18, 19: l'errata excellenza; 2, 9, 10-12, 14, 24: l'orrata; 15, 
20: l'onrata; 28: l'orata; 17, 25, 26, 29: l ornata; 16,23: l'onorata, 

— 120) 18, 21, 28, 29: vici; 8: perché 'Il conte di quel; 24: perché 
7 contro di quel. — 122) 13, 23: nel grembo; 16: gembro, — 123) 
25: nell' opera. — 126) 17: frena; 18: infema, — 127) 14: per quel 
Stazio; 29: Fazio, -- 129)29: quel cammm. — 132) 29: effussipoi; 
26 : /' inffetisione. 



Cristo era quel grìfon, che vedea chiaro, 
che menava la chiesa santa dietro, 
che le sue cai'ni Dio et hom portaro. 

Et le tre donne che scrive 'l suo metro 
eran quelle theologìce perfecte, 
che non si veggion che per divin vetro. 

L'altr'eran quattro cardinal(i) dilecte, 
che andavano al modo di Prudenga 



133) Ì3, 17, 20, 2i, 25: per lo ben; 22i bien. — 134) 15: dellariva; 
19, 23: in luogo. — 135) 15, 16: aveva lamenlando; 20: et d' Eva; 
17: udiva; 21: faceva. — 136) 8, l2:èHa selva: 10: ntilaselva.— 

137) 16: impronta: 21: l' atff.llo importa; 19: che la lehm importa. -- 

138) 25: allegrar. — lil) 17: ragion demonalrativa: 24: la verlù 
mostrava non comporta. — U2) 17, 25, 26: d'esso; 25: veda. — 144) 
21: et eran. — li7) 13: et anno. — U8) 2, 5, 8, 10, 11, 13, 28: 
ck'ai'ean le penne. — 150) 23: fin pie li capelli. — 152) 13: retro, 
— 153) 14: Idio choperlaro; 21: el le sue. — 154) 20: L'oJfre dofuw; 
29: in f tu metro. — 158) 20: al mondo. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 383 

che ve* tre tempi, come Y auctor mecte. 
Li due che medicar la nostra essenza 160 

fu Paulo et Luca, et li altri quattro fiioro 

quei che pistole fare ebi)er potenza. 
E '1 vecchio ch'era dietro a tutti loro 163 

fu Moyse; et cosi ci discrive 

et méttete per questo strecto foro. 
Poi dice appresso, perché mal si vive 166 

per li pastor di quella navicella, 

come l'opere lor furon lascive. 
Et quella volpe di cu' el favella 169 

fu Malcommetto che diede un gran crollo 

al carro, come conta la novella. 
Poscia lo 'mperio per aquila póllo, 172 

et scrive come Bel al bel del mondo 

con dare al papa si fece un rampollo. 
Mette poi Eunoe che mostra 'I fondo 175 

per la chiareg^a sua di questa fede; 

et quinci usci per gire al ciel giocondo. 
Quivi la gloria di Dio tutta vede, 178 

come la theologia vel conduce 

159) U, 17: eh' avea tre; 10, 24-26, 28: che ven; 8, 9: eh' aven; 11, 
12, 15, 16: eh' avean; 13: che ne' tre tem (sic); 22: che nei tre tempi, 
— 162) 13: quei chom pistole; 17, 25, 26: quei eh' a pistole; 21 : quei 
che di pistole; 20: ebber licenza. — 164) 10: cosi et descrive; 17: li 
descrive; 15, 20: ei descrive. — 165) 4, 11, 12, 15-17, 19,23: mette; 
7-9, 13, 28, 29: metteci; 24: mette ciò; 22: mettene; 14: mettesy; 
10: metteli: 2ì:mettelo; 26: e mettere, — 166) 29: perché 7 mal. — 
167) 21: di questa. — 168) 14: furon cattive; 17: eran lascive; 23: 
come le parole loro; 20: come loro fuoro. — 170) 23: Mametto. — 
171) 18: al canto. — 173) 10: de mondo: 14, 23: el bel albel; 21: 
el bello al bel; 17, 20, 25-27, 29: bello albel; 22: bel albor; 24: e 
scrivevi come et bello al bel del mondo. — 1 74) 22 : per dare ; 26, 27: 
rapollo. — 175) 5, 6: mente; li: ke 7 mostra; 12: Are li mostra; 24: 
e mette poi che mostra 7 fondo: 20: nel fondo; 17: mostrò, — 177) 
17, 20, 22, 25-27: ciel del tondo; 18, 19, 23, 24, 28: eiel de Umdo. 
21, 29: cui ritondo. — 178) 8: qui la gloria. — 179) 9, 16: teologia 
lo vi conduce; 21 : teologia in lui conduce. 



181) 13, 20, 26: quivi mostra: 17: ^uiVt mostrò . . . luce; 29: quiei 
dimostra . . . lucie. — 182) 23, 2i, 29: sopra da Saturno; cosi pure 
da seconda mano in 11 e 12; 21: sopra a. — 181) 12, U, 16, 17, 
21 : sito di motti. — 186) 8-12, li-16, 18-20, 23-28: pere**" riveU. 
— 190) 19: ben luì. — 192) 11, 12, 28: dir suo si comprende: 29: 
dir tuo ritpleiide. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 385 



APPENDICE in. 

SUMMABIO ET BREVE DECHIARACIONE DEL PRIMO LIBRO DI DaKTB 

Allegieri di Fiorenza diviso in capituli xxxiv, nei 

QUALI so' PUNITI l' ANIME DI COLORO CHE PER SUO' PEC- 
CATI alle pene de l' inferno .... (1). 

In libri tre bela opera infalante, 1 

r Inferno, Purgatorio e Paradiso, 

parti [M] poeta ystorioso Dante. 
In cento canti appunto V à diviso 4 

tucta sua comedfa quel poeta, 

uno poi r altro, cum subtil aviso. 
Imprimo in trentaquactro fa vendecta 7 

di peccati commessi 1* uno a uno 

centra Dio patre et sua secta bendicta. 
El secondo, in trentatré, nisuno 10 

da sé disparte senga ben purgarse 

d* ogni peccato facto centra ognuno. 
Il terzo in trentatré anche sé sparse 13 

con angeli beati et altri sancti, 

che ogni beato li fa riposarse. 

Primo r Inferno pone ne' suo' canti 16 

et fa principio a tucta [la] sua op(e)ra ; 
possa seguendo paga tucti quanti. 

El secondo chiaramente discopra 19 

el mo(n)do che Virgilio venne a luy: 
mandòle avanti et drieto a luy a groppa. 

Nel terQo pone 1' anime di cui 22 

in questo mondo sanga fama visse, 

(1) Dal codice Ili della Biblioteca ginnasiale di Goerlitz. Cf. Batines, 
Bihliogr, dantesca. 111, p. \1L Debbo la trascrizione di questi Capitoli 
alla gentilezza del doti. Paur. 



181) 13, 20, 26: quivi mostra: 17: quivi mostrò . . . luce; 29: 
dimostra . . . lucie. — 182) 23, 21, 29: sopra da So/arno; cosi 
da seconda mano in 11 e 12; 21; sopra a. — 18i) 12, 14, 16, 
2i : lito di molti. — 18C) 8-12, li-lG, 18-20, 23-:28: perché r 
— 190) 19: bm hi. — 192) li, 12, 28: dir suo si comprata: 
dir sua ritpUtuU. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 387 

Stringe Burneto et altri avari asai, 

el qual li disse de' yentur(i) jocosi. 
Se(xto)decimo superbi pone in guai 61 

e gran tirampni cum i suo' seguaci, 

ypocriti che seco han catalaL. 
Decimo septimo, ancor non taci 64 

de usurar', eh' a congregar moneta 

a savi non riguarda mai né a pacL 
Decimoctavo, di ruffian la scetta, 67 

che donne inganna con parole false, 

arde et consuma sua arte maldicta. 
Decimo nono, del gran Pre(te) non tase, 70 

che simonia el ten in gran tormento, 

con queli eh' el danaro so dio fase. 
Vigesimo: ogni uno fraudulento, 73 

e Mantova che la cita construse, 

piena di fraude e di* gran tradimento. 
Viges(i)mo primo, in sé tucti conduse 76 

chi per pecunia e per ogn' altro modo 

frode commette e altri a mal concluse. 
Vices(i)mo secondo, quei che con vodo 79 

biastemia Idio e (;uoca la so robba 

insiemi li fa bere di quel brodo (1). 
Vices(i)mo ter(?o infra sé riboba 82 

(y)pocriti che consigliò y pharisey, 

che r uno mora e gli altri ben s' adoba. 
Vices(i)mo quarto latri tien con lei, 85 

et chi vivette corno bestie al mondo, 

gridando forte e If dicendo omei. 
Vices(i)mo quinto (pur) ladri tien in nodo: 88 

trovò in quel cierchio certi florenlini 

che di queir arte tene cauto modo. 
Vices(i)mo sexto (con)stringe quei mischini 91 

che tractati e tradimenti fece, 

con lor seguaci miseri e taupini. 

(1) di quel brodo: in rasura. 



Tnces(i)ino ter^o, tucti [ij falsatori 112 

retien insiemi col conte Ugolino, 
et altri falsi ladri e traditori. 

Trices(i)mo quarto afoca quel mescino 115 

luda Scarìoth, che fé' gran tradimento 
de Yhesu Ghristo signor nostro Sua 

(I)N la prima boca Lucifero inlento 118 

t£a Juda fin al meco deglotito, 
in r altra Brutto, (nella) tcroa Cassio spealo 

retien e devora con dur{o) pajtito, 121 

per lo gran tradimento che lor fece 
uccidendo Cesare imperatore (2) ardito. 

(1) Leggi Ventinove. E così in moltissimi altri casi (Cfr. i *t. 158, 
no, 173, 179, 182, 185, 188, (91, 203, 206, 218, 221, 227, 239, 
287. 296, 299, 302, 305, 317, 320, 32G, 3^9, 338, 341, 3ii) bisognerà, 
per aggiustare il verso, leggere il numero anzi che nella forma ordinalin 
nella cardÌDale; ciò cìie si spiega facilmente col Siilo che nell'autografo 
aà codici più antichi lutti codesti nunneri dei canti erano scrìtti ìd 
afre, lasciando al lettore di interpretarle come richiedeva il *em. — 
(2) Mccidendo l' imperatore ? 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 389 

Per i suo' tradimeDti di tal merce 124 

lor son pagati nel infimio fondo 
del scuro inferno in sua infima pece. 

Beati chi ben face in quisto mondo I 127 

Deo gracias. Amen. 

SUMMARIO E BBEYE DECHIARAaONE DB LA SECONDA COMEDIA 
DE DANTE IN CAPITULI mill DIYISA, CHIAMATA PURGA- 
TORIO, NEL QUAL S' APURGA L' ANIME TRAPASSATE DI QUISTO 
MONDO. 

Questa seconda comedfa distingue 

tucti peccati e vicii già comessi 

in questo mondo per macro e per pingue, 130 
e purga quelli fra rustici elessi, 

e poi, mondati dalle colpe sue, 

al paradiso i manda cum suo' messi 133 

Et è divisa in uno e trenta due 
JT capituli, quali ordinatamente 

discrìve tute le opere sue. 136 

El prìmo li dichiara de presente 

comò r auctore trovò '1 savio Ciato, 

che glie mostrò la via manco dolente. 139 

Secondo tracta chiaro senca pacto 

de vanità de' dilecti mondani, 

cum el Gassella pui^a tucti a facto. 142 

Terzo dinota tucti (l)i grandi afanni 

patissi chi dimora a confessarsi 

col re Manfrè(do) restato sen^a inganni. 145 

Quarto, Bellacqua purga per lassarse 

per negligen(;a de la offensione 

ina a la morte, per non salassarsi 148 

Quinto, Jacopo da Fan gran barone, 

qual fin a morte tene la vendecta, 

purga là dentro con justa ragione. 151 

Sexto, Sordel(lo) da Mantoa maladecta, 

qual fin a (la) morte l'iniuria ritenne, 



suijcjuc e uiiLCJic 11 Ycic puigait, 

dove '1 judicio Traiano (1) usoe. 172 

Undecimo, ci conte Urbcrto di gran fare 

e Provinciano da Siena superbo 

purga ciim suo' someglia da mal fare, 175 

Duodecimo, cum gran tormento acerbo 

discrive et purga ymagi d' aotichi 

d' ogni arrogante conlra 'I divin(o) verbo. 178 

lercio decimo, si poveri comò richi, 

invidiosi pui^a cum Viviano (2) 

da Siena, operando magli e picchi. 181 

(1) Nel codice: troiano. — (%). Cf. gli antichi Argomenti dei capi- 
Ioli della Commedia di Dante traiti dal cod. trivuhiano n.° //, put>- 
blicatì per la prìina volla nella edizione udinese del 18^3 e attribuiti 
dallo Scarabelli a Jacopo della Lana. Ivi si legge ; Sapia moglie di mw 
UT Viviano di Ghinibaldi di Siena. Quello, e altro consìmile curioso 
equÌToco presso dall'autore dei nostri capitoli (Cfr. la nota al t. 270) mi 
inducono a credere probabile che il poeta di questi ternari avesse in- 
uanii un ristretto mollo simile a codeste didascalie del TrÌTubiaDO, cba 
[> anche io molli altri codd. della (bmedia. 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 391 

Quarto decimo, V invidia a mano a mano 

Guido del Duca purga cum Rainieri, 

invidiosi piccoli et soprano. 184 

Quinto decimo, per tucti suo' sentieri 

purga r ira, e parla de Virgflio, 

che i dubij solse a Y auctore primerj. 187 

Sexto decimo, corno de el patre a filio, 

Marco Lombardo un gran dubio solse 

sen^ scriptura d' alguno dabelio (1). 190 

Decimo septimo per tucto se volse 

la colpa de V accidia declarare, 

comò se purga e salda le suo' osse. 193 

Decimo octavo non resta de fare 

di quel peccato grande mencione, 

e par san Qen abbate nominare. 196 

Decimo nono, fra sé fa tencione 

de r avaricia, e di papa Adriano 

di Genoa e de la sua nacione. 199 

Vices(i)mo pur(e) per avaricia fano 

nominati duco Ciapecta (2) fello, 

del re di Franza beccaro soprano. 202 

Vicesimo primo, per tucto fa trepello 

pur d' avaricia e (di) prodigalitate 

insieme, e del poeta Stacio bello. 205 

Vicesimo secundo, cum gran equalitade 

purga la colpa e'I peccà(to) de la gola 

e Statio purga per sua fldél(i)tade. 208 

Vices(i)mo tercio, ca non par che voUa, 

perché de donne fiorentine parla 

cum Foreso (3) Donati senca molla. 211 

Vices(ijmo quarto per certo non falla 

dei uict de la citafde] luccana, 

che alla gola apre la sua stalla. 214 

Yices(i)mo quinto purga con la canna 

(1) Intendi: tabellio, labellione. — (2) Leggi: Ciapecta, duco, — 
(3) Nel codice : Fareso de' />. 

Voi. I, Parte I. 26 



delle sue colpe, e molto lo reprende, 

bagnato dalhi pria donna felice. 235 

Tricesimo secondo, a lui eh' entendc 

comandali Beatrice che lui scrìva 

mirabìl cose che 'n quel loco vide (1). 238 

Trìceaimo terco, Beatrice, che non sciva 

fatica alcuna per el ben christiano, 

dichiara a Dante ogni cosa viva 241 

eh' el' à veduti! esser vero e non vano. 
Beo gracias. Amen. 

SUUARIO ET ABRIUIACIONE DE LA TERZA ET ULTIMA COHEDU 

DE Dante in xxxiii capitoli divisa, chiamata Paradiso, 

DOVE STA PATRE ET FIGLIO ET SPIRITU SANCTO ET SOSTEA 
DONNA CON TUCTI LI BEATI. 

Cantica terza d' essa Comedfa 
trcntatré canti infra sé contiene, 244 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 393 

qua(I)i tucti tracta soave melodia 
de la gloria divina et ogne bene 

che in paradiso giocundo si trova, 247 

remossa d' ogne mal et d' ogne pene. 
El primo (canto) prohemiza come buova, 

quantunque lassa gir V acqua corrente, 250 

e IH Beatrice fa notabii prova. 
Secondo canto a Y auctor fa parvente 

et a Beatrice el ciel de la luna 253 

con tucta verità de la sua mente. 
Terzo canto pur[e] in quella cuna 

spiriti tiene, i quali dimandati 256 

contenti stanno in quella lor lacuna. 
Quarto cantare fulto de' beati , 

per Beatrice preposse questione 259 

di voti facti rocti et satisfacti. 
Quinto dimostra cum clara rasone 

comò li voti facti a Dio etemo 262 

se die servare senz' altra tenzone. 
Sexto, rasona tucto quel che forno 

Justinian imperator di Roma, 265 

Romeo visconte [e] Rimon(do) Berlingiemo. 
Septimo, Beatrice, cum sua norma: 

fu iusta la vendecta fé' di Cristo, 268 

tucto contra Judea gente e norma. 
Octavo, cum virtù e gran conquisto 

Carlo e Joanni (1) regi d'Ongaria 271 

fa prossimani al nostro Ihesu Cristo. 
Nono, Cuniza serva di Maria 

e Folco de Marsilia gran prelato 274 

de Trivisana parla tucta via. 
Decimo, quasi per ogni suo lato 

conten paria' de san Toma(so) d'Aquino, 277 

(1) Cosi nel codice. Cf. gli antichi argomenti dei capitoli della Co- 
media, tratti dal codice trivulziano n.^ Il e pubblicati nell'edizione udi- 
nese, I, p. LXVII: Carlo giovane Re d' Ungheria, 



quaranta bone sciatte era in so banda. 
Decimo septimo, cum lustrata lempo (3) 

r auctor conforta misscr Ca/-aguida 2^ 

che sicqua 1' op{e)ra sua in questo tempo. 
Decimo octavo, nella stellata Yda 

trovò di Giove l' auclor assai baroni, 301 

die per pugnar per Christo If s' annida. 
Decimo nono, con voce de montani 

abomina i re de Chrlbtianitate 304 

che resse in mille et tricento anni. 
Vicesimo, l' aquila piena de bonlate , 

mosse parole, per le qual (si) cognosce 307 

li spìriti che usan(o) lialitade. 
VÌces(i)rao primo, ne mostrò le mosse 

che Pietro Damiano con ragione 310 

solve , partendo la carne da l' osse. 

(1) Trtdecimo. — (2) Probnbil mente: >er, cbe può anche slare per 
Meaer Iraltandosi di un testo non toscaDO. Crr. anche il t. 29Ì. — 
(3) Culli luitrato ttempo = nembo 'f 



CAPITOLI DI GUIDO DA PISA 395 

Vicesimo secundo, quel barone 

Machario santo, et con lui Bomoaldo, 313 

in Gemini pone senza questione. 
Vices(i)mo terzo, si va dimostrando 

la vergene Maria con suo(i) abitanti, 316 

che'n cielo stanno - gloria deo - cantando. 
Vicesimo quarto, Beatrice fa somianti 

a Petro, e pri^a (che) examina Tauctore 319 

di gradi de k fede tucti quanti 
Vicesimo quinto, Pietro e Jacobo maiore 

et Beatrice a V auctore parla , 322 

solvendo question grande [e] minore. 
Vicesimo sexto, Y auctor non falla 

cum Adamo parlando tucta via 325 

de la sua gloria et infirmità mala. 
Vicesimo septimo, san Piero per corsia 

scorrendo di papi suo' soccessori 328 

dice a Y auctore senga villania. 
Vicesimo octavo, Beatrice i gran tesori 

di nove ordini angelichi chiara 331 

a Dante, redolenti comò fiori. 
Vices(i)mo nono, apertamente narra 

el caso di Lucif(e)ro e' predicanti 334 

che fuora del vangel(io) predicaro arra. 
Trìces(i)mo, mostra la gloria di santi 

et del re flenrico grande imperatore, 337 

de Luzoburgo, coronato avanti. 
Tricesimo primo, cum premio di valore 

lassò Beatrice l' auctore Dante 340 

a san Bernardo, orando cum ardore. 
Tricesimo secundo, Bernardo soprastante 

el vechio e novo testamento tutto 343 

e i suo' luochi a lui fece constante. 
Tricesimo tercio, per Dante ben conducto 

a nostra Donna oracion fe^e 346 

san[to] Bernardo, sua lanca e suo scuto, 
che noi conduca a queir eteme mer^e. 
Deo gracias. Amen. 



CAPITOLI INEDITI DEI FIORETTI DI M FRANCESCO 



I nove capitoli che seguono ha nn codice (scaff. XI, 
n. 22) della biblioteca Àntoniana di Padova, di cui può ve- 
dersi la descrizione nel catalogo a stampa del padre An- 
tonio Maria Iosa (1); qui basti rammentare che è della 
metà del quattrocento, anzi proprio del 1451, e che fa 
scritto a Feltro in servigio d' una gentildonna. Di essi ca- 
pitoli diede un saggio, nel 1855, il compianto prof. F. 
Corradini illustrando un altro codice che dei Fioretti di 
San Francesco si conserva nella biblioteca del Seminario, 
pure in Padova; codice fatto per alcuno dei Da Este, 
come è chiaro dallo stemma miniatovi su, che il Corra- 
dini descrisse a ciò potesse altri riconoscere cui appar- 
tenne (2). Confuse Y un codice con V altro lo Zambrini 
quando avverti che neir opuscolo non venale del Corra- 
dini e sono riportati diversi brani di queir aureo volume, 
secondo un testo a penna che si conserva nella Libreria 
di S. Antonio in Padova » (3): non vi si legge invece 

(1) / codici manoscritti della Biblioteca Àntoniana di Padova ; P^^ 
dova, tipogr. del Seminario, 1886; pag. 95. 

(2) Per le nozze Foytzik^Galvani. Codice ms, contenente 1 fioretti 
di S, Francesco: Padova, coi tipi del Seminario, 1855, pag. 26-27. 

(3) Le opere volgari a stampa dei secoli Xlll e XIV; Bologna, 
ZanichelU, 1884; col. 421. 



CAPITOLI INEDITIDEI FIORETTI DI SAN FRANCESCO 397 

altro che il Miracolo mirabelle e conversione de uno homo 
molto obstinato da Spoleto convertido per li meriti de Sancto 
Francesco, con quei ritocchi grafici che allora si usavano ; 
onde ho creduto opportuno ristamparlo insieme con gli 
altri, senz' altra cura che dello sdoppiare le parole e del- 
l' interpungere. 

La materia dei nove capitoli li palesa subito un'ag- 
giunta fatta ai Fioretti quando già questi, per compila- 
zione dal Fhretum di Frate Ugolino e "di altre operette 
pie, avevano ottenuto forma di libro (1). Nel manoscritto 
occupano le ultime carte: ma senza distinzione alcuna dal 
resto né di scrittura né d'inchiostro né di fregi; onde 
appare probabile che 1' amanuense li copiasse da un 
esemplare dove già anch'essi facevano parte dell' opera. 
Come a mano a mano crescesse cosi di voci nuove la 
fama del Santo e de' suoi seguaci, mostrerà, io spero tra 
breve, l'amico Edoardo Àlvisi; che di questi miracolimi 
additava, richiesto, la fonte latina inedita ancora. Ma nulla 
anticiperò del suo lavoro, contento di potere offrire a lui 
e agli altri studiosi una pagina schietta della leggenda 
francescana. 

Debbo per ultimo avvertire che questi capitoli non 
si leggono, come ho riscontrato, in nessuna delle antiche 
stampe de' Fioretti conservate nella biblioteca Corsiniana 
(Milano, 1477 ; Venezia , 1480 ; Firenze , 1497). E ciò 
avverto perché lo Zambrini non induca il sospetto che 
in alcuna di quelle tre sieno editi, là dove accenna in- 
certamente a una stampa della Corsiniana che avrebbe 
capitoli mancanti a tutte le altre. 

Guido Mazzoni. 

(i) E. ÀLVISI, I Fioretti di San Francesco^ Studii sulla loro com- 
pilaxione storica, ^eW Archivio Storico Italiano, quarta serie, tomo IV, 
1879, pag. 488-502. 



trislarsi e ad avere grande miilcnconia. Reguardando io cosini 
coatrìstato, domandai h casionc de la trislitia soa, affermando 
de volerlo sapere. Rispoxc ci converso : « Santissimo padre, 1» 
casione dcla mia amaritudine si ò quesb. Essendo io za pro- 
fesso ne l'ordine mio, stando io uno df in l'ordine, io non sa 
se io era nel corpo o fuori de mi. A mi parse de vedere tati 
la cilà in gran remore; per la qual cossa io domandai a quelli 
che corevano: Ch'è (juestot ch'è questo? Besposeno qudoro: 
Noi andiamo a vedere il nostio signor Jcsu Cristo. De che io 
insieme con loro comen?iaì a corcre; e zonzendo in su la piaza, 
io trovai la piaza piena de liomini i quali tuli stavano tuti aconzi 
al cerchio: nel mezo de loro vidi el nostro signor Jesu xpo 
cum le sacre stimale vestilo de 1' abito de santo Francesco cura 
le braze apperte, e predicare cusl: Chi se vuol salvare l'anima 
soa, séquiti me e vÈslise de questo habito del qual io son ve- 
stito. Vedendo adoncha io venire i frati per lo pane, vestiti de 
quello habito che io vidi vestilo Cristo, de subito me contristai, 
ne la mente mia è posta (io) grande amaritudine. E non serò 
mai lietto né consolato se io non me vedo vestilo de quelo abito, 



CAPITOLI INEDITI DEI FIORETTI DI SAN FRANCESCO 399 

Unde vi priego per V amor de Dio e de la passione de Cristo, 
che voi de quello abito me vestale se voi me volete consolare. » 
Io li comandai molto Y ordine suo, zoè che li era ordine an- 
ticho e profato, bono e santo. Ma per tuto questo non poten- 
dolo consolare, io si lo vesti' de Y abito nostro sf comò voi ve- 
desti. E parme a me che la vision soa fosse vera ; imperò, come 
voi sapete, chi vuol esser salvi convien che séguiti xpo e siano 
vestiti comò frati minori, e siano senza corpo, contemplando con 
la mente e lasando el mondo cum le sue vanitade. » A laude 
de Jesu Cristo benedeto. Amen. 

Uno devoto exempio e miraculo de santo Francesco. 

In Spagna, nel regno di Castella, ne la cita di Rodori, 
r anno M . CCG . xliij fo uno veschovo el quale aveva nome 
Pietro. Et av^nadioché fosse peccatore, era nondimeno molto 
divoto de santo Francesco. Del qual veschovo infermato non de 
grande infìrmità, uno so fameio ave questa visione. Imperò che 
vedeva ussire cani de la terra, e sf era negri, centra a questo 
veschovo, stando elli sopra la soa catreda a sedere; e tuti i 
pani si li strazavano da dosso. Ma driedo da la catreda usiva 
uno frate minore, e questi cani inpediva e misse in fuga. E 
poi disse a questo familio del veschovo: « Va', e di' al ve- 
schovo che si confessi e fazi penitentia; imperò che questi ani- 
mali son demoni i quali ano podestà sopra de lui per li soi pec- 
cati. > Desvegiandose costui andò secretaraente e narrò per or- 
dine la visione al veschovo; de la qual cessa el veschovo sf se 
truffò e turbò, dicendo che non era cusf infermo che l'avesse 
de bisogno de confessarsi. E passati trei di, questo fameglio ebe 
una altra vixione, cioè che vedeva doi cani grandissimi et 
obrobi i quali andava per devorare questo veschovo; ma uno 
dei frati minori sf [li] impedf e cazò via, e dixe a questo fa- 
milio : 4c Va', e di' a veschovo che se confessi e faza peni- 
tenzia, imperò che de questa infìrmità lui die morire in brieve 
tempo. » Andosene al veschovo, e narrò ogni cessa per ordine. 
Di che lo veschovo se scandelizò centra de lui perché aveva 
dito che morirebe; e de la penitencia e confessione non fece 



d(, de l'anno M . CCC . xliij, del messe de mazo, fb portato 
el corpo suo al luocho di frati minoii ; e fazando i frati lo of- 
ficio per hi sepuUurn, questo veschovo se levò suxo àa la sbaia, 
presente tuto quello populo. Vedendo i parenti questo e sa[MaDdo 
che r era sLito quatio di morto, comenzarono tuli a ffcziic. EI 
veschovo cridava: « Non fugite!: veramente io mori', ma io 
non son 01*3 moilo ; et io essendo morto io fu' portato al ju- 
dicio danantì al judice \po e data la sententìa conlra a me de 
la eterna danatione |)er doi cnsione. La prima sì è per la con- 
fessione che io fezi de la concubina, io non ebi contricione vera. 
La segonda sì è che io non determinai de lasarla, la qual 
sempre avea tenuta, sopognamo che io alora la calasse via. Ha 
miser santo Francesco de subito fo presente per me, et alig6 
denanzi a xpo tre cosse, e disse: * judice »; la prima, la 
grande devotione che io sempre ò abuta inverso santo Fran- 
cesco ; la seconda, la limosina che io ò fata ai soi frati minori 
per amor de santo Francesco (imperò che la cassa mia e zo 
che io b abudo è pìiì stato dei frati minori cha mia propria e 



CAPITOLI INEDITI DEI FIORETTI DI SAN FRANCESCO 401 

de la mia familia); la terza, la grande fede che io ò sempre 
avuta in santo Francesco de non poder mai morir male me- 
diante i meriti soi. Et per mi pregò xpo si cordialmente, che 
per li soi priegi impetrò gratia da xpo che T anima mia tor- 
nasse al corpo. Et io ho vinti df de spacio a far penitentia de 
li mei peccati, li quali conpidi e finiti me convien una altra 
fiada morire. » E cusf in questo spacio ricovrò ogni cossa che 
era stata tolta per li parenti soi, e de quelle e d' ogni altra cossa 
bene e virtuosamente dispose, e di soi peccati cumdegna peni- 
tentia feze. E imperò che in quello spacio fu la festa de la tra- 
slatione de santo Francesco, et in essa festa celebrò la messa a 
tuto lo populo, e predicò segondo eh' è dito de sopra ; e in 
quella predica predichò si ferventemente de santo Francesco 
che i frati minori, i quali erano in quello paesse ancora pocho 
cognosciuti, forono poi in gran devotione e riverentia de tuta la 
provincia sopradita. El sopradito miracolo predicò frate Fran- 
cesco da Giurapareta in Santa Gro^ ,per la festa de santo Fran- 
cesco, M . CCC . xliiij . E frate Bartolammeo da Milano letore 
de Lucha lo scrisse a frate Lodoicho letore de Fiorenza ; i quali 
lo oidi da uno nostro fra' minore che fo presente quando el 
dito veschovo resusitò da morte a vita. A laude de Jesù xpo 
benedeto cruciQxo. Àmen. 

Nota e;lcelente miracolo de le stimate sante. 

Nel reame de Castella fo uno homo molto divoto de santo 
Francescho, el quale andando a la chiesa di frati minori per 
odire la conpieta, arquanti homini iniqui T arsaltono senza al- 
guna misericordia, e crudelmente lo ferirono in tanto che cade 
morto in tera ai piedi de loro. E partendose questi maledeti, 
uno de costoro più crudelle gli cacio lo cortello in la golia; e 
poi se partirono, lassando lui al tuto per morto. Da' circumstanti 
fu fato uno gran rimore. Et a questo rimore se trasse molta 
zente, e da tuta era pianto costui comò morto però che de la 
vita soa non era nulla speranza. Ritolto costui de terra e por- 
tato a cassa soa, e pensando i parenti soi de la sepultura e 
pervignando za V ora de mezanote e cominzando al luocho di 



gandomc l:i dìLi ferita cum la sua mano me à pofetamente 
fato sano. > A laude de xpo. Amen, 

Evidente mikaculo a tuto il popolo. 

Una volta essendo santo Francesco ne la cita de Ales- 
sandria in Lonbardia ad albei^o cum nno divoto homo, il quale 
pregb santo Francesco che segondo Io evanzellio el dovesse man- 
zare la sera de zo che li fosse posto ìnnnzi; e consentendo santo 
Francesco, costui, per farli honore, occisse e feze coxere ni» 
capone che avea sete anni. Et essendo a cena uno infldelle, vaie 
e domandò la elimoxina i>er lo amor de Dio. Udendo santo 
Fi'ancesco il domandare per lo nome de Dio, prende el coltello, 
e levò uno membro de questo capone e mandòlo a questo po- 
vero per i' amor de Dio. Questo ìnlidelle recevé la limoxina e 
non la manzo; ma per ofender santo Francesco la riservò. Unde 
el di seguente, predicando santo Francesco al popolo, e questo 
infldelle caza fuori questa cossa del capone, e dixe cu^ : < Ri- 



CAPITOLI INEDITI DEI FIORETTI DI SAN FRANCESCO 403 

guardati, signori, la carne che costui manza, el quale voi ado- 
rate per santo, la quale lui me dete ieri sera 1 » A la qual voce 
tuto el populo se rivolse. E riguardando quello che aveva costui 
in mano, e' cominzarono tuti a riprenderlo costui comò stulto, 
imperò che per virtù divina quello che monstrò costui, non 
carne né capone, uno bellissimo pese da tuto el populo fé ve- 
zuto. Unde costui reconobe la colpa soa e convertise. E la carne 
ritornò a la natura soa quando el prevarichatore ritornò a la 
natura soa e a la mente soa vera. A laude de Jesu xpo e de 
la intemerata verzene Maria. Amen. 

Como santo Francesco mandò i frati da prima in Engeltera 
e del gran miraculo che xpo monstrò ne la vu. 

Frate Agnello da Fissa fo ordinato e fato da santo Fran- 
cesco ministro de Engelterra, et andò cum lui frate Alberto da 
Fissa cum tre altri compagni frati. E zonzendo ne la cita de 
Garturia, forono da' frati prediti recevuti cum molta carità a di 
iij de mazo; e passando piti inanzi pervenero in uno boscho 
molto oschuro nel qual era uno locho de monazi negri. Et in- 
però che '1 era quasi V ora de vespero, et il tempo era molto 
coroto a pioza et elli erano tuti moli e molto affatichati, do- 
mandarono albergo per V amor de Dio a zio che non perissimo 
per fame o per bestie salvatiche in quella sera. El portenaro 
considerando costoro i quali per la gran penitentia erano tuti 
mortificati ne la facia, T abito difforme e desusato, e non in- 
tendendo la lingua loro, imaginòsi che fosseno buffoni e zugo- 
lari. E cosi anonciò al priore el qual in quelli di erano venuto 
a questo luocho a solazo cum quatro monachi. Menando dentro 
questi frati avanti lo priore e de li monazi, e dicendo che non 
erano buffoni né zugolari, ma erano servi de dio e bandilieri 
del reame celestiale e de Y ordine de li apostoli, el priore e li 
monazi si corno a incantatori e ebrii tratavali: comandò che 
fosseno cazati fuori de la porta del luocho e non aveseno pane 
né vino né albergo né misericordia neguna. El menor de questi 
monazi, vedendo tanta crudeltà, fo commosso a compassione: 
andò a loro drieto e pregò el portenaro che per suo amore li 



404 GUIDO MAZZONI 

remetese dentro e aibregasseli secretameDte e metesseli ne la 
capana dal feno, et elio li farebe da manzare. £3 portenaro a 
priego de questo monacho secretamente portò del pane a loro 
e de la zervosa e poi li visitò (e poi) recomandandosi a le lor 
oratione. La nocte seguente el sopradito monacho ebe (la) questa 
vixione. Vedeva uno trono mirabelle e resplendente, de sopra 
al quale sedeva Cristo cum uno volto terìbelle, e dixe : « Siano 
menati davanti da me i patroni de questo luochol » Di che 
subito fo menato questo priore cum quelli quatro monaci: da 
r altra parte vene uno poverello humdle e piatoso, el quale por- 
tava in dosso quello abito de quelli poveri frati diti de sopra, 
e cominciò a dire cussi: « Justissimo judice, el cridan e fano 
rimore el sangue di frati minori el quale è sparto in questa 
nocte, al cui è stato negato el cibo corporale e Y albergo in 
questo luogo, chiama a ti vendeta con zo sia cossa che costoro 
per lo tuo amore abiano abandonato il mondo et ogni corporal 
consolatione. E qui sono venuti cerchando de reducer le anime 
desviate a ti, signor mio, le qual tu ài reconperate del tuo 
proprio sangue in suxo el legno de la croze. E costui eh' è qui 
presente li à Sfato caziar fuori a modo de buffoni e zugolarii. » 
Àlora xpo si revobe al priore cum terìbelle faza e disse cosi: 
« De che ordine se' tu, tu priore ? » Disse costui : € De T or- 
dine de santo Benedeto. » E xpo disse a santo Benedeto: € È 
vero quello che costui dice ? » Respoxe santo Benedeto : « Signor 
mio dulcissimo, costui cum li soi compagni è destructorì e gua- 
statorì de l'ordine mio si comò manifesta la recevedura de 
quelli frati minori toi perfecti servi. Imperò che io comandai 
ne la regola mia che mai la mensa de l' abate non fosse senza 
peligrìni e poveri forestieri ; e comò costui V à fatto, tu, signor 
mio, el vidi. » Àlora el Signor dede la sententia che fosse api- 
chati in suso uno holmo che era a quello inchiostro. Et essendo 
za inpichato el priore cum tre conpagni, xpo se rovolse al 
quarto, che aveva fato misericordia, e disse cussi : « E tu sei 
de quello ordine ? e de qual ordine se' tu ? » Questo zovene tre- 
molente avendo za veduto comò santo Benedeto gli avea za 
exchiiixi da sé, disse cum molto timore e paura: « Signor, io 
son de l' ordine de questo poverello. » Àlora xpo lo illuminò 



CAPITOLI INEDITI DEI FIORETTI DI SAN FRANCESCO 405 

e disse: « Francesco, he costui de l'ordine tuo? » E santo Fran- 
cesco: « Signor mio, el è delli mei, et in fino a ora io Io re- 
cevo per mio frate. » £ piallo e abrazallo molto teneramente. 
Et in questo abrazare questo monache se resentf. E stupefate 
de la vixione, e maximamente che nel sono da xpo avea odito 
e veduto, e' va a la camera soa del priore e intra dentro e trova 
questo cativello del priore strangolato. Corse costui ai compagni, 
e trova someiantemente costoro strangolati, e tuti i corpi di- 
scìpati e guasti. E cusf era el corpo del soradito priore disci- 
pato e guasto e disformato. Va adoncha cerando costui per 
narar ai frati questo miracolo, e trova che 1 portenaro per paura 
del priore li aveva cazati fuora de lo luogo avanti di. Corse 
costui per anuntiar queste meraveioxe cosse a T abate de Vindow; 
et vedendo narrar Y abate a questo zovene monache, ebe gran- 
dissimo timore, e lui e tuti i menaci forono posti in gran ami- 
ratione. E divulgata questa vece quasi per tute lo paiexe, questi 
benedeti frati zonsene al citade Assenia, e prexentandose a lo 
Re Arigo, forono da lui recevuti gratiosamente ; e Uberamente 
gè concedette el Iucche ; intanto che la santità de questi frati e 
la novità de lo miracelo crese la fama per tuta Engeltera, che 
non solamente quello mùicelle che '1 monache campato da santo 
Francesco de tante heribelle iudicio se feze frate e fo el primo, 
ma etiandio molti altri frati,; fra i quali uno grande veschovo 
e uno abbatte, i quali per grande humilità e devetione, quando 
3 luecho si hedifficavano, portavano in suxe el proprio cello el 
veschovo e T abatte il barille de la aqua e le pietre. Questo 
frate Augello quando intrò in Engeltem era iovene e molto grato 
e divete e de etade de xxx anni et era diacono, e non vePesser 
ordmato prete e non promesse a ordine sacerdotalle senza licentia 
del capitelo generale. Et alerà V arcivescheve de Genturbia per 
lo suo arcidiacono quilli che se doveva ordinare disse : « Vegamo 
questi frati de Y ordine di aposteli. » E questo nome durò in 
Engeltera lengo tempo. Questo frate Augello cum gran fervore 
discorendo per quella provincia e fundò e feze ediflacare de 
molti luochi de frati a T ordine, cum molti miracoU in vita e 
dapuò la inerte : el seguente di dapuò la feste de santo Gregorio 
papa, rendè T anima soa a Dio, et è sepulto in Assenia. A 
laude de Jesiì xpo benedeto e de la sua madre. Amen. 



cossa, che i frati non era ancora levati da cena, et eccholi vi- 
nire costui al locho di frati cum tanta contrìcione e derotioiK, 
e zetasi ai piedi de santo Francesco cum molle lacrime, d à 
chiama in colpa de la sua ciechilÀ, presente tuli hi frati E 
mtitose poi in uno altro homo, divoto buono, e fo singular i- 
mìcho e boa fatoi-e di frati minori. A laude Gpo. Àmen. 

MlBACULO DE GRANDE STUPORE COMO XPO NE LE BRACE DB Li 
SOA DOLCE MADRE BENEDISSE IL POPULO A SANTA KASU 
DI ANZOLI AL TEMPO DE LA INDULIENTIA. 

In el tempo de la Indulgenti», 1' anno M . GCC . ig ., 
essendo il populo, come è consuetudine, rcdunato a santa Mara 



CAPITOLI INEDITI DEI FIORETTI DI SAN FRANCESOO 407 

di Anzoli et in quela note de la indulientia, de subito fu fato 
una grande còmmotione nel populo corno quando apparesie uno 
grande fato da nuovo : di che i frati eh' erano a riposarsi in 
suxo el portico sopra la porta, insieme cum lo populo si resen- 
tirono, che dormiano. E correndo di qua e di là per volere sa- 
pere quello che questo volesse dire, non viteno cossa nisuna se 
non una colunba bianchissima velocemente volare cinque volte 
intomo a la chiexia; e durando questa còmmotione e remore, 
uno frate Francescho, volendo sapere de questo la veritade, 
partisse da la logia e vasene a frate Ciorado Sante Marie el 
qual cum molti miracoli è sepulto nel luocho de la isola, el 
quale lui lo trovò in oratione dananti a Y altare, e disse cossi : 
< Carissimo padre, si comò udite, è uno grande rumore e còm- 
motione infra tuto questo populo a modo come fosse apparuto 
qualche miracolo. » Rìspoxe frate Corado : « Fiolo, io voio che 
quello che te manifesto ora tu non lo dichi a persona in fin 
a tanto che io son vivo: io ho veduto descendere de sublimità 
de hi cielli la gloriosa vei'zene Maria cum mirabelle lume, la 
qual tiniva el suo dulcìssimo e benedeto fiolo Jesiì in brazo, e 
benediceva tuto el populo, el qual cum devotione è venuto per 
questa sacratissima indulgentia. H quale dulcissimo Jesiì dando 
cum le soe proprie mane la benedictione soa e gratia, tuto el 
populo fo in còmmotione; e rumore è levato. » A laude de 
Jesù xpo benedeto. Amen. 

Uno altro solempne e divoto miracolo de quella 

BENEDETA ET SANTISSIMA InDULGENTLL 

Uno gentil homo de Pulia che aveva nome misier Fran- 
cescho, de Tanno del Signore m . eoe . viij, aparechiandosi 
per andar a la indulgentia a santa Maria di Agnoli cum sua 
compagnia, disse a uno suo lavoratore el quale gè soleva lau- 
rare apreso quasi a la mazor parte de V anno: « E tu, perché 
mon non te affatichi per la laude e salude de Y anima comò 
tu fai per lo corpo? » Disse costui: « Come me poss'io affa- 
ticare per l'anima? » Disse el zintil homo: « Per mia fé, io 
voio che tu vegni cum esso mi a santo Francesco e si avrai 

Voi. I, Farle 1. «7 



406 GUIDO MAZZONI 

rìmissione de luti i tei peccati ». Disse questo lavoratore : « Io 
voio volentieri vegnire cum voi, se vui me volete pagare del 
tempo che io ve 6 aiutato ». Àlora questo misier Francesco il 
pagò intregamente, e co lui e altri compagni si se move e va 
a santo Francesco cum gran devotione, e confessi e contricti 
cum molto gaudio spirituale recevendo la indulgentia a santa 
Maria di AgnolL E ritornandosi (da) Asisi, e ritornando in verso 
le parte de la Puglia, ^questo sopradito lavoratore se infermò in 
cotal modo che li piedi se infiarono che non podeva moversi 
linde, quasi pentendosi del viazo che lui aveva fatto, cominzò 
cum questo misier Francescho a dire: « Volesse Dio che non 
fosse mai venuto a questa indulgentia, però che io ò spenduto 
quelli contanti denari che io aveva e si sono infermato. Et voi 
tuti vi tornati a cassa, et io misero e povero infermo mi ro- 
magno qui solo ». Rispose misier Francescho: « Io ti prego 
che tu non ti penti del grande bene che tu ài fato ». Et pur 
in questo perseverando el vilano in non voler esser venuto, 
disse misier Francisco: « Dame la indulgentia a quel modo 
che tu recevìsti quando tu inlrasti ne la chiexia de Santa Ma- 
ria di Anzoli per lo mio fradello che è morto , et io te impro- 
meto de renderle zo che tu ài spexo in questo camino, pre- 
sente tuti costoro. Et oltra a questo io te porterò in groppa 
del mio cavallo in fino a cassa vostra a le mie spexe ». A co- 
stui li parve ben aver guadagnato: afferma el pato e receve la 
pecunia e monta a cavallo cum gran gaudio e camina. E ca- 
valcando misier Francesco insieme cum questo vilano e cum la 
altra compagnia, il fratello da questo cavaliero da mezo di ap- 
parsse a lore, el qual fratello era morto parechii* messi inanzi. 
Et disse cussi : € dulcissimo fratello , io ten ringratio de tanto 
beneficio quanto io ho hozi recevuto da te, inperò che la in- 
duligentia la quale tu cum devotione comperasti per mi si anno 
deliberata l'anima mia da ogni pena de purgatorio. Et a zo 
che tu credi che questo sia vero, io te voio dire quello che è 
fato in cassa tua poi che tu te partisti. Sapi che la tua cassa 
de fuori da le mure è stata rubata et uno de i pie de i toi boi 
è stato taiato, e la famOia toa non sa che se die fare et aspeta 
ti. Et la toa familia et arquanti parenti te verano incontra per 



CAPITOLI INEDITI DEI FIORETTI DI SAN FRANCESCO 409 

alquanti milìa, e per non te contristare non tei vorano dire. Ma 
tu fa' che subito tu sapì da loro. E se tu trovi questo che io 
te ho dito vero, ahi che la santa indulgentia de Portiniuncula 
m' à Uberato da ogni pene et son in paradiso ». Et dito que- 
sto, non fo viduto più. Questo cavalieri, viduto et oldito que- 
sto, considera diligentemente ogni cossa, cum grande gaudio 
tornava in la soa patria. Et essendo za apresso a la tera, a tre 
mia a soe possesione, et ecchoti i parenti soi et amixi cum 
grande leticia e solazo. Costui corno solicifo domanda : « C!omo 
sta la nostra cassa? èzi fata novità alguna poi che io andai a 
Asisi ? ». Respoxeno costoro : « Quando tu serai a casa azonto, 
noi tei diremo e tu '1 vederai ». Disse misier Francesco : € Io 
non anderb più oltra uno passo che io el saperò ogni cossa. E 
questo non dicho senza casone >. Àlora i parenti li disse per 
ordine ogni cossa comò avea dito el fratello quando el era ap- 
parato ne la via. Alora misier Francesco cominzò cum gran- 
dissimo gaudio a dire : « Ora io ho et credo che la induligentia 
de santa Maria de Portiniuncola è verissima, e nel conspecto 
de Dio aportata, per la qual el mio dilecto fratello è intrato al 
^ gaudio celestiale de vita eterna ». À laude de Jesù Cristo be- 
nedeto crucifixo. Amen. 

•Como lo imperator de Constantipuli se feze Frate minore 

PER UNA bellissima RIVELLATIONE DE DlO. 

Lo imperator de Costantinopuli che ebe nome Ioanni se 
feze frate minore in questo modo. Et essendo quasi a la fine 
de la soa vita et avendo avudo molte felicitade e prosperitade 
mondane, e vedendose custui invechiare, cominzò costui a pen- 
sare de la morte. E sicondo che si crede, Idio gli messe el 
desiderio nel cuore de sapere che fine dovesse fare. E stando 
in questo desiderio, una note in sono ebe questa visione. Ve- 
deva custui uno homo molto venerabille vestito de bianche, il 
quale aveva in mano V abito de' frati minori, la corda e la sola. 
E chiamolo per nome e disse cossi: « Jovani imperatore, in- 
perzò che del fine tuo tu sei molto solicito de sapere, sapi che 
in questo abito di frati minori tu die' finire la toa vita. E que- 



410 GUIDO MAZZONI 

Sta si è la voIuDtà de Dio ». De questo lo imperatore, consi- 
dera di sé tanta humiliatione che da lo imperio dovesse venire 
frate minore, per ninna condictione del mondo podeva T animo 
suo a questo consentire né considerare. Unde quasi condden- 
dosi cominziò avere grandi sospiri e quasi a piangere. Al qua! 
pianto ramarichoxo se trasseno cubicullari e camerieri doman- 
dando del suo pianto e la caxione. E non volse dire niente a 
loro. La seguente note doi vestiti de biancho someiantemente 
apparerono a costui, dormando eli, cum lo abito e cum la 
corda e cum la suola, dicendo: « Questa è la voluntà divina, 
che tu mori cum questo habito ». Di che li vene someiante- 
mente uno errore, e dolendose alzò la voze, a la qual se tra- 
seno i cobiculari. Et ancora non voi dire la caxione del pianto 
suo. La terza note trei homini vestiti de biancho e molto ve- 
nerabille cum T abito e cum la corda e cum la suola, apar- 
veno a lo imperatore in sono dicendo e replicando corno cum 
lo dito habito el doveva morire, e questa era la voluntà divina ; 
et azonseno : « Non creder che questa sia ilusione o sono vano, 
ma sf corno noi ti digamo cossi è de necessitade che '1 se adim- 
pia senza alcuna falacia ». Desvegiato Io imperatore, comanda 
che sia chiamato frate Angnolo so confessore, el qual venendo 
trovò lo imperatore in sala piangere molto amaramente. Disse 
questo frate Agnolo: € Io so la casione del tuo pianto perché 
*me è stata rivellata la visione che tu ài avuta da Dio. Et abi 
per certo che Dio à termenato che voi fìniati i di vostri mo- 
rendo cum lo abito de* frati minori ». E confortalo; e redu- 
cendoli a memoria molti exempi de grande humilità, e corno 
la humilità è molto acepta a Dio, imperò che chi se humilia 
in questo mondo Idio lo exalta al paradixo. Da può* arquanti 
di li cominzò una febre terzana. Unde, volendo adinplire la vo- 
luntà divina sf come gli era stata monstrato trei volte per vì- 
xione, e cum deliberato consiglio e cum ogni humilità e de- 
votione e non senza grande spargimento de lacrime da* circum- 
stanti, questo imperator entrò ne Y ordine de santo Francesco 
et in esso consumò i di soi molto laudevolmente. Et essendo 
ne r ordine alguna volta inpedito da' frati ne li humili officii , 
come esè andare per la elimoxina e lavar le scutelle e spazar 



CAPITOLI INEDITI DEI FIORETTI DI SAN FRANCESCO 411 

la cassa, disse e feze questa oratione cum molto effeto: « 
dulcissimo signor mio lesù Cristo, conciedìmi* gratia che io, 
che in tanta pompa nel seculo son vivuto nei vestimenti pre- 
cioxi e vani, piaqua a te col sacho in collo domandando la eli- 
roosina, possa seguitar te che per mi te facisti humele e po- 
vero in questo mondo ». La qual oratione fo da Dio exaudita : 
imperò che sopra modo fu exempio a tuti i frati de grande 
humilitade: e pieno de virtù e de gratia de dio passò de que- 
sta misera vita e andò a vita beata et eterna. A laude de lesu 
Cristo cruciGxo nostro redenptorc e de la sua madre gloriosa 
verzene Maria e de quello santissimo confaloniero de la pas- 
sione de Cristo misier santo Francescho e de tuta la corte ce- 
lestiale, i quali tuti siano benedeU et rengreziati per infinita 
secula seculorum. Amen. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 



DELLA 



BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE 



(Continuazione e fine da pag. 438, Voi. XVIII, Parie II, ?. s.). 



Francesco ZambriDi, promotore assiduo d'ogni maniera 
di studi intomo air antica letteratura d* Italia, l'ultima volta 
che io andai a visitarlo nella sua romita villetta di Valle- 
scura, e fu poco tempo innanzi alla sua morte, molto mi 
raccomandò di continuare e compiere la pubblicazione del 
canzoniere palatino, già sino dal 1881 iniziata e condotta 
poi assai innanzi nei fascicoli del vecchio Propugnatore; 
e mi sollecitò a ciò con tanto ardore e affetto per questi 
nostri studi che io gliene feci ferma promessa. La quale non 
prima d'ora ho potuto mantenere, distratto da altre cure 
e da altri lavori, sebbene non la dimenticassi. Cosi a sette 
anni di lontananza dal tempo in cui la pubblicazione in- 
cominciò, la pubblicazione si compie; e come allora il 
prof. Adolfo Bartoli volle associare al suo nome già illustre 
il mio nome allora ed ora oscuro, cosi egli sarà lieto che 
io li ricongiunga nel rendere un tributo doveroso alla me- 
moria del compianto amico, soddisfacendo quello che fu 
uno degli ultimi suoi desideri. 

Tommaso Casini 



A. BARTOLI E T. CASINI — IL CANZONIERE PALATINO 418 413 



A 



116. Ser Monaldo da sofena. 



Lo core menato uno disio damoroso talento: 
cognaltro intendimento malevato. 

Alo core me nato uno disio: ke damoroso piacere 
si mantene. Ognaltro pensamento agio inoblio: si coral- 
mente mi distingeetene. Quella per cui mauene no la 
posso obliare inalcuno loco disi amoroso foco ma alumato. 

Disi amoroso foco so allumalo, ke marde encende 
si amorosamente. Ese astutasse nomi fora ingrato: sicome 
consumare si dolcemente. Kassai epiu piaeente lo male 
ondomo aspecta guiderdone, kel bene senga rasone ke 
turbato. 

Liochi mei ke basando risguardaro: la dolce ciera 
clamoroso isguardo. alo cor foco damore aportaro: alor 
saprese la fiamma ondeo ardo. Sikeo no mai riguardo, 
amore poi son dato in sua bailia. adio come porla star- 
tingrato. 



I 



117. 



N luntana contrada agio amanga novella: kel cor 
mi fa gioire: erisbaldire: come ausello infronda: perke 
gioconda epiena di piacere. 

Nela dolce contrada duno amore nouamente: lomeo 
cor fa sogiorno. Edo si ymaginata la figura piasente : 
kiera kame non torna, tanto piacere la doma ke lomeo 
cor non falla se- con lei fa dimora : come lausora del 
sole dauriente: dalei si sente: lo meo cor sentire. 

Uedermi tiene adonqua ke corporale mente possa la 
dolce cera, ke lomeo uiuere onqua : delo corpo presente : 



IL CANZONIERE PALATINO 418 415 

Non credo neramente : ke daltro anesse amente 
quando fé dio si bella criatora. ke piacque atucta gente: 
tanta inse piacer gente: nostro beluiso uederlo infigura. 
EnuUamankatura. fece auostre bellege. piacente dadomece. 
lo nostro uiso ciaschedunon prende. 

MerQe keo moro lasso : come pescie per lasso : se no 
maiuta nostro aiuto bono. Euado come passo : enomi muto 
passo: ne sen^a lei non so laueo mi sono. None cane 
canto ne sono : ke mi possa acordare : lo meo greuo 
scordare landelmeo core tucto anoi si rende. 



T 



120. — Bonaaiunta orblolani. 



Ale la fiamma elo foco landeo incendo ecocho 
dolce meo sire ke ismanire mi fate lo core elamente. 

Ismarrire mi fate lamente elo core si ke tucto per 
noi mi distruggo edisfacio. Cosi si come si sface la rosa 
elo fiore quando la soura ginngie fredura ne ghiaccio. 
Cosi sonpreso alo laccio per la stranian^a nostra inpru- 
mera. come la fera amorosa ditucta la gente. 

Tantel foco eia fiamma kel meo core abonda. ke non 
credo ke mai si potesse astutare. Enone nuUomembro ke 
nomi confonda, enon uegio per arte oue possa campare : 
con quel ke kade alomare : ke nona sostegno ne ritenenca. 
per lancrescenga delonda ke uede frangente. 

Semi sete si fera conparete inuista enoiosa secondo 
la ria dimostranga. Aucidetemi adesso keo uino più trista: 
ke quandeo fosse morta tanto gran doctanca. Sela bona 
speranza keo agio diuoi mi rinfrangesse : seo mancidesse 
serestene poi penetente. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 417 

monto lasdegDo etrouomi casone: senga rasone mi tolse 
onne mio bene tucta la spene fé tornare incasso. 

Ormirendesse il core inprimo stato : poi kel suo cor 
mi nega forse ke trouaria daitroi consiilio. poi ke mi ten 
lo corpo tormentato: ke nona kilo rega: ne sengal core 
aleger non simigio. Angi asimìgio neramente al morto : 
kenpace porto tucta mia grauega: ognallegreca: son diuiso 
etolto : eson riuolto per mina in basso. 

Ancor mi ternaria amerge kiamare. contucta bumili- 
tate se pietanza inlei trouasse alcuna, kenuerdime douesse 
humiliare : sua gran crudelitate : elamia inkiesta non seria 
ìnportuna. Visto fortuna inmare fera erapente cessare 
presente e tornare in bonaccia : e freda ghiaccia per caler 
disfare: domare fera seluagia apasso apasso. 



D 



123. — Riccucio da firenge. 



Onna il cantar piacente: keo feci dolcemente 
fae adastato: pero me ingrato farne dimostranga. 

dimostranQa intalguisa facio del mio cantare, per 
ladastare : ke fue cotanto granoso. Etal cosa indouisa ke 
sua spene fallare: e per troppo parlare douenta gelo 
noioso. Pero canto gioioso per ralegrar mia uita colo 
core: efar sentore de lamia innamoranga. 

Messere del tuo canto salegra lo meo core: ogne ualore 
ingio mirìconforta. Edicio miramanto : euiuone ingioiore : 
benagia amore ke tal gio maporta. undeo mi sono acorta : 
per li mainasi ke nanno astio grande orfa ke spande 
canto dallegranga. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 417 

monto lasdegno etrouomi casone: senga rasone mi tolse 
enne mio bene tucta la spene fé tornare incasso. 

Ormirendesse il core inprimo stato : poi kel suo cor 
mi nega forse ke trouaria daltrui consillio. poi ke mi ten 
lo corpo tormentato: ke nona kilo rega: ne sengal core 
aleger non simiglo. Angi asimiglo neramente al morto : 
kenpace porto tucta mia grauega : ognallegrega : son diuiso 
etolto : eson riuolto per mina in basso. 

Ancor mi tornaria amerge kiamare. contucta humili- 
tate se pietanza inlei trouasse alcuna, kenuerdime douesse 
humiliare : sua gran crudelitate : elamia inkiesta non seria 
inportuna. Visto fortuna inmare fera erapente cessare 
presente e tornare in bonaccia : e freda ghiaccia per calor 
disfare: domare fera seluagia apasso apasso. 



D 



123. — Riccucio da firenge. 



Onna il cantar piacente: keo feci dolcemente 
fue adastato: pero me ingrato farne dimostranga. 

dimostranga intalguisa facio del mio cantare, per 
lad astare : ke fue cotanto granoso. Etal cosa indouisa ke 
sua spene fallare: e per troppo parlare douenta gelo 
noioso. Pero canto gioioso per ralegrar mia ulta colo 
core: efar sentore de lamia innamoranga. 

Messere del tuo canto salegra lo meo core: ogne ualore 
ingio miriconforta. Edìcio miramanto : euiuone ingioiore : 
benagia amore ke tal gio maporta. undeo mi sono acorta : 
per li mainasi ke nanno astio grande orfa ke spande 
canto dallegranga. 



J_JA partenza ke fo dolorosa egranosa pia daltn 
mancide per mia fede dauci bel diporto. 

Si mancide il parlire doloroso ke gioioso anenire 
mai no penso. Angi issilo quasi for del senso nel meo 
G0.r mai diuita pauroso. Perlo stato grauoso edolente lo- 
qnal sente donqua consiragio mancìdragio permen di- 
sconforto. 

Torto fece e fallio uerme lasso: keo trapasso onne 

amante eleale. Eciascun giorno ptn crescie esale lamor 

fin cofermato nel casso. Eno lasso pernuUa inerescenca: 

a. ke soffren^a conuen ke pur sia ki disia lamoroso aporto. 

PoiI penare inalimi non si troua; nen sadroua inal- 
trui for ke mene, pianto mìo nanne a quella ke deue 
rimenbrarsi dimia uita poura. di kesMura uerme so uo- 
lere : senpìacere gle keo non senlamorte : per cui forte 
mi credo esser morto. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 419 



126. — Dante dalagliieil da flrenge. 



F 



Resca rosa nouella piacente primauera per prata 
eper riaera gaiamente cantando : nostro fin presio mando 
alauerdura. 

lo nostro presio fino ingio si rinonelli dagrandi eda- 
Citelli per ciascuno camino. Ecantine glauselli ciascuno 
insuo latino : dasera edamatino suli uerdi arbuscelli. Tucto 
lomondo canti pò kelo tempo uene: si come si conuene 
uostraltega presiata kesiete angelicata criatura. 

Angelica sembran^a inuoi donna riposa: dio quanto 
auenturosa. fue lamia disianza, nostra cera gioiosa poi ke 
passa eauanga: natura e costumanza: bene mirabil cosa, 
fralor le donne dea ni kiaman come siete tanto adoma 
parete keo non sacio contare eki porìa pensare oltra 
natura. 

Oltra natura humana nostra fina piasenga: fece dio 
per essenza ke noi foste sourana. perke nostra paruenga 
uerme non sia luntana: orno misia uillana la dolce pro- 
uedenga. Ese ni pare oltragio kadamar uisia dato non 
sia dauoi biasmato ke solo amor misforga contra cui non 
ual forga ne misura. 



127. 



L 



|A partenza ke fo dolorosa egrauosa più daltra 
mancide per mia fede dauoi bel diporto. 

Si mancide il partire doloroso : ke gioioso auenire 
mai non penso. Nanti iscito son quasi del senso : nel meo 
core mai diuita pauroso. Per lo stato granoso edolente. 



420 



A. BABTOU E T. CASINI 



loqoal sente dooqaa coosiragio mancidragio per men dì- 
sconforto. 

C. 70 ò. Seo mi dico didare morte fera gioì straniera non ui 
paia audire. anuUomo kelo meo languire : ke la pena do- 
glosa ecrudera. ke dispera lo coragio elalma : tanto salma 
di pena abondanga: poi pietanza merge fece torto. 

Torto fece e fallio nerme lasso: keo trapasso onne 
armante eleale. Eciascun giorno più crescie esale: lamor 
fino cofermato nel casso. Eno lasso per nulla increscen^a 
ke sofirenca: conuen kedel sia ki disia lamoroso aporto. 

Poi pietanza inaltrui non si soura: ne sadoura inal- 
trui for ke meue. pianto mio nanne a quella ke deue: 
rimenbrarsi dimia uita poura. dike scoura uerme suo 
nolere: sempiacere: gle ke deo senta morte, ame forte 
gradisele esser morto. 

128. 

T 

C. 71 0. ' X U mi prendesti donna intale punto : ke giamai no 
miscorda questa uolta. Partire nomi posso dauoi punto: 
sicome preso ke richiuso inuolta. Ke tanto sono innaue- 
rato e puncto: ke mai fugire non posso ne dar uolta. 
Uiuo auentura donke guarda puncto : alo gioco quando 
lidadi uolta. 

Yna uentura uene in piciol tempo, eio guardando 
granuentura aspecto: diuoi madonna ke mauete inballia. 
Edio guardando nelo nostro aspecto: come fantino ke di 
poco tempo: ke guarda pur neluiso alasua ballia. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 421 

129. — Ser paoe not. 

La gioia elalegrega innerme lasso: mitorna amara 
lande lomeo cor serra, di gran riccheQa giunto sono alasso : 
etalta roccba sono inbassa serra. Emer^ede epieta kia- 
mare son lasso: con più lauoco più mistringe eserra. 
Agia umiltà kiuole ke eo pur lasso: ke lo cor ma segato 
come serra. 

Esi miuolgo tucto daltra parte, orgollio edisdegnanga 
sia mio amanto: per kui gioioso credo essere spero. 
Esenon uale non posso pigior parte : auer comagio cauu- 
tagio manto: cosi per crudeltà sono indispero. 

129. — Ser paoe not. 

Nouella gioia enoua innamoranga. mifa dinouo canto 
risentire. Ke mauea quasi messo inoblianga : amore 
oruole keo lidegia seruire. Landeo gioioso uiuo inalle- 
granga: ke tale aspecto mamesso indisire. Ke dibellege 
epresio ognaltra auanga: quella cui eo son dato adubi- 
dire. 

Menbrando lafigura colemenbra. dentro dalcore mi 
fue imaginata: subitamente conun solo isguardo. Quando 
lauegio unardore mi rasenbra. dun foco eduna fiamma 
delicata: kel corma preso tanto keo tucto ardo. 

131. 

Amore discende enascie da piacere: edona ahomo 
pena edallegranf a. Elso cuminciamento eper uedere: no- 
tricasi inpaura einsperanga. Nascie digioia forte amante- 
nere: amore anulla cosa asimìglanga. Epoi si fa alomo 
siteraere: ka more epiena cosa di doctanga. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 423 

enantire: senga ripresa dalcun falso errore. Edo fermato 
incio core edisire: pensando ke rinoua imme ualore. 

Lo meo semire fie conmniltate. inpace so£ferendo 
senga noia: ciò keo dipena naquistasse forte. Kel bono 
amante kama alealtate. lagreue pena ase conta per gioia: 
ekinonama aita conta morte. 

135. 

Se pur saueste donna lo cor meo : equanto per 
amor trauaglo sento. Nomi dorria delmal cotanto reo: 
ma conteremi ingran gioia iltormento. Uostate in gioco 
einsolago edeo : sospiro penso dolilo emilamento. Quando 
dormite eo ueglo ekiamo deo: ke atale morte deame 
allegiamento. 

Guardando uado euegno inquella parte, ouo credo 
kesiate enon ui uegio : ritomo lasso comortal riposo. 
Si ken uita nencor non sento parte: perkeo del sentio 
for passe foUegio: come semente più daltro dolioso. 

136. — Vgo da massa da Siena. 

Eo maladico lora ken promero: amai keffue per 
mia disauentura. Ghassi coralmente kio ne pero: inna- 
morai tanto cimisi cura. Enullo amante trono assai locherò: 
ke sa simigli delamia natura. Kamore enmeue tucto eo 
penserò: ke saltri na neente ke milfura. 

Amore edeo sen tuctuna parte, edauemo un uolero 
eun core : esco non fosse amore non seria. Enon pensate 
keoldica per arte : ma certamente euero keo sono amore : 
kimancidesse amore ancideria. 

Voi. 1, Parte L 28 



424 A. BAETOLI E T. CASINI 

137. 

Per pena cbeo patischa non spauento : tàntamo- 
rosamente amor mitene. Ma quanta gioia pare mii tor- 
mento: pensando ke di tal parte miuene. Ke meliio as- 
saime daltro piacimento : eplominsforga diseniir iaspene. 
Edicio mai non no cangio talento: ne non porla poi lo 
uolesseo bene. 

Cosi dimostra amore bonsia fidele: poi nulla pena 
tale ke mi senta: ke no mallegrì quanto bene auesse. 
Uertu diuoi eke lasperge edele: ke mia soflFrenga non 
steria contenta: ke no languisse se pene tenesse. 

138. — Mastro znelllore da tLrenqe. 

Amor seo parto ilcor si parte edole : euol disa- 
morare einnamora. Tanto guardato aragio delo sole: ke 
ciò keo uegio par disua natura. Lo cor ciò ka uoluto 
non disuole: elo uoler laucide seli dura. Menbrandoli la 
gioia kauer sole: cognaltra ulta amorte laspaura. 

C. 72 b. Oi lasso ke non ne gioia damore: anessunomo ke 
di bon core amare: ke nonaia più dogla ke dolore. 
Loncomincare e dolila aki lobrama: elofinire edoUia epiu 
dolore: el meco edogla econforto si kiama. 

139. — bonagiunta orbiciani. 

Sauer ke sente un piciolo fantino : esser deueria 
insignor ke son seguiti. Ki fa lo loco onestai dichino: ete- 
me icolpi iqua glagia sentiti. Ki si non fa pò perder so 
dimino: eli seguaci trouasi periti. Pero muti uoler ki 
noia fino: eguardi atenpi ke lison transiti. 

Ka pentimento non distoma il facto : megle uolonta 
stringer ke languire: ki centra face acio keo dicosente. 



a. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 425 

Lo saggio aprende pur senno dalmacto: omka pia possa 
pia de hobidire: catel baciato fa leon temente. 

140. — Bonagiunta orbioianl. 

Uostra piacenza tien pia dì piacere: daltra pia- 
cente pero mi piacete. Elanalenga aaete inpia aalere; 
daltro aalor pero tanto ualete. Se caanoscenga àaete in- 
caanoscere: ke caanoscenti cose cognoscete. None paren^a 
kal nostro parere: saparegiasse si gaia parete. 

Altera soara laltre inaltarate: lomeo aolore aolcio 
ke aoiete: cosi aostra aolenga ase mi trai. Kera soara 
laltre rischiarate: dano sprendore sprendente isprendete: 
ke pia risprende ke del sol lirai. 

141. 

In prima orme noaelta bonagianta: laqaalma poncta 
intran decto cappare. Rodo ke macte et fillio abona- 
gianta: kera disgiunta per catan mal pare. Ella per goì 
fallir sibonagianta: ke none canta simile ne pare. El figlo 
per pensier ser bonagianta: pegor la pancta mortai cio- 
mipare. 

Posso laadar nel nostro gran saaere : elbon uolere 
ken benfar nosalassa : ne damor cassa per parole sparte. 
Onnallegrega faciolaa saaere. el meo poter diaoi seniir 
non lassa: ne mai disqaassa perlantana parte. 

142. 

Vanne sonecto inka de lambertini: ad un don(l)Qel 
di presio kanom Simo. Enone domandar gaada trafini: epnol 
conoscer parai pio soblimo. Esi come saaen nokelonkini : 
e mostrali soctil cioke tisprimo. Come non de(ia segair 
lidalfini: edegle sagio intenderà keo rimo. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 427 

dnrega dìquel ke dirima. Tolle perde muta està prìmero: 
lasua macera peracto sisprima. Latino come sento respon- 
dero: ben sa kionne kaccidente stima. 

^* Incui eia sentenza mirallìdo. kessia prona dogna 

prouamento : lo ner sempre uerace non simalla. Per arte 
molte campane saucido : daltrui no masicuro ne spauento: 
per allmnar lo parpaglon si calla. 

146. — Vnaltra rlsponsiua di bonagiiinta 

iirbicianl. 

Delarason ke non sauete nero, dirasione kelmlo 
parer destima. Lunferro uincie laltro peraciero: ciò elo 
fior del ferro chesisprima. Per foco finke bianco kera 
nero: emectesi daltaglo edalacima. Ecrescìe indelo stato 
primero: si caltro ferro dallui non strima. 

Sentenza dia lancel ke fece ilnido. quando lagran 
fredura ficoluento: ka perlo caldo ciascun rìde eballa. 
Io sacio ke digiomo ingiorno grìdo. lo contrario del no- 
stro piacimento: seno mamollo tal uoler maualla. 

147. — Rlsponsiua messa per Messer 
G-onella a bonagiiinta. 

Pensauati non fare indiuinero: sicontu fame keuoi 
ke sisprima. Perauentura enon per maestero: lotuo ri- 
sposo etange kiol riprima. Poi keo speraua non esser 
fallerò : tal senno ke si dicie ke sublima. Ki bene intende 
pò dar dilegero: risposa dar ke perlui si diprima. 

Ingegno aiuta larte ecio dicido. unde natura apprende 
afiQnamento: folle fora kiquer rasone esalla. Massai ke 
quero esouentemistrido : uerarte unde kenona prendì- 
mento: acel dimonte pelle equo distalla. 



ke dìcio esagio: kio non do caunosceof^ inaerìtate. Pero 
Ili prego darò intendimeoto. per uostra bontà tostameDle 
nagia: scnuendomi dicio lauerìtate. 

150. — RtBponsiua di bonodiloo not. 

Già noQ sele disenno silegierr: ke uabisogni ilmeo 
perfar certan^a. Ma piaqueuo per mecteruin penserì: die» 
ke djle daltruì inDamorani;^. Seo uirispondo condagio sen- 
tieri: rason kenuoi damende baldanza. Poi kamoroasce 
regna per piaceri: eperaltra uertu non fa motanca. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 429 

Amar noti pò coDtralsuo piacimento, donna ualente 
colfìnamor sagia: noi nesaueteluer ke mìnegate. Altro non 
no dichiaro keo non sento: Non riquerele imme piukeo 
non nagia: seo oidiscriuo fallo noi mondate. 

151. — Di znesser G-onella. Questione. 

.Certo non si conuene: presiar donna samor nola- 
nìncie. omerge. Donqua con si mantene: Ideale amadore 
ke uol seruire infede. Ke per laudar menzogna non de 
dire, efora fallire: donna laudare cui nostringe amanza-' 
oper bon ciasimento oper pietanga. 

152. •— S^rocta di Messer Ranieri 
de Samaretani. 

Gomen Samaria nato fordife: ferme lo nome scura 
quello cagio. Cosi come ueruoi sondricto infe: messere 
polo pero delsenno cagio. Sono uimando cannerò dio fé : 
ekì ricontra lui uantene cagio. 

6. Audite uolte mante: adanime camante. probate son 
parole: dicio ke fo parole. 

153. — Sonecto di messer Ranieri oontra 
la ballata dimesser polo, uenuto eltenpo. 

Fansindiuini atal tempo kendanno : perauangare enon 
son men ke capra. Plusor siuede atai men prò ke 
danno: pero kellor affar mistier fa capra: Sauete assimi- 
glaste oremen danno: acio per canto uerso epiu non 
capra. Si prona falso ale parole danno: incontra lor si 
ke nessuna capra. 

Ke ripresa non sia dagente giusta: edel contradio 
già nessun lacrede : tanta ridota indogla oglìallegrega. 



430 A. BABTOLI E T. CASINI 

Maciascon dice oime qaantera giusta, ma noi douen come 
daqaei kecrede: formento per paren^a laUegrega. 

154. — Soneoto facto oontra Messer polo 
di castello per xnesser talano da firen^e. 

Paraoi dono ke panne ke pigio: ke meglo aparte 
ka commi semita. Centra so non nal pia dir ke pigio: 
auetene prouerbio in questa uita. Edenscelato piun grado 
ke pigio: ki sagio tiensi esenna ki senuita. Edoci serra 
più forte ke pigio: porta non da sengal uanar keluita. 

Ebono sammi no kegle mortale, escuro senno ere- 
putol follia: messer cui pigio polo sello ipono. Aluostro 
nome incui emortale, per kio noi faccio mai nefollia: 
comagio uisto adaltrì ancor non peno. 

155. 

Ki coreauesse mi poria laudare: auanti ke diuoi 
fosse amoroso. Orame facto per troppo adastare: diuoi 
uerme fero eargogloso. Insubitora mifai isuariare: dighiac- 
cia infoco ardente egeloso. Tanto mabonda ilprefondo 
pensare: ke sempre uiuo emorto sto nascoso. 

Nascosa morte porto inmia posanga. etale nimistate 
agio coicore: ke sempre di batagla mi menacela. 'Eki ne 
uole auere ferma certanga. riguardimi ki sa leger damore: 
kio porto morte scripta nela faccia. 

156. — Soneoto mandato adello dasigna 
per Ser pace. Gluestione. 

G. 75 a. Ricorro alafontana discienga : ala piacenza : ditncto 
ualore. Si come paruo dipiciola essenga: per noi mian- 
tega : tracta sia derrore. Enon disdegni la nostra potenza : 



IL CANZONIERE PALATINO 418 431 

ala fallenca ke inme fa sentore. Didiffinire per nostra 
sentenza: quel ke uagenga giudicar miglore. 

Une piacente digran cortesia, innalentia: senga auanga 
honore: amore carnale non sente neente. Ormi mostrate 
quale meglorsia. oinoblia stardital dolgore: odifincore: 
amare interamente. 



157. — Rlsponsiua di dello. 

Non come paruo par nostra loquenga: ta sementa 
diuoi par dafore. Siconuolere fa nostra nolenga: se cau- 
noscenga nanesse ilmeo core, lo gentil ke conten tal con- 
tenenza: sua bennoglenga: tene bel colore. Ualer non 
pò nenale intucto senga: la benuoglenga: dalamaro amore. 

Secondol mondo mando intengasia: ne gaglardia mai 
nene dacore: se tal sentore non sentel piacente. Ditale 
inpresa prende cortesia, for nillania megloral meglore 
cotal segnare: premdere inpresente. 

158. 

Lenandomi speranza : daner gioia conpita pera- 
more: piaque aladonna mia keo lisia amante. Edami si- 
cnranga : delsuo piacente epietoso core : delamoroso suo 
gaio sembiante. Sikeo nono doctanga : distar leale amante 
esemidore ekeo non sia digio più daltro amante. Emerce 
fa pietanza epieta face damar lodolgore ebonsemire fa 
senio bene stante. 

Edeo ke son semente più daltramo: donna più dal- 
tra gente: canto edallegro egioia atendo espero: dallei 
cui senio ecui mi sòn donato. Ese dauanti mercede le 
kiamo: soke noie spiacente: pero mìriconforto enon dispero 
auegna intucto gioire ma uetato. 



432 A. BARTOLI E T. CASINI 

c. 75 b. 159. — Soneoto mandato per federico di 

laxnbra a ser pace net. duestlone. 

Uertate morte nino ira edamore: sormonta tacte 
cose per potenza. Elauertate auanga amia sentenza: ke 
senga lei non ponaler uaiore. Dela nertate nascie tucto 
honore: elauertate «dogne ben somenga. Perlanertate 
efacta ogne scienza, esol perlei signlda il criatore. 

Giascmio ama aeriate per natura : ondeo sol per tro- 
narra disputando: mando un partito auoi maestro pace. 
Qual stato edalaudar per più nerace : tra bene auere etor- 
mentare amando: ostar più senga amor ke pietra dura. 

160. — Rlsponslva di ser pace. 

Verta mostrare per dricta natura : inonne cosa 
pare esi conuene. Equestione poi ke introuene: distinta- 
mente mostreragio pura. Auoi mastro fredrigo ke misura: 
ualete eauan^ate intucto bene. Ame mandaste qual più 
naie etene: oquel ke damore ama osenga dura. 

Dico kamor ciascuna cosa auanga. edona gioia adonne 
fino amante: efallo inallegrcQa sormontare. Eki nonama 
non puote auangare: uaiore p uaiore presio ne esser 
benestante: epartesi da tucta beninanga. 

161. — Un altro soneoto mandato per 
federico a ser pace. 

Considerando ben ciò kelamore: ecomeldona gioia 
quante equale. None nel mondo amante sicorale: ke de- 
uesse tener per suo signore. Kamore epassione edama- 
rore: crudero fero falso edisleale. Promecte gioia eda 
dolor mortale: edobla sempre lo male inuia pecore. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 433 

Lamore delodiauol tien sembianza, kal suo magiore 
amico da più pena: eki merge li kiama pesi il foco. Esel 
dona piacere elle si poco, uerso ke forte dura sua kare- 
na: kelmiparfol kiuole suamistanca. 

162. — Rlsponsiua di Ser pace. 

Amor biasmato molto midispare : eki disia lasua 
I. signoria. Ynde aposanga intendo mostrar uia: la gran 
uertute ke dilui. appare. Eki contra lamor falso prouare: 
intede credo rimarra inoblia. Kamore edegno giusto ecor- 
tesia: ke alto ebasso fangio sormontare. 

Ke delamore nascie riso ecanto, allegrerà solaio 
etucto bene: efa lon franco ecoragioso dicore. Perini lia- 
manti cognosciono onore: inadomece enpiacere llmantene: 
epoi largisse la corona elmanto. 

163. — Un altro soneoto mandato per 
lo decto federigo a ser pace. 

Amor comenga dolge humile epiano : per ingan- 
nar glamanti solamente. Amore aciecha ilcor più cogno- 
scente: amor fa ritornare ualore inuano. Amor degne 
tormento ecapitano: amor difranco stato fa semente. 
Amore offende più la bona gente: tante degne ispiacere 
soprouillano. 

Amor toUe ardimento eda temenza : amor da biasmo 
amor bon presio cassa: amor dona uergogna onta edanno. 
Amore auQi atnarore da grano afanno: amor tol gioia 
amor ricchega abassa per ke dilui nemal nebene magenta. 

164. — Rlsponsiua di ser pace. 

Amor magenta ditucto ualore: comenga seguitare 
elfinimento. Amor dona coragio eardimento : aquel ke uile 



434 A. BARTOU E T. CASINI 

dinatora dicore. Amore transforma loreo inmiglore : amor 
da senno afra cognoscimento. Amor fa danne far tomea- 
mento: amor fa rinoaar nono sentore. 

Amore abassa orgoglo escaunoscenga : Amor conbatte 
nincie eaqnista terra : amor fa sormontare ingrande altura. 
Amor fa lon parlante oltramisura. amore angi dolzore 
rompe ediserra: ogne fennec lasna gran ualen^a. 

165. — ITnaltro soneoto mandato per 
federlgo a Ser pace. 

Oquanto male auen damore mondano : equanto 
ben si perdeagran follia. Ke nangi inangi lomo sinesoia: 
crede apressare edelua più luntano. Amore euia pegio 
discerano: tanto fa forte edura signorìa. Colui ke potè 
uscire disua balia: ben pò gioire aguisa ditroiano. 

C. 76 b. Forca disdegno frodo torto ebrama: spiacere dolore 
sospiri pianti e noia, lamento pena pasmo ant^ogoscia e 
morte. Dona lamore alamadore insorte: mostrandoli di 
dar piacente gioia, malagia amore eki più dime lama. 

166. — Risponsiua di ser pace. 

Bon seruo aso signore porta leanga: equeste giusta 
rasion naturale. Etucto ilso seruire porge leale: senga 
defecto dalcuna manchanga. Dibene inmeglo fa persene- 
ranca: finalafine delsuo temporale. Kelo muneramento ere- 
scie esale: assai piuke ne stata lapesanga. 

Pero ciò kefa lamadore egioia, asostenere allui poi 
kaspectando: dessere si altamente meritato. Equando su 
lacima elle locato, prende lofructo lacorona elbando: 
kiamor nonama male aquesti enoia. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 435 

167. — Ser pace not. nozne secreto. 

Inuista oculto ciò ke dentro pare: per do mostrare 
ke sente lo core. Talo temenza ke seli dispare: nerme 
obliare : porìa suo nalore. Or confiragio sio degio durare: 
più sormontare: mi uegio ildolore. Adonqua emeglo sio 
posso campare: alei contare: degia lomioardore. 

Àuera forse pietanza delmio male, la naturale natura 
benigna: ecio edegna, per corso disole. Neente asua si- 
migla crescie esale: cotanto etale dilei pare insegna: poi 
i souegna di merge scuole. 

168. 

Feruto sono eki dime eferente : guardi ke no man- 
cida aldisferrare. Kio ueduto perir molta gente: no nel 
ferire ma nel ferro trare. Pero feruto uoglo star soffrente : 
portar loferro per poter campare. Ke per soffrenga do- 
uene on uincente: onne cosa siuince per durare. 

Pero kiero mercede auoi mia spera, dolce mia uita 

etucto mio conforto: non disferrate mia mortale feruta. 

fl- Per dio mer^e non ui piacia keo pera, ke per sofifrenga 

tosto aspecto porto: per lunga pena ilmeo cor non si 

muta. 

169. 

Àlaire kiaro ouista piogia dare: poi ke turbato 
rendere clarore. E freda nieue ghiacia douentare: eia 
fredura tornare in calore. Ecosa dolce molto amaregiare : 
elamarega tornare indolQore. Edui guerrieri infina pace 
stare: fra dui amore nascere incendere. 

Eouisto damore cosa più forte : lomio cor carde astn- 
tato confoco : si mi ferie esanomi ferendo. Lauita ke mide 



436 A. BABTOLI E T. CASINI 

fue lamia morte: kesi* mistrìnge amor non trono loco: 
lofoco ke mistrìnge ora mincende. 

170. — Pace not. 

Uirgo benigna madre gloriosa: anoi kiero mer- 
cede epietanga. Fontana pura estella dilectosa: ke se de 
peccatori ulta esperanga. Honesta palma euite generosa: 
ke genuisti lanoslrallegranga. Uirga lesse di prece pre- 
ciosa: concedami la nostra beninanga. 

Ke per me ilnostro figlo sia pregato: ken questo 
corso quel far mi consenta: ke piacia alni eia sua gloria 
sancta. Eprego ke per noi li sia impetrato : acioke lomeo 
core contrito senta: si keo peruegna oue gliangeli canta. 

171. — Pace not. nome Secreto. 

Indecima etercalocominciare : delalegrare : ke mia 
ulta sostene. Elaprima dise fa consonare: aseguitare: lemie 
grani pene. Didice alsecte mifa ritornare: lo maginare: 
ken prouiso uene. Inquartel punto delmio isuariare: kefa 
priuare da me tucto bene. 

Uicesimo eia ter^a si cementa, ke la piacenza dei- 
male keo sento: me piacimento: poi kel suo uolere: 
Innono eia penultima guarenga. per ke soffren^a mi da 
fermamento: elfinimento equatordici auere. 

c 77 b. 172. — Soneoto mandato per Ser bello 

a Ser pace not. duestione. 

Gomauro ke affinato ala fornace : maestro pace 
gioioso epiacente. Cosi lo nostro decto euerace : esatisfa- 
ce : atucta lagente. Edi trouare ciascun ui sogiace : ebensi 
tace: quandoue presente. Pero dun foco ka sembra pen- 
nace: ke mi disface: locore elamente. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 437 

Lo qual qod posso per me amortare : uolliopregare : 
la nostra scienza: ke caanosceDca : midia comeofaccia. E 
kio lo possa da me discaciare. Esiatutare ke no agia po- 
tenza: ne pia oalenga: ke si mi disfaccia. 

173. — Risponsiua di ser pace. 

Serbello nostro dir molto mi piace: ke si sagace: 
dibon connenente. ke nnllo neporia esser mendace: se 
pin non sace: don kesia ninente. Macio kedinoi pare 
ìnme non face: tanto landace: ne son si sacente. Edicio 
doglo ke molto mispiace: ma quel ke sace: edeo son 
cannoscente. 

Diro per nostro dubio diclarare. sicome pare alamia 
prouedenga : selancrescenga : delfoco uin paccia. Edamore 
ke degiate pur durare, eìnformare lo fren di sofferenga: 
altra guarenga talardor non schiaccia. 

174. — Ser pace not. nome secreto. 

Nessum pianato doueria parere: poi canno imme 
perduta lor uertude. Uenus eamor congiunge dipiacere: 
adamaror per forga mi comchiude. Ralegrami mercurio 
inuedere: esubito ingran pene mìnfude. Mars mi conba- 
cte eferemi apodere: di grani colpi ma dati eferude. 

Uolge saturno enon pare nelaltura. per no mostrare 
sua gran benignitade: con lui contasta ciascun elemento. 
Lo sol perde sprendore eia calura: tucti sono per me 
indiuersitade : oilasso sol per mio distrugimento. 

175. — Saladino. 

Euo euegno ne mi parto di loco: non son legato 

ne mi posso partire. Rido piangendo edolliendo gioco: 

t. eson gioioso ecanto consospire. Esto inghiaccia eardo tucto 

infoco : eson sicuro etemo dimorire. Eparlo molto eparmi 

dire poco: edico nero euegiomi mentire. 



438 A. BABTOLI E T. CASINI 

Edormo eueglo eguardo tocta nia. odo ki passa enon 
sento niente : erìdo forte congrane dolore. Eson ben sagio 
epieno difollia: laosi conuen sapere non so niente : amore 
me tornato inamarore. 

176. — Soneoto znandato a Ser pace, 
per Riooo daflren^e. Gluestione. 

Menbrando ciò ke facto me sentire : inrasonare 
dela nostra persona, del gran sauere keo nagio andito 
dire: el piacimento ke nalor nidona. Ken fradoctorì in- 
tendo conardire: portar potete ditronar corona. Alquanto 
per kiarìrmi discouire : ni piacia centra me dicio ke sona. 

Uorrei sauer damore laondel nascie. eperke signo- 
reca oue dimora: equale meglo amare donna opulgella. 
Elfinamante diqual me si pascie. eper rason diqnal pia 
sinamora: sio noglo amar prenderò forse quella. 

177. — Risponsiua di ser pace. 

Salua sua reuerentia come sire: dicolui ke dime 
laudare rasona. io non son degno si alto sallire: quanto 
ma posto ki me questiona. Ma io diro dapoi kegle agra- 
dire : keo satisfacia ciò kel so dir tona. Anke non sia sen- 
tenza ildiffinire: dime difin ke non si paragona. 

Pene damore passan tucte ambascie. epero signo- 
regia ca dolora: enascie dipiacere sol ke già bella. Eque- 
sto saueria ungargon difascie. ke donna alfacto pia forte 
sincora: ke no farla pulzella lafanella. 

178. — ITnaltro Soneoto mandato 

a Ser paoe. 

Salute egioia mandoui Ser pace: eo nostro amico 
sol peradienca. Del gran sauer edela caunoscenga: ken 



IL CANZONIERE PALATINO 418 439 

uoi si troua ke misatisface. Si keo dipuro cor fino eue- 

race : omiso inuoì amar mìa benuollienca. Edi seminìi 

k sempre adabidenga: profero meo poder quando uipiace. 

Epoi uardischo contastar temendo: edico ben kel 
nostro sentengare: non satisfa tucto ciò keo parlai. Kel 
finamante la pulzella assai, de perason più kela donna 
amare: se uer parlate keo risposta atendo. 

179. — Risponslua di ser pace. 

Uostra proferta ke tante laudacé: eie salute di- 
uostra piacenza. Anno dime uernoi factacollenga : molti- 
plicando nostro dir sagace. Oruegno alpunto lane pende 
egiace: tucto ciò ke conten uostra uolenga. In quel keo 
dixi no muto sentenza : anti ilmeo dir uisi conferma etace. 

Eper uiua rason prouare intendo: pur ke ui piaga 
meco contastare: mostrando per rasone oeo fallai. Epoi 
uedrete sio ben sentegai. se breuita fie ilnostro questio- 
nare: pero kedeo lauerita defendo. 

» 

180. — Ser pace not. 

Poi ke fallita me uosta piacenza: eia ualenga del 
nostro ualore. Non posso keo non faccia dicemenga : dela 
doUenga: keo ne sento alcore. Quando mimenbra ladolce 
acoglenga: eia uenenga: kenuoi fa sentore. Inframe penso 
ke permia fallenga: sono inperdenga ditanto dolgore. 

Per keo non uollio uernoi mai fallire, farol partire: 
poi ke non ui piace: lomeo seruire secondo ke mostrate. 
Ecerto seo ne douesse morire, pur sofiferire. conuen keol- 
dega inpace: perkeo temo diuostra nimistate. 



Voi. I, Parte I. 29 



BoDOdico . . . 
Dante Alaghieri 
D[eUoì] .... 
Dello da Sì^B . . 
Federigo di Lambra 
Fredericus rex . , 
Predi da Lucca 
Gallectus de pisis. 
Gonella AnlerniiDelli 
Guido da le Colonne 
Guido Guinizelli 
Guittone d'Arezio 
Hentius rei 
Honesto (ser) . 
lacomo (notar) , 
Jacopo Mosiacei 
Inghiirredi . . 



n. U3. 

n. 157. 

n. 159. 161. 163. 165. 

II. 50. 



n. 70. 

n. Hi. 1-Ì7. 151. 

n. 36. 71. 102. lOi. 

n. 18. il. 72. 

n. 2-8. 89. 90. 92-9rt. 

n. 15. 58. 

n. 125. 

n. 10. 19. 28. 37. 39. 

n. 9. 19. 

Q. 17. 20. 2i. 29. 59. 



IL CANZONIERE PALATINO 418 



441 



Lunardo del Gualaccha . . 
Bfazeo di Ricco . . . . 
Melliore da Firenze (mastro). 
Monaldo da Sofena (ser) 
Monacho da Siena . . . 
Pace not. (ser) 



Piero da le vigne . 
Pucciandone da Pisa 
Ranieri da Palermo 
Ranieri Samaritani 
Raynaldo d'Aquino 
Ricco da Firenze . 
Riccucio da Firenze 
Rosso da Messina 
Rugieri d'Amici 
Saladino ..... 
Semprebonus not. bon, 
Siribuono giudice . 
Talano da Firenze 
Ugo da Massa da Siena 



n. 69. 

n. 26. 32. 33. 

n. 138. 

n. 116. 118. 

n. U, 

n. HO. 111. 129. 130. 156. 160. 162. 164- 

166. 167. 170. 171. 173. ili. 177. 179. 

180. 
n. 11. U. 21. 35. 38. 
n. 82-84. 
n. 12. 

n. 152. 153. 

n. 27. 30. 46-48. 63. 64. 
n. 176. 
n. 121. 123. 
n. 34. 

n. 22. 31. 40. 
n. 105. 106. 175. 
n. 57. 
n. 65. 
n. 154. 
n. 136. 



II. 
Indice delle rime. 

A forza sono amante n 

Ai deo ke dolorosa . . . , 

Ai quanto o ke vergogni e ke doglagio 

A la danza la nidi dannare 

A Taire kiaro ouista piogia dare 

Al core gentile ripara sempre amore ...... 

Allegramente eo canto 

A Io core me nato uno disio 

Altra fiata agio già donne parlato 

Amando con fin core econ speranza 

Amando lungamente 

Amor biasmato molto midispare 

Ajnor coment dol^e humile e piano 

Amor da cui tfUendo interamente uoglia 



115 

95 

5 

114 

169 

18 

13 

116 

90 

14 

10 

162 

163 

12 



442 



A. BABTOLI E T. CASINI 



Amor da cui si moue tuctora e uene n 

Amore ansen increscenca diuisate 

Amore discende enasde da piacere 

Amor fa cornei fino ucellatore 

Amor ke Imigamente ma menato 

Amor magenca di tocto ualore 

Amor mi fa souente 

Amor nouellamente . , 

Amor seo parto ilcor siparte edole 

Amor seo to gabbato 

Ancor ke laiqua per lo foco lassi 

Angelica figura 

Apena pare kio sacia cantare 

A riformare amore spera 

A tal fere^ ma menato amore 

Audite forte cosa ke mauene * . . . . 



Bene raaoné ke la troppa argoglan^ 
Benme uenuta prima cordoglen^ 

Blasmomi delamore 

Don senio aso signore porte leanga 



Gaunoscen^ penosa eangosciosa . . 
Certo non si conuene 
Ciascuno cama Ballegri . , . . . 
Comauro ke afQnato a la fornace 
Come lo pescie anasso . . . . . 
Comen «Samaria nato for dife . . . 
Con gran disio pensando lungamente 
Considerando ben ciò ke lamore 
Considerando laltera ualen^ . . . 

Contra le meo volere 

Credea esser lasso 



Damore nulla pesanza sento . . 
De larason de non sauete nero . 
Del meo uoler dir lombra . . . 
Di si fina rasione mi conuene . 
Doglosamente congraude allegranza 
Donna il cantar piacente . . . 
Donna lamor misforza .... 



17 
MZ 
131 

16 
102 
164 

15 

88 
138 
118 
104 
119 
101 

m 

17 

87 

19 

64 

166 

20 
151 
124 
172 

69 
152 

75 
161 
100 

74 

70 

HO 
146 
24 
22 
86 
123 
73 



IL CANZONIERE PALATINO 418 



443 



Donnamorosa uogla 
Donna uostre belleze 
Duno amoroso foco . 
Duno piasente isguardo 



Eo maladico lora ken promero 
Euo euegno nemi parto diloco 



Fansindiuini atal tempo kendanno 
Feruto sono e ki dime eferente . 
Finamor mi conforta . . . . 
Fresca rosa novella 



Gentil madonna gioia sempre gioiosa 

Già lungamente amore 

Già non sete disenno si legieri . 
Gioia ne bene no ne senza conforto 

Gioiosamente eo canto 

Greue puoton piacere a tucta gente. 
Guiliardone aspecto auere .... 



Inamoroso pensare 

Indecima eterzalocominciare . . 
Infra le gioi piacenti , . . . 

In luntana contrada 

in prima orme nouelta bonagiunta 

In quanto la natura 

Inun granoso alTanno .... 
Inuista oculto ciò ke dentro pare 



Ki coreauesse mi poria laudare 



La benauenturosa innamoranza . 
La dolcecera piasente . . . . 
La dolce innamoranza . . . . 
La gioia elalegreza inuerme lasso 
La mia amorosamente . . . . 
La mia uite si forte dura efera . 
La partenza ke fo dolorosa . . 

Leuandomi speranza 

Lo bon presio e lo nomo . . . 



i25 e 



121 

107 

23 

21 

136 
175 

153 

168 

25 

126 

94 
28 
150 
55 
26 
29 
27 

30 
171 

67 
117 
Hi 

76 

31 
167 

155 

32 

35 

112 

129 

79 

36 

127 

158 



444 



A. BARTOLI E T. CASINI 



Lo core innamorato . . : n 

Lo fermo intendimento 

Lo Ano amor piacente 

Lo fin precio auanzato 

Lo gran ualore e lo presio amoroso 

Luntan ui sono ma presso uè ìof core 



Madonna dimostrare 

Madonna dir ui uoglo 

Madonna lo fino amore keo ui porto 
Madonna mia auoi mando .... 
Madonna uoi isguardando senti amore 
Menbrando do kamor mi fa soffrire 
Menbrando ciò ke facto me sentire 

Merauilliosa mente 

Messer louostro amore 

Molto si fa biasmare 



Natnrabnente falla lo penserò . . 
Nessum pianeto douerìa parere . . 
Non come panio par nostra loquenza 
Non pensai kendistrecto .... 
Non so rasion ma dico per penserò 
Nouella gioia enoua innamoranza. . 
Nouellamente amore 



kari frati miei ke malamente . . 

lasso keli buoni e li maluasi . . 

quanto male auen damore mondano 

Ora ke la fredura 

Oramai lomeo core 

Ora parrà seo sanerò cantare . . 

Ora uegna aladanza 

Ormai quando flore 

[0 signori honorati poderosi . . . 
[ tu di nome amor 

uoi decti signori ditemi doue . . 

nera uertù nero amore tu solo . 



Par uoi dono ke panne ke pigio 
Pensauati non fare indiuinero. . 



33 

82 
85 
72 
34 
80 

42 
37 
41 
40 
84 
38 

176 
39 

106 
77 

148 
174 
157 

44 
145 
130 

43 

4 

92 

165 

97 

45 

93 

98 

46 

99] 

103] 

8 

1 

154 

li7 



II. CANZOHIBHB PAUTIMO 418 

Per fino amore uao si allegrameDte d. 

PtT la fera membrama . 

Per pena cheo patischa noo si 

Poi ^ ooiosa 

Poi ke Tallita me uostra p 

Poi ke le ' suo naiore . 

Poi ke « .... 

Poi te tì .... 



Poi SOM seruìn 

Poi tanta caunoscenca . . . 

Quando uegio b riuera . . . 

Ricom» atafontana di sdenta 



Salaa sua reuerenlia come sire . . 
Salate e pace. . 

Sauer ke sente un piciolo fantino ■ 

Se di uoi donna gente 

Seluagio più che ke fera .... 
Seo per cantar potesse conuertire . 
Seo son gioioso amante senca pare . 
Seo e duro pene . 
Seo 



S^ 



lo cor meo . 
molto mi piace 



Si alto inlendimenlo 

Simile mente bonore come piacere . 
Souenle amore agio nislo manti . . 

Souente uegio sagio 

Sperando lungamente io acrescenfa . 
Spesso di gioia nasce e incomenca . 



Tale la fiamma e lo foco 

Tanta boa Qllegreca al cor mi tene . . 
Tanto di Tin amore son gaudente . . 
Tanto souente dectagio altra fiala . . 
Tuclol dolor kjo mai portai fue gioia . 
Tuctora agio di noi rimenbran(a . . . 



446 A. BARTOLI E T. CASINI — IL CANZONIBRB PALATINO 418 



Tu mi prendesti donna in tale punto n. 

Tuttor sio ueglo o dormo » 



Umile core fino e amoroso . . 
Una rason qual eo non sacio kero 

Uno disio damore 

Uno giorno auenturoso .... 



Vanne sonecto in ka de lambertini . 

Venuto me in talento 

Vergogno lasso ed o me stesso ad ira 
Verta mostrare per drìcta natura . 
Vertade morte nino ira ed amore . 
Vertu di pietre aucre dauro ricche^ 
Virgo benigno madre gloriosa . . 
Vostra piacenza tien più di piacere . 
Vostra proferta ke tanto laudace . . 

Vostrargolglosa ciera 

Vostro sauer prouato me mistierì 



128 
3 

9 

1U 

61 

60 

li2 

63 

6 

160 

159 

132 

170 

140 

179 

62 

149 



HI. 
Indice metrico. 

Ballate n. 105-127 

Canzoni , . » 1-10* 

Frotte . . . , • 151- 152 

SonetU » 128-150, 153-180 



MISCELLANEA 



APPUNTI GUINIZELLIANI 



I. 

Tra i molti e bei manoscritti posseduti dalla fami- 
glia Roncioni di Pisa, i quali ebbi agio di esaminare per 
la sìngolar gentilezza del dott. Manfredo Camici Roncioni, 
uno ve n' ha contenente una scrittura del tutto sconosciuta: 
il commento, o meglio un lungo brano del commento 
che un ignoto scrisse nella seconda metà del secolo XVI 
sopra la canzone di Guido Guinizelli Al cor gentil ripara 
sempre Amore, lì commento è di scarsissimo valore, trat- 
tandosi di una delle solite cicalate accademiche che ab- 
bondarono nel cinquecento, per lo più sopra una poesia 
del Petrarca, non raramente anche su rime di minori e 
più antichi poeti: di tanto più scarso poi, quanto il pen- 
siero deir autore è rabbuiato dalla falsità e dalle lungag- 
gini di uno stile intollerabile. Però mi astengo dal dare 
notizia più piena di cotesto commento, che importa solo 
alla storia della fortuna del Guinizelli, attestando lo studio 
delle rime di lui tra gli accademici dell'ultimo cinque- 
cento. Solamente , né senza chiederne venia ai lettori 
del Propugnatore, pubblico la lettera con la quale l'au- 
tore , che si cela sotto le iniziali G. B. e V appellativo 
d'Incognito Cenerario, mandava il commento a Pietro 
Testa « suo precettore »; e la pubblico perchè essi let- 
tori mi aiutino a scoprire chi sia il G. fi. e a rintrac- 
ciare notizie di lui e del suo maestro, se pur sarà dato 
ad alcuno di trovar altro. Il tempo dell'uno e dell'altro 



448 MISCELLANEA 

è certo la seconda metà del secolo XVI; e più verso la 
fine /che nel mezzo di quel secolo: basterebbe, a provarlo, 
la citazione, che occorre nel commento, deW Ercolano 
di Benedetto Varchi, pubblicato la prima volta, come è 
noto, nel 1570. 

il Dolto mag.» et R> M. Pietro Test» suo preeettore oss."* 

Poiché li caldi eccessivi, hanno (operando il contrario) in 
me rattiepidita Y intensa voglia che di venire a Roma io have- 
va; giudicando assai meglio esser che per breve ispatio a quella 
togliendomi in perpetuo (come le humane cose dispongono) 
me li rendesse, che per il contrario, da furor giovenil traspor- 
tato in un meddemmo istante privo deli'anterior faccia di Giano 
opprobriosamente dimostrandomi, subito costà venisse, ma più 
presto di poi di quella mi privasse per qualche fiero acci- 
dente caggionato dalli maligni raggi del sirtio cane d'Orio- 
ne: non molto tardò ad assalirmi con maggior forza che ne* 
mie* più giovanti anni non soleva il fancìuletto idio, alla di 
cui fiamma mai il mio petto fu renitente (quantunque di in- 
finiti mali et ultimamente della mia peregrinatione a quella 
sia attribuita la caggione), ma non per altro certo mi sono 
accorto cosi ardente in me le sue accesi faci rinovellarsi, se 
non che acciò che la sua inocentia manifestando le di lui lodi 
et la via quale a glorioso Une con il suo mezzo conduce 
scrivesse; air ultima delle quali appigliandomi più in quelli, 
quali per il passato trascorso sono, errori mi avilupasse, ma 
vertuosamente operando le paterne in quanto le mi' deboli 
forze si estendono seguisse, lasciando a posteri esempio di un 
vero et lodevole amore, già che senza di quello virtuosamente 
operare non si puote, et insieme admonire quelli ch'oggi 
vivono a retirarsi dalla dissoluta vita, se alcuni ce ne ha, che 
tale la tengono; ma perchè considerando gì' innumerabili et 
infiniti mali, quali sotto nome d'innamorato, non altrui 
amando, ma me medesimo odiando trascuratamente io co- 
messi , dubittando che medesimamente I' animo de quelli in- 
fetti et macchiato ancora più tosto a li medemmi abbraciare 



MISCELLANEA 449 

che a fuggire il mai uso mi risospiDga sotto pretesto di virtù, 
ateso che le invecchiate usanze et costumi (come vole il lirico 
Poeta dicendo Quo semel imbuia est recens servabit odorem 
testa diu) con non picciola difficultà si disradichino; però, non 
confidato nella propria ellettione né del proprio consiglio, allo 
di voi mi son resoluto di stare, come a quello di cui T amore, 
che fino da miei più teneri anni mi cominciò a portare, di 
giorno in giorno chiarissimo si è mantenuto, non dirrò adu- 
landovi accresciuto, come che ancora il falso dirrei essendo 
stato perfettissimo da principio et perciò inabile di augumento 
alcuno; di sorte che meritamente scrìverò a voi dì amore et 
con voi di amore raggionerò, faccendovi di quello giudice, già 
che di quello rippieno sete: non vi dispiaccia adunque sopra 
questa mia risolutione, lasciando alle volte da parte gli altri 
studii, discorere et sopra di quella il vostro parere appale- 
sarme, né vi pensiate che da vana ambition gonfio, io, come 
compositione degna di andar al giuditio comune delli huomini 
materiali et sensuali, questa vi mandi, perchè avenga che 
d'interprete habbia presono ipisogno?) me non alla politezza 
della lingua firentina, la quale mai ho apparato, ma solo alle 
regole con le quali dovevo governare et prescriver leggi alla 
parte ignea che in me si truova, ho auto risguardo. II che 
questo solo manifestivilo et della verità facciavi capace che 
Don le rime del primo et secondo toschano, Francesco Petrar- 
cha Cardinal Bembo, ho tolto (per cosi dire) per scopo a 
interpretare; ma, quelli insieme con qualunque altro dicitor 
fiorentino lassati da banda, l' antico Guido Guinizelli Bolognese 
mi sono amico reso, quale perciò non meno dottamente di 
qualunque altro trattò delle laudi del vero amore (et con più 
verità, che bugie in biasmarlo non disse Guido Cavalcanti in 
la filosofica canzone Donna mi priega per eh* io voglio dire) 
et di che qualità doveva egli essere così dalla parte attiva 
come dalla passiva, cioè dalla banda dell' amata che è attiva 
et amante quale in amore è passivo, et di che sorte egli fusse 
et quali efietti causasse. Et a questo più presto a voi che ad 
altri scrivere maggiormente hammi fatto risolvere il pararmesi 
davanti la mente il nome con il quale mai sempre ho avuto 
in usanza di chiamarvi, cioè maestro. Che se nelle lettere 



T. CAsmi 



CANTAR LA LODOLINA 



« il càncar vi venghi, s'io non pagassi un scado 
» s* io l' havesse, et che Flavio innante che andaste, tro- 
» vasse li denari, et voi foste serrato sii la strada a cantar 
» la lodolina. > 

Cosi a messer Polidoro quel fnrfantello di Fortino 
nell'Atto IV, Scena III, della Vaccaria di Razzante (1). 
Si tratta di dae, Flavio e Polidoro, che son presi a un 
modo della medesima cortigiana; la madre di lei, che 
campa mercanteggiando la figliuola, la darà a chi saprà 
esser più lesto a portarle certa somma. Polidoro eccita 
Forbino, ragazzo della mezzana, a correre dalla padrona 
sua, per annunziarle eh' ei vien tosto. Correre 1 Sicuro, 
ma Forbino esclama : < corro sempre, né mai vinco pallio 
alcuno > : e' vorrebbe che ser Polidoro allentasse un tan- 
tino la borsa anche per lui. Denari debbo snocciolarne già 
troppi alla tua padrona, risponde stizzito Polidoro; ed al 
ragazzo non dà neppure < un bezzo. > Ecco che allora 
Forbino gì' intona quel tale augurio, che si è sentito. 

Or bene, che voglion dire le ultime parole : e .... et 
voi foste serrato su la strada a cantar la lodolina ? > Me 
le ha fatte prima avvertire il sig. E. Lovarini, mio scolare, 
e insieme slam giunti presto, se non abbiam preso ab- 
baglio, a coglierne il senso. * 

La lodoletta, soave inspiratrice di versi soavi a Bernard 
de Yentadom, a Dante, allo Shelley, è la canora annun- 
ziatrice del giorno. Le sue note mattiniere, in una delle 
più belle scene shakespeariane, avvertono Romeo e Giu- 

(1) Vicenza, 1598, p. 37 della Vaccaria, 



454 HISCELLANSA 

messer Polidoro di far la parte che ha la gaita nell'atta 
provenzale, o, in altri t^mini, di reggere il candeliere. 

Dunque tra il nostro popolo c'erano al tempo di 
Ruzzante canti simili all' alba? Parrebbe davvero ; se pure, 
come accade nel linguaggio popolare, il motto di Forbino 
non è riflesso inconscio di un' usanza scomparsa o di una 
forma poetica perduta. 

Valba nacque fiore selvaggio, e crebbe fiore di 
serra : il poeta d' arte la tolse al volgo, e la coltivò con 
sottile cura. Allora s'imaginò il convegno non più sotto 
l'aperto cielo, come nella antica romanza francese, ma 
nel castello; non più fra ruvidi amanti popolani, ma fra 
dama e cavaliere. E poiché nel medioevo usava che l'alba 
fosse annunciata dalla scolta vigilante sulla torre del ca- 
stello, si finse che gli amanti si destassero al grido della 
gaita, non più al canto dell' allodola. A poco a poco si 
figurò che la gaita d' inconscia che era divenisse complice 
cosciente; finché la parte sua si attribuì più convenien- 
temente ad un amico fidato, vegliante fuor del castello. 
Ma accade che la poesia popolare si faccia artistica; poi 
dalle cime dell'arte ridiscenda fra il popolo, ond'era 
prima uscita: e tanto più facilmente questo, se il popolo 
abbia serbata costante memoria del motivo originario. Cosi, 
mi si conceda di trarre dalla frase di Forbino tutte le 
illazioni possibili, sarebbe avvenuto fra noi per l'atta, 
poiché, giova ridirlo, quella che dalla frase stessa abbiam 
modo di rìcomporci in mente, riprodurrebbe la situazione 
medesima delle att^ artistiche, salvo che l'ambiente e i 
personaggi, e tutto insomma, da aristocratico si sarebbe 
fatto borghese popolare. 

V. Gresoni. 



INDICE 
del Volume I.*, Parte I.' 



G. GARDUca: Rime antiche da carte di archi?! (Continua) Pag. 7 
S. MoRPURGO: Detto d'amore, antiche rime imitate dal 

Roman de la Rose § 18 

F. Roediger: Dichiarazione poetica dell' Inferno Dantesco, 

di Frate Guido da Pisa i 62, 326 

D. Mantovani: n disdepo di Guido Cavalcanti . . . i 93 

E. Teza: Come si possa leggere il Cantico del Sole . . » 108 
T. Casini: Nuovi documenti su Gino da Pistoia ...» 167 

G. Antonibon: Un codice petrarchesco bassanese ... § 186 

F. Flamini: La vita e le liriche di Bernardo Pulci . . » 217 
E PÈRCOPO: I Sonetti del Pistoia. À proposito di una 

recente pubblicazione » 249 

E. LovARiNi: Le canzoni popolari in Ruzzante e in altri 

scrittori alla pavana del sec. XVI » 291 

G. Mazzoni: Capitoli inediti dei Fioretti di S. Francesco » 396 
T. Casini e À. Bartou: Il canzoniere palatino 418 della 

Biblioteca Nazionale di Firenze (Continuaz. e Gne) » 412 

Xifloellaiiea. 

T. Casini: Guglielmo Beroardi (sec. XIII) » 118 

À. Solerti: Alcuni frammenti della Gerusalemme liberata » 121 
L. Gentile: L'autore della Cronachetta di San Gemi- ^ 

guano in terza rima » 127 



di scandolo, bora a rovescio di essempio sia. noo 
che il scoretlo gre^o sì facesse dopo l'odila filosofi! 
State sano. 

Di V. S R.'i' 

S. Aff."» ( 
Incognito Ce 

Cosi r Incognito Cenerario ( sarà veramen 
un nome accademico?) mandava al reverendo i 
suo scritto guinizeiliano : chiarendo cioè gì' ini 
neit' esplicare la canzone del nobile messer C 
con forma tanto sciagurata che a racconciarla r 
d' esser riuscito con lo sforzo fatto per interpi 
sgangherati periodi. Ad ogni modo, ripeto, chi 
ai lettori; e U riprego a comunicarmi qualunqi 
potesse loro occorrere o sull' Incognito o sul 
maestro. 

T. C 



IL PROPUGNATORE 



NUOVA SERIE 



456 INDICE 

G. Mazzoni: Luca o Luigi Pulci t Pag. 132 

T. Casini: Appunti Guioizelliani » 447 

V. CiiBSCiNi: Gancar la Lodolina » 451 

Bi1>liosraflA. 

Supplemento alle Opere volgari a stampa dei ucoli XIÌÌ 
e XIV indicate e descrìtte da Francesco Zambrìni. 
Pubblicazioni del 1887 » 137 



IL PROPUGNATORE 



NUOVA SERIE 



IL PROPUGNATORE 

NUOVA SERIE 
PERIODICO BIMESTRALE 

DIRETTO 

GIOSUÈ CARDUCCI 



1. llCm IILU UGt, T. USil, e nUTI, G. IfflOI, 

s. losimo, 1. min, o. mm 



BOLOGNA 

PRESSO ROMAGNOLI-DALL' ACQUA 

Ijbnit^ilon dilli S. Gìnoirssiane {«' Testi di Uipl 



Proprietà Letteraria 



Bologna 1888 -> Tip. Fava e Oaragoani 



GUIDO DI GUINIZELLO DE' PRINCIPI 



E 



GUIDO GHISILIERI 



Del maggiore fra i poeti che prima di Dante scrissero 
in lingua volgare se non mancano notizie biografiche sufiB- 
cienti a determinare il periodo della sua attività poetica, non 
si può dire che ogni oscurità sia dileguata, specialmente per 
ciò che riguarda le origini della sua famiglia ed i rapporti 
di parentela che essa ebbe con altre bolognesi. Direi anzi 
che le incertezze genealogiche circa le case de' Principi 
e de' Ghisilierì, anzi che diminuire, sieno venute sempre 
aumentando. Primo a recare qualche confusione in tale 
argomento fu il Mazzoni-Toselli (1), allorché tentò di pro- 
vare che Guido e i due suoi fratelli Giacomo e Uberto 
uscirono non già dalla nobile schiatta de' Principi, ma da 
quella dei Magnani. Tale opinione non meritava certo di 
essere accolta dallo Scartazzini (2), né meriterebbe di es- 
ci) Racconti storici estratti dall' Archivio criminale di Bologna, 
Bologna, 1870, in 8.^ Tom. Ili, pag. 345. 

(2) La Divina Commedia di Dante ÀLicmERi riveduta nel testo e 
commentata da 6. A. Scartazzini. Leipzig, F. A. Brockhaus, 1875, in 
8.', Voi. n, pag. 535. 



b L. FRATI 

sere qui discussa, se non fosse per chiarire ogni dubbio 
che possa rimanere intomo alla famiglia onde trasse orì- 
gine il e massimo Guido ». Il Mazzoni -Toselli fu indotto 
in errore dall' aver trovato spesso ne' documenti del- 
l' Archivio criminale di Bologna il nome di Guido quondam 
domini GuinigelU Magnani; ma questo, ridotto in volgare, 
non può corrispondere se non a Guido del fu Guinizello 
di Magnano; in quella stessa guisa che Guido GuinifeUi 
non significa Guido Guinizelli, ma Guido di Guinizello. 

É chiaro dunque che Magnano fu il nome dell'avo 
di Guido, e non quello di sua famiglia. 

Dopo il Mazzoni-Toselli parlò della famiglia di Guido 
Guinizelli e di Guido Ghisilieri il prof. Adolfo Bor- 
gognoni in un suo articolo ingegnoso, ma non esente 
da qualche sottigliezza ed oscurità, inserito nel giornale il 
Preludio (1). Il Borgognoni dopo aver tentato di identi- 
ficare Rugierì d'Amici e Rugieri Pugliese con Rugerone 
da Palermo ; Jacopo d' Aquino con Jacopo Mostacci ; Gia- 
comino Pugliese con Jacopo da Lentini, si propose di 
isolvere un'altra questione: «; Guido Guinizelli e Guido 
Ghisilieri sono due distinti rimatori? non piuttosto 
sotto questi due nomi è da vedere un rimatore solo ? » 
E a queste dimande rispose osservando che e in nes- 
sun codice si leggono, o si lessero mai versi sotto il 
nome, di Guido Ghisilieri, né, circa un poeta di questo 
nome si trova testimonianza alcuna storica effettiva, 
all' infuori della menzione che del Ghisilieri si legge 
nel De vulgati eloquentia. Ma quella autorità e quella 
testimonianza a ben guardarla, si risolve anch'essa in 
nulla, anzi in peggio di nulla, pel Ghisilieri. Ecco qui. 
Nel capo XY, libro I 1' autore , enumerando i bolognesi 
che aveano scritto in volgare illustre , ricorda : Maximus 

(\) Preludio, a. Vffl (Ancona, 1884), n. 5-6, p. 50. 



GUIDO DI GUINIZELLO DE' PRINCIPI E GUIDO GHISILIERI 7 

» Guido Guinicelli, Guido Ghiselerius, Fabritìus et Ho- 
» nestm. Poi viene agli esempi e mette 

M(iximt4S Guido: Madonna il fermo core 

FdbrititAs: Lo meo lontano gire 

Hanestus: Più non attendo il tuo soccorso, Amore 

» Si noti intanto che T esempio che dovrebbe esser tolto 

» al Ghisilieri, manca. Nel libro II, al capo XII, discor- 

> rendo di rimatori che hanno cominciato canzoni tra- 
» giche con un verso settenario, Dante ricorda: Guido- 

> nem de Ghiseleriis et Fabritium bononienses e viene 
» agli esempi senz' altro cosi : 

Di fermo sofferire et 
Donna lo fermo core et 
Lo mio lontano gire. 

L' ultimo di questi tre versi è, come si vede dal passo 
citato dianzi, di Fabrizio: dunque è chiaro che Dante 
attribuisce al Ghisilieri gli altri due. Ora il verso Di 
fermo sofferire è il primo d'una canzone che in un 
codice Vaticano ha per autore Simone Ranieri, rima- 
tore del quale non si sa nulla sinora : il secondo è fa- 
cile vedere che è il medesimo verso che l'Alighieri 
riferisce nel libro I come di Guido Guinizelli, non fa- 
cendo differenza il Donna in luogo di Madonna e il 
lo invece di il. 

» Dunque, lasciando stare il primo dei tre versi sul 
quale nulla possiamo dire, qui è certo che il secondo 
esempio, quello o uno di quelli che dovrebbero ri- 
spondere al nome del Ghisilieri, è un verso che Dante 
» sapeva essere del Guinizelli ^. 

Questo fatto apparentemente strano è spiegato dal 
Borgognoni ammettendo che e Dante con due diverse 
» denominazioni, non fece altro che ricordare sciente- 



8 L. FRATI 

ì mente una sola persona, sempre la medesima persona. 
> E si noti bene — prosegue l' ingegnoso critico — il 
» diverso modo col quale T Alighieri scrive quelli che a 
» noi sembrano ora troppo facilmente due cognomi. Egli 
) scrìsse Guido GuinicelU, non già GuiniceUus; scrisse 
» Guido GhisileriuSy non già Ghiselerii ». 

» E questo, perchè in quel passo egli volle dire 
» Guido figliuolo di Guinizello, e col Guido Ghiselerius 
» intese significare Guido della famiglia, o meglio, della 
» gente Ghisiliera ». 

La conclusione alla quale giunge il Borgognoni è in 
sostanza questa : che il Mcissimo Guido ai tempi di Dante 
fosse noto indifferentemente sotto la denominazione di 
Guido Guinizelli e di Guido de' Ghisilieri. 

« 

Il primo argomento addotto dal Borgognoni per uc- 
cidere (com' egli dice) criticamente Guido Ghisilieri poeta 
non ha in vero gran valore. Se si potesse negare T esi- 
stenza d' un poeta per ciò solo che di lui non conosciamo 
alcuna poesia, dovremmo cancellare dalla storia letteraria 
i nomi di molti poeti, specialmente veneti, ricordati nella 
Leandreide^ dei quali non ci è rimasto un verso solo. Ma 
è poi ben certo che nulla possediamo del Ghisilieri? 

Della canzone: 

Di fermo sofferire 

lo stesso Borgognoni conviene nell' affermare che nulla 
possiamo dire; e, se il codice vaticano 3214 T attribuisce 
ad un Mastro Simone Ranieri da Firenze (1) del quale 

(i) Forse il manoscritto antico, di cui il cod. Tat 3214 é un apo- 
grafo del cinquecento, aveva nella didascalia: M, Simotie Ranieri ecc., 
cioè Messere Simone ecc., che sarebbe, a giudicarne dalla successione 
abituale dei nomi in quella famiglia, uno dei Peruzzi. Infatti un Simone 
di Rinierì Peruzzi era dei Priori della Repubblica Fiorentina nel 1356 e 
Gonfaloniere di giustizia nei 1363 pel quartiere di S. Croce. {Delizie 
degli erud. tose, XIV, pp. i4 e 53). 



GUIDO DI QUINIZELLO DE* PRINCIPI E GUIDO GHISILIERI 9 

non si conoscono altre poesie, vorremo per ciò negar fede 
a Dante ed affermare senz' altro che tale canzone non è 
del Ghisilieri ? Chi abbia qualche conoscenza dei codici di 
antiche rime volgari sa quanto frequenti sieno le incer- 
tezze neir attribuire un componimento a un autore piut- 
tosto che a un altro. 

Ad ogni modo (pur accettando l'ipotesi del Borgo- 
gnoni) resterebbe il fatto molto strano di trovare una 
stessa persona ricordata da Dante ora col solo nome di 
famiglia {De vulg. eloq., II, 12), ora col solo patroni- 
mico {De vulg, eloq., I, 9; II, 5 e 6) ed ora coli' uno 
e l'altro insieme {De vulg, eloq., I, 15). 

Si potrebbe inoltre osservare che, se l'Alighieri 
avesse voluto accennare non a quattro, ma a soli tre ri- 
matori bolognesi , non avrebbe ripetuto il nome Guido , 
com' egli fece, ma avrebbe scritto : Guido Guinicelli GAi- 
selerius, o de Ghiseleriis, « 

Il Borgognoni per dare alla sua tesi maggiore aspetto 
di verità vorrebbe metterla d'accordo colle notizie ge- 
nealogiche della famiglia Ghisilieri, dimostrando che i 
Principi non furono altro che uri ramo derivato da quella 
schiatta. Vediamo se questa parte del suo ragionamento 
regga di fronte alle testimonianze biografiche. 

e La antica schiatta dei Ghisilieri vantava nobiltà 

> principesca, e non è del tutto improbabile ch'ella ri- 

> cordasse il marchesato nel suo medesimo cognome, 
» originario di Ghixellus o Ghixellus, sincope o sconcia- 
» tura di Marchisellus (1). Questo nome di Marchisellus 

(i) Air etimologia qui proposta dal Borgognoni del cognome Ghisi- 
lierì mi sembra preferibile V altra, che proporrei, da una GisUa o Ghisla^ 
onde i discendenti fossero detti Ghisilerii. La frequenza di questo nome 
neir onomastica bolognese del Medio Evo e la forma de Gisleriis, che 
ha spesso nelle antiche carte il cognome di questa famiglia, rendono 
forse non poco verisimile la nostra ipotesi. 



10 L. PRATI 

ì si trova appunto riferito in linea della famiglia de' Prin- 

> cipi (Capitani del Frignano), uno dei rami ne' quali io 
» penso si dividesse la schiatta de' Ghisilieri » . 

Quest'origine della famiglia Ghisilieri, secondo le 
congetture del Borgognoni, non è certo conforme a ciò 
che ne dicono i genealogisti bolognesi. 

L' albero genealogico , che trovasi con molte altre 
notizie di detta famiglia tra i manoscritti di Lodovico 
Montefani-Caprara, dà per capostipite un Ghislerio, vis- 
suto circa alla metà del secolo XII, dal quale derivarono 
Albertino, Gerardo, Oddone e Guglielmino. Gerardo ebbe 
cinque figli, Spagnuolo: Rolandino, Bonaparte, Ugolino e 
Lorenzo avo di Guido; il padre del quale fu Opizzino 
di Lorenzo, non già Lorenzo di Opizo (1). 

Prosegue il Borgognoni: « Guinizello di Magnano, 
» padre del nostro Guido, era di questa famiglia de' Prin- 
» cipi, la quale pare accenni anch'essa, nella sua de- 

> nominazione , all' alta nobiltà della schiatta. Sembra che 

> con Lorenzo d' Opizo de' Ghisilierio non mollo pri- 
» ma, divergesse da quel ceppo un altro ramo, il quale 
» ritenne il nome stesso della schiatta vaie a dire si 
) chiamò senz' altro de'Ghisilieri.» . Il Borgognoni vorrebbe 
dunque far derivare la famiglia di Guido Ghisilieri da Lo- 
renzo d' Opizo , , per meglio dire , da Opizzino di Lo- 
renzo. Anche in ciò è contraddetto dai genealogisti bolo- 
gnesi che danno alla famiglia Ghisilieri un' orìgine ben più 
antica. Se pure non vogliasi col Savioli (2) far risalire la 

(1) D Fantuzzi {Scrittori bolognesi, IV, 145) dice che il padre di 
Guido Ghisilieri fu Upizzino di Lorenzo e i documenti dell* Archivio di 
Stato gli danno ragione, nominando spesso: Guido condam d. OpiQÌni de 
Gissilleriis. Non so perché il Borgognoni dica e ripeta più volte che 
Guido fu figliuolo di Lorenzo di Opizo. 

(2) GozZADiNi, Delle torri gentilizie di Bologna, Bologna, 1875, in 
8.', p. 296. 



GUIDO DI GUINIZELLO DE' PRINCIPI E GUIDO GHISILIERI 1 1 

schiatta de' Ghisilieri fino al secolo XI, ovvero col Jaco- 
billl (1) accettare la favolosa tradizione che li fa discen- 
dere da un Islerio nobile Costantinopolitano venuto a 
Bologna con S. Petronio T anno 430 , certo è però che 
di molti di detta famiglia si trova memoria assai prima 
di Opizzino vissuto circa alla metà del secolo XIII. Il 
Ghirardacci (2) ricorda un Uberto Ghisilieri, che nel 1188 
andò coli' imperatore Federico I in Palestina per ricu- 
perare Gerusalemme. Oddone Ghisilieri fu nel 1216 man- 
dato dai Bolognesi ambasciatore a Runini per comporre 
la discordia sorta fra T una e V altra città (3). Ramberto 
d'Ugolino Ghisilieri nel 1236 fu Pretore di Perugia, nel 
1249 fu uno di quelli che giurarono la pace coi Mode- 
nesi e nel 1261, mandato ambasciatore al Papa, ottenne 
la liberazione dall' interdetto (4). Non occorre citare 
altri nomi per dimostrare che il ramo de' Ghisilieri non 
derivò certamente dalla schiatta de' Principi, come vor- 
rebbe il Borgognoni, con Opizzino di Lorenzo; ma se 
le due famiglie non ebbero dipendenza genealogica 
runa dall'altra, furono bensì congiunte (segnatamente 
nelle persone dei due Guidi) da affinità di parentela, 
come si vedrà più innanzi. 

A togliere ogni discrepanza sul casato di Guido di 
Guinizello, stimo opportuno di raccogliere le testimo- 
nianze contemporanee che ricordano i soggetti della fa- 



(i) Vita del Santiss. Sommo Ponte f. Pio F, del B. Bonaparte^ 

della B. Filippa, etc tutti cinque della famiglia Ghisiliera con un 

breve discorso di detta Nobile Prosapie, descritte dal sig, Lodovico 
Jacobilli. Todi, V. Calassi, 1661, 4.^ p. 5. 

(2) Della historia di Bologna, In Bologna, 1596, in fol., I, 200. 

(3) Ghiselli, Cronaca ms, di Bologna, voi. I, p. 341. 

(4) Ghirardacci, Op. cit., p. 178 e Montefani-Gaprara, Notizie 
genealog. mss. della famiglia Ghisilieri, presso la Biblioteca Univ. di 
Bologna. 



12 L. FRATI 

* 

miglia di lai & pubblicare nella loro integrità alenai dei 
documenti indicati dal Fantuzzi (1). Dal confronto di si 
autentiche testimonianze verrà dato di poter fissare il 
nome del casato a cui appartenne il nostro poeta e 
quando dal patronimico fosse fermato il nuovo cognome 
al ramo di lui. 

Magnano, avo di Guido, era membro del Consiglio 
di Credenza l' anno 1234. Di lui sono noti tre figli : Zac- 
caria, Gerardino e Guinizello. Zaccaria è ricordato dal 
Savioli (2) all'anno 1267; nel qual tempo fu uno degli 
otto nobili delegati alla ricupera dei beni pubblici. Ge- 
rardino è nominato negli Statuti bolognesi dell' anno 
1262 (3); né è la sola identità del patronimico che 
m'induce a ritenerlo figlio di Magnano, ma la coinci- 
denza della casa da lui posseduta in Ceretolo, dove ap- 
punto ebbe possidenza anche lo stesso Guido (4). 

Guinizello è ricordato col patronimico di Magnano 
in dieci documenti (5), era membro del Consiglio del 



(1) Alcuni dei documenti relativi al Guinizelli e al Ghisilierì citali 
dal Fantuzzi come esistenti nelF Archivio di Stato non mi fu possibile 
rintracciarli, perché le indicazioni non sempre furono date con esattezza; 
ciò che può vedersi dai documenti ritrovati, dei quali il testo fu spesso 
riferito dal Fantuzzi molto arbitrariamente. 

(2) Annali bolognesi. Voi III, P. I, pag. 403. Si vuole notare in 
questo passo la comparsa precoce del cognome de Guinieelli, non com- 
provata però da alcun documento; cosicché non sappiamo donde l'abbia 
tratta il nostro annalista. 

(3) Statuti di Bologna dall' anno i245 all' anno iÌ67 pubbi per 
cura di Luigi Frati. Bologna, R. TipograGa, 4869-1877, in iJ" A pag. 
635 del Tom. HI si legge: « Statuimus et ordinamus quod unus puteus 
> debeat (fieri) in terra Geretuli, in contrata que dicitur Pasteno, inter 
» domum Gerardini Magnani et domum Gursii viri quintanese, etc. i. 

(4) V. doc. VI. 

(5) V. Savioli, Op. cit., T. III, P. II, p. 92, Doc. DLXXV. — T. 
IH, P. II, p. 345, Doc. DCXIV. ~ T. Ili, P. II, p. 380, Doc. DGCXXXn. 



OUIDO DI OUINIZELLO DE* PRINCIPI E GUIDO QHISILIEBI 13 

Comune nei novembre del 1229 e 1234 (1), nel 1239 
assistè ad uno degli atti del Sindacato del Podestà Ro- 
berto da Concoreggio (2), nel 1248 era Console dei mer- 
canti (3), nel 1249 fu mandato con Bolognetto degli Atti 
ad Imola per ristabilirvi la quiete (4), e nello stesso 
anno figura fra i personaggi cbe giurarono Y accordo fra 
Bolognesi e Modenesi per la querela intomo al Fri- 
gnano (5). Nel 1256 Guinizello de' Principi fa uno degli 
otto sapienti in aggiunta ai trentaquattro cittadini scelti 
dai ministrali delle arti e delle armi per compilare nuove 
provvigioni a tranquillità del Comune (6) ; nel 1257 
prese parte all' atto d' arbitrato di Buonaccorso da So- 
resina Podestà di Bologna sulle discordie de' Faentini (7) ; 
nel 1259 in qualità di Console de' Mercanti fu eletto a 
far parte de' Savi che doveano sottomettere a rigido 
sindacato i cittadini che avevano amministrato le biade 
ne' tempi addietro (8); nel 1262 fu presente all'atto di 
sottomissione de' Bertinoresi al Comune di Bologna (9); 
nel 1266 andò col notaro Martino Rosello Podestà a 
Nami (10). In conseguenza della cacciata dei Lambertazzi, e 



— Sarti, De claris Archigymn. Bonon. professoribus. Bononiae, 1772, 
in fol, Tom. I, P. II, p. 126, Doc. BB. — Matric. Notarior, ab a, Ì2i9 
ad a. iSOO, citata dal Fantuzzi (IV, 345) e i DocumeDti I, II, m, V 
e VI qui pubblicati. 

(1) Savioli, Op. cit., T. Ili, P. n, p. 92, Doc. DLXXV e p. 151, 
Doc. DGin. 

(2) Savioli, Op. cit., T. Ili, P. II, p. 179, Doc. DCXVII. 

(3) Statuti di Bologna, Ili, 228. 

(4) Savioli, T. III, P. I, p. 49. 

(5) Ghirarbacci, Hist. di Boi, I, 148. 

(6) Statuti di Bologna, ffl, 381. 

(7) Savioli, Op. cit., T. Ili, P. II, p. 345. 

(8) Statuti di Bologna, DI, 463. 

(9) Savioli, Op. cit. , T. Ili, P. II, p. 380, Doc. DCCXXXII. 

(10) V. doc. I. 



14 L. rRATI 

quindi ancora della sna famìglia, impazzi (1), e pochi 
mesi appresso morì in Verona, ov' ebbe sepoltura e mo- 
numento, che tuttora conservasi colla seguente sempli- 
cissima iscrizione: 



SEPVLTVRA D. GVINIGELLI D. PCIPm, D. BONONU ET SVOR. 

HEREDVM MGGLXXXm. 

Fu adunque negato al vecchio Guinizello anche V estre- 
mo conforto di potere eternamente riposare accanto 
alla madre sua, sepolta nella chiesa di S. Francesco in 
Bologna. In un antico necrologio che conservasi presso 
la Biblioteca Comunale di questa città (2), tra coloro che 
ebbero sepoltura in detta chiesa si leggono i nomi di 
Jacopo, Bonaparte, Inibaldo, Francesco, Lambertino, Gu- 
glìelmìno, Opizzino e Guido di Oddone Ghisilierì. Della 
madre di Guinizello de' Principi non è detto il nome, ma 
leggesi solo la seguente annotazione (car. 35 r.): Ma- 
tris (sottint. Arca) domini Guinigelli de principibus habet 
ab oriente arcam domini Johannis de gapulis, ab austro 
arcam uxoris domini Rolandini, ab occidente arcam 
magistri Pauli, ab (muilone arcam domini Michaelis de 
priore. 

Ebbe Guinizello tre figli ed una figlia: Guido, Gia- 
como, Uberto e Vermiglia (3). 



(4) v. doc. ni. 

(2) Ha esternamente questo titolo: Libro delle eoneessicni di se- 
polture di diversi nella Chiesa di S. Francesco (Sep. Aula i7. - I, 
n, 30). A. car. ir.: e In ìsto libello sunt descrìpte omnes arche seu 
> sepulture que sunt circa ecclesiam fratrum minorum de Bononia. Et 
» ut quelibet ipsarum ab inquirente facilius inveniri possit distinguuntur 
» in XXUI partes sicut in subscripta tabula que buie libello [freponìtur >• 

(3) V. doc. II. 



GUIDO DI GUINIZELIiO DB' PRINCIPI E GUIDO GHISILUSBI 15 

Guido ricórre la prima volta, dice il Grion (1), in 
atti pubblici del 20 novembre 1265. Mercè le notizie con- 
servateci dagli Statuti di Bologna (2) potrebbesi antici- 
pare questa data di quindici anni; poiché, laddove si parla 
delie località ove si mettea bando, tutti gli otto codici ne 
ricordano una in istrada Castiglione, davanti la casa di 
Guido de' Principi, che, secondo la lezione dei codici 
1250, 52 e 52\ sarebbe stata dirimpetto alla Chiesa di 
S. Lucia. Il Grion, facendo osservare che il solo Guido assistè 
come testimonio all' atto di obbligazione del notaio Mar- 
tino Rosolio a di 20 novembre 1265, ne deduce che gli 
altri due fratelli, ^ Giacomo ed Uberto, che figurano in atto 
del 1268, non avessero nel 1265 varcato il diciottesimo 
anno (che la maggior parte degli statuti italiani d'allora 
prescriveva per tali atti) e che il nostro Guido i' avesse 
varcato di poco , contasse cioè vent' anni e fosse nato 
circa il 1245. Questa deduzione alquanto arbitraria rimane 
priva di fondamento mercè la notizia che trovasi negli Statuti 
bolognesi del 1250; poiché se in tale anno troviamo ri- 



Ci) li Propugnatore, V. S., Voi. U, P. D, p. 278. Bologna, Roma- 
gnoli, 1869, 8.' 

(2) VoL III, p. 85. e Et ante domum prìncipum, que est domini 
> guidonis in strata castillionìs ante sanctam luciam. > Non essendo però 
verosimile che in vìa Castiglione si mettesse bando in una sola località, 
é a preferirsi la lezione dei codd. del 1260 e '67, i quali aggiungendo 
la copula et, indicano due luoghi, cioè dinanzi alla detta chiesa e alla 
casa di Guido, che probabilmente era presso la via ora detta dei Poeti, 
essendo a tale effetto preferiti i trivii e i quadrivii. Scrive Giuseppe Gui- 
DiciNi {Cose notabili della città di Bologna. Bologna. Slab. tip. Monti, 
i869, voi. 0, p. 159): e Errò il Montalbani dicendo che Guido Guini- 
» celli era della parrocchia di s. Benedetto di Galliera, perché invece 
» era di quella di s. Benedetto di Porta Nova > ; ma alla rettiflca del 
Guidicini, non meno che all' errore del Montalbani, manca 1* appoggio di 
qualsiasi testimonianza. 



16 U FRATI 

cordata la casa di Guido de' Principi, ciò mol dire che 
il nostro poeta fin da questo tempo vivea disgiunto dagli 
altri membri di sua famiglia e quindi non poteva esser nato 
nel 1245. Ma anche senza il soccorso di questo documento, 
ammettendo pure che Giacomo ed Uberto non potessero 
assistere come testimonii ad atti pubblici nel 1265, perchè 
non aveano varcato il diciottesimo anno, come si può in- 
ferirne che Guido l'avesse varcato di poco e contasse 
precisamente vent' anni d' età? Cosi pure desidererei 
sapere donde il Grion abbia ricavata la notizia che 
Guido prese per moglie Beatrice della Fratta nel 1273, 
cioè in età di ventotto anni. Sappiamo bensì dal Fantuzzi 
che Guido ebbe un figlio a cui fu imposto il nome stesso 
del padre e che, dopo la morte del poeta, la vedova Bea- 
trice a di 13 di novembre 1276 ne prese la tutela e nel 
1287 era ancora pupillo, vale a dire non avea ancora var- 
cato il quattordicesimo anno; ma da tutto ciò come può 
inferirsi che Guido s' ammogliasse nel 1273 ? 

Ai 2 di giugno del 1274 Guido, unitamente alla fa- 
zione de' Lambertazzi, andò in esiglio; egli ed il fratello 
Giacomo furono confinati ed il fratello Uberto fu bandito 
per sempre. Non sappiamo con certezza ove si ricoverasse 
il poeta Guido, ma possiamo ragionevolmente supporre ch'ei 
trovasse rifugio a Verona, ove fu fatto trasportare anche il 
padre Guinizello e dove questi mancò di vita prima del 
20 maggio 1275 (nel qual anno è ricordato il bandito 
Uberto figlio del fu Guinizello) ed ebbe sepoltura e mo- 
numento, come dissi, nel 1283 (1). 



(1) Il prof. Isidoro Del Lungo nella sua opera: Dino Compagnie 
la ma cronaca (voi I, P. I, p. 320) vorrebbe sostenere che il Guinicello 
de' Principi sepolto a Verona non può essere il Guinicello di Magnano 
padre del poeta Guido, e intomo al quale ed a' suoi non si ha memoria 
» veruna di soggiorno veronese, e che mori mentecatto verso il 1275. ^ 



GUIDO DI GUINIZELLO DE* PRINCIPI E GUIDO GHISILIERI 17 

Non trascorsero due anni che scese nella tomba anche 
Guido, come si rileva dal. documento dei 13 novembre 
1276 (1), dal quale si ricava altresì che Beatrice e il 
bambino Guido non seguirono il padre nell' esigilo, ma 
rimasero a Bologna. 

Queste sono le notizie, che finora si conoscono di 
Guinizello e di Guido de' Prìncipi. 

Della madre di Guido nulla sapevamo finora; non 
piccola importanza ha quindi il documento da me tro- 
vato tra i Memoriali di Iacopo de' Bernardi (2), poiché 
ci fa conoscere che Guinizello de' Prìncipi ebbe per moglie 
Guglielmina di Ugolino Ghisilierì. Consiste tale documento 
in un atto notarile per il quale Beatrice della Fratta ve- 
dova di Guido di Guinizello il 3 novembre 1276 diede a 
Guglielmina del fu Ugolino Ghisilierì centocinquanta lire 
di bolognini; cioè cento lire dovutele quale terza parte 
dell' eredità del fu Guido di Guinizello e cinquanta per 
Uberto figlio ed erede del fu Guinizello de' Prìncipi; i 
quali denari Guinizello ebbe da Guglielmina Ghisilierì per 
sua dote. Non si può dunque dubitare che la madre di Guido 
di Guinizello sia stata Guglielmina di Ugolino Ghisilierì. 
Vediamo quale aflinità di parentela esisteva fra ì due 



Anzitutto si potrebbe osservare che sulla tomba veronese leggesi: Se- 
pultura d. GuinicelU de Principibus de Bononia e non GuincinelH , 
siccome scrìve il Del Lungo. Inoltre se Giulio Dal Pozzo dice che t ob 
» Guincinelli excellentiam gens de Principibus Guincinella vocari ince- 
» ptavit » (Collega Veronensts judicum advocatorum,,-.. Elogia a luLlO 
PuTEO conscripta, Veronae, 1653, p. i32) nulla vieta di riconoscere nel 
Guinizello de' Principi bolognese sepolto a Verona il padre di Guido poeta, 
mentre lo stesso Benvenuto Rambaldi ci dice appunto che i Guinicelli 
furono un ramo della schiatta de* Principi e sappiamo che questi nel 1274 
furono esigliati da Bologna colla fazione de* Lambertazzi. 

(1) V. doc. V. 

(-2) V. doc. IV. 

Voi. I, Parte IL 2 



18 L. PBATI 

Gnidi. li padre di Guglielmioa era fratello di Lorenzo 
Ghisilieri, Y avo di Gnido; Gnglielmina ed Opizzino di 
Lorenzo erano pertanto cngini carnali, e Guido di Opiz- 
zino Ghisilieri cugino, come oggi direbbesi, in secondo 
grado di Guido di Guinizello de' Principi (1). 

Accennate cosi le notizie biografiche delle persone 
appartenenti alle famiglie dei due nostri poeti, yeniamo 
alla questione del casato. 

Benvenuto Rambaldi nel suo commento alla Divina 
Commedia fu il primo a farci conoscere che Guido di 
Guinizello era della schiatta de' Principi. Ecco le sue 
parole : e Iste quidem fuit miles bononiensis de clarissima 
> familia Principum vocatus Guido Guinicellus. Guinicelli 
» enim fuerunt unum membrum de Principibus pulsis de 
» Bononia seditione civili, quia imperiales erant» (2). 

Anche il dott. Gaetano Monti, nel suo articolo inse- 
rito nell'opera del Fantuzzi (3), dice che prima ancora 
d'aver letto il commento di Benvenuto, eragli entrato 
nell' animo che i Guinicelli potessero essere un ramo dei 
Principi, per avere osservato che i nomi di Guioicello e 
di Guido erano usati in essa famiglia assai comunemente. 
Alle quali testimonianze sì potrebbe aggiugnere quella di 
non pochi documenti (4) , nei quali o a Guido o a Gui- 
nicello è aggiunto il nome gentilizio de' Principi; le quali 
prove tutte ricevono poi luminosissima conferma dalla 
iscrizione della tomba veronese già riferita, alla quale fa 



(i) Per maggiore chiarezza aggiungo in appendice tra i documenti 
un frammento di albero genealogico. V. doc. VII. 

(2) Benvenutus de Imola, Comentum super Danti* Comoediam. 
Florentiae, G. Barbèra, 1887, in 8^ voi. IV, 121. 

(3) Degli scrittori bolognesi, IV, 346. 

(4) V. Saviou, Op. cit., T. Ili, P. II, p. 15i, doc. pCffl; Statuti 
di Bologna, T. HI, p. 228; T. Ili, p. 85; T. Ili, p. 381; GiniURDAGCi, 
I, 148; Saviou, Op. cit., T. Ili, P. I, p. 219. 



GUIDO DI GUINIZELLO DE' PRINCIPI E GUIDO GHISILIERI 19 

eco r altra epigrafe apposta più tardi dagli eredi Verità - 
Poeta: Requies nobiliuin de Verità e stirpe bononiensium 
ex successione domini Guinicelli de Principibm felsinei. 
Ora potrebbe chiedersi qaàndo incominciò il ramo dei 
Gninicelli e se sia storicamente esatto chiamare con tale 
nome dì famiglia il poeta Guido. 

É ftior di dubbio che il cognome Guinicelli, confor- 
memente a tanti altri, derivò dal patronimico, che pre- 
valse ob Guinicelli excellentiam (come dice il Dal Pozzo 
ne' suoi Elogi) al vero cognome de' Principi. Ma non è 
mai la generazione contraddistinta con un determinato 
patronimico, che trasmuta questo in nome di famiglia, ma 
le susseguenti; e cosi avvenne appunto nel caso nostro. 

I figli di Guinìcello sono indicati sempre dal solo pa- 
tronimico e il cognome Guinicelli non s' incontra mai negli 
Statuti bolognesi più volte citati, né punto nei Memoriali 
dell' Archivio di Stato, o nei documenti riferiti dal Savioli, 
fatta eccezione d' un passo (1), che per non essere com- 
provato da alcun documento vuol riferirsi ad inesattezza 
dell'annalista. Solamente in Guido figlio del poeta in- 
contriamo il patronimico tramutato in vero nome di fa- 
miglia (2); e cosi pure, secondo ci riferiscono gli storici 
veronesi, si denominò l'altro nipote Giovanni stabilito a 
Verona. Cosicché ho creduto doversi preferire la deno- 
minazione: Guido di Gulnizello de' Principi all'altra co- 
munemente accolta, quantunque meno esatta, di Guido 
Guinicelli. 



(i) Voi. Ili, P. I, p. 403. 

(2) V. il documento seguente citalo dal Fantuzzi (IV, 347) coUa 
data erronea di 16 dicembre, invece dì 16 giugno 1310: Domina Jacoba 
qu. Domini Useppi de la Fratta uxor qu. Domini Guidonis de Guim- 
cellis, etc. (Dai Memoriali di Giovanni Zanelu presso TArch. di Stato 
di Bologna). 



20 L. FRATI 

Vero è che a questa denominazione sembra opporsi 
r antorità di Dante, che al verso 92 del canto XXYI del 
Purgatorio lo chiama Guido Guìnicelli ; ma ponendo mente 
che lo stesso Alighieri nel De vulgari eloquio lo deno- 
mina per quattro volte (1) col patronimico Guido Gumi- 
zelli (non già Guido Guinizellus, o de GuinizelUs), è a 
ritenersi che per ragione del verso siasi indotto ad usare 
nel Purgatorio il patronimico al modo latino. 

Non è questo il solo luogo della Divina Commedia 
nel quale Dante indica una persona per il patronimico 
anzi che per il suo vero nome di famiglia. Al verso 41 
del canto XYI deW Inferno è ricordato tra i sodomiti 
Tegghiajo Aldobrandi, che, secondo afferma il Boccac- 
cio (2), e fu degli Adimari, cavaliere di grande animo e 
» d'operazioni commendabili e di gran sentimento in 
> opera d' arme. > Osserva il Salvini (3) a tale propo- 
sito che alcuni, stimando errato il testo del Boccaccio, 
» tolsero via quell' Aldobrandi ; non parendo loro che, 
» s'egli era Aldobrandi, potesse essere Adimari; ma si 
» leva la difficoltà dal considerare quello Aldobrandi, cioè 
» d' Aldobrando suo padre, e poi degli Adimari, da Adi- 
» maro suo nobilissimo ascendente. » 

Quale conclusione possiamo trarre da tutto ciò? Questa 
anzitutto, che la esatta denominazione del massimo poeta 



(1) Lib. I, capp. 9 e 15; Lib. II, capp. 5 e 6. Cosi pure, dominum 
Guidonem Guinioelli — domini Guidanis Guini^lli ha ripetutamente Fran- 
cesco da Barberino (1264-1348) nel commento latino ai Documenti d'a- 
more composti tra il 1309 e il 1313: v. A. Thomas, Francesco da Bar^ 
berino et la littéralure provengale en Italie au m. d. , Paris, E. Thorin , 
1883, pp. 169, 172. 

(2) Comenlo sopra la Commedia, Firenze, Le Monnier, 1863, T. U., 
p. 437. 

(3) Discorsi accademici, Firenze, 1712, voi. II, p. 318. 



GUIDO DI QUINIZELLO DE' PRINCIPI E GUIDO GHISIUERI 21 

bolognese sarebbe : Guido di Guinizello de' Principi ; 
confermata altresì da uno de' più antichi ed autorevoli 
.manoscritti di rime antiche, il codice Vaticano 3793, che 
ha costantemente: Messer Guido di Guinizello di Bo- 
longna (1). 

In secondo luogo che non si può in alcuna guisa iden- 
tificare Guido di Guinizello de' Principi con Guido d' 0- 
pizzino Ghisilieri ; né si può ammettere che Dante volesse 
indicare una stessa persona, chiamandola ora col nome 
di Guinicelli, ora con quello di Ghisilieri. Se Dante co- 
nobbe solo di fama il massimo Guido (morto nel 1276, 
allorché 1' Alighieri aveva appena oltrepassato la decina) 
è quasi certo ch'egli fu a Bologna nell'ultimo decennio 
del secolo XIII e potè quindi avere sicure ed esatte no- 
tizie della famiglia di Guido e delle poesie da lui com- 
poste od attribuitegli. 

Ludovico Frati. 



(ì) Le antiche rime volgari secondo la lezione del cod. Vaticano 
379S ptML per cura di A. D'Ancona e D. Gomparetti. Bologna, 
1881, in 8.» (VoL U, pp. 11, 18 e 22). 



22 L. FRATI 

0) 



I. 
PODESTERU DI GuiNIZELLO DE* PRINCIPI A NaRNL 

Martinus Rosellus dixit promisisse domino Guinìcello 
condam domini Magnani ire cum eo et esse ad potestariam 
Narni , a kal. januarii proximis venturis usque ad unum annum 
et ultra per totum tempus syndicatus, omnibus suis sumptibus 
indumentorum et caltiamentorum et boc prò mercede triginta 
lib. bon., ex carta palmiroli manigaldi notarli, facta beri. In 
quo quidem instrumento dìctus Palmirolus se obligavit ad dcam 
solvere cum d. parte: presentibus d. Guidone Alio domini Gui- 
nicelli et Valleto Novaci et Ugolino de AbalufiSs sartore te- 
stibus accusatis, sub participatiooe domini Guinicelli. 

(R. Archivio di Stato in Bologna — Liber memorialium 
Nasgimpacis Raxoris. Die XI exeunte Novembris, MGGLXV, 
car. 100 V.) 

II. 

Strumento dotale di Vermiglia di Guinizello. 

Dominus Fulchinus (2) condam domini Jacobini de Ga- 
tariis fuit confessus recepisse in dotem a dominis Guidone, 
Jacobo et Uberto domini Guinizelli Magnani trecentas lib. bon. 
prò materia contrada inter ipsum et dominam* Vermilliam 
dicti domini Guinizelli, scilicet G in mobilia et CC in pecunia, 
ex instrumento Palmiroli Manigaldi notarli facto hodie , 
in domo grani testibus d. Guido de Sabatinis, Rolandus eius 
fllius, Bartholus Alberti fabri nou, Ubaldus . . et Bartolus 
Manzoli nou 

(1) Tutti i documenti riferìti in questa appendice sono tratti non 
dagli atti notarili originali, ma dalla registrazione che di essi si faceva 
nei Libri memorialium, 

(2) Il Fantuzzi, invece di Fulchinus, lesse AilcHinus e sbagliò pure 
la data di questo documento, che è il 27 gennaio, non il 27 giugno. 



GUIDO DI QUINIZELLO DE' PRINCIPI E GUIDO 6HISILIERI 23 

Dominus Guido domini Guinizelli Magnani, D. Palmirolusi 
HuDgaldi noi. in solidum promiserunt dare domino Fulchino 
de Gathariis sexaginta sex lib., xnj sol. et iiu den. bon. ad 
anoum prò complementu diete dotis ex instrumento Guidonis 
de Sancta Maria notarii, faeto hodie, testibus d. Àldrovandinus 
de Gattaris, Guido de Sabatinis not , Bartholus Alberti Fabri 
not, Thomasinus d. Palmiroli. 

Dominus Jacobus et Ubertus fratres et fliii dicti domini 
Goioicelli in solidum promiserunt dare predicto Fulchino tri- 
llata tres lib.-, sex sol. et viu den. ad annum prò comple- 
mentu diete dotis ex instrumento d. Guidonis not facto hodie 
in dicto loco. 

(Liber memorial Amadoris de Sancto Petro. Die XXVII 
Januarii, MCGLXXII, car. 14 r.) 



III. 



Atto relativo alla compilazione dell'inventario dei reni 

di Guinizello de' Principi. 

Jacobinus Buvalelli (1) curator generalis domini Guinicelli 
mentecatti venit et dixit se incepisse facere inventarium de 
bonis ipsius domini Guinicelli Magnani, cum prolestatione ex 
instrumento domini Bonaventure ciceris notarii beri facto, pre- 
sentibus dominis Rolando Gatti not., Johanne et Dominico 
fratribus , filiis condam domini Allamontis testibus et sic dicti 
contrahentes mihi notario dixerunt et scribi fecerunt. 

{Liber memorial Azolini Cambii de Yptreis. Die IX exe- 
unte Novembris, MCCLXXIV, car. 7 v.). 

(1) Jacobino di Buvalello, procuratore del padre di Guido poeta, 
menzionato anche, come testimone, nel doc. seguente, era verisìmìlmente 
nipote di Rambertino trovadore; figlio, cioè, a Buvalello di Guido, fra- 
tello di RambertJDO, e del quale si hanno notizie dal 1198 al 1216. Cfr. 
T. Casini, La vita e le poesie di Rambertino Buvalelli nel Projpugnatore^ 
V. S., voi. XII (1879), parte 2.*, pp. 85-86. 



GUIDO DI GUINIZELLO DE' PRINCIPI E GUIDO GHISILIEEI 29 

domini Guidonis, cum actoritate domini Mathioli sui curatoris 
et cum jure quod habet in dieta re, ratione dotis factae. Et 
dominus Michael filius condam Johannis similiter intervenit 
dictae venditioni cum jure quod habet in dieta re ex instru- 
mento heri facto, presentibus d. Amadaxio de Gissilleriis, Rey- 
Derio d . Lotuardi Tuschi, d . Franeischo domini Guillelmi 
de Gissilleriis, Ubaldinus de Roman^is, Jaeobino d . Trivelli et 
d . Marehixino d . Lodoyei testibus . 

Eodem die. 

D. Guido condam domini Opicini de Gissilleriis dedit in- 
sollutum domine Ghissille sue uxori filie condam domini Ari- 
mundi de RomanQiis prò dote sua, que fuit trecent . lib . bon . 
de bonis suis positis in Cappella Sancti Fabiani, juxta predi- 
ctum Guidonem et fratres et juxta viam publicam a latore 
vie; cum pactìs et conventionìbus que in ipso instrumento 
continentur ex instrumento serìpto manu Raynerii condam Le- 
onardi notarli, facto heri ante domum dictorum venditorum, 
presentibus d . Àmadasio de Gissilleriis, Michale de Lana , et 
d . Marehixino condam Lodoyei testibus. 

{Liber memoria^ Gerardini condam Ferrarii not. Die 
XII exeunte septembris, MG(]LXXII, car. 229 v.). 

X. 

Registrazione del testamento di Gumo GmsiUERi. 

D. Guido condam domìni Uppìcini de Gisleriis infirmus fecìt 
suum testamentum scriptum manu Catelanì domini Marthini 
Schine notarti, die sabati sexto exeunte augusti , in presentia 
dompni Manzi presbiteri et rectoris Ecclesie sancti Fabiani, qui 
dixit se cognoscere dictum testatorem; presentibus domino 
Francisco domini Guillielmi de Gisleriis, Egidio d . Guido- 
ctini de Gisleriis, Gerardo domini Qacharie teste de Gisleriis, 
Donato condam domini Altuxeti pischatoris, Graliadeo Lova- 
telli de Brissia, Barofaldutio domini Alberti de Primadiciis et 
Guidoctino de Gisleriis testibus; et sic dictus dominus Fran- 
cischus sosprascriptus teslis, una cum dicto presbitero, vene- 
nint et scribi fecerunt. 



24 L. FRATI 

IV. 

Atto relativo all*rreoità di Guido di Guinizello. 

D. Beatrixìa, uxor condam Guidonis d. Gaioìceli, tatrix 
GaidoDis pupìli, filli et heredis condam dicti Guidonis, prò 
lercia parte dedit et solvit d. Guilielmine filie condam d. U- 
golini de Ghìxileriis centum quinquaginta lib. bon., scilicet 
centum lib. bon. prò lercia parte hereditatis condam dicti Gui- 
donis sibi contingentis et quinquaginta lib. bon. prò Uberto 
filio et herede condam dicti d. Guinicelli;quos denarios dictus 
d. Guini(elus habuit in dotem prò ea cum pactis in instru- 
mento contentis, scripto manu d. Qamboni Bonfigloli notarii 
hodie facto, in domo diete domine Guilielmine, presente d. 
Jacobo condam Balduini, d. Fulchino de Gatarìis, Jacobino 
condam Buvalelli piscatoris, d. Alberto Johannis de plana et 
Andrea condam Petri de crespelano teslibns; ut predicti mihi 
dixerunt et scribi fecerunt Dieta d. Guilielmina cessit domine 
Beatrixie predicte omne jus quod habet in quinquaginta lib. 
bon. et hoc. prò quinquaginta lib. bon. quas sibi dedit post 
ipsam cessionem, ex instrumento predicti notarii, dieta die et 
loco et coram dictis testibus, facto ut predicte mihi dixerunt 
et scribi fecerunt. 

Die lercia exeunte novembris. 

D. Beatrixia ante dieta promisit dare et solvere domino 
Jacobo condam d. Balduini treginta quinque lib. bon. hinc ad 
unum mensem ex causa mutui, ex instrumento Qamboni Bon- 
figloli notarii hodie facto, in domo predicte domine Guiliel- 
mine, presentibus domino Fulchino de Gatariis et Jacobino 
condam Buvalelli piscatoris, domino Alberto Johatinis de plana, 
Andrea condam Petri de crespelano testibus, ut predicti mihi 
dixerunt et in memorialibus comunis Bononiae scribi -fecerunt. 

(Liber memorialium . . . inceptus et scriptus per me 
Jacobum PigANi de Bernardis. Die lercia exeunte novembris, 
MCGLXXVI, car. XLII r. In margine si legge : carta cam- 
boni notarii dieta die). 



GUIDO DI GUINIZELLO DE' PRINCIPI E GUIDO GHISILIERI 25 

V. 

Atto relativo alla tutela di Guido di Guido. 

Domina Beatrixia uxor condam d. Guidonis d. Guiniceli 
Hagaani in presentia Jacobi jiid. . . recepii tutelam Guidonis 
papiUi sui filli ex instrumento Blaxii condam Ubaldini de sti- 
glatico notarii hodie facto in curia potestatis iuxta puteum, 
presente domino Jacobo Balduini, d. Rambertino Bereta, d. 
Falchino de Gatariis et me Jacobo Picani et d. Johanne de la 
porta testibus. 

Dieta domina Beatrixia fecit inventarium de bonis dicti 
Guidonis pupilli ex instrumento dicti Blaxii notarii, dieta die 
et loco et coram dictis testibus et coram dicto judice. 

(Liber memorial, Jacobi PigANi de Bernardis. Die XIII 
intrante Novembris MGGLXXVI, car. XXXVIII v.). 

VI. 

GoDiaLLO DI Guido di GoimzEllo. 

In Christì nomine amen. 
Anno Domini millesimo ducentesimo nonagesìmo, Indictione 
tertia, die vigesimo tertio intrante februari. Cum hoc esset 
quod Dominus Guido fliius quondam Domini Guinizelli Domini 
Magnani super honorum suorum dispositionem fecerit codicil- 
lum, in quo 'codicillo reliquit jure Legati prò anima sua post 
obitum Dominae Beatricis suae uxoris, etiam Guidone suo Alio 
existente, haerede et vìvente, sororibus Sanctae Agnesiae de 
Bononia clausuram suam positam in villa Qeretuli, quae dicitur 
Clausura de Pertorellis iuxta vias publicas a tribus lateribus, 
cum vìnea et omnibus quae iuxta praedictos confines conti- 
nentur; faciendo dìctae sorores cunctis diebus in perpetuum 
cantari unam missam prò anima ipsius Domini Guidonis, vo- 
lens et mandans quod dieta clausura ullo tempore non possit 
vendi, alienari, permutari in emphitheusim, dari, vel alteri o- 
bligari aliqua ratione, vel causa, quae dici, vel excogitari possit, 



26 L. FRATI 

Ut praedicta omnia et singula suprascripta conlioentur ia co- 
dicillo scripto maou Albrizi quondam Rodulpbi Amedei Pizoli 
DOt a me notario viso et lecto; volens igitur soror Maria 
Priorìssa ejusdem Mooasterii et Gonventus Sanctae Agoesis suo 
proprio Domioe et nomine !et vice prefali Monasterii, adim- 
plere dictom ultimam voluntatem dicti testaforis et exequi 
formam dicti codicilli in omnibus et per omnia, ut de jure te- 
netur et debet; praecepit et inhibuit Domino Jacobo Gapellano 
Ecclesiae Sanctae Gatterinae de Saragocia, quae quidem Ecclesia 
ad dictum Monasterium pertinet, pieno jure, uUo obstaculo 
obstante in virtute Spiritus Sancti, quod cantet, seu cantari 
faciat, ut supra dictum est, in perpetuum, singulis diebus, 
unam missam ad salutem et laudem animae dicti Domini 
Guidonis testatoris; qui Dominus Jacobus promisit eidem so- 
rori Mariae Priorissae cantare, seu cantari facere praefatam 
missam in perpetuum, ut supra dictum est Quae omnia et 
singula promisit dictus Dominus Jacobus attendere et observare 
et non contrafacere, vel venire per se, vel alium aliqua ra- 
tione, vel causa et hoc in virtute Spiritus Sancti, et refectione 
damnorum et expensarum litis et extra et obligatione omnium 
suorum bonorum. 

Actum Bononiae, in Ecclesia dicti Monasterii, praesentibus 
Fratre Guidone de Apposa de Ordine Fratrum Praedicatorum, 
qui dixit cognoscere contrahent&s, Fratre Damiano Canoxentis 
de dicto Ordine, Domino Angelo de Brixia et Fratre Tiberto 
converso dicti Monasterii Procuratore facto a dieta Domina ad 
ponendum dictum instrumentum in Memoria libus Gomunis Bo- 
noniae. 

Ego Bartholomeus Fratris Antonii Imperiali auctoritate 
notarius praedictis omnibus praesens interfui et rogatus publice 
scripsi. Bellinus Bonphili registravi. 

(Instromenti dall' anno 1286 al 1293 provenienti dalVAr- 
chivio del Monastero di S. Agnese, ora presso il R Archivio 
di Stato di Bologna. La registrazione di questo documento nei 
Memoriali del Comune trovasi nel Liber memoriaUutn Boluni 
BoNFiGLi DE Pegudibus. Dìc XXIII iutrantc februarii, MGCXC). 



g^ 



oc: 
H 

»— • 



O 



•co 



■§00 



05 

2. ss 

00*0 



'5> 



O 
C 

a 
-'« 

bc 

s 



o 
a 

o 



1 

e 
o 



8Ò5 

oS2J 

bo «3 o 
•5bS 



Qi 



5 .PC* 
-.2 S 
•a « 



c 



00 



a 

o 

e: 

o 

•o 

a 



-•§ ^^-^4 s g 



Ci, 

O 






05 

« 

.CI, 

a 
o 



bo 



a 



i2 



o 

C3 



O 



1-3 


27* 


o^ SOO 


1 ^. ^«^ 




^o^a 


!=®i^ S. 


"^ "^^ 




:§«=3 


OQ O 


•§v§^ 



co 2« 



C/2 






2-25 




co 

a 



5 . 

-;Sa 



cu ss 



» 



s 

9 > 

03 co 



'&a o 



28 L. FRATI 

VIIL 

ATTO DI TEIfDITA FATTA DA 60IDO GhISIIJERL 

D. Guido coDdam domini Dpicini de Ghbileriis yenìt di- 
cens jure proprio veodidisse domino Michaeli condam Johannis 
de Bui^o Peradelli petiam anam terre vineate qainque toma- 
turarum, positam in curia Ulmetule, in loco qui dicitur La- 
vinellus, prò predo centum quadraginta b'b. et quioque sol. 
bon.; cui venditionì dixerunt consensisse et renuntiasse d . Na- 
vilinm matrem dicti venditoris et d . Gbisilam uxorem dicti 
venditoris, ex instrumento d . MatbioH de Ronchore notarli 
facto bodìe in domo dicti venditoris, presente Marcho Alio 
condam Jacobelli, qui fuit de Argellata et nunc moratur cum 
domino Amadase Francisco de Parma, qui moratur cum do- 
mino Petricolo Tetalaseni, Ubaldino Pomario condam Guillelmi 
qui moratur in domo d. Amadasii de Gbisileriis, Paulo con- 
dam Severii et d. Johanino de Lana testibus et sic dicti con- 
trahentes venerunt et scribi fecemnt. 

(Lifrrt memorial. donnni PcTRigoLi Bonincontri. Die 
li aprilis, MGCLXIX, car. LXXVI ».). 

IX. 

Altro atto di vendita fatta da Gdu)0 Guisilieri. 

D. Guido fìlius condam domini Opicini de Gissilleriis, do- 
minus BartoHomeus et dominus Antonius fratres eiusdem domini 
Guidonis, cum auctoritate domini Matioli domini Martini de Un- 
tola curatoris ipsius domini Bartollomei et Antonii novemnt, 
dixerunt et in sollidum jurarant proprio nomine dedisse domino 
Flamingo Rogerii quatuordecìm tornaturas terre vineate, po- 
site ìuxta vineam positam in guardia civitatis, in loco qui di- 
citur coranasse (?), juxta dominum Aldrovandinnm de Mala- 
tacis et juxta dominum Jvanum Bataglucii, prò pretio septin- 
gent. triginta 'quatuor iib., octo sol. et octo den. bon.; ad 
rationem quinquaginta duarum Iib. bon. prò qualibet toraatura; 
et prò dieta venditione consensit domina Ghissilla uxor dicti 



GUIDO DI GUINIZELLO DE' PRINCIPI E GUIDO GHISILIBEI 29 

domiDi Guidonis, cum actoritate domini MathioH sui curatoris 
et cum jure quod habet ìd dieta re, ratione dotis factae. Et 
dominus Michael filius condam Johannis similiter intervenit 
dictae venditioni cum jure quod habet in dieta re ex instru- 
mento heri facto, presentibus d. Amadaxio de Gissilieriis, Rey- 
nerio d . Lotuardi Tuschi, d . Francischo domini Guillelmi 
de Gissilieriis, Ubaldinus de Roman^is, Jacobino d . Trivelli et 
d . Marchixino d . Lodoyci testibus . 

Eodem die. 

D. Guido condam domini Opicini de Gissilieriis dedit in- 
sollutum domine Ghissille sue uxori filie condam domini Ari- 
mundi de RomanQiis prò dote sua, que fuit trecent . lib . bon . 
de bonis suis positis in Cappella Sancti Fabiani, juxta predi- 
ctum Guidonem et fratres et juxta viam publicam a latore 
vie; cum pactis et conventionibus que in ipso instrumento 
continentur ex instrumenlo scripto manu Raynerii condam Le- 
onardi notarii, facto heri ante domum dictorum venditorum, 
presentibus d . Àmadasio de Gissilieriis, Michale de Lana , et 
d . Marchixino condam Lodoyci testibus. 

{Ltber memorial Gerardini condam Ferraiui not. Die 
XII exeunte septembris, MGCLXXII, car. 229 v.). 

X. 

Registrazione del testamento di Gumo GmsiUERi. 

D. Guido condam domini Uppicini de Gisleriis infirmus fecit 
suum testamentum scriptum manu Catelanì domini Marthini 
Schine notarii, die sabati sexto exeunte augusti , in presentia 
dompni Manzi presbiteri et rectoris Ecclesie sancti Fabiani, qui 
dixit se cognoscere dictum testatorem; presentibus domino 
Francisco domini Guillielmi de Gisleriis, Egidio d . Guido- 
ciini de Gisleriis, Gerardo domini Qacharie teste de Gisleriis, 
Donato condam domini Altuxeti pischatoris, Graliadeo Lova- 
telli de Brissia, Barofaldutio domini Alberti de Primadiciis et 
Guidoctino de Gisleriis testibus; et sic dictus dominus Fran- 
cischus sosprascriptus teslis, una cum dicto presbitero, vene- 
rimi et scribi fecerunt. 



30 L. FRATI — GUIDO DI GUINIZBLLO DE' PBINCTPI EC. 

Die predicta. 

B[etulit] Yintura Valator nuncius comuDis BoDonie se alta 
voce crìdavisse ante domum dicti testatoris dictum d . Gui- 
donem fecisse suum testamentum, scriptum manu Gatelani pre- 
dicti DOtarii, in presentia dicti domÌDÌ Manzi presbiteri et quod 
positura est in menooriali per me Amedeum notarium ad me- 
morialia, et predicta retulit fecisse hodie , presentibus domino 
Thomasio de Gisleriis et Guidoctino de Gisleriìs testibus et 
vi(inis. 

Die predicta. 

Dictus dominìis Guido testator promisit dicto dompno 
Manzo presbitero dare centum quinqueginta sex lib . bon . 
expendendas pauperibus prò remissione pecatorum suorum. Ex 
instrumento dicti notarii, facto dieta die sabati et loco, et 
comunia dictis aliis testibus , prout dictus Francischus testis 
procuratoris nomine dicti Guidonis . cum dicto presbitero ve- 
nerunt et scribi fecerunt 

Die predicta. 

Dictus d . Guido testator fecit suum codiQillum hodie 
scriptum manu supradicti notarii in presentia dicti presbiteri 
Manzi, qui asseruit eum cognoscere in domo Guidoctini de 
Gisleriis, presentibus ipso Guidoctino, domino Francisco de 
Gisleriis , domino Bonanuo medico et fratre Gerardino de 
Parma testibus et sic dictus dominus Franciscus , una cum 
dicto presbitero, venerunt et scribi fecerunt 

Die predicta. 

B[etulit] Dictus Ventura Valator nuncius comunis Bononie 
se alta voce cridavisse in contrata et ante domum ubi est dictus 
testator dictum dominum Guidonem fecisse suum codicillum, 
hodie scriptum manu dicti notarii in presentia dicti presbiteri 
Manzi et quod positum est in memoriali per me notario, et 
predicta retulit fecisse hodie, presentibus Thomasio de Gisleriis, 
Guidoctino de Gisleriis testibus et vicinis. 

{Liher memorial. Amodei de Sardellis. Die IV exeunte 
Augusti, MGGLXXIII, car. 239 r.). 



EPISTOLA INEDITA 

DI 

GIOVANNI BOCCACCIO 

A 

ZANOBI DA STRADA 



Un prelato bolognese del secolo scorso, mons. Pietro 
.Antonio Tioli di Crevalcore (19 maggio 1712— 20 novembre 
1796), amico di eruditi ed erudito valente egli stesso, ricercò 
e ricopiò da molti codici, segnatamente vaticani, quanto 
s'atteneva non pure alla storia ecclesiastica, civile, lette- 
raria di Bologna, e particolarmente alla storia de' suoi 
scrittori, del suo Studio, della sua zecca, ma più larga- 
mente agli scrittori latini del Rinascimento, ora trascri- 
vendo in extenso i testi, ora segnando nelle proprie carte 
una indicazione sommaria dello scritto e del codice. Morto 
il Tioli, i suoi manoscritti furono raccolti, ordinati e di- 
stribuiti in trentasei volumi di Miscellanee da Francesco 
Cancellieri, il quale, a procacciarne una più larga e pro- 
ficua conoscenza, aggiunse ad alcune Notizie della vita e 
delle Miscellanee del Tioli da lui pubblicate in Pesaro 
nel 1826 (accuratissime, ma dettate in un modo cosi 
saltuario e cosi curioso da sembrar quasi egli si fosse 
proposto unicamente di enumerare tutti i passaporti ot- 
tenuti dal Tioli pe' suoi viaggi di aio, e di assicurargli un 



32 e. FRATI 

posto tra i e ciechi illustri > (p. 37), o i e longevi 
eruditi > un Elenco analitico particolareggiato della conte- 
nenza di ciascun volume delle Miscellanee» il quale ora 
nella Biblioteca Universitaria di Bologna, dove esse si 
conservano, serve appunto di guida alle ricerche degli 
studiosi. Pure non sembra che V intendimento del Can- 
cellieri sortisse il fme proposto. Sarebbe lungo enumerare 
i ricercatori moderni o odierni che da un esame dell'Indice 
del Cancellieri avrebbero attinto più d'una notizia utile 
agli studi loro; per tenermi a un nome illustre e ad 
un'opera meritamente stimata, cotesto Indice e coleste 
Miscellanee, benché consacrate in gran parte, come ab- 
biamo osservato , alle opere degli umanisti , nominata- 
mente di Giorgio e Lorenzo Valla (voi. XIX), del Guarino 
(XXII), di Nicolò Perolti, del Trapezunzio (XXIII) , del 
Barbaro (XXV), di Poggio Bracciolini (XXVI), del Pa- 
normita (XXVIII e XXIX), e più largamente degli scrit- 
tori latini in Italia nel XV e nel XVI secolo, rimasero 
interamente ignoti a Giorgio Voigt, che non ne fa ricordo 
alcuno nella indicazione bibliografica delle opere e delle 
edizioni più frequentemente citate la quale chiude il II ed 
ultimo volume del suo Risorgimento delC antichità clas- 
sica (1). 

Ma le Miscellanee erudite di mons. Tioli non isfug- 
girono soltanto agli indagatori ed illustratori dell'uma- 
nismo, si bene anche agli studiosi del Boccaccio: al Co- 
razzini prima, all' Hortis poi ; il quale ne' dottissimi suoi 
Studi sulle opere latine del Boccaccio, in appendice al 
capitolo sulle Lettere e i carmi (2), pubblicando di sul 

(1) Georg Voigt, Die Wiederbelebung des classischen AUerthums 
oder Dos erste Jahrh. des Humanismus. Zweite umgearbeitete Auflage* 
Berlin, G. Reimer, 1881, voi II, pp. 517-29. 

(2) Attilio Hortis, Studj sulle opere latine del Boccaccio con 
particolare riguardo alla storia della erudizione nel m. e. e alle letie^ 
rature straniere, Trieste, 1879, cap. cit., app. II, n." 1, pp. 343-4. 



EPISTOLA INEDITA DI G. BOOCACXJIO A ZANOBI DA STRADA 33 

cod. 262 della Biblioteca del Collegio Nuovo di Oxford 
e sub Tediano 187 (già 155) della Laurenziana una epistola 
metrica inedita che Zanobi da Strada diresse al Boccaccio 
per richiederlo di un soggetto in cui adoperasse l' arte 
6 gli artifici della sua poesia, dichiarò di non sapere se 
la lettera dello stradino avesse ottenuto la risposta desi- 
derata (1). Il Boccaccio rispose, e la responsiva sua ci è 
conservata insieme con l'epistola di Zanobi nel cod. va- 
ticano 5223 (2); indi la trasse il Tioli (3), cbe^ arric- 
chendone le proprie Miscellanee , fece si che V epistola 
di m. Giovanni potesse essere conosciuta e messa in luce 
avanti la pubblicazione, solo ora incominciata, del Catalogo 
de' manoscritti vaticani. 

La data della lettera di Zanobi non manca , per 
buona sorte , che dell' anno , il quale può essere se- 
condo ogni verisimiglianza fissato in quel medesimo 1355, 
nel cui maggio (4) (secondo che attesta Matteo Yilla- 



(1) HoRTis, 0. e, p. 275. 

(2) t Ex cod. charlac. in f.^ Bibl. Val. n." 5223, p. 69 », scrive il 
Holi nel voi. delle proprie Miscellanee cit nella nota seguente. Di qui la 
Crasse mio fratello Ludovico, che mi concede di pubblicarla. 

(3) P.^A. Tigli, Miscellanee mss., voi. XV, pp. 1073-5. Cfr. F. Can- 
cellieri, Notizie della vite e delle Miscellaiiee di P, A, T, Pesaro, 
A. Nobili, MDCCCXXVi, p. 118*. 

(4) e In su le gradora di duomo, presso alla colonna del Talento», 
scrive Fautore della Cronica di Pisa (presso il Muratori, R. L S., 
Tol XY, colonna 1032 E): « in mane Adscensionis Domini » (domenica, 
14 maggio 1355), aggiunge il Bandini, togliendo la notizia al cod. laur. 
pi. XC inf., 14, che contiene (f. 151 sgg.) V orazione De Fama recitata 
in parte da Zanobi a Carlo IV « in pracsentia Domini Card. Hostiensis & 
aliorum praelatorum » . Cfr. A. M. Bandini, Catalogus codd, latinor. Bi~ 
bliothecae med. laur. Florentiae, 1776, voi. Ili, col. 735-6, §. IV. D 15 
maggio, ha Leopoldo Tanfani, Nicola Acciainoli : studi storici. Firenze, 
F. Le Mounier, 1863, p. 102. Ci teniamo di preferenza alla narrazione 
di Joannes dictus Porta de Annoniaco pubbl. dall' H6fler ne^Beitàge 

Voi. I, Parte IL 3 



34 e. FRATI 

ni) (1), egli ottenne in Pisa dall' imperatore la corona poeti- 
ca: verremmo cosi per la missiva all' 11 ottobre 1355. Se 
non che nn ulteriore dato cronologico che accompagna nella 
lettera di Zanobi l'indicazione del mese e del giorno — 
in Sancto Germano Germanis obsesso — e che dovrebbe 
agevolare o confermare la determinazione della data de- 
santa dal contesto, si trova essere senza riscontro sicuro 
nella storia, che non ricorda propriamente una obsessio 
di San Germano nell'ottobre 1355. Senza riscontro si- 
curo, abbiam detto; e, possiamo ora aggiungere, non si- 
curo soltanto all'occhio di una critica pedantescamente 
oculata; giacché la determinazione locale e cronologica 
che mesàer Zanobi si piaceva di soggiungere alla data 
della sua lettera sembrerà aAzi assai bene convenirsi con 
r occupazione che del Regno di Napoli e della Terra di 
Lavoro avean fatta le soldatesche del conte di Landò sino 
dal giugno di quell'anno, e che poi ripeterono, per e- 
storcere nuove somme all' Angioino, nel settembre, avan- 

xur Geschichte Bòhmen's, sez. 1', voi. II, p. 50, che a quanto ne rife- 
risce il VoiGT, 0. e, Yol. I, p. 458, nota 3, é la più importante. Due 
altri codici dell'orazione di Zanobi indicano I'Hortis, o. c, p. 273 n 
(vienn. 4498) e il Voigt, I. e. (n." 1269 deU' Universitaria di Lipsia) di 
su il Friedjung, Kaiser Karl IV u, sein Antheil am geistigen Leben 
seiner Zeit. Wien, 1876, pp. 308-9. 

(i) M. Villani, V, 26. È curioso il ricordo che, in questo propo- 
sito , il cronista fiorentino fa del Petrarca e della conoscenza, scarsa ri- 
spetto ali' eccellenza del poeta, che si ebbe, lui yìto, de' suoi versi, e E 
nota, soggiunge egli terminando il capitolo, che in questi tempi erano 
due eccellenti poeti coronati cittadini di Firenze, amendue di fresca età; 
e l' altro eh' avea nome messer Francesco di ser Petraccolo, onorevole e 
antico cittadino di Firenze, il cui nome e la cui fama, coronato nella 
città di Roma, era di maggiore eccellenza, e maggiori e più alte materie 
compose, e più, perocch'é vi vette più lungamente, e cominciò prima; 
ma le loro cose nella loro vita a pochi erano note, e quanto ch'esse 
fossono dilettevoli a udire, le virtù teologhe a' nostri di le fanno riputare 
a vili nel cospetto de* savi ». 



EPISTOLA INEDITA DI G. BOOCACaO A ZANOBI DA STRADA 35 

zandosi fin presso Napoli; e poi che non lasciarono il 
Regno che « ali' uscita del mese di luglio > dell' anno 
seguente > (1), è bene possibile che da una parte delle 
ladre e lurche masnade, « che ogni cosa faceano lecita 
alla corrotta volontà della preda » (2), si trovassero cinti 
e depredati Monte Gassino e San Germano (3). E quando 
pure la mancanza di testimonianze dirette ed esplicite 
circa un proprio e regolare assedio posto a San Germano 
dalla Gran Compagnia o da altra masnada tedesca nel primo 
decennio della seconda metà del trecento, non ci con- 
sentisse di dare con tutta certezza alla lettera di Zanobi 
la data 1355, resteremmo pur sempre (termini non troppo 
ampi) tra il 1355 e il 1361 , tra la laurea pisana e la 
morte dello stradino, o forse, e meglio ancora, tra il 1355 
e il 1357, nel quale ultimo anno Angelo Acciaiuoli, che 
trasferito, a istanza di Luigi re di Napoli, dalla prima sua 
sede di Firenze a quella di Monte Cassino, aveva confe- 
rito a messer Zanobi l' ufficio di vicario generale del ve- 



ci) M. Villani, VI, 56. 

(2) M. Villani, VI, i3. 

(3) Cfr. C. Cipolla, Le SignmeMihno, Vallardi, 1881, pp. 109-10. 
Tanto più che per attestazioDe stessa del Villani (V, 10) la Grande Com- 
pagnia nella lunga occupazione del Regno si sbandò e si suddivise: e e 
appresso feciono più parti di loro e sparsonsi per lo paese facendo danni 
assai >. Cfr. V, 56 e 62 (dove il cronista nota come la Gran Compagnia si 
dilungasse da Giuliano e da Napoli). Del rimanente non é improbabile 
che i due nomi, del luogo (Germanus) e dei saccheggiatori (Germani), 
esercitassero per la simiglianza loro, una specie di attrazione nel pensiero 
e nello stile poetico dì Zanobi (e del Boccaccio che lo seguiva) e lo in- 
vitassero, come a dire, ad un giuoco di parole, ancor che San Germano 
non fosse propriamente e direttamente assediato dalle soldatesche nemiche, 
ma queste si trovassero a una certa distanza: ciò spiegherebbe, se pur 
n'é d'uopo, il silenzio degli storici locali di Monte Gassino, e nomina- 
tamente del Gattola e del Tosti. 



36 e. FRATI 

SCOVO di MoDte Cassino (1), venne a morte, non essendo 
ben certo se Zanobi continuasse neir ufQcio suo di vica- 
rio sotto il nuovo vescovo Angelo da Sora. Ma anche 
questa lieve ombra dì dubbio è, a mio credere, facilmente 
e felicemente dissipata. Un contemporaneo di Zanobi, 
Filippo Villani, il quale conobbe e fece espresso ricordo 
nella Vita dello stradino della epistola che questi diresse 



(1) L Tosti, Storta della badia di Mante Cassino. Napoli, 1843, 
▼ol. ni, p. 5^. Indi l'errore di Zenone Zenoni, che nel cap. VI della 
Pietosa Fonte, e dove tratta come Firenze si lamenta a Giove di cinque 
uomini morti XX anni in qua », fa Zanobi addirittura vescovo di Monte 
Gassino (terz. 8-9): 

< Messer Zenobi, di Monte Gasino 
Vescovo, fu quel poeta, ti dico. 
Seconda rosa del mio bel giardino. 

Per cui in me rinovellò l' antico 
Dolor di.queUo che cercò l'Inferno, 
Ài quale i'fui [Firenze] un tempo gran nemico. » 

V. Zenone da Pistoia, La Pietosa Fonte, poema in morte di m. F. 
Petrarca.^ Testo di lingua messo novellamente in luce con giunte e cor^ 
rezioni da F. Zambrini. Bologna, G. Romagnoli, 1874 p. 43 (Scelta, 
n.^ 137). Sotto il vescovo precedente di Monte Cassino l' ufficio di vica- 
rio, anzi di perpetuus Vicarius S. Germani (cosi denominato dal luogo 
in cui abitualmente risedeva) tenne un Petrus Balaguerii , ricordato in 
una carta cassinese del 30 aprile 1353 pubbl. da Erasmo Gattola nelle 
Ad Historiam abbatiae Cassinensis Accessiones, Yenetiis, Ap. Seb. Colati, 
MDGGXxxiY, Parte prima, p. 408 b . Non so in tale proposito tenermi dal 
riferire in Appendice (n.^ 1) una lettera volgare allegata e inserita in extenso 
in questo documento latino, la quale è notevole per le forme dialettali che 
presenta e per la data precisa, di tempo e di luogo, che reca; e dal sog- 
giungervi (n.® 2-3) due altre lettere che primo diede in luce il Tosti, po- 
steriori di alcuni anni alla precedente e scritte in pretto volgare siciliano, 
misto di poche e sparse frasi e locuzioni d' uso latine. Le raccolgo e le 
ripubblico qui, ancor che nulla abbiano che vedere né con Zanobi né 
col Boccaccio, con solo T intendimento di torle a pubblicazioni, dove dif- 
ficilmente sarebbero ricercate e ritrovate. 



>» 



ìi 



EPISTOLA INEDITA DI 6. BOCCAOCIO A ZANOBI DA STRADA 37 

d Boccaccio, attesta che egli la compose in quel tempo 
ehe fu laureato: < In molte epistole (egli scrive) e in 
Tersi e in prosa fiorì [Zanobi] per elegantissimo sermone; 
e ultimamente, già sonando la fama sua in ogni parte, 
eominciò tm' opera, la quale io ho veduta (1), dove le 
laade del primo Affricano in verso eroico descriveva ; ma 
avvedendosi che la medesima opera dal Petrarca era in- 
cominciata (2), cedendo a sì degno uomo si ritrasse, e 
della materia quale egli volesse pigliare ad- 
dimandò consiglio da Giovanni Boccaccio, 
come egli medesimo in suoi versi manife- 
sta, da lui composti in quel tempo che fu 
laureato (3), dei quali il principio qui ho registrato, 

• 

(1) È molto probabile che F. Villani conoscesse personalmente Za- 
nobi, come sembra potersi desumere da questa frase e da tutto il colore 
della notizia biografica che egli ce n'ha lasciato: ciò almeno ci consta 
in modo certo, possiam dire, per Giovanni Villani, a cui instanza il ric- 
cardiano Ì382 e altri codd. attestano avere Z. tradotto il Somnium Set- 
jrionis dal VI lib. del De republica di Cicerone, v. B. Sorio in / Morali 
di S. Gregorio Magno papa volgarizzati nel sec. XIV da Zanobi da 
Strata. Verona, Eredi di M. Moroni, 1852, voi. I, p. XLIV. 

(2) Non ci deve sorprendere che Zanobi avesse sentore del poema 
del Petrarca sul soggetto medesimo ch'egli si proponeva, solo a lavoro 
principiato; poiché é noto che deW Africa, scritta tra il i339 e il i342, 
i contemporanei non conobbero che il soggetto e gli ultimi 34 versi del 
VI lib. (w. 885-918, ediz. Corradini. Padova, 1874, pp. 282-3; Cfr. pp. 
454-5) sulla Morte di Magone, estortigli quasi a forza dal Barbato, come 
il Petrarca stesso, con vanitosa compiacenza, racconta al Boccaccio {Se- 
nili, I, 1). Cfr. B. ZuMBiNi, Studi sul Petrarca. Napoli, D. Morano, 
1878, pp. 76-7. 

(3) A torto il Mazzuchelli suppone che V autore deUa Prefazione 
a / Morali del pontefice S. Gregorio Magno sopra il libro di Giobbe 
volgarizzati da Zanobi da Strada protonotario apostolico. Impressione 
nuova. In Roma, per gli Eredi del Gorbelletti, mdgcxiv, voi I, p. xij, 
congetturando (ciò che di fatto si rileva dal cod. laur. e dagli altri so- 
pra ricordati, p. 33, nota i) fosse stata F orazione De Fama recitata 
da Zanobi, per la propria laureazione, a Carlo IV, avesse in pensiero dì 



Al quale i'fui [Firenze] un tempo gran 

y. Zenone da PrsTOU, La Pietosa Fonie, poema in 
Pelraica.* Te^lo di lingua messo noifUamente ia Iute < 
Tfzioni da F. Zamrwni. Bologna, G. Romagnoli, 1874 
n.° 137). Sotto il vescoTo procedente di Monte Cassino 
rio, anzi lii jierpeluus Yìrarius S. Germani (cosi dCDon 
in cui abitualmente risedeva) tenne un Petrus Balaguet 
una carta cassinese del 80 aprile 1353 pubbl, da Erask 
Ad Hisloriam albolìoe Cassinensi) Accessionei. Venetiis 
HDCcxxxiv, Parte prima, p. lOBb. Non so in tale profi 
riferire in Appendice (n." 1 ) una lettera volgare allegala e ìi 
in questo documento latino, la quale è notevole per le Toi 
presenta e per la data precisa, di icmpo e di luogo, che 
giungervi (n." 2-3) due altre lettere che primo diede in 
steriorì di alcuni anni alla precedente e sctitle in pretto ' 
misto di poche e sparse frasi e locuzioni d' uso latine, I 
ripubblico qui , ancor che nulla abbiano che vedere né 
col Boccaccio, con solo Y iniendimcnto di torie » pubbli< 
ficilmenle sarebbero ricercate e ritrovate. 



38 e. FRATI 

acciocché agl'intendenti fosse manifesto, che luogo egli 
poteva acquistare se i fati più tosto non l' avessero ra- 
pito, che il naturale corso non gli dava; il principio è 
questo > (1). E dovrebber qui ne' codici seguire i primi 
versi dell' epistola : 

« Quid faciam, quae vita mihi postquam omÌDe darò 
Ginsit apollinea Gaesar de fronde capillos, 
Scire cupis? » etc. 

connetterla e identificarla a' Tersi latini qui accennati dal Villani È na- 
turale che r antore della Prefazione intoi'no a questa nueva imftressùme 
de' Morali di S. Gregorio non pensasse a identificare un'orazione con un 
carme; come pure mi sembra che dal contesto delle parole sopra riferite 
del Villani si fosse potuto facilmente raccogliere che egli non intendeva 
già ricordare (come ha creduto il Mazzucbelli) un carme recitato da 
Zanobi all' imperatore , cui doveva il lauro poetico, ma bensì alcuni versi 
e da lui composti in quel tempo [termini assai più larghi, come o- 
goun vede; quasi dicesse: nel periodo di tempo] che fu laureato ». E 
come avrebbe Zanobi potuto in un carme a Carlo IV e addimandare con- 
siglio da Giovanni Boccaccio »? V. le Annotazioni del Mazzuchelli al 
VuxANi nell'ediz. qui appresso ciL, pp. 63-4, nota 17. 

(1) Le Vite cT uomini illustri fiorentini scritte da Filippo Villani 
colle Annotazioni del conte Giammaria Mazzuchelli. Firenze, S. Coen, 
1847 (nella Collezione di storie e cronisti italiani editi ed inediti.^ voL 
VII), p. i4. Mi tengo, di preferenza, al testo volgare, più compiuto in 
questo luogo e più particolareggiato del latino. Mancano infatti al lesto hi- 
tino, almeno quale ci é dato dal Galletti, la espressa menzione del Boccaccio 
ed il proposito significato dal Villani di riferire, come saggio dello stile 
poetico di Zanobi, V incipit della sua lettera al Boccaccio, e Et postremo, 
cum fama eius longe lateque personaret, si qua mihi fides est, qui scribo 
quae sentio, panca perdidici (?), opus inchoavit, prologum ipse perlegi, in 
quo superioris Affricani laudes versu beroico moliretur. Sed cum animad- 
vertisset idem opus coeptasse Petrarcham, tanto cedens viro, destitit, 
assumendaeque materiae, ut versibus suis idem ipse testatur, eo composi- 
tis tempore quo laureatus est, consilium postulavit ». v. PmLippi Villani 
Liber de civitatis Florentiae famosis civibus ex cod, med,-laur. nunc 
primum editus cura et studio GusT. Cam. Gallettl Florentiae, Jo. 
Mazzoni, MDCCCXLvn, p. 16. 



SPISrOLA I5EDm DI G. WOCXOCIO 1 ZAXOBI DA RIBADÌ 39 

Tersi che iniece mancano, come il Mazzncbelli aTrerti < 1 ». 
a tatti i mss. da Ini consultati aventi il testo volgare delle 
Vite del Villani Ora se Y epistola dì m. Zanobi reca 
ne' codd. la data : Qumio Ydus Ociobris e fu scritta, come 
dal contesto si rfleTa e ci è attestato da un contempora- 
neo, t in quel tempo eh' egli fu laureato > , dovremo tenere 
per certo che la data dell' epistola Quid faciam , quae 
vita mihi sia appunto TU ottobre 1355 (2t. E poi che 
un chiaro accenno alla Germana phalanx si ha anche 
nella responsiva del Boccaccio (v. 9», convien credere 
che pur questa non sia posteriore ai due ultimi mesi 
del 1355. 

Alla responsiva inedita precede nel codice vaticano 
r epistola metrica di Zanobi pubblicata dall' Hortis , con 
questa didascalia: S(qrienti ac facundissimo tiro Domino 
Johatmi Boccata de Fìorentia, egregio Pyeridum cultori 
fratrique karissimo, e in una lezione che, dove sia di- 
screpanza tra i due mss. usati dall' Hortis, segue più volte 
quella del ms. osoniense (v. 8 (3): Perculerint, v. 14: 

(1) F. VILLANI, Vile, ed. dt, p. 64, noia 1». 

(2) AH 355 aUribaisce l'epistola di Zaoobì anche il Voigt, o. c, 
p. 459 (nota 3 di p. 458). 

(3) La numerazioDe de' versi della lettera di Zaoobì é data secondo 
il testo vaticano che qui stimiamo utile produrre, mancando all' edizione 
dell' Hortis un verso. 

Sapienti ac faccndissuo vmo Domino Johanni Boccatii de Florentia 

EGREGIO PTERmCM CCLTORI FRATRIQL'E KARISSIMO. 

Quid tadam, quae vita mihi, postquam omine cbro 
Gnsit Apollinea Caesar de fronde capillos, 
Scire cupis? Calet ìngenìum mea cura libelli 
Totaque cum prìscis, sterìlis quos despicit aetas, 
Vivendi mens flxa Tirìs, nec Tulgus et omne 5 

Quod placet populis, sanctum hoc a mente reTellent 
Propositum, quotiens mundi laberintus et error 



40 a FRATI 

Chetimi y. 25: Defidam), ma non si che talora il ?ati- 
cano non se ne scosti per offerire, sia una lezione cor- 

Percalerìnt animum. Sacrorum praemia vatuoi 

Aspiciam concessa mìhi, mea laurea : semper 

Ante oculos jnihi Caesar erìt, procerumque corona, 10 

Et quae Caesareo venenint oscula ab ore, 

Anultts ac digito jam desponsata PoSsis. 

In larias tamen huc iUuc mens nescia curas 

Yertitur (*X unde cbeiim tendat, calamumque, liramque 

Temperet, ut longo Tigilentur Carmine noctes. 15 

Nunc paces, nunc beUa placent, nunc inclita regum 

Gesta, quibus, magnae servanda est gloria famae. 

Nunc nova, nunc veterum menti proponitur ordo. 

Nescio quid faciam (**): nova sordent, prisca, tenebiis 

Obsita, difficile est in lucem vertere; tandem SO 

Huc magis inclinor: namque anliquissima facta, 

Nec modo gesta, canam: medium dabis, optima Gio, 

Dum meminisse velis bumeris digna onera nostris 

Quae fuerint; coeptoque operi ne viribus impar , 

Deficiam, tu. Diva, novo succurrere vati S5 

Incipias, et fonte sacro. Dea, perlue pectus. 

Calliope, similesque una de stirpe sorores, 

Annuite in paucos vobis bic forte futurus 

Est labor, et rari vos in sua regna vocabunt. 

Tu modo, si coepti placcai sententia, vel si 30 

Est aliud, nam multa vides, melioribus utar 

Consiliis. Tu lora potes sive addere calcar. 

Miliciam ingenii, quocumque in pulvere, laetus 

Experìar, seu tu dederis, seu coepta probaris, 

Unde per ora virùm (***) quicumque bic transeat auctor. 35 

Yale 
In Sancto Germano Germanis obseaso 

Quinto Ydus Octobris Tuus et suus (****) 

Qenobius de 
Florencià lau- 
reatus inunerìtus. 

(") VMUtHr il ood. Tat 
D faeiant U cód. Tat. 

(***) Ricorda 1* enniano r « Volito vivu' per ora \ÌTÌkm » riferito da Cicbbonr, 
Tuteuìatta^t 1, 15. 

(**") Forse, ut tuU9. 



I 



EPISTOLA INEDITA DI 0. BOOCAOOIO À ZANOQI DA STRADA 41 

retta dove F osoniense e il rediano sono sicuramente er- 
rati (v. 4: qtws [priscos viros] V; quod OR), sia varietà 
di lezione che non sapremmo quale peso abbiano rispetto 
alle altre (v. 22 : dabis ; v. "23: humeris digna onera no- 
strìs), sia (compenso notevole delle poche scorrettezze che 
possiamo notare nel nostro testo (1)) parole mancanti al 
senso e al metro ne'dne citati mss. (v. 17: est innanzi 
a gloriam; v. 30: sententia dofo placeat; v. 35: quicum- 
que dopo viruni), o un verso intero, che compie il con- . 
cetto espresso da due altri del testo volgato (vv. 10-12): 

Ante oculos mihi Gaesar erit, procerumque corona 
Et quae caesareo veoerunt oscula ab ore, 
Anulus ac digito iam desponsata Poésis. 

La grande lode che il Boccaccio dà in questa epistola 
allo stradino di. decus vatum, di patriae fulgor venerandae 
secundtis sembrerà forse contrastare apertamente coi sog- 
ghigni beffardi o con gli alti disdegni di altre lettere del cer- 
taldese ; ma anche, come a me sembra, è da questi tanto 
infirmata o scemata, da non apparirci che una mera ur- 
banità, gonfiata da una retorica, che la forma stessa poe- 
tica della lettera rendeva opportuna: retorica e ampollo- 
sità che ritornano poco appresso, dove il poeta tocca 
largamente della febbre che lo ha spossato e Io ha con- 
dotto sin presso ai terrori della morte (w. 25-26). E 
neppure sarei alieno dal sospettare nelle frasi sopra rife- 
rite e in qualche altro luogo dell' epistola un lieve spirito 
ironico; tanto più che la chiusa di essa addimostra nel 
Boccaccio una cura assai poco sollecita e spontanea di 
accontentare l'amico, e che il verso in cui l'eliconico 
vate invocato dallo stradino accenna il sentimento che lo 



(1) V. 14: Vestitur; v. 49: facianl 



42 a FRATI 

persuade a rispondere, non è certo eccessivamente e per- 
sonalmente Insingbiero per lai: 



Quis vati versus noo praestet amico? 



È del resto assai noto che di cotesto amico d' illn- 
strì, se se ne tolga il volgarizzamento dei Morali, che non 
può aver luogo nella considerazione degli scrìtti poetici di 
lai , e hoggi ninna opera apparisce (come scriveva por 
de' saoi di Scipione Ammirato) & qnasi appena se ne 
serba memoria > (1), di pochi versi in fnori recente- 
mente venuti in luce e che non possono darci ana mi- 
sura bastevole del suo ingegno e della sua arte. Prestiamo 
dunque attento e reverente Y orecchio a una lode che ci 
viene da Francesco Petrarca e da Giovanni Boccaccio: da 
Franco Sacchetti che non si perita di appaiarlo a quei 
due sommi, e da Firenze stessa sua patria, che vuole 
rendergli onore insieme non pure al Boccaccio e al Pe- 
trarca, ma a Dante e ad Accurso (2) ; se pure la sua fama 
non riposò, lui vivo, più tosto che sul valore poetico delle 
sue opere, perite e per negligenza o stoltizia de' suoi poco 
discreti parenti > (3), sul favore di un Mecenate potente 



(1) Istorie fiorentine di Scipione ammirato. Parte prima, tomo 0, 
con V Aggiunte di S. Ammirato il giovane. In Firenze, nella stamperìa 
d'A. Massi, 1647, p. 576. 

(2) Vei^i nel Del Lungo, Dell' esilio di Dante, discorso amme- 
morativo, Firenze, Successorì Le Mounier, 1881, pp. 170-5 (doc. XI) la 
< ProTTisione del 1396 per la tumulazione nel Duomo di Firenze delle 
ossa di Dante e di altri illustri cittadini Gorentini >. 

(3) F. Villani, Vite, ed. Mazzuchelli, p. 15. Quanto disponeva per 
la trascrizione e la conservazione delle opere di Zanobi TAcciaiuoli, può 
vedersi nella lettera che il Gran Siniscalco, dolente e fido come tortora 
alla memoria del compagno, diresse a Landolfo notaio per la morte di 



EPISTOLA INEDITA DI G. BOGCAGCIO A ZANOBI DA STRADA 43 

. ed illustre e sur un' amicizia compiacente ed ammirata 
che egli sapeva destare con la € letizia naturale > e 
r € aspetto allegro i» del volto , con la modesta lusinga- 

,^ trìce adulazione della parola (1). 

Carlo Frati 



U: e Ghordialissimamente te precho (egli scrìve) et recercho la tua fede, 
die, sichome messer Zenobi nelle sue ultime Yolontadi lasciò e ordinò che 
tutti li suoi libri fussero mandati qua a Napoli, chosi facci ponere ad 
esechuzione e mandarli nella Ghalea Russa, nella quale infra paucissimi 
di Tene lo conte di Meleto Seneschalcho in ProYenza, si veramente che, 
sanza diminuzione alchuna di ìpsi, tutti perveniano alle mie mani avanti 
che huomo vivente li possa vedere né tocchare . . . Ghonciò sia de chosa 
che li libri io intendo e dispositivamente ò determinato di farii ponere 
in uno armario allo mio monesterìo dell'ordine di Giertorosa presso a 
Fiorenza, insieme chon tutte le scrizioni e opere che de ipso si potranno 
trovare, acciò che ibi sìa più recettata la sua dignissima memoria, e che 
tutti li suoi libri e scrizioni permanchono firmi in uno medesimo locho 
insieme cho le mie ossa, se sarà piaciere di Dio che ivi sì possine por- 
tare, si chome é ordinato nelle mìe disposizioni > v. L. Tanfani, Niccola 
AcciaiuoU: studi storici. Firenze, F. Le Monnier, 1863, pp. 204-5 (doc. 

xvin). 

(1) F. Villani, 1. e. Gfr. I. Del Lungo, Dante ne* tempi di Dante: 
ritratti e studi. Bologna, N. Zanichelli, i888, pp. 112-3. 



44 a FRATI 



RESPONSIVA 

m 

DI GIOVANNI BOCCACCIO A ZANOBI DA STRADA (*). 

Si bene conspexi quae scribis carmiaa, vatum (f. 69^) 
lam decus et patriae fulgor venerandae secundus, 
Tempus dulce trahis, dum meDs invìcta periclis 
Proposito ^tat firma sacro, dum cernere libros 
Noa piget et falsum spernis sapienter inepti 
ludicium vulgi, paucisque indulta revises 
Ornamenta Ducis, quae sunt calcarla cordi. 
Haec te ne laedat, possit ne laedere, quamquam 
Germanum Germana phalanx stet turgida circum, 



2) patriae fulgor . . . secundus. Non ci sembra inverosimile che iJ 
Boccaccio, in un carme a Zanobi di recente laureato, avesse riguardo 
col secundus di questo v., più tosto che a Dante, al Petrarca, amico 
di Zanobi e coronato quattordici anni innanzi (1341); giusta un racco- 
stamento che, per quanto a noi ora possa sembrare inammissibile, ci oc- 
corre anche (benché fatto con giudizioso discernimento) presso Matteo 
Villani nelle parole sopra riferite (p. 34, nota 1) della sua Cronaca. 

3) in uita periclis, il cod. 

4) Proposito stai firma sacro. Gfr. Zanobi, missiva, w. 5*7: nec 
vulgus et orane Quod placet populis, sanctum hoc a mente revellent 
Propositum. 

7) calcaria cordi. Cfr. Zanobi, v. 32: Tu lora potes sive addere 
calcar, 

8) quemquam (riferito al possit ne laedere) lesse il Tioli le due q 
abbreviate che si hanno nel cod. 

9) Nella data dell'epistola di Z. é infatti la frase: In sancto Ger- 
mano Germanis obsesso, V. sopra, p. 34 segg. e la nota ai w. 57-58; 
r accordo dei quali w. col v. presente non lascia dubbio che il San Ger- 
mano qui ricordato sia propriamente il S. G. cassinese. 

(*) Segno la lettera del cod., ioterpungendo e sostitaendo, per maggiore cor- 
rettena ortografica, i dittonghi tu, oe alle semplici « del ma. Avverto in nota 
le roodiflcasbni introdotte nel testo 



EPISTOLA INEDITA DI 6. BOOCAOCIO A ZANOBI DA STBADA 45 

iDsuItans armis, faciat spedare palantes 10 

In segetes, pecudumque greges> armentaque passim, 

Nane fen*o, nuoe igne. Gemant quibus acrior instai 

Cura lucri. Mihi, care, labor fuit alter iniquus 

lamdudum dum saeva Canis iniuneta Leoni 

Stella malum finirei iter. Stetit obvia febris 15 

Incauto mihi dura nimis, nil tale timenti; 

Gum qua per menses luctatus ad omnia vires 

Exposui, memorans Àlcidis proelia quondam, 

Dum fuit Antaeus libicis prostratus arenis. 

Et Victor persaepe fui, dum praemia vitae 20 

10) fadanty il cod. 

14-15) saeva Canis . . . stella, h Canicola (= Sirio), stella di prima 
grandezza posta nella bocca del Cane Maggiore. Il sole entra in Leone 
il 23 lug. ma il Cane non apparisce che il 26 (y. TOrelli ad Orazio, 
Epist, I, 10, 15-17, ed. G. Hirschfelder, Berolini, 1884, voi. U, p. 
322). n corso della Canicola quanto era rapido (cSubsequitur rapido 
contenta Canicula cursu », Marco Manilio, Astronomiam lib. I,v. 386), 
altrettanto era temuto dagli antichi: indi il saeva ed il malum ,,,iter del 
Boccaccio. M. Manilio stesso, nel luogo ora cit. (vy. 387-88, 395): 
e Qua [Canicula] nullum terris, violentius advenit astrum, Nec gravius 
cedit . . . Bella facit pacemque refert ». Orazio, Carm,, HI, 13, 9: 
t flagrantis atrox hora Caniculae». Plinio, N. H,, II, 40: e cuius siderìs 
[ì . e . Caniculae] elTectiis amplissimi in terra sentiuntur. Fervent maria 
exorìente eo, fluctuant in cellis vina, moventur stagna . . . Canes quidem 
toto eo spatio maxime in rabiem agi non est dubium ». La febbre dun- 
que onde fu còlto nella state del 1 355 il B. , il principio almeno di essa 
— poiché Ta. soggiunge (v. 17), ma forse enfaticamente: Cum qua per 
menses luctatus — , dovè essere nella prima quindicina dell'agosto, non 
proU^endosi di molto oltre questo termine (anche nella accezione sua 
più larga e più popolare) il corso della Canicola. 

18*19) È noto per la favola che Anteo re di Libia , fatto voto di 
innalzare a Nettuno un tempio con teschi umani, forzava i passanti a 
lottare con lui, per poi schiacciarli col peso del proprio corpo gigante- 
sco. Ercole, ch'egli aveva provocato, lo atterrò tre volte, ma indamo , 
poiché la Terra, madre di Anteo, gli dava nuove forze ogni volta eh' ei 
la toccava. Avvedutosene l'Alcide, lo sollevò in aria e lo soffocò con le 
sue braccia. 



46 e. FRATI 

Sperarem si Victor eram; sed fortis et instans 

Hostis ìd ambiguum, renovatis viribus, ingeos (f. 70^) 

Plus solito surgebat ovans. Cui sistere durum 

lam reputans, mortem volui, si fiita dedissent 

Et cecidi, victusque fere inremeabile limen 25 

Usque adii mortis, saeyus sed temiit horror 

iDgentis baratri; nam dum specularer avaras 

Attonitus latebras, completas murmure tristi, 

Expavi, traxique pedem, vestigia flectens 

Ut potuì, et caelo rediens ; viresque resumpsi 30 

Inde novas, vicique malum, sammoque labore 

Perdomui tandem, et posito mihi debile robur 

Et compos vix, ipse vicissim carmina cudo, 

Te duce; quis vati versus non praestet amico? 

Haec alias narrare libet: nunc vertere cursum 35 

Est animus quo coepta trabunt. Tibi tramite ducis 

Ire placet medio, priscorum facta recusans 

Et nova gesta virùm: laudo, nec dicere canens 

Est opus (ipse refers), nec desint acta diebus. 

25) vinchuque^ il cod. 

25-26) inremeabUe limen , . . fnortis. Gfr. VmGUJO, Eneide^ VI, 
425, dello Stige: e ripam irremeabilìs undae ». 

27-28) avaras . . . latebras: tenaci, avide, insaziabili, con ripresa 
deir idea espressa dall' inremeabile precedente. Cosi Orazio disse avarum 
il mare {Carm,, IH, 29, 61), come altrove {Carm,, I, 28, 18) lo disse 
avidum; e VmGU.10 con maggiore conformità a questo luogo del B., 
avarus l'Acheronte (Georg., Il, 492). 

31) vindque, il cod. 

32) Cosi il cod., ma non sapremmo come intendere il posito cosi 
assolatamente usato. Potrebbe forse supporsi che mancasse al cod. nostro 
un verso, il quale compiesse il concetto solo in parte significato da co- 
testo participio; ma l'aversi nel compos vix una prosecuzione evidente e 
naturale dell' idea espressa dal debile robur precedente , rende poco ve- 
rosimile la mancanza d' un verso intero dell' epistola. 

33) vicisimy il cod. 
35) narare^ il cod. 

38) decere^ il cod., che non dà senso guarì migliore del dicere e 
guasta per di più il metro. 



EPISTOLA INEDITA DI Q. BOCCACCIO A ZANOBI DA STRADA 47 

Hesperiam geminam, Karolo viocente, videbis 40 

FraDcorum perferre iugum, Gallosque comatos. 

Hine etiam modicum supra si plura revolvas 

Adveniet coram perlucida turba proborum. 

Ni libi quod caotes dederit memorabile CUo^ 

Yandalus impacieos sedis, regesque Ticini, 45 

IqduIus iovasor Latii, Gottusque severus, 

Bellaque Samnitum dum surgeot Umbria contra , 

Mille vacant si caneta velis discorrere gesta , 

Splendida sumpto tibi qaae possunt reddere serta 

Et alias maiore sono protendere lauros. 50 

Fac, age, tango chelim: contemnunt ocia frondes 

Peacidae, damnatque cohors veneranda sororum 

Gastalidum: nos, turba minor, suspensa tenemus 

Ora quidem, si forte cadat de fonte propinquo (f. 70^) 

Quid sapidum, aut cupidas nobis quod mulceat aures. 55 

Quid? Breviter videant homines. Tu denique prudens 

Multa yides et pulchra sedens nunc cernere debes 

U) dederit . . . Clio, Cfr. Zanobi, v. 22: medium daini opUma 
aio, 

A6) Innulus. Cosi il cod. Forse Hunilus? 

48) ctmto, il cod. / 

49) Il »eria da noi accolto é una variante segnata nel margine del 
cod.; il qnale ha nel testo un uita^ che, giusta una glossa marginale, 
avrebbe a correggersi ed a leggersi uincta. Ma non vediamo qual senso 
potrebbe ritrarsi da una simile lezione. 

50) At, il cod. 

51-52) frondes Peucidae, Essendo la Pieria (regione della Macedonia 
onde trassero le Muse TappeUativo di Pierìdi perché posta alle falde 
dell' Olimpo ) fertile produttrice di piante resinose ( e Picem habet 
[Pieria] », scrìve Punio, N, H., IV, 10, e Indicae, Narìciae, Idaeae et 
Illyricae comparandam »), non mi sembra improbabile che il PeuddoB 
di questo luogo (dal greco ireiixiQ, pino) equivalga ad un Pieriae, 

51, 59) tange chelim, Cfr. Zanobi, v. 14: unde chelim tendat (codd. 
0X00. e vat). 

54) fronte, il cod. 

57) Multa vide» riprende e ricorda il nam muUa vide» che a sna 
voha Zanobi aveva diretto al Boccaccio, v. 31. 



48 e. FRATI 

1 

Librorum ìq medio, quos servant claostra Cassini. 

Fac, age, tange chelim: tempus fugit ocius aura, 

Nec redeunt flavi quos circum tempora crioes 60 

lam canos traxere dies, gravis atque senectus. 

Haec ego dum scripsi, semper clarissimus ille 

Affuil orator, legum doctor, amicus, 

Loisius« sic velie ferens et scribere mandans. 

lOHÀNNES BOGCATII. 



57-58) La missina di Zanobi reca infatti la data: In Saneto Ger- 
mano Germanis obsesso Quinto Ydus Octubris^ e San Gennano giace, 
com* é noto, a S.-E. di Monte Cassino : ebbe orìgine da un monastero 
costrutto in sussidio del cassinese dall' abate Petronace nel principio del- 
l' Ym sec. , e vi risedeva talvolta l' ab. stesso di Monte Gassino. Non o- 
stante la malattia avuta, sembra dunque cbe il Boccaccio non ritardasse 
di molto la risposta all' amico, se questi ancora si trovava nel luogo onde 
aveva scritto. Il quale luogo aveva appunto ragione nell' ufGcio di vicario 
generale del vesc. di Monte Gassino Angelo Acciainoli, che questi, trasferito 
dalla sede di Firenze a quella di Monte Gassino, come sopra si é ricordato 
(pp. 35-36), aveva conferito a Zanobi. 

63) Gosi il cod., ma non è dubbio che il verso manchi di una pa- 
rola: forse di un aggettivo innanzi ad amicus. 

63-64) Loisius. Se non sembrasse opporvisi il kgum doctor saremmo 
tentati di pensare a Luigi Marsili, che, teologo insigne, non ci è noto 
fosse pure dottore di leggi. Del resto, ottimamente la dimora del Marsili 
a Firenze, dove il Boccaccio si trovava quando scrisse questa lettera (cfr. 
la didascalia iniziale che nel cod. osoniense ha l' epistola di Zanobi, presso 
l'HORTis, p. 343: Eliconico vati Jokanni Boccaccii de Certaldo tam^ 
quam fratria in urbe Florenti), il clarissimus e anche Y orator, non 
sembrandoci inverosimile che T ufficio di oratore del comune florentino che 
certo egli ebbe per due volte nel 1382 (v. G. TiRABOScm, Star, letL 
it.y 2' ed. moden., Mod. 1789, voi V,I', p. 173), potesse avere avuto, 
giovane, anche mollo innanzi (avanti il 1355). Scrive infatti, generica- 
mente, Francesco Bocchi ne' suoi Elogia quibus viri doctissimi nati 
Fhrentiae celebrantur (ed. Gust. Cam. Galletti. Florentiae mdcccxliv, 
pp. 10-11): e Potuit enim apposite, quoUes fuit opus*, elmunus orato- 
ris obi re, et gravis in disceptationibus, vel doctissimìs vìris audientibus, 
consistere... Datum est ei negotium ut legationes Reipublicae 



EPISTOLA INEDITA DI 6. BOCCACCIO A ZANOBI DA STRADA 49 

causa ad viros principes obiret, magna auctorìtate de rebus publi- 
cis ageret, et, ut res postulabat, ad suum arbilrìum libere transigeret . . . 
Apud quos iUe viros principes in obeundis legationibus suam operam 
Reip. naYa?|t, et quo etiam tempore contigerit, literarum monu- 
mentis parum constai; rem omnem penitus oblivio obruisset, nisi in 
principe aede extaret sepulcrum, quod summo buie viro huius rei causa 
multaque etiam ob merita publice tributum est . . . Aloysium praeterea 
legationes publico nomine obiisse cum permulti dicunt, tum Leonardus 
Àrretinus (qui eodem pene tempore yixit) praecipue testatur ». e Teologo 
sommo e preclarissimo oratore » il Marsili è detto anche da 
Giovanni da Prato nel Paradiso degli Alberti, ed. Wesselofsky, voi. I, 
parte l\ p. 83 (Scelta, n.° 86). Il quale ufQcio di oratore, tenuto dal M., 
come sembra potersi desumere dalle parole riferite del Bocchi, più sovente 
forse che non ci consti per la storia, non renderebbe nel Nostro affatto 
inveroshnile una conoscenza esatta ed estesa delle discipline giurìdiche: 
egli avrebbe cosi, in parte almeno, seguito il consiglio datogli dal Petrarca: 
e Expedit Theologo praeter Theologiam etiam multa nosse, imo, si Oerì 
possft, pene omnia, quibus contra insultus camalium sit instructus ». F. 
Petrarca, Epist, sine titulo, XVIII e ult. , nell' ediz. delle EpisL del 
P., Lugduni, apud Samuelem Grìspinum, M. DGl, p. 655). E nem- 
meno ci sarebbe d'uopo provare o congetturare relazioni amichevoli 
fra r illustre eremitano e il Boccaccio, essendoci queste bastevolmente 
attestate da un luogo della epistola complorativa et laudativa che il B. 
diresse a Franceschino da Brossano per la morte del Petrarca, v. Boc- 
caccio, Lettere ed. e ined., trad, e comm. da F. CORAZZINI. Firenze, 
G. C Sansoni, 1877, p. 384 (dove pure si ha la forma Luysitts simile 
al Luisii dell'epìgrafe sepolcrale del Marsili in S. Maria del Fiore, al 
Loisius del cod. nostro ed al Loysio di una epìstola di G. Salutati al 
M., cit dal TiRABOscHi, ed. cit., V, !■, p. 172). 



Voi. I, Parte 11 



50 e. FRATI 



APPENDICE 



LETTERE VOLGARI CASSINESI DEL SECOLO XIV. 
[V. sopra, p. 36, nota 1] 

1. 

[Lettera che Jacopo da Pignataro milite, citato a comparire, per 
damii recati alla badia Gassinese nel 1349, innanzi al pontefice Clemente 
VI, ma decapitato a Ceccano prima ancora eh' egli si rendesse ad Avi- 
gnone, scrìve in data 17 novembre 135S al proprio fratello Cristoforo 
pochi istanti prima di essere decollato, per raccomandargli le sue ultime 
volontà contenute nel testamento redatto due giorni innanzi (15 novem- 
bre) da Nicola d'Ettore da Ceccano, notaio; prima delle quali volontà 
era la restituzione alla badia Gassinese della Rocca di Bantra, a fona 
estorta, e allora occupata dal fratello. Testamento e lettera sono allegati 
per disteso in akro atto del 30 aprile 1353, redatto da Jacopo de'Sdr- 
romani da Napoli notaio e pubbl. [dal Gattola nel luogo sopra indi- 
cato p. 36, n. 1) e dal Tosti, o. c, voi. IH, pp. 90-92 {Note o dot, 
al VII lib., doc K). Lo Scirromani, riferito il testamento, soggiunge: 
e Ilem tener dictae cartae, seu cedulae (cioè di una e carta de bombace 
per eum >, cioè da Jacopo da Pignataro, e scrìpta >) per omnia talis 
est » (•)]. 

Gara Fratre et Gaenato, confortateve, ha co ayo acconza 
r anima mia, de qua ayo grande consolatione . Vai ne dovete 
essere tenuti a tutti li miei parenti de qua & alli buoni huo- 
mini de Cioccano ; ande, Fratre mio, eo te prego he ame V a- 
Dima mia <& sertu (?) lu testamentu meu assequate omne cosa 
che lasso, ba eo fora dampoatu in anima mea (1) he de li fili 
mei . Inn istu punta non fate cura, per que eo hao in loco 
he no mme poy pia ayutare ; unde mandite a Gceperana e fate 

(*) Non modifico che lit pontoggiatora , dovuta certo interamente al primo 
editore del documento ; e ano^e scriTO con 1* inisiale maioicola le voci ohe eegaono 
(giosta la mia interpunsione) al punto fermo, ed i nomi propri di persona e di 
luogo , seritti con la minuscola o nel documento o nella stampa del Oattola. 

(1) anitna tua^ hanno le due stampe, ma non è dubbio che s'abbia 
a legger meo. 



EPISTOLA INEDITA DI 6. BOOCAOCIO A ZANOBI DA STRADA 51 

addomandare Gola d'Ettore, lu quale eoe vicaru de Gereanu (1), 
e fece lu testamentu meu; et maodateli Ooreai dieci, et ipsu 
ve mandarà lu testamentu, e tu peusa de exequirulu iDcoati- 
Dente, e sta uode (?) eodem scriptu die Sabbati 17 Novembris, 
bora prima, quae pulsabatur ad decollationem meam . Omoino 
fate zo che dice lu meu testamentu. J. di Pio. (2) 

2-3. 

[Le due lettere che qui sapone e che sfuggirono, come la prece- 
dente, allo Zahbrini, furono scritte ad Angelo Senisio, abate del mona- 
stero di s. Martino delle Scale in Palermo, nel 1369 (8 e 17 dicembre) 
da alcuni monaci di s. Nicolò d' Arena in Catania , che , per volere di 
Urbano Y, si trasferirono, come pur altri farfensi , a Monte Cassino. Le 
pubblicò primo, di su gli originali dell' Archivio di s. Martino delle Scale, 
il p. Tosti, o. c, voi m, pp. 100-103, nelle medesime Note e doe. al 
VII lib. sopra citate (doc M). Cfr. in questo stesso ?oL ID, p. 58]. 

2. 

Reverendo in Xro patri fratri Angelo abbati monasteru 
S. Martini di Scalis di Panormo. 

Reverendo in }Cpò patri humili recomendatione praemissa, 
aeternam salutem. Noverit paternitas vestra quod, concedenti 

(1) CeecanUj legge il Tosti. Converrebbe rivedere il documento; 
ma il Gattola ha molto chiaramente Cereanu^ cioè Ceperano, men- 
àonato poco innanzi. Solo non s'intende come notaio e testamento 
si trovassero a Ceperano, mentre quest' ultimo era stato redatto a Ceccano 
da un notaio di Ceccano: da quel medesimo Nicola d'Ettore che qui è 
detto e vicaru de Coreana ». Cosi il vicaru come il Cereanu mi lasciano 
però in dubbio che, o lo Scirromani notaio trascrìvendo la lettera, o il 
Gattola pubblicandola, fraintendessero un notaru ed un Ceecanu del- 
l' autografo di Jacopo. 

(2) In una bolla di Clemente VI del 26 ottobre 1352 pubbL ivi 
stesso dal Gattola (p. i07^), la quale espone le usurpazioni e i danni 
arrecati da Jacopo, questi é detto e miles Cassìnensis diocesis, Vas- 
sallus ecclesiae Cassìnensis » : ciò non ci lascia dubbio si tratti, per Ja- 
copo, di Pignataro, nel distretto di Sora, che, a detta del Tosti, o. c. , 
voL ni, p. 47, giace in piano a 4 miglia da Monte Cassino. I casi di 
Jacopo da Pignataro espone anche il Tosti, o. c, voi. Ili, pp. 47-51, 
seguendo i documenti pubbl. dal Gattola nella Accetsùmes alla sua 
Hùtaria abbaiiae M<mti8 Cassini. 



52 a FBATI 

Domino, applicamu ìd Gaeta IV<» Decembris sani et salvi , et, 
ipso dante, ni atruvamu insembli cu li tri di Stu Nicola. Pater, 
quandu nui ni arricolsinm in la navi partendudi da Palermu, 
per erruri li vostri cosi atruvammu in li bertoli hi portavamo 
cu alcuni nostri cosi, et non di adunammu fina hi non fomma 
per lu caminu, zo è lu quadernu di raiuni et lu libru lu quali 
ni scrivistivu a vostra consolationi, qui vocatur Venimecum^ 
dundi vi li mandamu li preditti ber tu li et lu quadernu cu lu 
vostru libru cu Nicola di Fenuchu scrivanu di la predicta navi, 
cu la quali nui passamu. Pregamuni amorem Dei per Nicola 
di Fenuchu supradìctu vi sia arricumandatu , ha da ipsu re- 
Qhippimu grandi plachiri; eciamdeu da lu patruni et di tutti 
li altri compagnuni pregamuvi hi vi plaza di rengratiarili di 
tanta caritati e honuri hi ni fichiru. Mandamuvi li dui barrili, 
li quali purtammu pieni di vinu, voiti, parte per lo tempu lu 
quali è statu malvasu et per altri accasuni havimu custintatu 
in Gayta, dundi fu necessariu di prendiri li denari di lu ca- 
miu, lu quali fu fattu per Arrichì di Padareu , li quali foru 
fiorini di horu XV. Semper ni accumandamu a li vostri ora- 
tioni et di li frati amore Dei. Salutatimi a frati Antonellu di 
Santu Franchiscu et ad Arrichu di Adamu et a Mastru Leo- 
nardu et a Mastru Baudu. Script Vili Decembris Vili Indit 

Fr. Andreas et omnes fratres. 

3. 

Reverendo in Xpo Pàtri Domno Angelo abbati monasteri! 
s. Martini de Scaus de urbe Panorbu, Patri et Domino 

REVERENDO. 

Reverende Pater, cum omni debita reverentia , vulendu a 
la vostra paternitati fari clara informationi di tuttu hillu hi 
a nui esti avinutu poi hi ni partemu da vui infino a lu iorno 
di Santu Antoni, per lu teouri di li presenti litteri vi notificu 
Eu vostru in Xpo figliu et inutili servitori, fratri Benedictu, 
tantu per mi quantu per li altri vostri in Christu figliuoli li 
quali su in Monti-Cassino incominciando com reverentia a 
parlari. Essendo hogi in Gayta in lo hospitali di la Nunciata, 



EPISTOLA INEDITA DI 0. BOGCAOCIO A ZANOBI DA STRADA 53 

undi SU vinutu da Munti-CassÌDu per prindiri alcuni causi hi 
ndy eranu ristati et illocu vi aiu cu debita reverentia scrittu 
hista littera, la quali ligeudu comprindiriti histu tali tinuri, 
videlicet: Nuy fommu io Gayta IV*^ Decembris et Vili* re- 
cessimus inde et fommu in Ronia cum Dei adiutorio. Incun-* 
tinenti hi lu Santu Patri lu sappi, mandau per nui per tri 
Oìissagi, unus post alium. Nuy fommu ad issu, et facta de- 
bita reverentia, lu quali truvamu in viridario quasi in bora 
tertiarum. Issu ni viddi multu allegramenti, et fecit de nobis 
maximam paternam consolationem ; et immediate eu li pre- 
sentai et dedi in manibus propriis la littera la quali vui li 
mandastivu: issu la prisi et allegramenti la lessi. Poi issu ni 
fichi convitari et maniarou cum issu lu iornu di Santa Lu- 
chia, e lu sequenti maniamu cu Messer Nicola di Auximu (1), lu 
quali multu si mostrau in omni honuri et plachiri ad sua 
buntati. Et poy ancora un altru iornu maniamu in domo Do- 
mini pape, et essendo in collatione, issu ni fichi una multa 
bella ammonitioni et cumandauni et adoctrinauni de omni 
causi et di tutti li modi hi nui dovimu tiniri cum hilli di 

(1) Nicolò de' Romani jsen. da Osimo, arcidiacono di Vercelli e se- 
gretario di Urbano V e Gregorio XL Hyac. Sbaralea, Supplemenium 
et Castigano ad Scriptores trium ordinum 5. Francisd a Waddingo 
aliisve descriptos. Romae, ex typ. s. Mich^elis ad Ripam, MDGCCVI, pp. 
562^ - 563^ , parlando di un solo Nicolò de' Romani che fu segretario 
di Gregorio XI ed ottenne sotto Martino V una legazione in Siria, reduce 
dalla quale morì in Roma e fu sepolto nella chiesa d'Aracoeli, confonde 
r uno con Y altro ansimate. Nicolò de' Romani seniore e che per le sue 
rare qualità morali e legali meritò d' esser . . . dichiarato Pix)tonotarìo 
Apostolico e servi di segretario alla Santa Memoria d'Urbano V e di 
Gregorio XI; prelato di sonuna integrità, rettitudine e sapere i, testò 
in Avignone il 26 noy. 1373, e nlbrì, a quanto ne scrive Lmci Mar- 
torelli, Memorie hiskriehc dell* antichissima e nobile dttà d' Osimo, 
In Venezia, presso Andrea Potetti, M.DCCV, p. 221 (cui togliamo le 
parole sopra riferite), nel 1406; ma la legazione siriaca e la sepoltura 
nella chiesa d'Aracoeli spettano al b. Nicolò de' Romani jun., nipote 
del precedente e che, al dire del Martorelu medesimo, rese ancor 
e più illustre e cospicua > la famiglia cui apparteneva (p. 222; cfir. an- 
che p. i52>. 



54 e. FRATI 

MuDti-GassÌDu, ita proprie et sobrie comu avissivu fattu vuL 
Ad hec omnia frati Ambrosio si livau, et referenduli debita 
gratia cum professioni et excusationi iuxta posse proiiriu ad 
issu et a nnui. Ad beo omnia parati sumus et tuoc nui li 
adimandammu gratia prò omnibus monachis nostris de abso- 
lutione in articulo mortis; ipse autem respondit sic dicens: 
Non ni vagliati richircari da bora tali gratia de premium 
optiniri di la servitiu hi ni aviti fattu: andati et serviti, et 
quandu vidirò lu serviri hi vui farriti,et hista et majuri gra- 
tia simu cuntenti di fari. Ad haec tacuimus: sed finaliter 
happimu gratia per frati Antoni pani e vinu e per frati Pe- 
tra de remissione penae et culpae in articulo mortis, et prò 
nobis omnibus intrantibus in monasterio Montis Cassini hinc 
ad annum unum completum annnmerande a primo Januarii in 
anthea. Lu privilegiu di li dicti frati Petru et Antoni purtirà 
frati Stevanu monacu di Santu Nicola de Arena. Item sciatis 
che essendu nui in mensa cum Domino Nicola de Auximo, et 
issu dissi prima parlandu a frati Ambrosu et a nui altri hec 
verba : Scriviti a lu vostru abati, zo a vui, et dicatis frati An- 
gelo ex praecepto Domini papae hi digia richipiri quanti mo- 
nachi li veninu. Frater Ambrosius respondit sic dicens: Do- 
mine, ipse haec faciet ad mandatum Domini papae; veru hi 
issa lu pò* mal fari, perchi è strittu di locu ; ma si lu Santu 
Patri li dassi lu mnnasteriu di Murriali oy di lu Parcu, issu 
putria più abilimenti richipiri omnes venientes. Et Dominus 
Nicolaus dixit: Scribatis sibi sicut ego vobis dico, quia Do- 
minus papa bene locabit eos. Et hec fuerunt verba in mensa 
prolata. Nui stettimu a Ruma iorni ventisei in Santa Maria 
la Nova ad expensas Domini papae. Et cumanda lu papa et 
voli hi nui ni digiamu vistiri di nigru ad modum illorum 
de Speco. De Psalterio autem ni conchessi hi nui usama lu 
Psalteri Franchiscu, et no lu Rumanu(l). Item sciatis chi frati 

(1) Per la e traslazione dei seggio di s. Pietro in ProTenza (scrìve 
il Tosti) e quella non interrotta successione di papi francesi, erasi in- 
trodotto r uso del salterio gallicano, messo d' un canto il romano, in guisa 
che nella Romana corte e nella maggior parte della Chiesa usavasi quello 



HPIOTOLA INEDITA DI G. BOOCAOCIO A ZANOBI DA STRADA 55 

Bernarda vìddì a douì et noi ricusamu haviri sua consortia. 
Misser Nicola, a ccui è commissa omni cura di Munti-GassÌDu, 
cumandau chi nui la richipissimu et est insembla cun nui altri 
in Monte-Cassiau. Lu abati di Nonantula havi rinunziata la 
Abatia e voli essiri monacu di Monte-Gassinu (1). Di la spisa 
hi Dui happimu da vui (2) ni suvirchiaru fiorini dudici, li 
quali vi mandamu cum lu dictu frati Stefanu, lu quali nuo 
pò cussi tostu viniri, pirchi lu papa lu cumandau chi stassi a 
Monte-Gassinu a nostra consolatione per mensem, et chi non 
partissi senza sua licentia. Nui fommu in Monte-Gassinu die 

e Don questo. I Cassinesi, avyegnaché retti fino a quel tempo da vescovi 
francesi, non vollero lasciare il salterio romaDo. Ma a Papa UrbaDO non 
parve ben fatto; scrisse una epistola ai monaci ordiDaodo loro che ado- 
perassero il salterio gallicano, minacciaDdo di ceosure a' contrari a questa 
ordinazione (1369) ». v. Tosti, o. c, III, 58. È noto poi che per sdterìo 
romano si' intendeva la versione del salterio secoDdo V Itala ; per galli- 
cano, la versiooe di esso dovuta a s. Girolamo, sostituila alla precedente 
da Pio Y e cosi detta dall* uso che primi ne fecero i Franchi. Ma é cu- 
rioso che r autore della presente lettera dica concessa una coDdiziooe 
che dovè essere quasi imposta o che certo era molto desiderata e favo- 
rita dalla Curia. 

(1) Ademaro, abate di Nooantola sia dal 30 aprile 1362 , sospeso 
nel geoDaio 1366, riammesso Dell'agosto 1367, ouovameote e definitiva- 
meote deposto nel 1369, perchè, al dire di un Pensionarlo della Badia, 
e male tractaverat negotia Monasterii ». Non fu dunque una rinunzia vo- 
lontaria questa di Ademaro, come avrebbe potuto credersi dal nostro 
documento; e la notizia della rinunzia o della rimozione di lui, data in 
una lettera del 17 dicembre 1369, non era certo molto nuova, poiché 
sino dal giugno di quell'anno era stato ad Ademaro sostituito Tommaso 
de'Manapesci bolognese, dottore di leggi; ma e continuarono nondimeno 
(come il TmABOScm avverte) ancor per più mesi a farsi gli atti in nome 
dell' ab. Ademaro, finché venuto a Nonantola il nuovo abate Tommaso, 
e a'XXni di settembre radunato il Capitolo, e lette le Bolle della sua 
elezione, prese il possesso della Badia ». v. G. Tiraboschi, Storta del^ 
V auguita badia di s. Silvestro di Nonantola, aggiuntovi il Codice di' 
plomatieo della medesinui illustrato con note. In Modena, presso la So- 
delà tipogr., MDCCLXIXIV, voL I, p. 161. 

(2) fittt, la stampa del Tosti. 



I 



56 a FRATI — EPISTOLA INIBITA DI 0. BOOCAOCIO A ZANOBI £C. 

Jovis X^ Januarii^ et allegramente, et consolati fomu richipati 
in Sancto Gerniano ab omnibus hominibus et per consequens a 
monachis Mentis jam dicti. Pater reverende, usque ad illum 
diem hi nui recessimus a Roma gratia Dei da vui né di lu vostru 
monasteriu nissuna fu fatta lamentatione etc., nec erit in 
anthea, Deo dante. Pater, di lu fattu di lu Psalteri hi fu par- 
latu, et eu non ni haiu potutu sentiri nenti. £u mi raccomando 
sempri a la vostra reverenda paternitati, et prego humiliter 
et devote hi vi sia recumandatu fratlAmbrosu et etiam, si pla- 
cet, mi recomandu in orationibus (1) patris prioris et omnium 
aliorum. Sed scriptor presentium recomandat vestre venerabili 
et reverende paternitati et in orationibus patris prioris et fra- 
tris Gr^orii et aliorum etc. Script Gaetae XVIP Decembris 
in die Sancti Antonii, ut supra. 

P. S. — Pater, quantu frati Ambrosiu dissi a Misser Ni- 
cola d'Auximu chi vui non haviti locu capachi di putiri ri- 
chipiri tanti monactii) ma si lu Santu Patri vi dassi lu mo- 
nasteriu di Mordali oy di lu Parcu, hi vui lu putirissivu beni 
et abilimenti fari, e Misser Nicola li rispusi ut supra; iterum 
dixit: Datimi per scripti histi pareli et sic actum fuit. Ultimo 
(et sic finis) Misser Nicola mi dissi hi euvi scrivissi hi issu 
si recomanda a li orationi vostri, et omnium; et finaliter vi 
pregu hi lu recomandati a li orationi di li monachi. Item Mis- 
ser Nicola ni comandau più fiati hi li scrivissimu quanti ho- 
mini signalati fussiru in Sicilia, et hoc de mandato Domini 
papae, et hoc secreto: nui cridimu hi vogla co quisti homini 
visitari li eclesiì. 



(1) in omnibus, con scorrezione evidente, la stampa deJ Tosti. 



ANTONIO DA TEMPO 
COMMENTATORE DEL PETRARCA 

E LA CRITICA DI GIUSTO GRION 



I. 



Di Antonio da Tempo giudice padovano vissuto ai 
tempi di Dante si conosceva un Trattato delle rime vol- 
gari scritto in latino (1). E ad un altro Antonio da Tempo 
giudice della stessa città era attribuito un commento al 
canzoniere del Petrarca ed una biografia del Poeta. I due 
Antonii, sebbene confusi da qualche scrittore poco accu- 
rato, furono dai più autorevoli nostri storici, né poteva 
essere altrimenti, riconosciuti diversi V uno dall' altro. Anzi 
il Tiraboschi, nella sua Storia della letteratura italiana, 
e il Muratori, nella Vita del Petrarca, insistono appunto 
che non si faccia confusione dell' uno con Y altro. EgU, 
scrìve il Tiraboschi parlando dell' autore del Trattato, .... 
certamente è diverso da quello che nel secolo susseguente 
scrisse commenti sulle poesie del Petrarca. E il Muratori, 

(i) Bernardini Scardeoni, De antiquitate urbis Patavii et dati» 
eivibus patavinis, BasUeae, 1560, pag. 253: e Floniit enim (Antonius de 
Tempo) Daotis Àldigerìi temporibus, sed paulo anterior aetate Francisco 

Petrarcha TiUilus... operìs est: Summa artis rhythmicae vulgarìs 

dìctaminis. » 



58 G. PATBONI 

che parla, invece, di questo chiosatore : Antonio da Tempo 
padovano, confuso da alcuni con un altro Antonio da 
Tempo molto pia vecchio , del quale io ho ^ parlato nel 
libro L cap. 2. deUa Perfetta Poesia. In tal modo lo stu- 
dioso, al quale avesse per caso dato da pensare T omo- 
nimia del commentatore e del trattatista , era rassicurato 
dalle parole di scrittori degni di fede affermanti che oltre 
ad un Antonio da Tempo trecentista, autore della Summa 
artis rhyimicae , e' era stato nel quattrocento un altro 
dello stesso nome, autore di un commento alle rime del 
Petrarca. 

Così stanno, o (pur troppo!) cosi stavano le cose 
prima del 1869, anno in cui Giusto Grion diede in luce 
integralmente la prima volta (1) il Trattato delle rime 
volgari di Antonio da Tempo giudice padovano, compo- 
sto nel 1332, insieme con la traduzione in volgare fat- 
tane, da Francesco Baratella nel 1447 e con due appen- 
dici, la prima contenente i ruoli dei cittadini di Padova 
del 1275, 1320 e 1321 e la seconda alcur^ poesie del 
trecento deli Italia superiore. Al trattato originale di An- 
tonio da Tempo precede una copiosissima prefazione del 
Grion, divisa in quattro paragrafi o capitoli che dir si 
vogliano. 

Nel terzo capitolo, il più lungo di tutti, si tratta dif- 
fusamente la questione dell' omonimia dei due Da Tempo. 
Il Grion enumera e descrìve varie edizioni delle rime 
del Petrarca in cui si trova il commento e la vita del 
Poeta, di Antonio da Tempo, od anche questa sola, che 
fu pubblicata, come pare, alquanto prima (2). Egli ci dà 

(1) Bologna, presso Gaetano Romagnoli (nella Collezione di opere 
inedite o rare dei primi tre secoli della lingua pubblicata per cura 
della K Commissione pei testi di lingua nelle Provincie dell'Emilia). 

(2) La prima volta a Roma il 1471, secondo afferma lo stesso Grion; 
indi a Roma e a Venezia, il U73. 



A. DA TElfPO COMMBNT. DSL PBTRABCA ECXX 59 

notizie di una edizione del Commento (Bologna 1475 
in-f.*"), della quale il Haym (1) afferma l'esistenza, ma 
nessuno ha trovato esemplari ; indi della veneta del 
1477, la più antica che ne rimanga; e poi di altre, che 
finisce per riconoscere « nell' essenza identiche » . In que- 
ste edizioni il Canzoniere è dichiarato da due commenti 
paralleli: l'uno è di Francesco Filelfo, fino al sonetto 
Fiamma dal del, continuato indi innaof i da un Geronimo 
Squarciafico; l'altro è quello del nostro Antonio. 

Da varie circostanze di cui è menzione in quest'ul- 
timo commento il Grion rileva agevohnente che l' autore 
dovette essere quattrocentista. Ma trovando in capo al 
commento una dedica ad Alberto II Scaligero, morto il 
1352, ne inferisce che il commentatore vissuto nel quat- 
trocento non fu un Antonio da Tempo, bensì un altro 
che volle spacciarsi per Antonio da Tempo trecentista. 
Ma chi fu codest' altro ? Il Grion trova e che il preteso 
Da Tempo non fa che ripetere le parole dello Squarcia- 
fico, qua e là sotto maggior brevità » e trova pure, o 
crede trovare che entrambi accennino alla vita del Pe- 
trarca attribuita al Da Tempo e come a cosa propria >. 
Sicché e non rimane altro > dice egli « se non inferire 
che Squarciafico e Tempo siano una persona sola >. E 
non basta: il nostro critico crede scoprire in Geronimo 
Squarciafico un anagramma di Domenico Siliprando, da 
Mantova; anzi vari! altri nomi più o meno strani di edi- 
tori egli riduce tutti a pseudonimi di questo mantovano. 

Prima di discutere le affermazioni del Grion è me- 
stieri dare alcune notizie intomo alle edizioni che ho ve- 
dute e studiate. Esse appartengono alla Biblioteca Na- 
zionale di Napoli. Nella sala riservata alle edizioni del 

(1) BMoleca italiana, Venezia, 1728, 2.* ediz. (citata dal Grion). 



60 0. PATBONI 

quattroceDto si conserva la preziosa stampa veneta del 
1477 di cui si è innanzi fatto parola; ma sventm*ata- 
mente mancante della seconda parte, che contiene il Com- 
mento. È un bel volumetto, rilegato con qualche ele- 
ganza in pelle di un color rosso molto scuro, ed indo- 
rato nei fregi e nel taglio delle carte; i caratteri sono 
belli e nitidi; manca il frontespizio, poiché la prima pa- 
gina stampata coi|incia : Tabula de la presente opera di 
Francesco Petrarca, senz'altro. Dòpo il Canzoniere si 
trova : Francisd Petrarcae poetae excellentissimi rerum 
vulgarium fragmenta finiunt impensa Gasparis de SiU- 
prandis de Mantua Ductu Dominici ejus fiUi. Seguono 
i Trionfi; indi: MemorcMlia quaedam de laura manu 
propria Francisd petrarce scripta in quodam codice 
Virgiia in papiensi bibliotheca reperta, con alcuni distici 
latini sopra Valchiusa. In fine, senza indicazione d' autore, 
la vita del Petrarca che nelle edizioni posteriori va sotto 
il nome di Antonio da Tempo, terminata da un elenco 
delle principali opere del Poeta. 

La Biblioteca medesima possiede inoltre cinque edi- 
zioni delle rime del Petrarca col doppio commento pa- 
rallelo già mentovato. Quattro sono venete, degli anni 
1503 (segnata 113. N. 20), 1508 (113. N. 23), 1519 
(113. K. 74) e 1522 (XLI. E. 91); una milanese del 
1512 (113. N. 17), sfuggita alle ricerche del Grion. 

La più antica di queste, che è la veneta del 1503, 
ha nel frontespizio: 

Petrarcha Con Boi Commenti Sopra li Sonetti et 
Canzone — El primo Del Ingeniosissimo Misser Fran- 
cesco Philelpho — Laltro Del Sapientissimo Misser An- 
tonio da Tempo: Nouamente addito — Ac etiam Con 
Lo Commento Del Eodmio Misser Nicolò Peranzone: 
Ouero Riccio Marchesiano Sopra Li Triumphi con In- 
finite Nove Acute Et Excellente Expositione; e, sotto. 



A. DA TEMPO OOMMENT. DSL PETRARCA ECC. 61 

una incisione che vorrebbe rappresentare il Petrarca, tra 
un albero a destra , che forse nell' intenzion dell' artista 
era un lauro, e a sinistra alcuni sgorbii che dovevano 
essere case, chiese e campanili, e rafBgnrano Fiorenza 
come v' è stampato di sopra. 

Nel titolo del libro è un errore manifesto, poiché è 
attribuito al Peranzone il commento sopra i Trionfi, lad- 
dove innanzi a questi si trova una specie di proemio che 
incomincia : Nicolò Peranzone altramente Riccio Marche- 
siano dal monte de Sancta Maria m Cassano, nel quale 
lo stesso Peranzone attribuisce il commento sui Trionfi 
a Bernardo Illicino (o da Montalcino, come vuole il 
Grion) di cui è veramente, e riduce l'opera propria alla 
diligente correzione del testo ed alla aggiunta di alcune 
note di erudizione storica e mitologica. Oltre a questo 
errore è omesso, come si vede, il nome dello Squarcia- 
fico, benché al sonetto Fiamma dal del sarà certamente 
stata messa l'avvertenza che si trova nelle edizioni po- 
steriori (cioè che ivi termina il commento del Filelfo e 
comincia il supplimento dello Squarciafico (1) ; avvertenza 
ripetuta al sonetto Vago augelletto), e benché in fine 
del Canzoniere si trovi la seguente nota dello stam- 
patore : 

Finisse li Sonetti et Canzone de Misser Francesco 
Petrarca ben correti per Nicolò Peranzone altramente 
Riccio Marchesiano: U quaU sonetti incominciando dal 

(1) Dico sarà stata messa perché nell' esemplare posseduto dalla 
Biblioteca Nazionale di Napoli manca il foglio 66 ( i fogli sono nmne- 
rati nel recto) che dovea contenere i sonetti Fiamma dal del, U avara 
babyhnia, Fontana di dolore, Quanto più disiose. Amor che nel pen- 
sier e Come talora (U caldo tempo sole, con le duplici chiose corrispon- 
denti. Cito sempre il principio del sonetto o della canzone in luogo del 
numero, perché la numerazione, cosa di cui il Grion non si accorse, ò 
piena di errori. 



oeta stesso? In- 
straaa coDTiene 

Grìoa la ricava. 

e il Da Tempo 
•ria alla vita del 

1 fonda la sua 

ttando io volgo 
quando morì la 
ante ore e zorm 
De la vita del 

um posso, scrive 
e dice ch'era 
no dicto e più 
1 canzone Solea 
10 esilio, perchè 
in la soa vita, 
glia mt sprona : 
Q Tinti e sette: 
to diremo assai 
3sse un po' me- 
[le anche al so- 

: e sopra 

I, come aperta- 

ice ad nna sua 
[aesta vita debba 
)n. Se l' nno e 
rissimo, che non 
rarca, fuor che 
ne ; ma t' unica 
anto lo Sqoar- 



62 G. PATBONI 

principio infino al sonetto Fiamma dal Ciel su le tue 
trezze piova sono exposti per el degno poeta Misser Fra$h 
Cesco Philelpho et da U indrio insino qui sono exposti 
per il SpectaMle Misser Hieronymo Squarciafico Alexanr 
drino. Et etiam tutti li ditti sonetti seno exposti per lo 
Exmio Misser Antonio da Tempo. — Stampadi in Ve- 
nesia per Albertin Vercelese, 

Tanto r errore quanto V omissione sono rettificati 
nelle edizioni posteriori, che del resto sono fedeli ripro- 
duzioni di questa (1). 

Alla prima rapida ispezione di qualunque di tali edi- 
zioni si prova un senso di maraviglia ripensando alla 
critica del Grion. Com'è possibile che due commenti 
pubblicati insieme la prima volta e rimasti poi sempre 
insieme , e stampati Y uno sotto Y altro dopo ciascun 
sonetto ciascuna stanza delle canzoni, siano di uno 
stesso autore, il quale abbia voluto fabbricare, cosi, per 
suo capriccio, un secondo commento ad un poeta che 
egli stesso prendeva ad esporre, e, volendo dare a cre- 
dere che fosse roba d' altri, l' abbia malaccortamente at- 

(1) Ecco il frontespizio della edizione milanese del 1512: 

Opera del predarissimo Poeta Miser Fran 

Cesco Petrarcha con li commenti sopra li 

Triumphi: Soneti: et Canzone hi 

storiate et notuunente carette 

per Miser Nicolò Pe 

ronzone con molte acu 

te et excellente 

additione 

Miser Bernardo Lycinio sopra li Triumphi 
Miser Francesco Philelpho Sopra 

Miser Antonio de Tempo Soneti et 

Hieronymo Alexandrino Canzone 



A. DA TEMPO OOMMENT. DEL PETRARCA Ea*. 63 

trìbuito ad uno scrittore più antico del poeta stesso? In- 
nanzi di accettare una conclusione cosi strana conviene 
esaminare se siano veri i fatti dai quali il Grion la ricava. 

È vero adunque che lo SquarcialQco e il Da Tempo 
si riferiscano entrambi come a cosa propria alla vita del 
Petrarca che porta il nome del secondo? 

Ecco i luoghi sopra i quali il Grion fonda la sua 
asserzione : 

Antonio da Tempo, al sonetto Quando io volgo 

chiosa : e quando s' innamorò e quando morì la 

sua Laura, che fu in diversi anni, ma a tante ore e zomi 
de un medesimo mese, come se tocha ne la vita del 
poeta >. 

Lo SquarciaJQco, alla canzone Tacer non possoj scrìve 
a sua volta: « Quando di lei fu preso, e dice ch'era 
del mese di aprile , come di sopra avemo dicto e più 
largamente nella sua vita diremo » . E alla canzone Solea 
dalla fontana: e Qui tocca del suo primo esilio, perchè 
il padre suo ser Petrarca, come diremo in la sua vita, 
fu fatto esule ». E ancora al sonetto Voglia mi sprona: 

e S' innamorò nel mille trecento vinti e sette : 

avea il poeta allora anni xxiij. Di questo diremo assai 
appieno nella sua vita ». E se il Grion avesse un po' me- 
glio cercato lo volume avrebbe trovato che anche al so- 
netto Qtuinte fiate lo Squarciafico chiosa : e sopra 

al fiume di Sorga dove egli solea abitare, come aperta- 
mente diremo ne la sua vita ». 

Ciascuno dei due chiosatori si riferisce ad una sua 
vita del Petrarca ; ma non si sa perchè questa vita debba 
essere la stessa, come pretende il Grion. Se l'uno e 
r altro rimandassero ad un fatto particolarissimo, che non 
si trovasse in nessuna biografia del Petrarca, fuor che 
in una sola, allora il Grion avrebbe ragione; ma l'unica 
cosa per la quale tanto il Da Tempo quanto lo Squar- 



64 6. PATBONl 

ciaJQco rìmandano alla vita del Petrarca è V anno e il mese 
del suo iDDamorameDto ; cosa tanto cornane che non e* è 
biografo il quale non ne faccia menzione. Né è maravi- 
glia che gli altri particolari a cui accenna lo Squarciafico 
si trovino anche nella notizia scritta dal Da Tempo ; anzi 
sarebbe strano non trovar ricordati in questa l'esilio di 
ser Petracco e la dimora di Messer Francesco in Val- 
chiusa. D'altra parte quasi ogni chiosatore del Petrarca, 
massime degli antichi, ne è anche biografo, e se tutti 
coloro che citano una biografia come cosa propria deb- 
bono essere la stessa persona, Antonio da Tempo è 
identico non solo con lo Squarciafico, ma col Vellutello 
e col Gesualdo e con qualunque commentatore del Can- 
zoniere che abbia dettata una vita del Petrarca. 

Anche se di Geronimo Squarciafico non avessimo 
nessuna biografia del Petrarca, non ci sarebbe dunque 
ragione di affermare che nelle chiose al Canzoniere egli 
si riferisca a quella scrìtta dal Da Tempo piuttosto che 
ad un'altra, poniamo ad una senza nome di autore, che 
potrebbe essere veramente sua. Ma lo Squarciafico, si 
badi bene, ha anch' egli la sua brava vita del Petrarca 
(della quale il Grìon si ricorda o si dimentica a sua pa- 
sta); e perchè non dovrà esser questa la vita di che 
egli parla nel commento come di cosa propria? Anzi il 
Da Tempo dice se tocha e sembra accennare a cosa già 
fatta, laddove lo Squarciafico, che ha sempre diremo, di- 
remo, diremo e non mai abbiamo detto, dicemmo, dicia- 
mo, pare che accenni a cosa non ancora fatta, ma sola- 
mente promessa. E quando si sa, come di certo sapeva 
il Grion che lo scrive alla pag. 49 in nota, e che sotto 
il falso nome di Hieronymo Squarciafico il mantovano 
Domenico Saìiprandi (cosi crede il nostro critico) ^ta 
sessagenario pubblicò nel 1501 per la prima volta a Ve- 
nezia per Simone de Luere una sua vita latina del Pe- 



A. DA TBMPO OOMMBNT. DSL PETRABCA SOC. 65 

trarca (1) > , allora, per nibargli una delle frasi alle quali 
ricorre con soverchia facilità, e non rimane altro se non 
inferire » che il Grion ha preso, questa volta, un gran- 
cbio formidabile. Poiché, non v'ha dubbio, i quattro di- 
remo dello ^quarciafico, accompagnati come sono da un 
apertamente da un largamente e da un assai appieno si 
riferiscono alla vita latina stampata parecchi anni dopo 
il Commento, e non già alla meschina notizia del Pe- 
trarca che nelle edizioni sopra mentovate precede le 
Rime, ed alla quale rimanda il Da Tempo col suo mo- 
desto se tocha. 

E veniamo al Commento, e II preteso Da Tempo 
non fa che ripetere le parole dello Squarciafico » dice 
il Grion. Ed a prova adduce alcuni luoghi nei quali en- 
trambi dicono le stesse cose. Ma non è da maravigliarsi 
qhe nel commentare lo stesso libro (ed il Canzoniere non 
è poi uno dei libri sibillini) due espositori vadano talvolta 
d' accordo ; né poi in tutto il commento la cosa sta sempre 
come nei pochissimi luoghi allegati dal Grion. 

A chi dal sonetto Fiamma dal del in poi vada at- 
tentamente ponendo a riscontro la esposizione dello Squar- 
ciafico con quella di Antonio da Tempo occorrono^ iur 
nanzi tutto, varie differenze ortografiche^ fra le quali è 
degna di nota la sostituzione della z ^i e e g palatale. 
Quest'uso, corrispondente alla fonetica del dialetto ve- 
neto, é abbastanza frequente nel Da Tempo, laddove non 
se ne trova quasi traccia nello Squarciafico. Il primo 

(1) Lascio interamente a carico del Grion Y afifermazione che que- 
sta vita latina sia stata stampata la prima volta il 1501. Quel che mi 
pare si possa ritenere come sicuro é solamente che sia posteriore al 
i48i, poiché lo Squarciafico, parlando di Jacopo Zeno, morto in quel- 
i'anno, lo chiama olim episcopo patavino. Codesta data basta a stabilire 
la priorità delle chiose dello Squarciafico sulla sua vita del Petrarca, 
ed a dar ragione del tempo futuro col quale in quelle parla di questa. 

VoL I, Parte U. 5 



66 G. PATRONI 

scrive, per esempio, zorniy zente, zanze, dove V altro ha 
quasi sempre giorni, gente, ciance; e ci sono alcune voci 
come za (già) e zoe (cioè) che lo Squarciafico, a diffe- 
renza del Da Tempo, non iscrive proprio mai con la z. 
Né questo è il solo segno al quale lo Squarciafico si ad- 
dimostra scrittore assai più lontano dal dialetto, e, in ge- 
nerale, più colto del Da Tempo; egli rammenta spesso 
le favole e le storie antiche, cita passi di autori latini^ 
assai più frequentemente che non faccia l' altro, e rife- 
risce sentenze di scrittori e teorìe di filosofi greci; se 
attinte o no immediatamente alla fonte è un'altra que- 
stione. Anzi qualche volta che il Da Tempo, accennando 
a qualche tradizione classica o a qualche mito, spropo- 
sita, r errore si trova corretto nel commento dello Squar- 
ciafico. Questo si osserva al sonetto Se Virgilio et ho- 
mero havessen visto. I versi: 

Et quel che resse anni cinquanta sei 

SI bene il mondo, e quel ch'ancise Egisto. 

sono cosi dichiarati dal Da Tempo: < Cioè Octaviano et 
menelao che fu occiso da Egìsto. > E dallo Squarcia- 
fico : € Agamennone, quale fu morto da Egisto sacerdote 
per amore di Glitemnestra. > Simihnente alla stanza VII 
della canzone Qtielt antico mio dolce empio signore : 

El sa eh* el grande Atride et Y alto Achille 



Lasciai cader in vii amor d' anelile. 

e Attride, idest Menelao fiol de Atreo > chiosa il Da 
Tempo, e lo Squarciafico : < El grande Atrìde eh' è A- 
gamennone. > 



A. DA TEMPO COMMENT. DEL PETRARCA ECC. 67 

Cosi air ultima terzina del sonetto Quel sol che mi 
tnostrava il camin dextro: 

Lei noD trovo io, ma soi sancti vestigi, 
Tutti rivolti alla superna strada 
Veggio loDge da laghi averni et stigi, 

il Da Tempo nota : « Averno è un fiume nel inferno » 
facendolo fiume invece di lago e ponendolo n^/f inferno 
come se non esistesse sulla terra. Si vegga invece la 
'chiosa dello Squarciafico com' è più esatta ed anche eru- 
dita: « Averno si è un lago in Campagna nel sino di 
Bajas, molto celebrato dalli scrittori et maxime dalli poeti 
per la vetustade della Sibilla, della qual, pare, ancora ve- 
stìgi] del suo oraculo sono U apresso bagni* con odori 
sulfurei ; et produce pesce nigro, delli quali per il fetore 
non si può manzare ; e di quel loco secondo che pen- 
sano alcuni Ulixe, morto Elpenore, per forza degli versi 
magici domandò l' anime infernale ; et da quelli pigliò 
consiglio simihnente Enea dapoi la morte di Miseno di- 
sceso con la Sibilla a V inferno ; et infino al presente da 
gli abitatori si s' è mostrato, et io t o veduto et nel ditto 
speco per molti passi sono entrato. ^ — Antonio da Tempo 
non sarà probabihnente andato a vedere il suo ottavo 
fiume infernale! 

Spesso inoltre lo Squarciafico fa delle considerazioni 
critiche senza fermarsi a spiegar le parole del Poeta, dove 
il Da Tempo non va quasi mai più in là dell' argomento 
e della lettera del testo; ciò si vede fin dal sonetto 
Fiamma dal del, il primo che lo Squarciafico prende a 
conunentare, continuando il Filelfo. Ecco le due chiose: 

« Fiamma dal cielo. In questo CVIII sonetto non 
m' è piaciuto di mettere la expositione di Miser Fran- 
cesco Philelpho perchè in verità il Philelpho in questa 
comentatione di questo suo soneto (perchè più avanti 



68 0. PATBONl 

non ha commentato) secondo la verìtade non ha votato 
exporre,ma pia tosto per dire male di Cosomo de me- 
dici del qoale in qaello tempo era inimico: si che Pe- 
trarca in questo sno sonetto scrive contro la corte di 
Roma, quale in quelli tempi era, et non contra di nis- 
suna donna de mèdici (1): la qual corte vedea ogni 
giorno multiplicare in broda et sodomia et anchora mi 
pare che seguita più altri vitii. > (Squarciafico). 

€ Fiamma dal cel. questo S. con li dui sequenti fa 
M. F. contra la corte romana, la qual el vedeva ogni 
zorno multiplicare in broda et sodomia et più altri hor- 
ribili vitii. Dal fiume et da le ghiande — qui nota el 
poeta el vivere poverissimo che za fecero li primi ro- 
mani che se pasceano de giande et beveano aqua. Hor 
vivi si cha dio ne venga il lezo — idest puzza et fa- 
stidio. > (Da Tempo). 

Le parole che di qui ed altronde sono state tolte 
dallo Squarciafico mostrano soltanto che questi tenne 
presente il commento del Da Tempo e se ne giovò quando 
a lui parve. Ma su questo torneremo da ultimo. Del re- 
sto la chiosa del Da Tempo non si riduce a quelle sole 
parole, come vorrebbe far credere il Grion che la ri- 
porta dimezzata. 

Ecco le chiose dei nostri due espositori al sonetto 
Le stelle^ il cielo e gli elementi a provai Le scelgo tra le 
più brevi; vi si scorge però che lo Squarciafico dichiara 
il concetto del Poeta senz' altro , laddove il Da Tempo, 
esposto r argomento, spiega alcune locuzioni. 

e Le stelle il cielo. In questo CXXIIII soneto M. 
F. si come in tutto vinto da V amore liggiadramente dice 
che tute le stelle insieme con gli elementi con ogni sua 



(1) n Filelfo a?ea insinuato essere questo sonetto scrìtto contro una 
madonna Gontessina de* Medici. 



A. DA TEMPO OOMMENT. DEL PETRABOA ECC. 69 

infhieDtia ed arte dod ferono più bella donna di la saa 
madonna Laura. Et infine dice che li soi ragi d'amore 
ogni altra cosa vengono a vincere et tuto rispecto a 
qaelli viene essere basso. » (Squarciafico). 

€ Le stelle el del et U elementi aproua. — Exalta 
' misser Francescho la sua donna et specialiter dice che 
li celi posero ogni forza a fabricarla. quando fu mai 
«— - q. d. numqaam (1). El dir nostro el pensar vince 
4^ assai, cioè el pensar de le vostre belleze aoanza il 
mk) scrivere. > (Da Tempo). 

Al sonetto In qual parte del cielo in qual idea si 
^. Tede come lo Squarciafico ragionando sul concetto del 
, componimento fa menzione di Platone e di Cicerone, 
. «enza curarsi, come fa il Da Tempo, delle parole del 
, testo. 

« In qtuil parte. — In questo CXXIX soneto per 
maraviglia della belleza di Madonna laura innamorato 
poeta fa una domanda dicendo in qual parte pò haver 
la natura trovato questa similitudine: seguita lopinione 
platonica che vole lanime nostre hauer la nostra prima 
' similitudine in cielo et questo si mostra assai chiaro oltra 
r opere di Platone per Cicerone nel primo delle tuscu- 
laiie. > (Squarciafico). 

e In qual parte — fa el poeta una domanda per 
gran maraviglia donde el ciel havesse si bel exemplo 
quando formò la sua donna. Non sa come amor sana 
nota questa ultima stantia esser suavissimo pensiero haver 
de una donna. Idea è una cosa imaginativa anti che la 
sia creata et fatta. » (Da Tempo). 

Nelle chiose seguenti al sonetto Se fussi stato fermo 
alla spelunca lo Squarciafico interpreta bene, e Antonio 
da Tempo, tanto è vero che sono la stessa persona, si 

(1) qwui dieat numquam. 



70 Q. PATEONI 

imbroglia maledettamente, e non ostante che riferisca un 
verso di Ovidio, erudizione un po' rara in questo espo- 
sitore, scambia nientemeno Omero con Lucilio! 

€ Se fussi — nel soneto CXXXVI vele dimostrare 
M. F. che s'el havesse seguitato il studio eh' el saria soto 
laureato, et dice questo per circuitone. — Gatulle — 
Virg. — per arunca piglia Lucilio che fu poeta satiro: 
il resto è chiaro. > (Squarciafico). 

e Se fosse stato fermo voi demostrar M. F. che s'el 
haves seguitato il studio chel sana sta laureato et dice 
questo per circuitione — tnantua seu Virg. p. uerona 
Catullo, onde Oui: Mantua Virgilio gaudet, verona Ca- 
tullo — per aruncha Hom ero (sic !) piglia speluncha cioè 
soto il monte parnaso — Che quel saxo. — Ex quo 
manat fons helicon. » (Da Tempo). 

Da qualche luogo del commento di Antonio da 
Tempo, in cui le parole che riferisce per chiarirle non 
corrispondono al testo, si vede che egli ebbe presente 
un esemplare del Canzoniere differente da quello sul 
quale lo Squarciafico condusse il suo lavoro. 

La seconda quartina del sonetto giorno o hora 
ultimo momento, nelle edizioni da me studiate suona 
così : 

Hor cognosco i miei danni: hor mi risento 
Ch' i' credeva (ai credenze vane enfirme) 
Perder parte non tutto al dìpartirme. 
Quante sperauze se ne porta il vento! 

Il Da Tempo chiosa: < Perder tempo non tato i. (1) 
pensava star un tempo di non vederla, ma non sempre, 
zoe che lei morisse. » Onde appare che leggesse: 

(1) intellige. 



A. DA TEMPO COMMKNT. DEL PETRABCA ECC. 71 

Perder tempo Don tutto al dipartìrme. 
E alla canzone: 

Solea dalla fontana di mia vita 
Allontanarmi e cercar terre e mari 

il Da Tempo nota: « Solea dalla fortuna — in questa 
morale M. F. manifesta il vivere suo mentre visse M. 
L. 1 

E ancora al sonetto Quando il sol bagna in mar 
F aurato carro lo Squarciafico legge cosi Y ultima terzina : 

Yien poi l'aurora e Taura fosca inalba, 
Me no; ma *l sol cb*el cor m*arde et trastulla 
Quel pò solo adolcir la doglia mia. 

E il Da Tempo: 

Yien poi 1* aurora et T aura fosca inalba, 
Mename il sol cb*el cor m'arde et trastulla: 
Quel pò solo adolcir la doglia mia. 

Inoltre al sonetto Io mi vivea di mia sorte contento lo 
Squarciafico ci dà la seguente lezione dell' ultima terzina : 

D'un vivo fonte ogni poter s'accoglie: 
Ma tu come il consenti, o summo Padre, 
Che del tuo caro dono altri ne spoglie? 

Ed il Da Tempo ha la variante: 

D' un vivo fonte ogni poter s' accoglie. 
Ma tu non il consenti, o summo Padre, 
Gbe del tuo caro dono altri ne spoglie. 

E al sonetto: 

S' io avessi pensato che si care 
Fussen le voci dei sospir miei 'n rima 



72 Q. PATRONI 

il Da Tempo ci dà: 

S* io havesse creduto che sì care 
Fussea le voci de*sospìr mie' *d rima. 

E al sonetto segoente lo Squarciafico ha: 

Solcasi nel mio cor star beìh et viva, 
e il Da Tempo: 

Solcasi nel mio cor star leta et viva. 

La seconda quartina del sonetto Passato è il tempo homai 
lasso che tanto si legge comunemente, come legge anche 
lo Squarciafico: 

Passato è il viso si leggiadro et santo 
Ma passando i dolci occhi al cor m'ba fissi, 
Al cuor già mio, che seguendo partissi 
Lei eh' avvolto l' avea nel suo bel manto. 

Ma bisogna ben che Antonio da Tempo leggesse assai 
diversamente forse non la sola quartina ma tutto il so- 
netto, poiché ne dà la seguente per noi enigmatica in- 
terpretazione : 

e Passato è il tempo — soneto textuale dove M. F. 
dice li soi piaceri esser passati. Al cuor già mio q. d. 
et hora suo. Lei oh' ha volto la via . m cui s' avoltano 
I monti. » (?). 

• Ma — si può obbiettare — non potrebbero questi 
essere semplicemente errori corsi nella stampa per colpa 
dei tipografi? Rispondo: quando io trovo stampato nel 
testo, e ripetuto nella chiosa dello Squarciafico : Levommi 
il PRIMO pensiero in parte ov' era (1) allora si, intendo 

(1) n Oa Tempo ha: Levommi il mio. 



A. DÀ TEMPO OOKMBNT. DEL PBTRÀBCA EOC. 73 

che possa essere un errore del tipografo o anche del 
copista, poiché il concetto ed il verso ne restano ogoal- 
'^ mente storpiati. Ma sarebbe assai strano, se ognuna delle 
> Varianti che ci dà il Da Tempo fosse un errore, il fatto 
che non solamente il verso toma sempre, ma talvolta il 
concetto è sostanziaknente diverso, come nell' ultima ter- 
zina del sonetto Quando il sol bagna in mar t aurato 
carro, senza esser poi una storpiatura. E poi perchè taU 
felici errori si troverebbero nel solo commento del Da 
Tempo, laddove in quello dello Squarciafico e nel testo 
non si trovano se non errori, come quello ora citato, 
assai manifesti? 

In alcuni punti poi le interpretazioni dei nostri due 
commentatori sono cosi discordi che si escludono a vi- 
cenda. ÀI verso: 

Celansi i duo miei dolci usati segni 

del famoso sonetto Passa la nave mia colma d'oblio, lo 
Squarciafico chiosa: « cioè la memoria de le cose pas- 
sate et la intellìgentia de le presente » e il Da Tempo: 
e lì occhi de Madonna Laura. » E c'è questa che vale 
per tutte. Al verso : 

^ Solo una sede e quella fia in baldacco 

del sonetto L'avara baby Ionia ha colmo il sacco ,, lo 
Squarciafico nota: « baldacho — loco secondo alcuni di 
Firenza cossi dito, altri di Roma che più mi piace, perchè 
più tosto in Roma che in Firenze queste tale cose se 
doveano fare , per esser quella capo di la sua sedia. » 
E il Da Tempo: e in baldacho, cioè soto el balda- 
chino dove va soto el papa. » Anche qui i due chio- 
satori dicono lo stesso ? E pure siamo appena al secondo 



74 a. PÀTBONi 

sonetto che lo Sqoarciafico commeDta in continuazione 
del Filelfol Se il Grion, prima di affermare che t7 Da 
Tempo non fa che ripetere le parole dello Squarciafico 
si fosse data la briga di confrontare almeno le prime 
chiose di questo con le corrispondenti di quello, si sa- 
rebbe forse disingannato da sé. 

Adunque, per concludere la prima parte del mio 
studio, è evidente che le asserzioni del Grion fin ora di- 
scusse sono al tutto prive di fondamento. È falso che i 
due chiosatori si riferiscano come a cosa propria ad una 
medesima vita; è falso che l'un commento non faccia 
che ripetere le parole delF altro. E poiché, come con- 
fessa il medesimo Grion (a pag. 37-38 della prefazione 
già citata) appunto la somiglianza apparente lo indusse a 
crederli opera di uno stesso [autore, una volta ridotta 
questa somiglianza alle sue vere proporzioni, cessa, in 
forza del principio di causa, ogni ragione di negar resi- 
stenza di un commentatore diverso dallo Squarciafico. 
Resta a vedere se ci troviamo veramente a fronte di un 
falsario, che, fingendo una dedica ad Alberto II della 
Scala, si sia voluto spacciare pel trecentista Da Tempo, 
autore dell'arte ritmica. 



II. 



In capo al commento si trova: 

e Prohemio per Antonio da Tempo, t 

e A preghi danimi gentili constrecto Io Antonio da 
Tempo Indice nella città de Padoa secundo il mio picol 
ingegno a scrivere brevemente largumenti chio sento 
sopra il canzonerò del celeberrimo poeta M. F. Pe- 
trarcha: per excitare qualunque altro de mazor doctrina 
et facundia: ho preso in me lincarico difScile assai con 
poche parole adherendone a certi coetanei del prefatto 



A. DA TEMPO OOMMENT. DEL PETRARCA ECC. 75 

poeta et suoi famigliari explicar argumentando quanto 
ho compreso: non da superbia ne temerità suspincto: 
ma più tosto per fare cosa grata a te Signor Alberto de 
la nobile famiglia della Scala mio signore precipuo el 
quale sei dignato con tue lettere anchora svegliare lin- 
gegno del tuo subdito et humile servitore. » 

Che un falsario si tradisca scioccamente alle prime 
parole è cosa inaudita. Questo chiosatore che, secondo 
il Grion, vuole spacciarsi pel trecentista Da Tempo, anzi 
finge di dedicar T opera sua, appunto con questo fine, 
ad un principe morto il 1352; questo chiosatore, proprio 
nella dedica, in cui dovrebbe porre ogni sua arte di 
falsario, confessa, con nuova ingenuità, di scrivere il com- 
mento del Canzoniere adherendone a certi coetanei del 
Petrarca, cioè giovandosi di notizie e schiarimenti forni- 
tigli da qualche vecchio che avea conosciuto il Petrarca. 
Certi coetanei: dunque lo scrittore pone sé stesso fuori 
del novero di costoro ; dunque le sue proprie parole fanno 
fede che egli appartiene, ahneno, alla generazione se- 
guente, laddove Antonio da Tempo trecentista era paulo 
ANTERiOR a£tate Francisco Petrarcha! (1). 

Poiché dunque non é facilmente credibile che ci sia 
stato un falsario cosi gofi^o da accozzare, in un proemio 
tutto di suo getto, particolari fra loro tanto stridenti, a 
me pare che prima di argomentare dalla menzione di 
Alberto nel e Prohémio » la falsità di tutto il Commento 
bisognerebbe esaminare due altre più caute ipotesi: o 
che cioè r Alberto del commentatore non sia il mede- 
simo Alberto del trattatista, o che quel solo periodetto 
concernente Alberto sia apocrifo e malaccortamente in- 
serito nel genuino proemio ad un genuino commento. 



(1) B. Scardeone, loc. cit. 



76 6. PATRONI 

Incominciamo daUa prima di qaeste dae ipotesi. 
L' uomo a cni il Commento sarebbe dedicato è designato 
con le sole parole signor Alberto de la nobile famiglia 
della ScaUiy senza nessuna determinazione di tempo, di 
luogo, di qualità, senza nessun accenno a dominio o si- 
gnoria ch'egli avesse. È vero che Fautore se ne dice 
suddito e servitore, ma queste parole si potrebbero alla 
6n fine prendere all' ingrosso come puro attestato di de- 
vozione. E che sappiamo noi se al tempo in cui il Com- 
mento fu scritto non esistesse uno Scaligero qualunque 
di nome Alberto ? Per verificare storicamente se esistesse 
potesse almeno esìstere, cominciamo dal cercare quando 
per r appunto dovette essere composto il commento di 
Antonio da Tempo, ricerca che ad ogni modo avremmo 
sempre dovuta fare. 

Qui poi son costretto a riferire un brano del Grion : 
e Al sonetto ' Il successor di Carlo che la chioma , il 
preteso Antonio da Tempo biografo del Petrarca e sud- 
dito di Alberto IP Scaligero glossa : Nel tempo che 
rimperator Sigismondo passato (cioè morto) si mosse 
contra li infedeli et turchi col papa , M. Francesco 
fece questo sonetto; 9 la canzone ' aspettata in ciel 
beata e bella , fa indirizzare al prefato imperator Si- 
gismondo che andava contro li infedeli. Scrisse dunque 
dopo la morte di Sigismondo (f 8 die. 1437) e tanto 
più tardi da poter confondere il figlio col padre Carlo 
IV (t 1378). Il che insinua il sospetto che il com- 
mento sia lavoro posteriore ai tentativi fatti da Paolo II 
nel 1471 colle diete di Ratisbona e Norimberga , d' in- 
durre r imperatore Federigo d' Austria a una buona 
guerra contro Maometto II. » 

Ora, che Antonio da Tempo scrìvesse dopo la morte 
di Sigismondo non è da porre in dubbio; ma che seri- 



A. DÀ TBMPO OOMHENT. DEL PETRARCA ECC. 77 

vesse molto tempo dopo, il Gr^on lo afferma senza prove 
e per sola comodità della sua tesi. Si vede che vuol 
giungere proprio al tempo in cui lo Squarciafico avea 
preso a continuare il commento del Filelfo, che fu evi- 
dentemente dopo il 10 luglio 1471 (1); e però tira in 
ballo fuor d'ogni proposito le diete di Ratìsbona e di 
Norimberga. 

Che per confondere tra loro i due imperatori e at- 
tribuire al figlio quel eh' era stato del padre dovesse esser 
corso à gran tempo, non è vero, se si considerano due 
cose. La prima è che non si trattava di una grande 
guerra che dovesse rimanere vivamente scolpita nella me- 
moria dei posteri con tutti i suoi particolari, bensì di 
una semplice e passeggiera intenzione di guerra contro 
i Torchi, anzi neppur d'una seria intenzione, se è vero 
che fu solo un pretesto alla venuta di Carlo IV in Italia 
per macchinare, insieme con papa Urbano V, a danno 
dei Visconti. L'altra considerazione da fare è che il do- 
minio di Sigismondo era stato lunghissimo, e dalla se- 
conda discesa di Carlo IV in Italia alla morte di Sigi- 
smondo eran corsi ben settanta ' anni, e tutto ciò poteva 
bastare per confondere le idee a chi scrivesse, non dico 
dopo morto Sigismondo, ma anche negli ultimi anni del 
suo regno. 

Ma il più bello è che l' errore del Da Tempo non 
deriva in modo alcuno dall' essere i fatti di che scrive 
molto lontani da lui. Il sonetto eh' egli commentava parla 
di un successor di Carlo, ed il Da Tempo non comprese 
che si trattava di un postumo successore di Carlo Magno, 
e credette che per Carlo il poeta intendesse Carlo IV di 



(1) Nella glosa al sonetto Solea lontana in scmno comolarme Io 
SQUARCiAnco dice che la notizia di Laura scritta dal Petrarca sul suo Ver- 
gìlio era già 9uta impressa. Ciò fu il 10 luglio 1471. 



78 G. PATBONI 

Boemia, il cui successore neW elettorato di Brandeborgo 
(il 1378) e poi nell'impero (il 1410, morto l'elettore pa- 
latino Roberto) e nel regno dì Boemia (il 1419, morto 
Venceslao) fa appunto il figlio Sigismondo. Senza dire 
che essendo Venceslao stato deposto e Roberto palatino 
non mai riconosciuto da tutti quanti i principi di Ger- 
mania, il vero successore di Carlo IV nell' impero doyea 
proprio parere Sigismondo. Dunque — avrà detto il Da 
Tempo — il successor di Carlo è Timperator Sigi- 
smondo; e, senza guardar pel sottile, attribuì a quest'ul- 
timo la progettata guerra contro i Turchi. 

Ad ogni modo, poiché nel commento di Antonio da 
Tempo , per quanto il Grion avesse cercato, non potè 
trovar menzione di un solo fatto che fosse posteriore alla 
morte di Sigismondo, egli non aveva il diritto di ritar- 
dare a sua posta la data di quell'opera. Tutto invece 
concorre a far credere che sia stata scritta non molto 
di poi. Primamente le parole del proemio per excitar 
qualunque altro de mazor doctrina et facundia sareb- 
bero strane se già qualcuno avesse commentato il Pe- 
trarca quando il Da Tempo scriveva le sue chiose. E 
poiché Francesco Filelfo, ritenuto fin oggi il primo dei 
chiosatori del Canzoniere, diede opera alla sua esposi- 
zione verso il 1445, quella del Da Tempo deve essere 
anche anteriore. Inoltre la voce passato, parlando di e- 
stinti che furono rivestiti di qualche dignità o carica, non 
vale soltanto morto, come al Grion tornava il conto di 
interpretare, ma significa, pare a me, F ultimo defunto 
in quella tale dignità o carica. Si dice benissimo, per 
esempio, t7 passato pontefice Pio IX; ma non si direbbe 
oggi il pontefice passato Gregorio XVL Cosi il trovare 
scrìtto: a Nel tempo che t imperatore Sigismondo pas- 
sato si mosse etc. i» è indizio che, quando ciò si scrì- 
veva, if successore di Sigismondo era ancora in vita. E 



A. DÀ TEMPO OOMMENT. DEL PETRARCA ECC. 79 

poiché Alberto II d'Austria, che successe nell'impero, 
morì fl 17 ottobre 1439, il commento del Da Tempo 
ebbe ad essere scritto fra il 1437 e il 1439. Veramente, 
essendo la morte di Sigismondo avvenuta agli 8 dicembre 
del 1437 e la novella avendo pur dovuto metter del 
tempo ad arrivare in Italia, si potrebbe meglio circoscrì- 
vere V epoca della composizione del nostro commento fra 
il principio del 1438 e il 17 ottobre 1439 o giù di li. 
Se non che il sonetto II successor di Carlo non è dei 
primi, anzi nelle edizioni del Canzoniere col commento 
dei Da Tempo è preceduto da 26 altri componimenti; e 
d' altra parte non e' è nessun indizio che Y imperatore Al- 
berto d' Austrìa vivesse ancora quando il Da Tempo fini 
il suo lavoro. Laonde si potrebbe sospettare che il Com- 
mento fosse incominciato un poco prima della morte di 
Sigismondo e terminato un poco dopo di quella d'Al- 
berto. Ma sarebbe uno spinger troppo oltre gli scrupoli : 
ad Antonio da Tempo, anche se fosse andato col passo 
delia lumaca, un anno e nove mesi doveano bastare a 
tirar giù un commento come il suo! 

Ed ora, per tornare al proemio, è vero che in questo 
tempo non troviamo memoria di nessuno Alberto della 
Scala ; ma non si può essere assolutamente certi che al- 
lora non esistesse nessun individuo di questa famiglia cosi 
nominato. Basta guardare nell' opera del Litta Famiglie 
celebri italiane (1) le tavole genealogiche degli Scaligeri 
per convinìcersi che dopo Gugliehno, bastardo di Can 
Grande II e morto nel 1404, regna sulla sua discendenza 
la pia grande incertezza; incertezza che permise al ce- 
lebre Giulio Cesare Scaligero di inventare un Niccolò, che 
sarebbe stato figlio di Guglielmo e dal quale si vantava 

(i) Milano, 1819 e segg. 



80 PATBONI 

disceso. Ma fn meramente Gglinolo di Guglielmo qael Bra- 
Doro della Scala che gli successe nel dominio di Verona 
il 1404 e poco di poi ne fu privato da Francesco No- 
vello da Carrara di Padova e posto in prigione ; onde 
evaso, andò esule fuori d' Italia. Nel Codex ItaUae ài- 
plomàticus del Lunig, voi. IP, si legge un diploma del- 
l' imperator Sigismondo che reca la data del 1434, col 
quale si conferisce al detto Brunoro ed ai suoi discen- 
denti il vicariato di Verona e nel caso che morisse senza 
figliuoli^ come avvenne quell' anno stesso, si dispone che 
il detto ufQcio (che non fu più altro se non un titolo) 
passi ai fratelli di Brunoro, Paolo e Fregnano, e si per- 
petui nella loro discendenza. Dei discendenti di Paolo si 
trova memoria, e può vedersi nel Lìtta sopra citato che 
nessun di loro portò il nome di Alberto; ma di Fre- 
gnano non si sa altro se non che mori il 1443, e non si 
sa proprio nulla di un altro fratello, Antonio, che fu fatto 
prigione con Brunoro il 1404 e tagff. poi come lui, ma 
non si sa dove. Non è, in fin dei conti, impossibile che 
uno di costoro, avesse un figlio di nome Alberto, che 
fosse già adulto verso il 1438. E se si nota che i Da 
Tempo, fin da quell'Antonio autore della Summa arUs 
rhytmicae, erano amici degli Scalìgeri e cultori della 
lingua, quali continuavano ad essere dopo due secoli (1), 
si potrebbe congetturare, appoggiandosi alle parole del 
proemio: el quale sei dignato con tue lettere anchora sve-- 
gìiare Ungegno del tuo subdito et humUe servitore, che 
il giovane principe, saputo della perizia che il nostro An- 
tonio da Tempo avea della lingua (vera o falsa la fama) 



(1) B. ScARDEONE, Op. cit ibid. « Àudio . . . sobolem de Tempo 
propagatam florere Veronae: atque alterimi quoque Antonìum Tempum, 
firum insignem et in hac vulgarì lingua praestantem in praesenti vivere; 
cui quasi civi nostro maiimam optamus salulem. > 



A. DA TEMPO COMMENT. DEL PETRABCA EOO. 81 

'avesse richiesto di esporgli il canzoniere del Petrarca, 
in qael tempo nessuno aveva ancora commentato. 



Intanto la cosa potrebbe stare anche altrimenti. Le 
adizioni da me studiate sono, per quel che riguarda i ti- 
pografi, molto corrette; ma errori ce ne sono. E poiché 
la prima stampa del commento di Antonio da Tempo fu 
senza dubbio postuma, sarebbe anche meno strano un 
errore di nome nel proemio. Chi sa quali parole, confu- 
sÉlnente scritte, poterono essere interpretate alla meglio 
pw Alberto della Scala. Anzi Y errore può essere avve- 
Dnlo per colpa dei copisti, e molto prima della stampa, 
poiché il commento del Da Tempo si è dimostrato an- 
teriCMre di parecchie diecme d' anni alle prime tipografie 
italiane. 

Ha lasciamo una buona volta il possibile per venire 
al Teramente probabile. Ammessa la maggiore anticliità 
del commento di Antonio da Tempo, la questione cangia 
di aspetto. Che i due Antonii, il trecentista e il quattro- 
centista, abbiano dedicato le loro opere a due Alberti 
della Scala, o che questa doppia omonimia derivi da un 
lempUce errore, pur essendo nell'ordine dei possibili, 
(teime sempre poco verosimile. Una volta che il com- 
mento risale al tempo della letteratura manoscritta e dovè 
Mttaar per le mani di amanuensi, si comincia a sospet- 
are che si tratti di qualcosa più che di un innocente 
rron. 

Kleggendo attentamente il proemio quale noi lo tro- 
mo stampato si finisce coli' avvertire una certa discor- 
iza tra la prima e la seconda parte, e si sente che le 
)le riroUe ad Alberto della Scala non hanno aria di 

■re. Un primo dubbio viene dal considerare che Tau- 

snl principio dice di scrivere semplicemente a pre- 

•. 1, Parte 11. 6 



82 a. PATRONI 

ghiera d' animi gentili, e poi accenna a lettere esortatorie 
di qaesto Alberto. E il dubbio cresce osservando che il 
proemio non è in modo alcano indirizzato al principe, 
ma reca in fronte le semplici parole: e Prohemio per An- 
tonio da Tempo. > E quando si esamina l'intima strut- 
tura del perìodo si vede che questo Alberto della Scala 
salta fuori inaspettato, ed è poi dimenticato troppo presto, 
poiché il proemio continua: e Et lassaremo quel dubio 
che alcuni fanno in disceptare Sei Petrarca scripse come 
poeta fingendo esser innamorato o nero se da nera donna 
abagliato chiamata laureta et poi da lui Laura etc.... > ; 
e quindi segue immediatamente la interpretazione del 
primo sonetto. Sicché non si può fare a meno di sospet- 
tare che le parole rìferentisi ad Alberto della Scala siano 
state interpolate. Si confronti la dedica che Antonio da 
Tempo seniore fa veramente ad Alberto II Scaligero: 

€ Ex generosae prosapiae scala oriundo inclito oc 
strenuo domino suo domino Alberto, quem morum virtus 
trìumphantisve libertatis aulae probitas praesidatu do- 
minioque multifariam insignivit, suus nUnimorum minimus 
subditus atque servitor Antonius de Tempo judex qua- 
lisquaUs, paduanae civitatis filius . . . . t 

La dedica del Commento pare proprio foggiata su 
questa da qualche amanuense che abbia creduto o voluto 
far credere le chiose al Canzoniere e l'Arte dei ritmi due 
opere di uno stesso autore: Non da superbia né teme- 
rità suspincto, ma più tosto per fare cosa grata a te 

— È un bel periodo , quantunque un po' artificioso, e 
Antonio da Tempo non ne suol fare né artificiosi né belli ; 
e poi quel che ha detto innanzi, cioè di scrivere per 
mera obbedienza alle esortazioni di alcuni animi gentili e 
di voler rimanere stretto (adherendone) agli avvertimenti 
di alcuni contemporanei del Petrarca da lui conosciuti, è 
tutt' altro che superbo e temerario. Ci si sente insomma 



A. DA TEMPO COMMENT. DEL PETRARCA ECC. 83 

la zeppa , necessaria ad inserire la dedica . ... A te, 
Signor Alberto de la nobile famiglia della Scala mio si- 
gnore precipuo .... Quanta rettorìca in questo trapasso 
al discorso diretto ! Il chiosatore del Petrarca non fa mai 
rettorica. È un buon pezzo della dedica del primo Da 
Tempo trasportato nel proemio del quattrocentista .... 
El quale sei dignato con tue lettere anchora svegliare Un- 
gegno del tuo subdito et humile servitore. Le ultime pa- 
role sono ancora tolte di peso dalla dedica del trecen- 
tista. La storia inesplicabile di quelle lettere ora si spiega 
benissimo: la pretesa esortazione epistolare di Alberto 
delia Scala è una appiccatura b" preghi d'animi gentili, 
fatta per coordinare in qualche modo le parole inserite 
alle idee che V autore esprimeva nel suo proemio. — E, 
smaltita la dedica, ritoma il tono schietto e dimesso dal 
quale il Da Tempo non si discosta mai: e Et lassaremo 
quel dubio che alchuni fanno etc. > 

Cosi la interpolazione scioglie finalmente T enigma 
della parte dedicatoria che noi leggiamo nel proemio al 
commento di Antonio da Tempo. 

Ma come e perchè l' interpolazione può aver avuto 
luogo ? E la tentata identificazione del commentatore col 
trattatista esclude o no 1' autenticità del Commento ? — 
A queste domande sarà data risposta più in là, quando, 
dopo aver discusse alcune altre gratuite asserzioni del 
Grion, argomenteremo qualcosa circa le peripezie corse 
da questo benedetto commento tra T epoca della sua 
composizione e quella, non poco posteriore, della sua 
stampa. 

Giovanni Patroni 
(Continua) 



BALLATA IN MORTE DI ANDREA D^ UNGHERIA 



Argomento di questa ballata storica è il secondo di 
qnei tristi drammi (1) ch'ebbero teatro la corte dei re 
di Napoli dopo la morte di Roberto. Questi nel 1333, 
presentendo prossima la sua fine e per isgravio di co- 
scienza, pensò di stabilire la successione del trono ; e poi 
che il Regno spettava per diritta ragione a Garoberto re 
d' Ungheria , risolvette di dare in moglie Giovanna sua 
nipote ad uno de' figli di lui. Il prescelto fu Andrea, set* 
tenne, come la sposa (2), il quale insieme col padre giunse 
in Napoli neir agosto dello stesso anno : il ^ del mese 
successivo si celebrarono gli sponsali con pompa gran- 
dissima , e , verso la fine d' ottobre , Garoberto ritornò 
lieto nel suo regno. 

Gli sposi, padroneggiati da Filippa di Gatania, maestra 
di Giovanna, passarono gli anni della loro fanciullezza in 

(1) Il primo, se dobbiamo prestar fede al De GraTìna, sarebbe stato la 
morte di Agnese, madre di Carlo di Durazzo, per opera del figlio ingannato 
dalle trame di Caterina di Courtenay. Su di ciò, e a più precisa notizia 
de' fatti che io discorro rapidamente, veggasi V Archivio Storico per le 
Provincie Napoletane^ anno XII, pp. 326-358, ciò é una parte del 
bel lavoro di G. De Blasus sopra Le case dei principi Angioini nella 
piazza di Castelnuovo, 

(2) Andrea era nato nel novembre del 1328; Giovanna aveva alcuni 
mesi più di lui. 



A. MEDIN — BALLATA IN MORTE DI ANDREA D' UNGHERU 85 

CastelDuovo, ove attesero fino all' aprile o all' agosto del 
1342 il giorno delle vere nozze. Ma pochi mesi di poi, cioè 
il 26 gennaio 1343, Roberto morì, e il governo del Regno 
la tosto contrastato dagli Uogberì, che volevano spadro- 
neggiare, e dalle due case di Taranto e di Durazzo, le 
quali miravano, ognuna per conto proprio, a dominare 
ranhno della giovane regina. Giovanna, appena diciasset- 
tenne, « gaia e leggiadretta » (1) e sensuale, si era ab- 
bandonata ai piaceri della (k)rte ; Andrea, guercio ed ine- 
sperto, doveva recitare la sua parte dì marito della regina, 
col dolore di vedersi di giorno in giorno sfuggire l'affetto 
della moglie, che Caterina di Gourtenay, Filippa e Sancia 
sua figlia astutamente allettavano a ben altri amori. È 
?ero che sul giovine vegliavano la madre, Elisabetta d'Un- 
gheria (il padre era morto già nel 1342), e il fratello 
Ludovico non dimentico dell'inganno onde Carlo di Du- 
razzo gli aveva rapito la sposa destinatagli da Roberto; 
ma r una fu fatta tacere con mendaci promesse , 1' altro 
accelerò involontariamente la sorte del misero Andrea. 
Perché, pretendendo Ludovico che il papa facesse coro- 
nare a Napoli il fratello quale nipote di Carlo Martello , 
e avendo Clemente VI aderito non ostante gli intrighi 
onde Giovanna e gli Angioini tutti della corte ave- 
vano cercato di impedh*e questa concessione , anzi , a 
quanto pare, essendo già in cammino il cardinale le- 
gato che veniva a incoronarlo, mentre Andrea si tro- 
vava colla moglie in Aversa, « la notte delli 18 di set- 
tembre [1345], per tradimento de' suoi camerieri fu chia- 
mato che si levasse per grandi novelle venute di Napoli, 
e levato, usci ftiora la sala, e per la cameriera li fu 
serrata la porta dietro ; e subito da Carlo di Artus 
e dal figliuolo, dal Conte di Terlizzo, e certi de' Conti 

(1) Atnoroia Visione del BoccAcao, e. i2. 



86 A. MEDIN 

della Leonessa, da quelli di Stella, e da Roberto Cabano 
gran Mariscallo (come vuole il Boccaccio), e dne figliuoli 
di Pace da Tropea, e da Nicolò di Mirizzano, suoi came- 
rieri, fa preso, e messoli un capestro alla gola, e sospeso 
al balco di quella sala , eh' era sopra il giardino , tirato 
per i piedi da alquanti di quei traditori, fu strangolato; 
e pensando sotterrarlo in quel giardino, acciò ch'altri noi 
sapessero , lasciatolo cascare in giù , fu inteso il rumore 
da una cameriera ungara, la quale, veduto lo grande ec- 
cesso, cominciò a gridare, onde quei manigoldi fugirono 
lasciando il corpo morto. Tal fu la morte dell' innocente 
giovane, il quale non aveva ancor compiti 19 anni « (1). 
E fu universale Y indignazione pel turpe misfatto e il 
compianto per la vittima innocente: il popolo si sollevò 
chiedendo ad ogni costo giustizia, e a forza l'ottenne, 
ma non intera, che i principali autori dell' assassinio ri- 
masero allora impuniti. I cronisti con voce unanime ben 
ci assicurano dell'opinione generale, cui toccò l'onore 
di essere tramandata anche dalle note elegiache del Pe- 
trarca e del Boccaccio', che alla corte di Roberto avean 
conosciuto l'infelice giovinetto (2). Ai due grandi si uni- 

(1) G. A. SUMMONTE, Dell' Historia della città e Regno di Napoli, 
Napoli, 1676, U, p. 42i. Le molte narrazioni di questo assassinio non 
sono sempre concordi nei particolari; ma le differenze non alterano 
mìnimamente la veridicità del fatto e delle sue cause. Veggansi tra le 
altre: Rerum hai, Scr., XIV, col. 781, e XV col. 422, 612-13; e il 
Boccaccio, De Casibus Illustriutfi Virorum^ XI, 11. 

(2) Vedi la U egloga del Petrarca, e, fra le epistole familiari di lui, 
la terza del Libro I e la quinta del Libro VI; del Boccaccio, le egloghe 
ni, IV, VI, Vin, sul significato storico di esse gli Studi sulle opere 
latine del Boccaccio di A. Hortis pp.5 e segg., 12 e segg.; e Taltro stu- 
dio su Le egloghe del Boccaccio , dello Zumbini nel Giom. stor, d, lett. 
it. VII, 94-152); il De casibus cit', e la canzone di Mess. Giovanni: 
Subita volontà, nuovo accidente. Circa alla quistione boccaccesca, che 
pel tempo e pel luogo cui si riferisce si collega col nostro argomento, 



BALLATA IN HOBTE DI ANDREA D* UN6HEBU 87 

rono i mioorì; che la tragica fine di Andrea fa ricor- 
data io parecchie poesie storiche anche posteriori (1). Ma 
eerto nel 1347 fu composta la ballata che gai metto in 
hice, perché in essa mentre è preveduta la vendetta che 
stava per piombare sopra i Pugliesi, e forse anche ac- 
eemiata, nel commiato, la peste che allora incominciava, 
non si fa d' altra parte parola delle tristi vicende del 
Regno nel 1348 , quando Lodovico d' Ungheria venne a 
Napoli dopo aver fatto decollare Carlo di Durazzo nella 
stessa sala dove Andrea era stato strangolato. Se ciò vale 
a stabilire con sicurezza il tempo della composizione, non 
miancano indizi della patria del poeta : toscano lo riconosce 
ognuno pur alla lingua ; anzi un buon guelfo fiorentino lo 
possiamo credere francamente all'odio che egli mostra 
per Pisa. 

Il pregio letterario di queste rime non è certo molto, 
e forse anche minore è lo storico: tuttavia non credo 
inutile pubblicarle, anche come nuovo esempio eh' esse 
sono di ballata d'argomento politico, che non è tanto 
comune nel trecento: se ben ricordo questa sarebbe la nona 
che si conosce (2). Stampandola, seguo fedelmente l' unica 

cfr. Crescini, Contributo agli studi sul Boccaccio, Torìoo, 1887, p. 197 
o. 1. 

(1) Ricordo, ad esempio, il poemetto sulla Discendenza di Carlo 
iTAngiò nell* Arch. star, cit., V; la profezia di frate Stoppa (Rime di m. 
Gino ecc. Firenze , 1862, pp. 270-71), e quelle attribuite al b. Tom- 
MASUGCio (Polipo, 1887, p. 72 e segg.). 

(2) Ciò sono : la Rotta di Montecatini edita più volte ; il Lamento del 
Conte Landò edito dal Del Lungo e poi da me in Lamenti storici, voi I; 
A. Plica: Lucchesi pregiati, edita dal prof. E. Ridolfi per nozze; 
D. Castellani: E non volea ser Moccio, e: Gloriosi toscani, e l'altra 
anonima : Motrone dilectoso, da me pubblicate nel Giom. stor, d, lett, it, 
VI, 398-411; Onalmente le due ballate contro i Visconti edite dal D'An- 
cona in IV poesie politiche del sec. XIV, e questa per la morte di An- 
drea d'Ungheria. ^ 



88 A. MEBIN 

copia che mi è nota cootenata nel codice Riccardiano 
2786: dove mi è forza scostarmi dal testo manoscritto, 
ne riferisco in nota la lezione (1). 

A. Medin. 



Come *1 sangue d* Àbello 
gridò vendetta isparto da Caino, 
così ciascuno latino 
pianga la morte del buo' re novello. 4 

II magnifico 'lustro re Uberto, 

veggiendo sua natura 

ch'era per durare poco per lo cierto, 

sua cosscienza ispura, 

e colla mente pura 

vuole che ssoccieda a cui dovea suo rengnio : 

cosi fermò suo sengnio 

nel nipote Ungher di Carlo Martello. 12 

Cosi gli die la figlia del suo figlio; 

lasciògli la corona, 

la quale teneva con dovuto artiglio: 

per quel che ssi ragiona 

a rre Andrea la dona, 

eh' al padre Carlo V usurpò di vero ; 

poi il singniore altero 

morendo gli lasciò il paese bello. 20 

Voliesi r unzione del padre santo 

e Ila corona ancora: 



(1) È un volume miscellaneo di varie epoche: il fascicolo ove, tra 
i' altre cose, si trova la ballata, va da e. 366 a e. 403» ed é del secolo 
XV. 



BALLATA IN MORTE DI ANDREA D' UNGHERIA 89 

sanza alcuna dimora 

que'baroD ad ongai ora 

subiti vanno in corte [a] tal dimanda: 

de florint gran vivanda 

avie da Doro que^ eh* à rosso il eappello (1) 28 

Si prolungava questo fatto (2) a corte 

e DOD si diflQniva: 

se Ile cose v* andar diritte o ttorte, 

non so quello ch'io mi scriva; 

la 'nvidia in Puglia arriva 

dove *1 tradire già mai non si ristangnia ; 

cosi la tela o rangnia 

s* ordinò sopra quello bel giovinello. 36 

Io non dirò qua' furono gli ordinati (3) 

di si villana cosa, 

ma di vile gente furono gli ordinati (4) 

di sua morte dogliosa; 

non rimerò tal prosa 

di chi spense la vita al flore d' aliso, 

che nato in Paradiso 

pareva, e rassenbrava uno angiolello (5) 44 



(i) Forse U cardinale di Pelagorgo, di cui vedi M. Villani, lib. I, 
cap. il. Dal citato lavoro del De Blasus tolgo queste due citazioni: « Gum 
eorum tractantibus pecunia seminata eius coronatio in Curia suspensa • 
(Anon. hai, Hist, in R. L 5., XXII, 284). e Loysius de Duracio de mandato 
dominae reginae Johannae et ducis Duratii accessit ad summum ponte- 
ficem .... cum unciis plus quam 100 m., et impetravitut domina regina 
haberat {ne) baliatum totius regni » (Chron, Suess., 65). 

(2) Il cod.: Questo fatto si prolungava, 

(3) ordinati: ordinamenti. 

(4) ordinati: deputati. 

(5) Il poemetto sulla Discendenza di Carlo d'Angiò {Arch. cit., p. 617) 
dice: 

Ei re Andrea, benché guerzo fosse, 
Negli anni XXIII bellissimo era. 
Al Petrarca Andrea sembrò puer alti animi (Ep, fam,, lib V, 6). 



I * . !" 



90 A. MEDIN 

Più 000 vo* discoprire i traditori 

di tal cosa perversa: 

tras[s]erlo del castelfo eoo be' colori 

e meoàrlo ad Àversa: 

lasso, mala traversai 

peos&r di fallo la sera morire, 

acciò che pid dormire 

000 potesse già mai io quello ostello. 52 

Quando quei giovioe re s' andava a letto, 

il traditore lo chiamar 

egli uscì fuort, che non aveva sospetto 

di fidarsi de chi ama, 

e quatro con gran brama 

spiriti di dianolo l'accierchiaro: (1) 

cosi lo strangolare 

il nuovo re con un vifó capestrello I 60 

A ssf gran tradimento fu Caino 

e Giuda e que' d* Egitto, 

e Simon Greco, misero tapino, 

tradi Troja col defetto; 

e que*, da cui trafitto 

fu Carlo Mangnio, che naque in Haganza, 

onde casa di Pranza 

perde il buono paladino in quelfo drappello. 68 

S'è Pugliesi sono usi di trattati 

sentillo i' re Currado, 

che con veleno gli dièrono gli ultimi tratti ; 

a rre Manfredi grado: 

poi nel pugliese grado 

Gurradino fu sconfitto da rre Carlo, 

cosi dicapitàrio, 

si che poi ben mai prese rastrello. 76 

Duonobore (sic) Buemme e Ungaria, 

poi Starlicchi e Baviera, 

questi quatro singnor2, gran baronia, 

(1) I) cod. : acciecchiaro. 



BALLATA IN MORTE DI ANDREA d' UNGHERIA 91 

ciascuno mena sua schiera; 

co lloro giente aspra e fiera 

vengono per vendicare tala tradimento: 

non varrà argomento 

al traditore, né rocca, né castello. 84 

Tanto gli abaglia e cieca la Fortuna, 

che non si fanno riparo, 

ma ciascheduno suoi falli sainpruna (sic) 

qualunque v'è il più caro: 

sopra que' ch'ordinaro 

cosi gra' male ogni uomo grida vendetta, 

la quale molto s'affretta 

verso coloro ch'ai sol tengo' lor vello (l). 92 

La crudeltà che fér[o] li Pisani 

già del conte Ugolino, 

che '1 fér morir co' iigliuolt come cani; 

po' meser Franceschino 

dièrlo (2) a meser Luchino, 

que' da Postierla, e mandarlo a Melano 

co' suoi figliuoli a mano; 

a tradimento cazzarlo (3) a tranello; 100 

il tradimento che fi'e' i' re di Trazia 

cupidissimo d'oro 

(la gola dell'avaro che ma' non saziai), 

ch'uccise Pulidoro, 

e con molto tesoro 

l'avie mandato là il padre Priamo, 

queste re, di cui bramo, 

il privò della vita d'un coltello; 108 

none Erode, eh' uccise gì' innocienti 

della giente giudea; 

(1) 11 coti.: veglio. 

(2) 11 cod. (lierla a. 

(3) 11 cod.: chaharlo. 11 tradimento del Conte Ugolino e quello di 
ncesco da Postierla ricordati in questa strofe (cfr. G. Villani, lib. XI, 
. 131) erano due infamie che i Fiorentini rinfacciavano tradizionalmente 
Pisani. Cfr. su questa tradizione la Riv. Critica^ IV, 177. 



92 A. MBDIN — BALLATA IN MORTE DI ANDREA D' UNGHERIA 

DO Nerone che tanti (1) fé* dolenti 

dando loro morte rea; 

r aspra e cruda Medea, 

eh' uccise il fratel suo e* propt figli 

co* loro malvagi artigli 

non avrebbono que* re messo a randello. 116 

Poi giustizia vorrà che grandi strazi 

si facciano de* Pugliesi: 

voglia Iddio che fieno contenti e sazi 

tornando i iloro paesi, 

e che non sieno acciesi 

sopra i guelfi, toscani colla mina I 

ma Ila lepre marina 

loro renderà ragiona del paperello. 124 

Ballata, io credo che Iddio sostenere 

non vuofó tante retadi ; 

però si muove con s( gran podere 

per darci aversitadi, 

e per le iniquitadi 

che Ha Chiesa sostiene ed oro ammassa, 

e conquistare non lascia 

il Sepulcro per none spendere quello. 132 

Come '1 sangue d* Àbello 

gridò vendetta sparto da Caino, 

cosi ciascuno latino 

pianga la morte del buon re novello. 136 



*N 



(i) II cod. tanti uomini. 



NOTIZIE E DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA POESLl ITALIANA 



NEI SECOLI XIII E XIV 



I. 
Tre nuovi rixDatori del trecento. 

É noto che gli umanisti, se pur li possiamo chiamare 
c^si, che vissero nel secolo XIV, non ebbero per la let- 
teratura volgare il disprezzo ostentato poi da molti degli 
^Umanisti del quattrocento : tra per l' esempio del Petrarca 
e del Boccaccio, tra perché il movimento di ritorno del 
pensiero verso i monumenti letterari della civiltà antica 
«ra in quel secolo appena iniziato, molti furono i gram- 
matici e latinisti, massime dell'ultimo trecento, che non 
Sdegnarono di deporre talvolta Y alto stile per discendere 
ài piano uso della lingua volgare e scrissero rime ama- 
torie morali o politiche. Le quali è anche noto abba- 
stanza eh' essi solevano mandarsi Y un Y altro , accompa- 
gnandole con certe loro epistole risonanti di gonfia, lati- 
nità, quasi ornamento delle povere e tìsicuzze rime e 
affermazione dell' ardore onde s' ingegnavano di aiutare 
r incremento degli studi classici : è noto, dico, anche per 
esempi recentemente venuti in luce, quali sono le epistole 



98 T. CkSLSl 

mio, come ricordo di aver da mia taa lettera appreso 
che suona mia sentenza di Epicoro. Ck)si finalmente mi 
trascinò l'umanità tua, cosi la presenza delle cose, cosi 
un non so quale segreto ardore, che spesso, trascurate, 
per non dir messe in disparte, le opere di altri illustri, 
il che sia detto col loro perdono, volsi il mio desiderio 
alle tue, e diligentemente le cercai da ogni parte: e, ciò 
che sarà fuori della tua credenza, come ho potuto ho rac- 
colto presso di me cento e quasi delle tue Epistole, pren- 
dendole in diverse parti, da te, dagli amici, e anche, non 
meno furtivamente di quel che soglia farsi, da ignoti; 
quanto conto poi io ne faccia e come difScilmente le 
lasci allontanare da me sanno molti, i quali, consapevoli 
di questa mia cura, talvolta me ne chiesero copia con 
grande instanza , né 1' ottennero , lo confesso , menati in 
lungo con parole e con altre speranze, il che vorrei che 
fosse da alcuni inteso per il suo verso, affinché perciò 
non mi incolpassero di avarizia. Poiché, mentre tutte le 
avarizie per loro natura sono spiacevoli , questa dei libri 
e dello studio io ho sempre detestata; ma temetti la ne- 
gligenza degli uomini e i molti errori, pei quali spessis- 
simo perirono le cose migliori, e a molti negai i tuoi 
scritti, mentre abbastanza liberalmente presto gli altri 
libri che ho. Che poi non ti abbia scrìtto, (Some volgar- 
mente suol farsi tra gli amici, non è stato senza buona 
ragione: poiché so che la tua natura, se pur qualche 
cosa ho conosciuto di essa, rifiuta, anzi abomina le lu- 
singhe della popolarità; so inoltre che le tue felici oc- 
cupazioni amano la tranquillità e rifuggono dallo strepito: 
ho conosciuto ancora la mia imperizia e come i tuoi orec- 
chi siano indegni di fanciullesche parole, e ho considerato 
ciò che mi par d' avere udito più volte dalla tua bocca , 
cioè che tu con la miglior parte di te stesso guardi gli amici 
per quanto lontani. Le quali cose tutte mi hanno reso 



TRE NUOVI RIMATOBI DEL TRECENTO 99 

tardo a scrivere, ma dod mi hanno fatto dimentico di te, 
che amo tanto, da non aver più cnra della mia anima 
che della memoria tua, sebbene io assai spesso, per non 
smettere in tutto l'uso del volgo, abbia commesso ai 
nunzi che venivano da te di volermi ricordare: che certo 
non fu fatto. Che altro dirò ? Poiché , cosi mi amino 
gr iddìi meglio dio onnipotente , se io mi trovi presso 
gli antipodi o all'inferno, dove qualche sentimento ancor 
mi rimanga, a quelli non sono sottomesso più che se 
traessi teco etema vita. E queste stesse cose che ora 
scrivo mi sono parse vane, ma da una parte mi stimola il 
fedele amico, e da un' altra il nuovo viaggio mi costringe; 
al buon successo del quale domando , se ne ho il merito , 
che tue lettere mi siano auspicio di questo cammino. Sta 
sano, mio felicissimo signore, e non ti gravi intercedere 
presso Dio per il tuo devoto (1) ». 

Queste lettere, mentre ci attestano che l'amicizia tra 
il Petrarca e Paolo di Bernardo era più che superficiale , 
anzi si potrebbe dire dimestichezza o intimità, ci danno 
pure preziosi ragguagli biografici: poiché cotesta corri- 
spondenza, sebbene le lettere manchino della data del- 
l' anno, si può riferire senza alcun dubbio al 1368 , al 
quale appartengono le senili del decimo libro, dov' è quella 
indirizzata a 'Paolo ; e cosi se ne trae che intomo a quel 
tempo il nostro rimatore aveva preso moglie e s'appa- 
recchiava a partire con un ofQcio pubblico, navigando 
verso le colonie veneziane d' Oriente. Doveva dunque es- 
sere abbastanza giovine, ma non giovanissimo, se già 
qualche anno innanzi usava una certa famigliarità col Pe- 
trarca, al quale scriveva a Milano, presentandogli un 
maestro di grammatica, Giacomino da Mantova, che in- 



(1) Appendice II, 1 



100 T. CASINI 

segnava, sembra, in Verona (1). Del resto, un indizio più 
sicuro dell'età sua l'abbiamo in mia lettera che Paolo 
scrìsse a Benintendi dei Ravignani cancelliere delia re- 
pubblica veneta, esprimendogli tutta la sua gratitudine e 
riconoscendo il proprio sapere da lui che nella cancel- 
leria Taveva spioto agli studi letterari; e questa lettera 
non posteriore al 1365, in cui il Ravignani mori, accenna 
cosi un fatto non anteriore al 1352, in cui egli fu eletto 
cancelliere, o al più non anteriore al 1349, in cui co- 
minciò a far le veci del cancelliere Niccolò Pistorini am- 
malato e acciaccato dagli anni (2): da che, per un cai- 
colo approssimativo, si deduce che la nascita del nosb^o 
Paolo cade nella prima metà del secolo XIV , e propria- 
mente intomo al 1330. Dove nascesse non appare con 
sicurezza, ma Tessere chiamato < veneto » e il vederlo 
bazzicare per tempo nella cancelleria veneziana e gli of- 
fici eh' ei tenne nell' Istria e nelle colonie d' Oriente, fanno 
pensare che egli fosse proprio cittadino di Venezia: di 
che poi mi par di trovare esplicita dichiarazione in una 
sua lettera dove dice d'esser nato in mezzo alle paludi, 
in una città altrettanto ricca e fiorente di molte cose, 
quanto aliena dagli studi liberali (3). I più dei corrispon- 
denti del nostro Paolo sono ignoti alla storia letteraria, 
ma dovettero tutti essere, qual più qual meno , letterati , 
e per la maggior parte cancellieri o notai o scribi che 

(1) Appendice 0, 1. 

(2) G. Agostini, Notizie storico-critiche intorno la vita e le opere degli 
scrittori veneziani, Venezia, 1754, voi. II, pp. 322 e segg., dove sono 
raccolta importanti informazioni biografiche e bibliografiche su Benintendi. 

(3) Lettera a Michele Alberti: e ... in paUudibus ortum urbeque 
ut multis florentissima, ita a studiis Hberalibus alienissima prorsus >. Forse 
per altro potrebbe essere accennata Ferrara, donde Paolo scrisse la letL 
già citata a Benintendi; ma in questa, che pur ò lunghissima, non c'è 
accenno alcuno alla patria. 



l TRE NUOVI RIMATORI DEL TRECENTO 101 

fntà momenti d' ozio indulgevano all' arte e scrìvevano 
ipbtole in grammatica spargendole di dubbie e grosse 
daganze, esagerando la retorica petrarchesca o colucciana 
aDora di moda nelle segreterìe, e dando cosi da fare a 
noi poveri moderni che cerchiamo nelle loro scritture dei 
iisitti e troviamo solo delle parole. Pur da questo epi- 
sudario possiamo spigolare qualche curiosa notizia degli 
Stadi, del carattere, delle occupazioni del nostro rimatore. 
Gran parte del viver suo erano le amicizie : egli fa ai suoi 
corrispondenti le più calde professioni d'affetto, espone 
le sue idee sugli amici, si scusa largamente del silenzio 
em lo costringono le sue occupazioni , invoca il perdono 
eoo vive raccomandazioni; e a tutti ripete le stesse cose 
e le medesime dichiarazioni, sebbene l'amico del suo 
caore, almeno per un certo tempo e dopo la morte del 
Petrarca, fosse veramente Michele Alberti da lui cono- 
sciuto verso il 1380, in Oriente. Gli scriveva da Negro- 
ponte spiegandogli come non potesse essere poeta, alu- 
mnus Pieriùm, egli che s' affaticava in una cancelleria , 
servilibm offitiis deditus ; e confessava di non aver portato 
con sé da Venezia se non due libri, l'uno contenente 
Macrobio De saiumaUbus e Apuleio De aureo asino, e 
l'altro alquai^te opere di Cicerone malamente trascritte; 
e li offeriva all'amico, cosi com'erano: un'altra volta gli 
ragionava a lungo del parlare in singolare o in plurale, 
e un'altra ancora confessava all'Alberti che, morto il 
Petrarca, era stato quattro anni senza trovare alcuno cui 
dedicare il suo amore, finché aveva trovato lui degno di 
tanta amicizia. Da Negroponte scriveva anche a Raffaino 
Caresini, cancelliere e cronista della Repubblica, e si ralle- 
grava con lui che il senato gli avesse concessa la nobiltà 
veneziana, sebbene nobile egli fosse anche innanzi per le 
sue virtù e per i suoi meriti civili e letterari, non ostante 
che fosse nato di bassa gente. Prima d'andare in Oriente 



102 T. CASINI 

era stato nell'Istria, cbé più lettere sue dell'anno 1367 
sono datate da Capodistrìa, e nel '71 e nel '74 era stato 
a Treviso : neil' uno e neir altro luogo, credo, con oflScio 
di cancelliere dei rettori della Repubblica mandati a go- 
vemare le terre del dominio ; e cosi mi par di raccogliere 
da indizi offertimi dalle sue lettere, cbe vorrebbero essere 
chiarite con indagini d' archivi. Ad ogni modo noi ne ab- 
biamo abbastanza per fermare che Paolo di Bernardo fu 
veneziano, coltivò gli studi letterari e l'amicizia dei let- 
terati e fu dimestico col Petrarca , e fiori nella seconda 
metà del secolo XIV, pur essendo nato nella prima e 
senza toccare forse il quattrocento. Di lui come rimatore 
volgare ci avanzano due soli sonettuzzi morali , eh' egli 
stesso mandò all'amico Bernardo da Casalortio con una 
epistola latina, che recherò neU' originale, perché il lettore 
abbia un saggio dell' uno e dell' altro stile del nosb^o 
Paolo. 

Epistola doìuni Pauli de Bernardo 
AD Bernardum de Gasalortio. 

Fuerat aliquando necesse, vir optime, ut casus aliquis 
aut opportuDÌtas se offerret quod torporem meum ac ignavìam 
excitaret, utque rei dudum omissae, atque supervenieutibus 
aliis abiectae, aliquid vicissitudinis praeberetur. Fateor namque, 
dilecte mi, a decennio ci tra vix ter stilo scripsisse materno; 
cuius rei etsi causae forte aliquae adduci possint, haec tamen 
potissima fuit quod concurrentem non habui , qui pari certa- 
mine congredi vellet. Itaque destiti hoc defectu, nec minus 
familiaribus et recentibus semper curis obsessus ; et ad alia 
transvolavi, sicut mos est instabilitatis humanae. Extorsit tan- 
dem quorumdam ignavia quod nulla occasio alia vix potuisset 
elicere, ut ad seposita studia dudum ac exercitationes ingenii 
aciem mentis dirigerem et, ut Flaccus noster ait, antiquo ludo 
iterum me includerem, non spectatum satis ut ipse, neque iam 
rude donatum, sed remissum atque obductum ignorantiae eoe- 



TBE NUOVI RIMATORI DEL TRECENTO 103 

citate. Itaque duos, ut aiunt, sonetos in commendationem almae 
▼ìrtutis, utcumque fere parvitas iogenii mei, edidi, tecum par- 
lieipaDS ineptias meas, quae etsi multae slot, multum tamea ad 
iUas addicìt protervus ludus fortunae versatìlis. Yellem libenter 
ni ipsi Rithimì digni esseot auribus tuis, profecto felix essem 
fiHtuna[tu]sque loDge, si quicquam digDum , tuo iudicio ex me 
eeset. Àt qualescuaque siat, tibi dicati sunt, leges, et si forte 
alìquid fuerit quod ad rem attineat, abunde fuerit mihi, si 
ilìious supportabis nugas meas, qui alias saepe mea onera sup- 
portasti. Postremo quod in excusatiooem cordis (?) non mei, 
aed cuius ne ausim dicere, prìdie aliqua subiunxeris me absente, 
HDD tibi ad grates assurgo, quippe ad has invalidus et mious 
idoneus. Illas tamen summus opifex, cuius est premia dare prò 
Teritate certantibus, ex affluenti munere gratiae suae tibi tri- 
Iniet, certus sum. Valeque. 

[j] 

Vera vertu dal ciel convien che cada 
E trove loco in terra a sé conforme, 
Che guidi et rega le felice norme 
Dii ben che tende a la superna strada. 

Gum r animo excelente sempre vada 
Centra coloro il cui inteleto dorme. 
Direto, constante, insto et uniforme, 
Si che non tremo al menar de la spada. 

Costei governa il tuto e si consilgia 
Disprexiar la morte e le ferute 
Di quei che centra il ver tutor s*impilgia. 

Tanta è la gratia di questa virtute 
Che qualuncha si fa di suo' familgia 
Certo è di hauer 1* angelica salute. 

Perché di dio è filgia, suore espoxa, 
Gemma celeste alta e glorioxa. 



V, 



Vera vertu disprexia ogni lereno. 
Vera vertu fe l' homo esser beato, 
Vera vertiì contenta ogni creato. 
Vera vertiì non pò vegnir a meno. 



104 T. CASINI 

Vera verta il vitio lieo a freno, 
Vera vertii si chazia ogni reato, 
Vera vertù non teme alcun elato, 
Vera vertu fa l'aom di grazia pieno. 
• Vera vertù ti fecie sempre honesto, 
Vera vertu te ha scrito in suo quaterno, 
Vera vertu ti tolgie ogni molesto. 

Vera vertu ti renda sempiterno, 
Vera vertù ti duca al fin modesto, 
Vera vertù ti guidi al luoco eterno. 

Vera virtù ti fecie mio pavese. 
Vera vertù ci scampo d* ogni ofese (1). 

Il secondo dei nostri rimatori è Pier Paolo Vergono 
di Capodistria, notissimo tra gli umanisti dell' ultimo tre- 
cento: nato a mezzo il secolo XIV e fatti i primi studi 
a Padova, egli si recò a Firenze, e vi conobbe il cardi- 
nale Francesco Zabarella, che Io aiutò poi e protesse per 
tutta la vita: insegnò filosofia nello Studio fiorentino e, 
più tardi, dal 1393 al 1400, in quello di Padova ; e fu se- 
gretario dì Francesco Novello da Carrara e compose, a 
gloria dei suoi signori, le vite dei principi carraresi e 
altre prose e carmi laudatori: e quando la loro fortuna 
tramontò si ritrasse nella nativa Capodistria, donde tornò 
qualche volta a Venezia e a Padova; e finalmente nel 
1414 segui lo Zabarella al concilio di Costanza e alla 
corte di Sigismondo imperatore, e mori fuori d' Italia (2). 

(1) Questo sonetto é da aggiungere a quelli che con lo stesso co- 
minciamento d' ogni 'verso ha registrati L. Biadene , Morfologia del so^ 
netto nei sec, XIII e XIV, Roma, 1888, p. 170 e seg. 

(2) Per la vita di P. P. Vergerio cfr. A. Zeno, Dissertazioni vos- 
siane, ¥ol. I, pp. 51 ; Colle, Storia dello Studio di Padova, voi. IV, 
pp. 38 e segg.; I. Bernardi, neW Arch, stor. Hai, serie 3^ voi. XXUI, 
p. 176; Baduber, P. P. Vergerio il seniore, Capodistria, 1866; C. A. 
CoMBi, Di P. P. Vergerio il seniore da Gap. e del suo epistolario. Ve- 



TBE NUOVI RIMATORI DEL TRECENTO 105 

« € Non fu, giudica ii Voigt (1), un letterato di professione, 
_, oé un umanista nello stretto senso della parola, benché 
:>. mantenesse un' estesa corrispondenza epistolare coi mi- 
- i^orì ingegni di Venezia, quali Carlo Zeno, ii Trevisano 
' e il Barbaro, come pure col Crisolora, con (Giovanni da 
Ravenna, Gasparino da Barzizza e il Salutato. E perciò 
anche da parte di costoro egli fu spesso ricordato con 
dimostrazioni di onore, specialmente per avere in un 
violento opuscolo assunto le difese di Virgilio, la cui 
statua era stata ignominiosamente manomessa a Man- 
tova. » Il Vergerlo non disdegnò, come altri dottori, la 
Imgua volgare ; e mentre primo forse tra i nuovi poeti 
latini tentava in argomento moderno ii metro solenne 
dell' ode safBca (2), per altre materie più piane ricorreva 
alla forma ormai consacrata dall' uso più comune dei ri- 
matori e scriveva sonetti : non belli veramente, ma arieg- 
gianti in qualche reminiscenza di concetti e di espressioni 
la lirica petrarchesca. Del Petrarca infatti egli era gran- 
dissimo ammiratore, né solamente ne scrisse la vita e ne 
studiò r Africa e 1' altre opere latine ; si dovette ancora 
cercare con amore le poesie volgari tanto largamente 
diffuse al suo tempo, se egli si compiaceva di rime assai 
meno famose. A versi volgari di Pietro Montanari par che 
s'alluda in una epistola vergeriana, dei quali si accen- 
nano le sentenze e s' aggiunge che più dolcemente risuo- 

nezia, 1880. L'epistolario raccolto dal Gombi è stato pubblicato recen- 
temente da T. LucuNi, Epistole di Pietro Paolo Vergerio seniore da 
Capodistria^ Venezia, 1887 (Monumenti storici pubbl. dalla r. Deputa- 
zione veneta di storia patria^ serie 4", Bliscellanea, voi. V); ma è una 
pubblicazione assai difettosa, e mal risponde alle speranze che gli studiosi 
avevano concepire del lavoro del Combi. 

(1) // risorgimento dell' antichità classica, trad. da D. Valbusa, 
Firenze, Sansoni, 1888, voi. I, p. 431. 

(2) Appendice UI. 



106 T. CASINI 

nerebbero a sentirle dire in lingua volgare e dal loro 
proprio autore (1) ; più chiaramente poi in un' altra, si 
discorre d'un Carmen tmlgare, crederei un sonetto, iam 
sententUs quam verbis insigne, che il giureconsulto Ogni- 
bene della Scuola compose e pubblicò in lode di Mi- 
chele da Rabatta, uomo d'armi e di studi, amicissimo 
del Yergerio (2). Non deve quindi apparir singolare che 
il nostro umanista verseggiasse volentieri in volgare; di 
che sono documenti i sonetti che egli da Roma mandò 
nel febbraio del 1398 a Ognibene della Scuola, quasi per 
risparmiare una lettera (3). Era giunto nella città etema, 
al seguito del cardinale Francesco Zabarella, e volendo 
dar notizia di sé all'amico padovano non seppe far di 
meglio, forse anche per istanchezza del viaggio recente 
non potè far altro che trascrivere i due sonetti, premet- 
tendo loro brevissime parole circa gli argomenti (4). Del 
primo sonetto anzi, lo avverto a scarico di coscienza, si 
potrebbe dubitare se per avventura fosse solamente tra- 
scrìtto, e non composto, dal Yergerio: raptim edito, per 
altro, panni che debba significare composto in fretta (5), 

(1) Epist XCVI: e Quae quidem [sententiae] longe saaTÌos resonarent 
si et vulgarì idiomate et ab auctore suo dicerentur. > 

(2) Epist LXXXI ; cfr. anche Epist. LXXXIX e XCVm. 

(3) I sonetti non hanno data : ma sono preceduti nel codice da una 
lettera del Vergerio ad Ognibene, data in Roma 5 febbraio 1398, in cui 
é detto : e Ego ad te prìdie, ne me immemorem crederes, duplex Carmen 
Tulgare, quale solemus, misi : lacobus de Zabarellis rediens tibi reddidisse 
debuit > 

(i) Che il Vergerio, quando scrisse i sonetti, fosse giunto da poco 
in Roma appare dal fatto che non molto innanzi era a Bologna, donde 
scrisse una lettera in data IV kal. jan, 1398 a maestro Bernardino da 
Imola, e che nel viaggio si fermò, almeno qualche giorno, nel Casentino. 

(5) Il vb. edere ha il senso di comporre in più luoghi degli scrìtti 
del Vergerìo, p. es. neir Epist. LXXXI : e vulgare carmen quod in laudes 
tuas edìdit » : potrebbe per altro aver il signiGcato di pubblicare, e ciò 
darebbe ragione a chi volesse negare al Vergerìo il primo sonetto. 



TRE NUOVI RIMATORI DEL TRECENTO 107 

della fretta e che V ooestade ad ogni atto dismaga > 
I tatti i segni che si possano desiderare. Ad ogni modo 
;co i due sonetti: 

Domino Omnebonum de la Sgola 

[ÀRTJUM LEGUMQUE DOCTORI, AMICO OPTIMO, PaDUAe]. 

Anice karissime, bene valemus et laeti vivimus. DomiDiis 
raociscus ìd magno honore apud omnes est. Statum urbis 
)C Carmine accipies raptim edito: 

Roma che fu d'ogni vertute hospitio, 
Maestra de iuste arme e sante lege, 
De mal ladron ora è speloncha e rege, 
Non disciplina, non rason, ma vicio. 

La qua! quanta za fusse, fanno indicio 
Le gran ruine, i marmi e Y alte segie 
E gli archi triunphal, che ora el vii grege 
DestruQie, vuopra de grande artificio. 

Ma questo è '1 fine de le còse humane, 
Che, quando per vertù se crescie in stato, 
Durasse in quel quanto vertù rimane. 

Ora è de qui ogni valor scaciato, 
Gli antichi fati paion cosse vane, 
Et è a Roma il sol nome lasciato. 

AUUD QUOQUE CARMEN VIDE QUOD COMITI ROBERTO DE PuPIO, 
QUI NOS GOMITER AGCEPERAT EX ITINERE, REDDIDi: 

Virtute e zientileza insieme aconte, 
El studio di Parnaso e V aurea verga, 
El dolce nido dove amor alberga, 
El magnanimo cor e le vuopre promie, 

De queste cose, glorioso conte. 
Memoria porto et meco ovonque i' perga ; 
E se mai fia che '1 debole ingegno erga, 
Al mondo fien per mio stilo raconte. 

Udito ò sempre che '1 bel Appenino, 
Che parte Italia nostra, ingegni sòie 
Produr sublimi, com'è al ciel vicino: 



j •» 



108 T. CASINI 

Et or di te De se pente De dole. 
Che gloria se' del buon sangue latino, 
linde natura e Iddio lodar si vole. 

P. P. Vergerius* 

Il secondo di cotesti sonetti è notevole per la per- 
sona che v' è lodata : Roberto conte di Poppi e di Bat- 
tifolle apparteneva al ramo guelfo dei conti Gnidi e fu 
capitano dei fiorentini nella guerra del 1370 contro i Vi- 
sconti ; è conosciuto nella storia letteraria per Y ammi- 
razione ch'ei dimostrò al Petrarca, invitandolo a visitare 
il Casentino e a riconciliarsi con Firenze (1), e per alcune 
rime non ispregevoli (2); si che quando il Yergeria ce- 
lebrava come accolte in lui le virtù dell'uomo d'armi e 
dei poeta, 

EI studio di Parnaso e Y aurea verga, 

non indulgeva alla fantasia cortigianesca, ma diceva il 
vero. È notevole, dunque, cotesto sonetto, perché cor- 
rògge un errore, nel quale, seguendo un vecchio scrit- 
tore di genealogie, caddero quelli che modernamente 
parlarono del conte Roberto e aflfermarono eh' ei mori 
nel 1374 (3) ; par che fosse invece ancor vivo; nel 1398, 
e forse non ancora troppo vecchio, se al Yergerio le 
terre di Casentino da lui signoreggiate parvero un 

... dolce nido dove amor alberga, 

(1) Cfr. Petrarca, Senili, lib. n, leti. VI e VII, e due lettere di 
Roberto nel laurenziano pL XG inf., cod. 13, pubbl. da L Mehus, Vita 
Ambr. Camald, coU. CXXVI, CCXXXXIX. 

(2) Cfr. G. Carducci, Rime di m. Gino da Pistoia e d'altri. del 
sec, XIV, Firenze, 1862, pp. LXIV-LXVI e Ì24-427. 

(3) Cfr. G. B. Baldelli, Vita del Petr., p. 286; G. Fracassetti, 
nelle note alle LeH, senili di F, Petr,, voi. I, p. 126; G. Garducci, L 
cit; i quali accettarono la data del 137i data dall' Ihhoff, Geneal. 
viginti iilustrium in Italia fornii, Amsterdam, 1710, p. 139. 



TRE NUOVI RIMATORI DEL TRECENTO 109 

e se si proponeva di celebrare altrimenti le gloriose im- 
^ prese del conte: 

E se mai fia che '1 debole ingegno erga 
Al mondo fien per mio stilo raconte. 

Lo stilo, onde il Vergerìo voleva narrare di Roberto, era 
certo quello stesso eh' egli adoprò nelle vite dei Signori 
da Carrara : stile magniloquente di tronfia latinità , cosi 
povero d'arte vera quanto abbondevole d'adulazione e 
di cortigianerìa; e fu quindi ventura che al signore di 
Poppi mancasse la biografia vergerìana: ne abbiamo ab- 
bastanza del sonetto. 

«Anche il terzo dei nuovi rimatori, che vengono ad 
accrescere l' innumerevole serie dei trecentisti, non è ignoto 
alla storia, se non delle lettere, ahneno della coltura in 
genere: Giorgio Anselmi parmigiano, del quale or toma 
in luce una canzone assai curiosa intomo all' origine del 
matrimonio e contro le donne, fu medico e filosofo di 
gran grido ai suoi bei tempi, tra il declinare del secolo 
XIY e il cominciare del seguente (1). Nacque figliuolo a 
mi altro medico, maestro Enrico da Parma che mori nel 
1386 ; e doveva essere ancor giovine nel 1400, allor che 
prese moglie per un subitaneo cambiamento che egli 
stesso descrive in una sua epistola (2) aveva studiato me- 
dicina, sotto la disciplina patema o nelle scuole di 
Pavia, e fu per tempo ascritto al collegio dei medici di 
Parma, nel quale fu uno degli eletti nel 1440 a rifor- 
mare gli statuti: nel 1443 era già morto, lasciando quattro 
figliuoli, Ilario, Bartolommeo, Giovanni e Andrea, e pa- 
recchie opere di medicina, d' astronomia e d' altre ma- 



(1) Le notizie dell* Anselmi sono raccolte da L Affò, Memorie degli 
scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1789-93, voi. II, pp. 153-161. 

(2) Appendice IV. 



110 T. CASINI 

tene scientifiche. Lasciò anche qualche componimento in 
versi ; tra gli altri una Sylva de soUs triumpho, forse un 
carme latino a imitazione dei trionfi del Petrarca, del 
quale era grande ammiratore: ma questo carme era già 
perduto nel cinquecento, e Pomponio Torelli, rassegnando 
i vecchi e recenti poeti parmensi, v'accennava come a 
cosa di cui fosse pervenuta a lui solamente la fama: 

Syderum igoes, atque hilares choreas 
Et deùm voces celebrasse maior 
Fertur Anselmus, seqoitur nepotem 
Gloria maior (1). 

La gloria maggiore del nipote aveva dunque oscurata nel 
cinquecento quella dell' avo ; oscurata, ma non ispenta del 
tutto, se stampando nel 1506 la sua Hecuba e nel 1526 gli 
Epigrammaton libri septem Giorgio Anselmi iuniore (nato 
intomo al 1450 da Andrea, e morto nel 1528), sentiva 
il bisogno di distinguer sé dal vecchio medico poeta e 
s'aggiungeva il soprannome di nipote, onde poi lo de- 
signò anche il Torelli (2). Poca fama, almeno di poeta, 
dovette ad ogni modo avere il vecchio Anselmi anche 
presso i contemporanei, che erano abituati ad ammirare 
il Petrarca. Anche il medico parmigiano lo ammirò, e più 
di venticinque jinni dopo la morte del gran poeta egli, 
mandando a un amico i propri versi volgari sul matri- 
monio, chiedeva con molta instanza copia di qualche cosa 
non posseduta del Petrarca: € Se per caso tu avessi 
qualche cosa del Petrarca, che tu sapessi non aver io, 
domando che non ti spiaccia trarmene copia » : dove 
credo che non si possa intendere se non di rime volgari, 
e né pur di quelle del Canzoniere, già pubblicato nel 

(1) Carmina, Parma, Viotti, 1600, Ub. IV, p. 101. 

(2) Affò, op. cit, toL m, pp. 238 e segg.; dove anche si può aver 
notizia dell'altre opere di G. Anselmi il giovine. 



TRE NUOVI RIMATORI DEL TRECENTO IH 

, ' 1400, si più tosto delle estravaganti che il poeta dovè la- 
sciare io gran copia ; delle opere latine , anch' esse già 
conosciute, nessuno avrebbe fatto una chiesta cosi gene- 
rica e fors' anche nessuno avrebbe potuto domandar copia 
a un amico, poiché sono tutte d'una certa estensione, e gli 
amici non sono poi i nostri copisti. Quello che l' Ansehni 
profittasse studiando il Petrarca eccolo qui nelle sua can- 
zone: brutta e orribile cosa, che giustifica il giudizio di 
Dante sull'inettitudine dei parmigiani dei suoi tempi alla 
poesia (1). 

Sapienti et Egregio Artium et Medicinae Doctori 
DOMINO Magistro Guielmo DE Yerona honorariu maiori etc. 

Circumspecto, prudente et caro amico, 
Poy che a l'extremo nodo gionto sei 
Che dì lungo uso è come naturale, 
Che, come sia et quale 
Sapray se ascolti alquanto i detti mei. 
Et se a colui chi 1' ordenò ab antiquo 
Del novo et vario intrico 
Principio fosse stato lungo experto, 
Io non credo per certo 
Che si ligati avesse i sucessori, 
Avisati gli errori 

E r invidie, gli affari et le discordie 
De che son sta primordie 
Gli ordenamenti che anno posto in fundo 
Ugni vertute al mondo; 

(1) De vulg, eloquentia, I, 15: e Hanc [gamilìtatem quae propria 
Lombardorum est] ex commistione advenarum Longobardorum terrìgenis 
credimus remansisse; et haec est causa, quare Ferrariensium, Mutinensium, 
Tel Regianorum nullum invenimus poetasse. Nam propriae gamilitati as- 
suefacU, nullo modo possuot ad vulgarem aulicum, sine quadam acerbi- 
tate Tenìre; quod multo magis de Parmensibus est putandum. » 



112 T. CASINI 

Per che V aom vive sempre cod dispeto, 
Com pensier, cod angosìa et eoo sospetto. 
Già più d' io giorno io giorno s' acreseva 
L'umana gente et era più robusta. 
Che niun segue et da ciascun gradita. 
dolce, santa vita ! 
Contenta di radice et di locusta : 
Né Ypocras la sete lor spingeva, 
Ma el fonte che sorgeva 
Le riscaldate membra risorava; 
Non era ancor la biava, 
Né le frute di terra propie fate, 
Et le case in alto trate 
Ma sol di rami et vagi fior conteste; 
Né di seta lor veste. 
Se non come donava la natura; 
Non era ancora cura 
Al greco navigare il mar di Coleo, 
Né a r afDricano in terra meter solco. 
Ma era l' uomo innocente et sincero, 
Né si curava ragunar tbesoro 
Né far monition de alcuna cossa, 
Che avaritia rabiosa 
Ancora non tenea la mente loro; 
Contenti a quel che a vita fo mestiero 
Fin che '1 duro pensiero 
Di passer di figlioli la brigata. 
Da poi che dolce et amata 
S' ebbi la dona , incominziò adunare 
Più eh' al bisogna , il pare 
Temendo eh' al figlio manchasse il verno : 
SI che, se io ben discerno, 
Principio fu la donna di avaricia 
E possa di altericia; 
Che chi sé vide figli più potere 
' Superbo più de i altri volse bavere. 



TRE NUOVI RIMATORI DEL TRECENTO 113 

Da poi che comiD^iò figli per suoy 
Tener che pria V umaDa cantate 
YeDCDdo Tom, nutriva cum sé estesso, 
El se dispuose adesso 
Fundar di pietra e far case murate 
E seminar la terra et zionger boy 
E conseguente poi 

Domesticar la bestia e tuor la lana: 
C!ossi r industria humana 
Cominciò di vestirse et di godere. 
Né li bastò di bavere 
Quanto a la sola vita fo bastanza, 
Che ancor ebbi speranza 
Gol suo vicin far cambio et haver meglio; 
E fece suo conseglio. 
Spregiar la morte e navigare il mare, 
Sperando più di haver e meglio stare. 

Adonque V uom la donna appropiosse^ 
Et fo sua molgie et esso suo marito, 
E sol per dire: questo fligio è mio. 
dur pensier e rio 
Per noi heredi che Taven seguito: 
Contenti noi se mai stato non fosse 
EI dolce amor che M mosse, 
Che in si continui affani n'à conduti, 
Tanto che stolti e dotti 
Per forca en sotoposti al dur pensiero 
Che figli di mogliere 

Vuol per cui Tossa e '1 mondo e dio robare. 
Perché s' el desperare 
Che le sue herede al mondo sien gradite, 
Convien chel se marito; 
E come è maritato ecco convene 
Ch' el pona di ben far zascuna spene. 

E poy la bella donna fa sospetto 
Chiunque guaiti et su per Y usso passi, 

I, Parte li 8 



114 T. CASINI 

Tanto che teme che li sia robata 

ver che Damorata, 

Che più gli aggrava, aie di quel che vasai; 

Né po' nel cor soffrir tanto dispeto, 

Unde che V intelletto 

Suo quasi perde et com pazo diventa 

A tal che non si attenta 

Da cassa dipartirse notte e giorno: 

Et cossi quel mosomo 

Finisse la suo' vita con vergogna, 

E s' el dorme el se sopa 

Combatter con colui che gli la tolte, 

Si come pensar suole. 

Et s' egli è sozza , qual mazor dolore 

Cha sempre haver ne gli ochi che V acuore ? 

E spesso per la cassa va orgolgiosa 
E ména tanta furia, o chel conviene 
Tacerte e lei per forca esser signore, 
se tu gride ancore 
Et ella più, et se le day pene 
Piange e sé chiama trista e dolorosa, 
E chi te la die sposa 
Bestemia, e tuo' secreti manifesta 
E sempre com tempesta 
Vivi con seco, e non ài solcho a dritto. 
Talor dice: «oc' bay ditto? 
Io t' ò veduto, io el so ben, con la tale ; 
Che dio le faci malel 
Trista che l'èl 
Ma questa è la caxone 
Per che tu m' abandone », 
E dicete che sei di puochi fatti: 
Con queste sempre angosia e dolor datti. 

E se gli aven che tn falir la trova 
Convien che taci e che l' angosia porti 
In pace, se non che sei vergognato ; 



TRE NUOVI RIMATORI DEL TRECENTO 115 

In per ciò che 1 peccato 
^ E la iusticia non volgian che morte 
Con le tuo' man le donni et non li ay prova, 
Per che '1 giudice mova 
Punir la peccatrice del delito: 
linde el convien che afflitto 
A tuo mal grado sempre inanzi agli ochi 
El tuo dolor ti fiochi 
E nanci tempo al fine tuo pervegna. 
Or adunque t' ingegna 
Che se tu tolgli donna molto bella 
Non ti contri di quella 
Gh' io t' ò narato, et s* el te avegna cossa 
A seno e sen^a furia fa cum possa. 

Al mio fratel va baldamente e narra, 
Canzon, la tuo' ragion pur com tu voy ; 
£ confortai stu poy 
Per dolce amor di roolgie né di figli 
Vertù non lassi et a' vicii s' apilglì. 

Parmae, 1400, PER TUUM Georgium 
DE Anselmis de Parha. 

Frater, hanc praesentem cantilenam, secundum quod fan- 
tasiae occurrit, tibi descripsi te audiens uxoratum ; quam vide, 
lege : ubi si quam indicibilem dicacìtatem, deducenti indulge 
fantasiae, et corrige. Unum precor quid responde. Et scias 
dilectum patrem nostrum Magistrum Francischinum nupsisse 
uni ex nobilibus dominabus de Villa Lantea papiensi. Aliud 
ex doctoribus et sociis non audivi, ut de patre nostro Pe- 
trino; tantum magistrum Danielem de Santa Sophia,dum itu- 
rus essem Placentiam eum visurus, Paduam adiisse, et pa- 
trem suum et nostrum dominum Magistrum Marsilium Papiae 
esse. Si quid erit tibi animo respondere, per hunc mercato- 
rem praesentis latorem et per quem tibi etiam scribit Magi- 
sier Petrus, affinem nostrum, rescribe. Et si quid Petrarcae, 
quod scias me non habere, fortasse habeas, eius rogo non 



118 E. TEZA 

schera? Avvertiva il Faccioiati nelle Epistolae latinae{ì) 
che Marzello Palingenio è anagramma di Piero Angelo 
Manzolli (2): piccolo fondamento secondo il Tirabo- 
schi (3), ma die diventerà più grave a chi ripensi come 

(1) Patt 1765. A GioT. Fabrìcio scrìTeva oel maggio del 1725: 
Marcellus PaUngenius fenariensis est ex vico qui vulgo dkitur La 
SteliatOy unde Stellaium se ipse appellai (p. CLV); e nell'ottobre (p. 
CLXID) questa parole che vanno riportate per intiero: Caelum terram' 
que mùciu, tandemgue detexi quod in quadam veluti nocle latebai, 
Petrus Angelus Mansollus ferrariensis appellavit se ex mare ejus aetaiis 
Marcellum Palingenium; nomenque hoc non temere adsdvit sed ana- 
grommate formavit; quod facile agnosces si utrumque italids litteris 
describes et comparabis: Pier Angelo Manzolli, Marcello Palingenio, 
Manzolhrum gens, origine muHnensiSj ferrariensem vicum adhuc in- 
colit. Cum anno 1549 de Fratricellorum setta quaesitum Ferrariae es- 
setj ipse quoque Palingenius aecusatus est et damnatus. Itaque ejus 
ossa, tumulo eductOy igni tradita sunt Della prima lettera tocca Adriano 
Bauxet, nei suoi Jugemens des savans [cioè nella parte 1.* del tom. 
IV a pag. 135, chi abbia la edizione curata dal De la Monnoye, Am- 
sterdam 1725]; e il Baillet rimanda a un luogo di 6. G. Scaligero 
che vedremo, a Giuseppe Scaligero {Scaligerana^ p. 118) al Borri- 
cmus (Dissert, tertia de Poet, latin., pag. 102) e al Golletet {Art, 
poétique : disc, de la poesie moraUj nomb. 26 , pag. 94, 95 ). Il 
Baillet nulla sa dell' anagramma e solo crede che il P. sia ap- 
punto della Stellata: il La Monnoye aggiunge che, per i versi troppo 
liberi contro papi e frati, le sue ossa furono dissepolte e bruciate e che 
on en rapporte une autre raison mais fabulettse (p. 617 etc del Journal 
des Savans, 1703). 

(2) Nelle note al Bayle (p. 344) è riportata la opinione del Fac- 
aOLATi e detto che, neir anagramma, va mutato Z en C, ce qu il aurait 
dù remarquer. 

Per accomodare ogni cosa supponiamo che il P. si volesse chiamare 
e scrìvere Marzello: e aggiungeremo la Onale che manca a Pier. La 
trasmutazione delie lettere fatta in italiano e non in latino dimo- 
strerebbe, che, anche fuori dalla poesia, il Manzolli era detto Pa- 
lingenio. 

(3) n quale conosceva le lettere del Faccioiati solo per la citazione 
dei Gerdesio nello Spec, Ital. reform, pag. 317. — (Vedi Si, lett, iU, 
1812, Voi. VII, p. IV, pag. 1442). 



LO ZODIACVS TITAE 



PIER ANGELO MA5Z0LLir. 



Pietro Bayle, fwirwda 1 WMtro téù e le woÈit 
paure, si menfìgfiafa die, ìb tanto HHMro di dogi frtli 
dagli italiani ai loro scrìltori, mio bob ce me fc«e po' 
ridire le lodi £ od falorofo poeta; o cbe b ab fMBa 
di incredok) aresse ìd qaeA dtan gran parte. Parlala 
del PalingeDios (1) e ddki Zùéiaam tàae; da <|ni tnl' 
teremo eoo breri parole. 

Il poema osci ala kiee come open di Jfar^aellB» 
Palingenms SidkUm e Facroitieo al pnndpìo rida, let- 
tera per lettera, le stesse parole. Ma è fiso mo o ma- 



O Ora che ho le keoe ho» fi mài mM ed pnl 
so questo poeneoo unae m€kt i frai JL MjkamsjkZZfAL fmtPt a 
passi e non se ae aceorfcre; é prafria aer^ifia! Aula b iaoMm /X« «a 
/MifiRa fiUmfe» dd 5Ù0 étmtmik&Ét éuf/k iUàimù ael foiùikn Fiitmft 
dette iCMole ildiasf, Boan 18Si», aaa riiaee» «faerte pache papaene, 
ma leggo ed ìmparoL Tonerà i caala aacàe afi aferL Ve{{0 ìasaalo dbe 
sulla TÌU del poeu fii e fece aiS ricerche i pr^ b. Hsa; fl ^aifte. 
primo degli ilaiaai, sta tnémtmk ì f<ni dei mo fotsama. 

(1) Alla foce P&iófémiwi, Qkit 4é bkiimmnirf b 
eoo note, di Parigi (Desoer, 1920). Or. lai XI, pu ^U. 



190 E. TBZA 

Parv^ strano che, dedicando i suoi versi ad Er- 
cole II, il ManzoUi si nascondesse sotto nome finto: 
strano che Palingenio e non altro lo chiamasse il Gi- 
raldi. Ma si paò credere che il greco fosse l'abito di 
ogni giorno, come nel Metastasio ; e all' nomo dotto non 
disdicesse nsame, qnasi fosse soverchia la famigliarità, 
verso un alto mecenate: lo storico poi dei poeti sentiva 
tanto ribrezzo a rammentare qneli'nomo, che non è da 
meravigliare se dice e vola; egli che, se il Manzolli non 
avesse messo innanzi allo Zodiaco il nome del principe, 
non avrebbe osato tramandarlo alla memoria dei posteri. 

Ercole II fu lodato per la pietà sua, e per la se- 
verità contro gli spiriti mnovatori della Renata : le per^ 
verse opinioni di Calvino lo spaventavano : non cessò da- 
gli sfratti, dalle prigionie e dalle morti finché la corte 
sua a Ferrara non ne fu sinceramente curata: né n- 
spettd la real condizione della stm medesima sposa (1), 
facesse o dì lei scrivesse (2): edifica nuove chiese, 
istituzioni sacre avviva e sorregge, spalanca ai gesuiti le 
porte (3). 

Che la dedica fosse sgradita al duca non dice il 
Giraldi che anche altrove, come vedemmo, gii ricorda lo 
Zodiaco: il duca amava versi e poeti: e non è da sup- 
porre che il Brasavola, come fa coraggio al Manzolli, non 

Operoy Lugd. Bat 1696, voi. H, p. 569). Nella sua dedica ad Ercole 
n lo stesso Giraldi : olii sunt qui versus et poemata pangunt .... 
varia et prodigiosa: qwdis certo Anthropograpkia vel Zodiaeus iUorum 
qui omnem vitam suis poematihus compkcti voluerutU. (op. cìt, voi. I). 

(1) Vedi in Giannandr. Barotti, Mem, istor. dei UtU ferraresi, Fer- 
rara, 1777, pag. 162. 

(2) La lettera del 27 Marzo 1554 al Re di Francia è da. leggere 
presso il Cantù (Gli eretici d* Italia, Torino 1866, li, 92). 

(3) Muratori {AnUch, estensi, II, 387): introdusse m Ferrara i 
PP, Cappuccini e la compagnia di Gesù. 



LO ZODIACVS FIT4E DI P. A. MANZOLLI 121 



pesse giudicare e* l' arte dell' amico , e la sua filosofia, 
'''l'animo del principe. Che se davvero lo Stellato fa- 
' ichra le novità nascenti (1) allora nelle dispute teologi- 
' le (che della disciplina non parlo), perchè non rìco- 
^mxA sotto le ali .di una donna che, in gael tempo nel 
Anto uscivano i versi, accoglieva, festante protettrice, 
^'«iDfamù Calvino? Accostarsi alla corte e sfuggirla, sa- 
itèbe paura che 1' invocarla più vivamente colorisse, 
^|U8i commento, quei luoghi che dovevano essere meno 
;Vvertiti dal marito? da lui, cattolico forse in sulle prime 
"Éano focoso, ma certo non infedele alla sua chiesa ? si 
Hrà che nel PaUngemo e' è l'eco? e che tutti e due, la 
ionna potente e il poeta umile, sono rinati alla vita nuova 
dd cristianesimo risorto? sono, come si direbbe bram- 
ittanicamente, due dvigia? 

L' aver dato le ceneri al fuoco dimostra che si vo- 
leva punito il Manzoni, del quale non sappiamo né le 
firtù, né la colpa : che tanto pio furore si ridestasse solo 
p^hè egli aveva messo alla luce del mondo lo Zodiaco, 
non é detto; benché più tardi quel volume fosse dalla 
duesa riprovato (2). 

Ogni scuola, o di religione o di arte, ha principi, 
insegnamenti, maestri: predica e crede e ama una sola 
Tenta: quando può, chiude ai contrari le bocca: quando 
può, dal cibo che le pare avvelenato allontana i suoi cari. 
Sulla opportunità e sul frutto di quei precetti, di quelle 
proibizioni, di quelle mìnaccie, hanno solo a giudicare, 
per ogni scuola, i fedeli veri : gli altri guardano, seguono 
altra strada, e rispettano. 



(1) Cryptoprotestant lo chiama il Burckhardt ( Cult der Renaiss,, 
1869, pag. 206). 

(2) Fu proibito nel Catabgue des livres reprouvex dato fuori a Lo- 
moio nel 1558 (Gfr. Reusch, Der Index, I, 253). 



122 E. TSZA 

Ma, prima di tatto, è libro di eretico questo Zo- 
diacus vitael Pareva a' riformati che un'arma, affilata in 
Italia, tagliasse assai pili: ai segnaci delle tradizioni pa- 
reva che lo scherzo contro a' ministri schiudesse la via 
al disprezzo delle dottrine. I giudici liberi, se ce ne sono, 
debbono cercare, nelle storie civili e in quelle delle let- 
tere del nostro cinquecento, se la canzonatura, anche ir- 
riverente, sia delitto più grande dell'ipocrisia: se la 
bontà dei pochi basti a disarmare la mano forte di one- 
sti censori: se chi getta velo sopra velo non soffoca. 
Né la qualità, né la quantità della mia teologia ( e ognuno 
ha la sua, anche se professi e creda di seguitare V altrui) 
mi permettono di sentenziare; bensì dirò come il Tira- 
boschi, ed egli per le belle virtù che egli aveva e per 
la necessità di decidere con brevità, e quindi con perì- 
colo, su molti uommi e molte scritture, s' era usato alla 
temperanza, con temperanza conchiude che non ci vede 
eresia (1). 

Non e' è nel Manzolli il novelliere libertino , ma un 
Giovenale cristiano, e stato riverente alla scuola dì antichi. 
Onde il ridipìngere le dottrine dei filosofi con ardore ed 
amore che può parere soverchio: senza che Tartiflcio 
della poesia dà spesso risalto anche alle ombre. Alza il 
flagello col sorriso sul labbro, e non veggo stilla dì. quel 
veleno che spremono spesso gli apostati. De' dommi non 
tocca, per modo che non sì può accorgere di reità la 
gente, meno curiosa, dei laici. 

(1) Libro m, e. ly, a. XLIII. Egli ha fiere invettive contro i mo- 
naci, contro il clero, e contro gli stessi romani pontefici. Ciò fece cre- 
dere che il P. fosse imbevuto delle eresie dei novatori., . . ma, benché 
le accennate invettive troppo male convengano a uno scrittore cattolico 
e pio, a me non sembra che il P. si dichiari seguace di alcuna eresia, 
anzi egli nella prefazione del suo poema protesta di soggettare ogni 
cosa al giudizio della chiesa cattolica. 



LO WDIACVS FITAE DI P. A. MANZOLLI 123 

E l'arte? Opinione del Tiraboschi è che sia poema 

moUo lodevole né j)er l' invenzione, di cui non v' ha 

éea, né per V eleganza, che non é molta. Una certa na- 
' flltale facilità é il maggior pregio che vi si scorga (1). 
Secondo C. Cantù: in versi men belli de^ concetti flagella 
^iltt corruttela clericale (2). 

^'. Dei vecchi mi basterà recare il giudizio di un crì- 
^ Ileo brioso e nella poetica del quale avrebbero ad at- 
'^iHigere anche gli scrittori dei nostri tempi: Palingenii 
^ poema totum satyra est; sed sobria, non insana, non 
' fipeda: ejus dictio pura: versus ac stilus in imo genere 
^'ékendi, quare si noluit melius, ne a nobis quidem id 

^ tmtandum est Illud quod ad castigationes poeticas 

~ adduci potest, observemus: multa milia versuum auferri 
posse ex hisce libris; nam si quid semel arripuit ad di- 
eendum omnes illius rei vidnias, omnes excutit affini- 
teUes; neque prius quiescit aut abstinet quam exhauserit 
omnia vel minima quaeque; ut omittam etiam quae gram- 
maUcus iure obiicere, quae syllabarum observator merito 
possit (3). 



(1) L e Forse seguendo il TiRABOScm che egli cita , e non ()i 
suo, giudica lo Zodiaco M. Young ( The li fé and times of A, Paleario. 
London 1860, D, 85): a poem more curious ihan elegant. (Sul nome 
del Manzoni, Tedi U, 612, ove dà una lista di altri pseudonimi). 

(2) Stor, d. lett. italiana. Firenze 1865, p. 152. Astiosissimo al 
clero lo dice altrove (p. 292): e negli Eretici (II, 88) nota come non 
risparmia i frati i preti né i pontefici, eppure nella prefazione si sot- 
tomette ai giudizi della chiesa. Sottomette a lei il fiero suo biasimo 

* delle viziate istituzioni. — Nel riordinare gli appunti, accade all'illustre 
scrittore di tagliare in due il nostro poeta dove dice {Eretici, D 88): 

Botire faceva il Manzolli: endecasUlabi catulliani il Flaminio: 

Marcello Palingenio Stellato, cioè Pietro Angelo Manzioli della Stellata, 

lo ZODIACUS VITAE. 

(3) I. G. ScAUGERi Poetices libri septem. S. 1. mdlxxxi , pp. 792 
e 795. La seconda edizione: la prima, già postuma, è del 1561. 



124 B. TBZA 

Tutta satira non si direbbe davvero; ma una rac- 
colta dei precetti educativi dati, con animo liberp, da mi 
galantuomo al quale non garbano le imposture. Di co- 
desto stile che, serbando la voce latina, le rimuta l'ani- 
ma, accostandola, piegandola agii usi di una nuova ci- 
viltà, non poteva il Manzolli avere esempi; se non fosse 
la prosa di Petronio, purgata dai sudiciumi e dal colo- 
rito plebeo. Perchè semplice, ha l'aria di ciarliero; ma 
si vede, in quel fare spigliato, come il poeta saprebbe 
raccogliere nei giardini antichi altri fiori, e disseminarli. 
Facesse un altro passo e il Palingenio diventerebbe Fo- 
lengo : ma il passo non e' è. Chi studiasse da vicino lo 
Zodiaco, raffrontandolo coi maestri e con gli imitatori 
italiani nel cinquecento, non perderebbe il suo tempo: 
ripeserebbe quella parola di volo gettata dallo Scaligero 
sulle violate leggi della grammatica e della misura. S' avreb- 
be a disputare se codesta di un uomo nuovo è libertà 
decente , se il giudizio 1' approvi , se ne resti soddi- 
sfatto r amore e il rispetto dell' arte ; ma se lo stile latino 
non è più quello di una volta, non possiamo fame stima 
con la severità di una critica che egli arditamente ha voluto 
sfidare. Probabile è poi che all' orecchio dello Scaligero 
non sonassero da goderne quei versi che pongono, senza 
necessità, nel quinto piede lo spondeo. 

La fama del Manzolli, spenta presto in Italia, si 
diffuse oltre le Alpi e ne sono prova le edizioni e le 
ripetute fatiche dei volgarizzatori. A Venezia, dove i preti 
si rispettavano e non si temevano, usci lo Zodiaco la 
prima volta presso Bernardino Vitale, senza data, forse 
del 1531 (1) : poi seguono gli stranieri e il libro è ri- 
stampato. La migliore è, cóme dicono, quella del 1722: 

(1) Il GoEDEKE (GrundrisB, I, 426) e il Gr aesse. Nelle note al 
Bayle (p. 346) si dice che é forse del 1536. 



LO ZODiAfCVS FITAE DI P. A. MANZOLM 125 

elegante anche la edizioncina del 1628: delle altre non 
posso parlare (1). 

Si cita un commento di Cristoforo Wirsung e una 
imitazione del Barth (2): poi, tra i francesi, alcuni luo- 
ghi, tradotti in versi da Sce?ola de Sainte-Marthe fino 
dal 1569 (3) , e tutto il libro con libertà rimato] dal Ri- 
vière nel 1619 (4), e interamente tradotto in prosa, ot- 
tima per il Goujet, pessima per altri critici (5), dal La 
Monnerie : tra gli inglesi e' è il Googe, e più operosi fu- 
rono i tedeschi. 

Barnaba Googe (v. 1540-1594) s'invogliò giova- 
netto dello Zodiaco: i primi tre libri pubblicò nel 1560 
che aveva appena vent'anni, e dal primo al sesto nel 
1561, poi tutto il libro nel 1565 (6). Altre poesie egli 
trasportò di latino in inglese e, fra quelle non sviscerate 
della vita romana, The popish kingdome, or reigne of 
Antichrist di Tommaso Kirchmeyer (7). 

(1) Per ora: per questo debbo rimandare, contro voglia, e al Bayle 
coi suoi annotatori, e al Tesoro del Graesse, e al Grundriss del Gobdeke; 
questi Qita 21 edizione ma che non sono tutte di certo: basta ad accre- 
scerne il numero anche il Bayle. Pare che tutte abbiano Y Index rerum 
oc verborum: forse via via corretto: certo più ricco e più esatto é nella 
stampa del 1722, se la paragoniamo a quella del 1628. L'ultima edi- 
zione é di Lipsia, data nel 1832 da G. G. Weisse. 

(2) BARTmi. Zodiactu viiae ehristianae: satyrican pleraque omnia 
sapientiae mysieria singulari suavitate enarrans. Francofurti 1623. 

(3) Premières oeuvres. Paris 1569; ma vedi il Bayle che cita il 
libro sulla fede di altri. 

(4) Le Zodiacque poétique , ou la PkUotophie de la vie hwnaine 
( 1619 ). 

(5) Come avvertono gli annotatori del Bayle. L'opera uscì nel 1731 
fu ristampata nel 1733. 

(6) MoRLEY*s, First sketch of engl, literatvre. London, 1883, pag. 
408. Di volo lo rammenta anche il Saintsbdry (History of Elizabethan 
Uterature. 1887, p. 21). 

(7) Della versione del Googe conosco una sola strofetta perché la 
veggo riferita dal Guest {History of english rkythm, London 1882, 
p. 42): 



LO ZODUCVS riTAE DI P. A. MANZOLLI 127 

Und die Waldgòtter, ohne zwang, 
Holdselig treìben ihr Gesang (1). 

Lo SpreDg, con io zelo di ud traduttore rispettoso e 
lamòrato , direi quasi con gii scrupoli dei notaio, serba 
. primi versi i' anagramma dei Palingenio , crescendosi 
itilmente fatica, e va innanzi coi giambi, agili agiii, 
alla fine. 

Fanno a un nostro poeta questo onore (2) gli stranieri 
non tenteremo di mutargli la veste e di ripresentario 
;be noi? Bisogna restargli fedeli perchè se ne veggano 
qualità : né spesso né a lungo il Manzolli ha nelle mani 
flmsta, ma é bene veder come l' agita , e come la 
liocca cosi che pizzicchi (3). Ben altro si disse anche da 
dei liberi ed onesti! 



/ 



(1) Serbata interamente la grafia della stampa; meno nelle virgole, 
latino dice: 

Traxìsti longam portu mea cymba quìetem: 
Jam tempus dare vela notis, et solvere funem: 
Gessit hiems, canaeque nlves de montibus altis 
DistiUani, viret omne solum, lapsasque reponìt 
Silva comas, renovat dulces Philomela querelas: 
Floribus omatae etc. 

(Jì) Anche de' tempi nostri. Con circa 11000 esametri tradusse il 
Eletto il sig. HuG (Marcell Palingen*s Thierkreis de» Lebens. 

dem lai, melriseh ubers, vm D. Marc Aurelius Bug. Freising 
^« Lo ScHiSLiNG (1785) aveva scelto gli esametri: i giambi invece 
^mo nel Pracht (1804). 

(3) Un solo esempio, di mite predicatore. Nel Rosarium di fra Ber- 
lino de' Busti (Venet. U98, part. I', p. 167: sermo XXVI), si 
o i versi di Enrico sopra Roma {Ipsa caput mundi venalis curia 
K« Prostrai et infirmat cetera membra caput..,. Venditur ipseDeus; 
«^li versi (ib. ID, v. 199 seg.) si leggono nel Leyser alla pag. 484 ): 
conchiude: Sic fortasse ista erant temporibus illis, nunc autem 
'^4iti qui hodie sunt forte ab his defectibus sunt immunes : quod uti- 
^ 9it verum ! Non sfuggirà il forte né V utinam. 



LO ZODIACVS yjTAE DI P. A. MANZOLU 127 

Und die Waldgdtter, ohoe zwaog, 
Holdselìg treJbeo ihr GesaDg (1). 

Lo SpreDg, con lo zelo di od traduttore rispettoso e 
noMMrato , direi quasi con gli scrupoli del notaio, serba 

primi versi V anagramma dei Palingenio , crescendosi 
tornente fatica, e va innanzi coi giambi, agili agili, 
> alla fine. 

Fanno a un nostro poeta questo onore (2) gli stranieri 
lon tenteremo di mutargli la veste e di ripresentarlo 
ihe noi? Bisogna restargli fedeli perchè se ne veggano 
qualità : né spesso né a lungo il Manzolli ha nelle mani 
frusta, ma è bene veder come l'agita, e come la 
ìiocca cosi che pizzicchi (3). Ben altro si disse anche da 
dei liberi ed onesti! 



^(1) Serbata interamente la grafia della stampa; meno nelle virgole. 
àtino dice: 

Traxisti longam portu mea cymba quietem: 
Jam tempus dare Tela notis, et solvere funem: 
Cessit hiems, canaeque nives de mcmtibus altis 
DistiUani, viret omne solum, lapsasque reponìt 
Silva comas, r«aovat dulces Philomela querelas: 
Floribns omatae etc. 

(2) Anche de' tempi nostri. Con circa 11000 esametri tradusse il 
snetto il sig. Bug (Margell Palingen's Thierkreis des Lebens. 
■ dem lat, meIrUeh uber$, von D. Marc Aurelius Bug. Freising 
WZ. Lo ScHiSLiNG (1785) aveva scelto gli esametri: i giambi invece 
riamo nel Pracht (1804). 

(3) Un solo esempio, di mite predicatore. Nel Rosarium di fra Ber- 
lino DE* Busti (Venel. 1498, part !•, p. 167: sermo XXVI), si 
tuo i versi di Enrico sopra Boma (Ipsa caput mundi venalis curia 
oae Proitrai et infirmat cetera membra caput..,. Venditur ipse Deus; 
[Oidi versi (ib. m, v. 199 seg.) si leggono nel Leyser alla pag. 484 ): 
si conchiude: Sic fortasse ista erant temporibtu illis, nunc autem 
oekU qui hodie surU forte ab his defectibus sunt immunes : quod uti- 
E«i 9it verum ! Non sfuggirà il fwte né V utinam. 



LO ZODIACVS riTAE DI P. A. MANZOLLI 127 

Und die Waldgòtter, ohne zwaog, 
' Holdselig treìbeo ihr Gesang (1). 

r 

* 

I Lo Spreng, con lo zelo di un traduttore rispettoso e 
iiaiiiòrato , direi quasi con gli scrupoli del notaio, serba 
i primi versi T anagramma del Palingenio , crescendosi 
itiimente fatica, e va innanzi coi giambi, agili agili, 
IO alla fine. 

Fanno a un nostro poeta questo onore (2) gli stranieri 
iMm tenteremo di mutargli la veste e di ripresentarlo 
die noi? Bisogna restargli fedeli perchè se ne veggano 
qualità : né spesso né a lungo il Manzolli ha nelle mani 
firosta, ma è bene veder come l'agita, e come la 
biocca cosi che pizzicchi (3). Ben altro si disse anche da 
oici liberi ed onesti! 



^(1) Serbata interamente la grafia della stampa; meno nelle virgole. 
latino dice: 

Traxisti longam portu mea cymba quietem: 
Jam tempus dare vela notis, et solvere funem: 
Gessit hìems, canaeque nlves de montibus altis 
DistiUani, viret omne solum, lapsasque reponìt 
Silva comas, renovat dulces Philomela querelasi 
Floribus omatae etc. 

(2) Anche de' tempi nostri. Con circa 11000 esametri tradusse il 
«metto il sig. HuG (Marcell Palingen's Thierkreis des Lebens, 
M dem lai. metmch ilbers, von D. Marc Aurelius Hug. Freising 
)73. Lo ScHiSLiNG (1785) aveva scelto gli esametri: i giambi invece 
)viamo nel Pracht (1804). 

(3) Un solo esempio, di mite predicatore. Nel Rosarium di fra Ber- 
lrdino de' Busti (Venet. 1498, part T, p. 167: sermo XXVI), si 
Jmo i versi di Enrico sopra Roma (Ipsa caput mundi venalis curia 
ipae Prastrat et infirmat cetera membra caput.,,. Venditur ipse Deus; 
quali versi (ib. m, v. 199 seg.) si leggono nel Leyser alla pag. 484 ): 
si conchiude: Sic fortasse ista erant temporibus illis, nunc autem 
*aelati qui hodie sunt forte ab his defectibus sunt immunes : quod uli- 
sm sit verum! Non sfuggirà il forte né Vutinam, 



LO ZODIACUS riTAE DI P. A. MANZOLLI 127 

Und die Waldgòtter, ohne zwaog, 

' ' Holdselìg treiben ihr Gesang (1). 

it 

..r Lo Spreng, con lo zelo di un traduttore rispettoso e 

s amòrato , direi quasi con gli scrupoli del notaio, serba 

primi versi T anagramma del Palingenìo , crescendosi 

^iilmente fatica, e va innanzi coi giambi, agili agili, 

..'0 alla fine. 

Fanno a un nostro poeta questo onore (2) gli stranieri 

«non tenteremo di mutargli la veste e di rìpresentarlo 

r^sbe noi? Bisogna restargli fedeli perchè se ne veggano 

5 qualità : né spesso né a lungo il Manzolli ha nelle mani 

frusta, ma è bene veder come V agita , e come la 

biocca così che pizzicchi (3). Ben altro si disse anche da 

nici liberi ed onesti! 



^(1) Serbata interamente la grafia della stampa; meno nelle virgole. 
Ialino dice: 

Traxisti longam portu mea cymba quietem: 
Jam tempus dare vela notis, et solvere funem: 
Gessit hiems, canaeque nives de montibus altis 
DistiUant, vìret omne solum, lapsasque reponit 
Silva comas, renovat dulces Philomela querelasi 
Floribus omatae etc. 

(2) Anche de' tempi nostri. Con circa 11000 esametri tradusse il 
emetto il sig. Hug (Marcell Paungen's Thierkreis des Lebens, 
iM dem lat, metrisch iibers. von D. Marc àureuus Hug. Freising 
;7^ Lo ScHiSLiNG (1785) aveva scelto gli esametri: i giambi invece 
»TÌamo nel Pracht (1804). 

(3) Un solo esempio, di mite predicatore. Nel Roscarium di fra Ber- 
BDiNO DE* Busti (Venet. 1498, part. I', p. 167: sermo XXVI), si 
ano i versi di Enrico sopra Roma {Ipsa caput mundi venalis curia 
ipae Prostrai et infirmat cetera membra caput..,. Venditur ipse Deus; 
quali versi (ìb. 10, v. 199 seg.) si leggono nel Leyser alla pag. 484 ): 

si conchiude: Sic fortasse ista erant temporibus illis, nunc autem 
raelati qui hodie sunt forte ab his defectibus sunt immunes : quod uti- 
am sii verum ! Non sfuggirà il forte né V utinam. 



Ei . 



LO ZODIACUS riTAE DI P. A. MANZOLLI 127 

Und die Waldgòtter, ohne zwaog, 
' Holdselìg treìbeD ìhr Gesang (1). 

Lo Spreng, con lo zelo di un traduttore rispettoso e 
amòrato , direi quasi con gli scrupoli del notaio, serba 

primi versi V anagramma del Palingenìo , crescendosi 
tibnente fatica, e va innanzi coi giambi, agili agili, 
D alla fine. 

Fanno a un nostro poeta questo onore (2) gli stranieri 
K>D tenteremo di mutargli la veste e di rìpresentarlo 
^6 noi? Bisogna restargli fedeli perchè se ne veggano 
qualità : né spesso né a lungo il Manzolli ha nelle mani 
busta, ma é bene veder come V agita , e come la 
liocca cosi che pizzicchi (3). Ben altro si disse anche da 
ici liberi ed onesti! 



(1) Serbata interamente la grafia della stampa; meno nelle virgole, 
atino dice: 

Traxisti longam portu mea cymba quietem: 
Jam tempus dare vela notis, et solvere funem: 
Gessit hiems, canaeque nives de montìbus altis 
Distillant, viret omne solum, lapsasque reponit 
Silva comas, renovat dulces Philomela querelasi 
Florìbus omatae etc. 

(2) Anche de' tempi nostri. Con circa 11000 esametri tradusse il 
^€tto il sig. HuG (Marcell Paungen's Thierkreis des Lebens, 

^m lai, melmeh ubers, von D. Marc àureuus Hug. Freising 
^. Lo ScHiSLiNG (1785) aveva scelto gli esametri: i giambi invece 
^mo nel Pracht (1804). 

^3) Un solo esempio, di mite predicatore. Nel Rosarium di fra Ber- 
lino DE* Busti (Venet. U98, part. I', p. 167: sermo XXVI), si 
o i versi di Enrico sopra Roma {Ipsa caput mundi venalis curia 
K« Prostrai et infirmat celerà membra caput,,,. Venditur ipse Deus; 
^li versi (ib. 10, v. 199 seg.) si leggono nel Leyser alla pag. 484 ): 

conchiude: Sic fortasse ista erant temporibus illis, nunc autem 
'dati qui hodie sunt forte ab his defeciibus sunt immunes: quod uti- 
^ sit verum! Non sfuggirà il forte né Vutinam. 



126 E. TEZi 

Fra i tedeschi, primo traduttore è un notaio che 
non isdegna i versi, Giovanni Spreng (1) angostano (1524- 
1601); il GUrtel des Lebens nsci nel 1564 (Francoforte), 
poi nel 1590 (Angusta), e nel 1599 a Laugingen; ed io 
ho questa edizione. 

Darò per saggio il principio del secondo libro e cosi 
arriveremo anche alla strofetta del Googe: 

Fahr weiter hin, mein ScbiflUp fort 
An dem Gesta tt ist nicbt dein ort: 
Grerhuet hastu laog genag, 
Da werdeo wir oicht weiss uod klug. 
Den Segei spann ich auff mit heyl 
Uod lòss jetzt ab dess Schiffes SeyL 
Dar Schoee felt vod den Bergen gar 
Die Blumeo auff den Awen zwar • 
Wachsen herfur: die Nachtigall 
Fùbrt ibr gesaog mit lautem schall, 
Thùt ino den Ohren lieblich klingen: 
Die Wassergottin hocb au&pringen, 



With fiowers fresh their heads bedeckt, 

The fairies dance in fielde. 
And wanton songs in mossye dennes^ 

The Drids and Satyrs yielde, 

(ZoDiAKE OF Life. Taurvs). 

Cioè lib n, V. 6: 

Florìbus ornatae crines pes prata Napaeae 
Deducunt choreas, Dryades, Satyrìque petulci 
Carmina muscosis iterant lasciva sub antris. 

Nello stesso metro il Googe scrìsse le graziose sue egloghe, e Cupido 
conquered (B. Googe, Eglogs, Epytaphes and Sonettes: edii. by E. 
Arper. London 1871). 

(1) GOEDEKE, Grundriss, I, 126. 



LO ZODIACUS yiTAE DI P. A. MANZOLLI 127 

Und die Waldgotter, ohne zwang, 
Holdselìg treìbeD ihr Gesang (1). 

Lo Spreng, con lo zelo di un traduttore rispettoso e 
innamorato , direi quasi con gli scrupoli del notaio, serba 
nei primi versi l' anagramma del Palingenio , crescendosi 
inutilmente fatica, e va innanzi coi giambi, agili agili, 
fino alla fine. 

Fanno a un nostro poeta questo onore (2) gli stranieri 
e non tenteremo di mutargli la veste e di rìpresentarlo 
anche noi? Bisogna restargli fedeli perchè se ne veggano 
le qualità : né spesso nò a lungo il Manzolli ha nelle mani 
la frusta, ma è bene veder come T agita , e come la 
schiocca cosi che pizzicchi (3). Ben altro si disse anche da 
amici liberi ed onesti! 



(1) Serbata interamente la grafia della stampa; meno nelle virgole. 
11 latino dice: 

Traxisti longam portu mea cymba quìetem: 
Jam tempus dare vela notìs, et solvere funem: 
Gessit hiems, canaeque nives de montìbos altis 
DistìUant, viret omne solum, lapsasque reponit 
Silva comas, renovat dulces Phìlomela querelas: 
Florìbus omatae etc. 

(2) Anche de' tempi nostri. Con circa iiOOO esametri tradusse il 
poemetto il sig. Huo (Marcell Palingen's Thierkrtis des Lebens, 
Au$ dem lai, mttriseh iibers, von D. BIarc àurelius Bug. Freising 
1873. Lo ScHiSLiNG (1785) aveva scelto gli esametri: i giambi invece 
troviamo nel Pracht (1804). 

(3) Un solo esempio, di mite predicatore. Nel Rosarium di fra Ber- 
nardino de' Busti (Venet. U98, part. I', p. 167: sermo XXVI), si 
citano i versi di Enrico sopra Roma {Ipso caput mundi venalis curia 
papae Prostrai et infirmai ceiera membra caput.,,, Venditur ipse Deus; 
i quali versi (ib. 10, v. 199 seg.) si leggono nel Leyser alla pag. 484 ): 
e si concbiude: Sic foriasse ista crani temporibus illis, nunc autem 
pradaU qui hodie suni forte ab Ms defectibus suni immunes: quod uti- 
noM sii verum ! Non sfuggirà il forte né V uUnam. 



128 B. T8ZA 



DELLO ZODIACO DELLA VITA 

DAL LIBRO DBaMO, DETTO IL CAPRICORNO 



« Salve, proda Atlantiade. Di Stige 
dalla valle si rapido ritorni? 
E che si fó, mi dici, di Plutone 
nelle stanze? » 

« Laggiù tutti s'acciuffano, 
e non e' è che tumulto. » 

« Ma perchè? » 

« Te Io dirò, bench* abbia di tornarmene 
ai celesti gran fretta. Là dei turchi, 
e poi di cristiani, e poi di ebrei, 
la folla è tanta, che non e* è un cantucpio 
vuoto: pieno il vestibolo: per gli atrii 
tutto pieno, e in palazzo, e pieni i templi 
e le piazze e le case ed i mercati, 
e le mura; ed insomma tutta quanta 
la città, e le colline e le campagne 
e le valli: si urtano, si premono 
a calci a morsi a pugni e fan battaglia 
orrenda: tu sai bene che quell'ombre 
non trattan ferro e rimorir non possono. 
Ci son passato a stento, dell' inferno 
per toccare le soglie, lungo i densi 
serrati battaglioni: ^ viva forza 
m' apro la strada e v' entro, sparpagliando 
le forti schiere ed agito la verga, 
e giù botte da orbi. Finalmente 
arrivo al gabinetto di Sua N^ra 
Maestà, e me lo veggo mesto mesto 
gettar lunghi sospiri. A lui, — del padre 
poi che dissi il comando , l' Anticristo 
sciogliesse dalla gabbia, per la terra 



LO ZODIMCUS FlTdE DI P. A. MANZOLLI 129 

roandaDdolo , cosi che ì suoi bugiardi 
miracoli egli faccia, predicando 
esser venuto alfin V ultimo giorno, 
e il finimondo: e gli uomini e le pecore 
confonda e fin gli dei ( però che V ordine 
dei destini lo vuol, saldo, immutabile,) — 
che sei, Plutone, tanto melanconico? 
faccio io. — <c « Non ti pare, e' mi risponde, 
indegna cosa e ingiusta che a voi tocchi 
il cielo lungo e largo tutto quanto, 
a voi cosi pochini, che degli uomini 
a quando a quando ve ne vengon tre 
poco pib? ed a me, questo stambugio 
di reggia , stretto stretto , a me cui scendono 
ad ogni ora, in gran frotta, i turchi tutti, 
tutti i giudei, non tutti (confessiamolo) 
i cristiani, ma la maggior parte? 
Qui pare la cuccagna I perchè dunque 
cacciarli tutti assieme a casa mia? 
il mio bravo fratello, che dell'etere 
è padrone, non può dunque tenerseli? 
almeno i preti? almeno frati e monaci? 
Non è vergogna clie questi, che cantano 
in chiesa così bene, che affaticano 
nei campanili le campane, e bruciano 
tanto incenso, e nel cuore si commovono 
per tante Maddalene, e gli altri assolvono, 
(e i lor peccati non li sanno assolvere), 
e fanno da becchini, ed abbelliscono 
coi quadri, con le statue, coi sarcofaghi 
le chiese degli dei, questo mandarmeli 
non è dunque vergogna, a ca'del diavolo? 
e il castigarli duramente, in numero 
tale che tante mosche non si veggono 
la estate nelle Puglie? — Né a* pontefici 
egli ha rispetto: ed anzi di gravissimi 
supplizi, più che gli altri, me li tribola, 

A. I, Parte IL 9 



130 E. TEZA — LO ZODIACVS FITAE DI P. A. HANZOUJ 

piombati i poverelli giù nelP ultimo 
fondo d* inferno I Or tu dunque, o Cilletfio, 
quando ritorni al lume delle stelle 
puoi dire al mio fratello che sod pronto 
a far quello che vuole; ma ci badino, 
anche a questo mio regno, e non mi tengano 
in cosi poco conto. di quest' anime 
me ne cava qualcuna, o si spalanchino 
pure gli usci d'inferno, e finischiamola I » » 
« FaroUo, dissi, e me ne venni: ed eccomi. » 



Pisa, ottobre 1888. 



E. Teza 



LE SCRITTURE IN VOLGARE 



DEI PRIMI TRB SEGOLI DELLA LINGUA 



RICERCATE NEI CODICI 



DELU BIBLIOTECA NAZIONALE DI NAPOLI 



(Continuazione da Pag. 237, V. S., Voi. XX, Parte II). 



XIII. AA. 15. 

Codice cartaceo del sec. XV, alto cent. 28 V» e largo 
SM, di carte 107, scritte a due colonne in corsivo con 
' le robriche rosse. É mancante d' una carta in principio 
e d' un' altra in fine ; mancano pure due carte che do- 
vrebbero portare i numeri 103 e 104 dell' antica nume- 
razione. Di più aUe carte 37-39, 47-58 e 73-75 fu ta- 
gliato il margine inferiore. 

Contiene una versione del libro De claris muUeribus 
del Boccaccio, che mi sono assicurato essere quella di 
frate Antonio da S. Lupidio o S. Elpidio : < volgariz- 
zamento , che (come Y Hortis avverte) non si può dire 
bedito perchè Vincenzo Bagli lo pubblicò come cosa 
sua » (1) nella riduzione fiorentina di esso dovuta a Nic- 
colò Sassetti. 

Il codice comincia: 

(1) A. HoRTis, Studj sulle opere latine del Boccaccio, Trieste, Dase, 
1879, p. 94, in nota. Più codd. di questa versione, segnatamente fioren- 
tini e romani, indica T Hortis a pp. 931-32 dell' op. cit. Gfr. pp. 603-4. 



132 ^ A. MIOLÀ 

« siderando la grandissima uertu de le donne passate 

con laudabele inuidia lo egregio animo tuo conuerterai ad me- 
glio. Et auengha che alcuna uolta troui le cose ueciose mesco- 
late con le uertidiose lascia di legire quelle » 

A car. 1 V.: 

« Prologho del libro. Gapitulo ij. » 

« Scrissono già per Ilo passato molti antiqui sauy socto 
breuita libri de huomeni illustri. Al tempo nostro con più largho 
uolume et sollicito stilo ne scrisse el nobeli et Egregio missere 
Francesco petracca preceptore nostro, et d^niamente. Pero che 
quelli i quali puosono lo studio richeza et sangue et 1 animo 
per auanzarse con opera et facti chiari et excelienti secondo il 
besongnio senza dubbio meritano che lloro noirii siano da loro 
posteriori reducti in perpetua memoria. Ma neramente io amiro 
molto come le donne anno abuta si poche possanza et fauore 
apresso si nobeli hnomini che per loro non sia consequita 
alcuna gracia de memoria ...... » 

A car. 107 v. il capitolo intitolato: 
« Vltimo proemio » 

rimane interrotto alle parole: 

« pero che spesso non solamente la ignorancia delle 

necessarie cose il sapere inganna, ma ed » 

XIII. AA. 16. 

Codice cartaceo del secolo XVII, alto cent. 25, e 
largo 19, di carte 271. Contiene i Diurnali detti del Duca 
di Monteleone, intorno ai quali veggasi quanto fu detto 
innanzi, a proposito di un altro codice che li contiene , 
segnato X. C. 11. 

Questo che ora incontriamo appartiene, secondo il 
Capasso (V. al luogo citato), alla redazione che più s' av- 
vicina all'originale smarrito. 



SCRITTURE VOLGARI NEI CODD. NAPOLETANI 133 

A car. 1 r. è il frontespizio: 

« Libro antico trovato in casa del Duca di Monteleone nel 
quale sono annotate le cose successe da V anno 1262 sino al- 
l' anno 1457. » 

A piò di pagina si legge: 

« Ex libris &S. Petri PoUidori Frentani: » 

A car. 2 r. comincia: 

« Papa Vrbano quarto fu francese, concesse a re Carlo 
primo frate che fo de Re loise Re de francia lo Reame de hie- 
rusalem et di Sicilia, et questo papa in suo tempo fece la cru- 
ciata centra saraceni, doue foro tutti signori de xpistianitate » 

Finisce a car. 271 r.: 

€ Anno domini 1457 v« indìctionis, ultimo xbris e 

primo et secundo Januarij in questa nostra patria et prouintia 
de terra de bari tanto ha neuicato, et abondata la neue, che è 
alzata più de dieci palmi: multi bestiami, jomenti et beine, 
ouine et porcine morti ; arbori di oline cariche de oline et senza 
oline, et piò altra generatione de arbori da lo grosso se ne sono 
andate in terra. 

È durata la detta neue ad dissoluerse più de uno mese 
et mezo, che mai certamente in queste nostre parti non fo ne 
ricordase mai tanta quantità, et tanto tempo ad squagliarse. » 

« Laus Deo Onmipotenti » 

XIII. AA. 18. 

Codice membranaceo del sec. XV, alto cent. 23 e 
largo 15, di carte 81. É scritto in carattere tondo con le 
rubriche in rosso: le iniziali maggiori sono dipinte in 
rosso su fondo d' oro, e intrecciate con fogliame verde ; 
le minori sono dorate su fondo rosso e verde, tutte di 



134 A. ìaoLk 

stupenda fattura. A carte 65 fu recisa l' iniziale con parte 
della scrittura. La prima pagina (car. 1 r.), alquanto sciu- 
pata, ha una fascia tutto intomo ai margini, e in essa su 
fregi a oro son fiori dipinti e quattro tondi, ciascuno per 
ogni lato, cinti da un serto di foglie verdi. In quelli a 
destra e in quel di sopra, ciò che vi era fu canceUato: 
nel tondo a sinistra è una testa dipinta d' azzurro, che 
si scorge appena ; e nell' altro eh' è al basso vedesi uno 
scudo con r arme di casa Riario , cioè d' azzurro con 
una rosa d'oro la metà superiore, e d'oro l'altra metà. 
(V. Delfi, Cronologia delle famiglie nobili di Bologna, 
a pag. 650). L' iniziale è d' oro su fondo violaceo, intrec- 
ciata con fregi bianchi. 

Questo codice conserva, sebbene non intatta, l'antica 
sua legatura in pelle scura con impressioni a oro. 

À car. 1 r., in rubrìca: 

« Ad inclytum et illustrem Gomitem Jheronimum Viceco- 
miten De Riario Imolae ae Forliuij Dominum et sanctae Roma- 
nae Ecclesiae Armorum generale Gapitaaeum. In figurationem 
ipsius inclyti Gomitis per Gabrielem de poetis Nobilem Bono- 
oiensem proemium incipit « 

Comincia: 

« In grande et ambigua agitatione, illustre signor Conte, e stata 
non pochi di la mente mia a deliberare la exequutione de uno 
mio gran desiderio e vehemente incilatione a farmi noto a V. S. 
per mezzo de una operetta bora da me composta e appresso 
le presente littere alligata » 

Continua per un paio di pagine a diffondersi nelle 
lodi del personaggio a cui è indirizzato il libro, e a sca- 
gionarsi insieme dell' accusa di adulazione : indi, parlando 
dell'opera sua, prosegue: 



SCBITTUKE VOLGARI NEI CODD. NAPOI^TANI 135 

« ...... La impresa mia, Signore, e stata de dipingere pro- 

'*'priamente la nostra intrinseca persona e conditione non altra- 
B ' Vieste che sogliono li pictori depingere e contrafare onero exem- 
s fiare la extrinseca statura ed effigie di alcun homo o di altro 
; éorpo animato o inanimato quale dLsponan contrafare. 

Questa representatione de sette pretiosi colori a Vostra 
. Sgnoria peculiari e figurata. 

!.. Vno e el nostro stato e subditi essere r^i molto più sa- 
/'Ubremente da uno solo signore che da regimento ouero dominio 
* .popuhre. 
^ L altro e che noi siati Signore e non homo priuato: la 

quale e conditione senza comparatone da preferire. 
' £3 terzo e noi essere eDecto per signore e non hauer lo 

stato per generatione, onde mazore la nostra uirtute e migliore 
d nostro governo e reputato. 

L altro e da un principe esser facta tale nostra ellectione 
zoe dal summo nostro pontifice e Signore e non da populi o 
da collegio alcuno come e per nere raxone più da laudare. 

El quinto e Vostra Excelentia essere a dio e a la natura 

oUigatissima per hauer gratia da quilli de mentale qualità molto 

'prestante e clara a pochi homini concessa per la perspicua acuita 

dd nostro ingegno a ogni altra egregia mentale uirtu ante- 

El sexto e che siati dato a la militia in molto degna con- 
ditione: la quale e arte sopra ogni altra exerdtatione humana 
gloriosa. 

El septimo et ultimo colore da stabilire e perficere questa 
mia flguratione e la fermeza e diuturna permanentia de lo stato 
e dominio di V. S 

Sopra 'ciascun de essi colori una arduissima questione o 
ii^ro disputatione e fabricata: le quali cum alcune altre inseme 
dal Ser.'»^' Imperatore dey christiani pareno proposte in uno 
Senato di prestantissimi hominL E poi ciascuna da doi Senatori 
per ordine di una in una disputate e per sententia di sua Sere- 
nità poi difflnite » 

In fine della dedicatoria a car. 4 v.: 



136 A. MIOLA 

« Datum BonoDìe die xxv februarii Mccoaxxxiiit^^ » 

Segue : 

« Serenissimi Ghrìstianorum imperatoris prohemium prò 
creatione noui Senatos ad maxima Reipublicae christianae ne- 
golia perageoda. 

« Noi habiamo, iUustrì Signori, magnifici, prestanti e nobili 
homini, facto adunare el presente concilio per le urgentissime 
rasione le quale non potremo senza gran merore et intima 
mentale amaritudine explicare » 

A car. 6 r.: 

« Primus color. » 

« Quodnam imperium omni respectu sit merito praeferen- 
dum Senatu ne et populo, an solo R^e seu principe gubema- 
tum. Per Gabrielem poetam nobilem Bononiensem incipit dispu- 
tatio. » 

« Imperator. » ^ 

« Molte uolte fra noi stesso pensando grande agitatione 
habiamo hauuta ne la mente quale governo o quale dominio 
sia migliore e da preponere » 

I nonii degl' interlocutori in ciascuD dialogo, oltre 
l'imperatore, sono: nel 1.^ Anselmtis, Tadeus — Nel 2.* 
Lvisius, Federicus — Nel 3.** Rugerius, Zordanus — Nel 
4.** Zordanm, AureUus — Nel 5.** Andreas, Alexander — 
Nel e."* Ambrosius, Laurentius — Nel 7." Felix, Gabriel. 

II settimo dialogo finisce a car. 74 v. con le parole: 

« Vero e che tutte le contingente humane assai sonno 

in podestà dey fati o uero dey celi o uogliamo de la fortuna. 
Ma per quanto cum uere rasone possiamo conìecturare la sua 
sententia se de credere sortire cum li effecti exequtione. » 

« Recognitìo Finis operis constituti. » 

Segue: 



SCBITTURE VOLGARI NEI CODD. NAPOLETANI 137 

€ Perfecta horamai la figuratioDe per mi delfterata a ope- 
rare più in essa faro fine. La seguente questione di materia 
rarissima in tutto I uniuerso e in molte etate, spero non essere 

senza piacere a chi di quella non recusara hauere cognitione. » 

•■ 

A car. 75 r.: 

€ Quinam salubrior rei publice status: an qui magno ci- 
uium senatu vicissim per breuia tempora nouis senatoribus in- 
staurato: an qui senatu exiguo utpote uiginti senatoribus gu- 
bemetur, quorum nisi morte finiat magistratus. Per Gabrielem 
Poetam nobflem Bononiensem incipit disputatio. » 

« Imperator. » 

« Venuta ze e bora ne la mente la speculatione de uno 
notabfle dubio nel quale consiste maxima publica importantia » 

Insieme con l' imperatore interloquisce solamente 
Benrìcns. 
Finisce : 

« E non li mancha arbitrio signorile, ne public! gran 

meriti, ne essere come Signore dey desiderii soi bene exaudito 
e day collegi soi conscripti nel Senato senza anxia occupatione, 
dtra quanto per essere amato per la propria loro salute e con- 
seruato. » 

« Compilatum hoc penitus Opusculum die prima mensis 
Januarii Mcccc**Lxxx**iiij^ » 

Il Fantuzzi (Notizie degli Scrittori Bolognesi, Voi. VII, 
pag. 60) cita di Gabriele^ Poeti bolognese figlio di Bat- 
tista, e Gonfaloniere di Giustizia nel 1459, una traduzione 
dal Filelfo , dedicata a Ginevra Bentivogli ed esistente 
in un codice in pergamena appartenuto all'Abbate Bellini 
di Ferrara. Della presenta scrittura non ho trovato cenno. 

XIIL AA. 31. 

Codice parte membranaceo e parte cartaceo del 
sec. XV, alto cent. 13 Vg e largo 10 V«» di carte 63. 



138 A. MIOLA 

Talane carte sono rescritte: le prime e le ultime son 
róse dal tarlo. La scrìttm^a è gotica. 

A cart. 1 y. è scritto da mano pia moderna: 

« De utilitate Missae. » 

« De examioatione suae conscentiae, et de diligentia Gon- 
fessariorum S.** Antonini de Florentia. 

« 

A car. 2 r.: 

« Gregorius de utilitate misse. » 

Comincia : 

« Mentre che Ila mexa si / dice li peccati tanto de li uiui 
quanto delli morti sono diminuite, perche tanto uale la celebra- 
tione della meica quanto la morte de xpisto in croce » 

Seguono fino a car. 3 v. varii passi in volgare di 
Agostino e Bernardo intorno alla messai 
A car. 7 r.: 



« Ista est tabula de Antoninia > 

Comincia : 

« Del primo comandamento. 
Non adorare altro che uno idio. 
Se in lui tnioua falsa oppinione seguitando questo seria 
resia » 

A car. 9 r. finisce l'indice. 
A car. 9 v.: 

« Nota come il padre e ubrigato di tucti gli peccati de 
figliuoli commessi » 

A cart. 10 r.: ^ 



SCRITTURE VOLGARI NEI CODD. NAPOLETANI 139 

« Del primo comaDdamento » 

Comincia : 

« E prima se ìd lui tnioua falsa oppinione della fede , » 

Finisce a car. 63 r. con le parole, del cap. 4.° della 
3.* parte: 

« Auendo iusta necessita e lecito di riceuere ad usura 

da quello eh e apparechiato a prestare. » 

Mancano gli ultimi capitoli. 

XIII. AA. 32. 

Codice cartaceo della fine del secolo XV, alto cent. 
13, e largo 10, di carte 134. Contiene varie scrittore 
latine, e innanzi ad esse una in volgare, a coi manca il 
principio. Eccone le prime parole: 

« suo d altra opera sie spesso descipleuare el corpo 

ogne di » 

Finisce a car. 6 r. a questo modo: 

« : Et impernio lo signore yesu xpisto uedendo lo tuo 

desiderio ad fatigare, ingegnerà cum la sua mano diricta et 
daracte tanta potencia che tucte queste cose reputaray niente 
de fatica. Et serai illuminato da lui de malore perfeccìone. Et 
pregote che quando te uenisse fallito o per negligencia o per 
qualche altra cosa o occasione non te contristare per questo, ma 
tosto te humilia et ritoma a la oratione et di cusi : Signore, tu 
say che lo cadere et lo mal fare si e da la mia parte , (io e 
da la mia infirmitate et lo ben fare si e da la tua bontate. 

Et impernio te prego che me toglie lo mio mal fare et 
implimi de lo tuo bene. Et forcate de tenere sereno et claro lo 
animo tuo quanto più poy. Amen. » 

« Explicit regula operatiua ulte spirìtualis: deo gratias. 
Amen. » 



140 A. MIOLA 

XIII. AA. 39. 

Codice cartaceo del secolo XVI , alto cent. 20 e largo 
13, dì carte 102. Contiene la cronaca napoletana detta 
di Partenope, o di Giovanni Villano Napoletano. 

A car. Ir.: 

« Ghroniche della Inclita Gtta de Napoli emendatissime, 
con li Bagni de Puzzuolo et Ischa. » 

A car. 2 r.. 

« Incomenza una nobilissima et nera anticha Cronica com- 
posta per lo generosissimo messer Giouanne uillano, racolta da 
molti antichi Qual e delecteuole et de gran piacere per sapere 
1 antichità dello regno di Sicilia citra et ultra el Faro, in la 
quale se tracta de mutamenti de molti stati, et incomenza dal- 
1 edificatione de Guma. » 

Il primo capitolo comincia : 

« In nel tempo che Solon Philosopho d Athene et Dracon 
de Lacedemonia faeton de leggi deUi Greci, 1 uno in Athene 
et 1 altro in lacedemone, composero le legge, accioche tutta 
Grecia posse sottomettere alla legge, li Popoli et li GentO uomini 
et li Signori della isola de Euboija, della prouincia di Calcidia, 
indegnandosi d essere constritti de tale legi determinomo uolerse 
partire da loro patria » 

A car. 95 v. : 

« Fine delle Croniche et Bagne di Napoli Puzzuolo et 
Ischia. » 

A car. 96 r.: 

« Tavola delli Capitoli delle Croniche de Napoli e delti 
capitoli delli Bagni de Puzzuolo et Ischia diligentemente exa- 
rata. » 



SCRITTURE VOLGARI DEI CODD. NAPOLETANI 141 

Il testo di questo manoscritto corrisponde con Te- 
dizione del 1526, che e la seconda: la prima è del se- 
colo XY, e si nell'una che nell' altra il testo genuino 
della cronaca, che il Capasso (v. Archivio Storico Napole- 
tano, Yol. I, pag. 592) attribuisce a tre diversi redattori, 
venne rifatto ed alterato. 

Xm. B. 37. 

Miscellanea di varie scritture, fra cui è un fascicolo 
in carta azzurrognola, del secolo XVIII, alto cent. 21 e 
largo 16 V2 > di carte 86. 

In una carta sovrapposta si legge: 

€ L' Opera de Majestate, composta da Messer Juniano 
Majo Cavaliere Napolitano 1492, disposta in XX Capitoli. In 
fine vi è descrizione delle XXV miniature ia oro e oltremarino 
contenenti le gesta di Ferdinando I d'Aragona. 

L' originale in pei^amena fu venduto da' Padri di S. Paolo 
a M.^ Miot, e passato in Francia. » 

Questa nota è di Gian Vincenzo Meola, dal quale fu 
fatta la presente copia, còme mi accerta il confronto coi 
suoi autografi. 

Il Tafuri nelle Giunte e Correzioni al II e III tomo 
della sua Istoria degli Scrittori nati nel Regno di Napoli 
(Nap. 1744-70, Tom. Ili, par. IV, pag. 352) scrive: 

€ Nella libraria de' PP. Teatini di S. Paolo di Napoli si 
conserva un libro ms. in carta pecorina adornata di squisite 
miniature nella mainine, composto dal nostro Giuniano, intitolato: 
La Opera de Majestate composta da Messere luniano Majo 
Cavaliere Napoletano. » 

Anche il Colangelo nella Vita di Giacomo Sannazaro 
(Nap. 2.* ediz. 1819, pag. 13) parla di un codice in per- 
gamena del 1492, che era presso i Teatini di S. Paolo, 



142 A. MIOLA 

e conteneva il libro De Majestate del Hajo. Aggiunge che 
quel codice passò nella biblioteca del Marchese Taccone , 
dopo la cui morte non sa che ne sia ayrennto. 

Ma nel 1845, quando fa scrìtto e pubblicato il libro 
dal titolo: Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze 
(Nap., tip. G. Nobile, voi. 2 in 4.*), il codice era tuttora 
presso i Taccone, come ivi si legge (Voi. II, pag. 329), 
e vi è rimasto fino a qualche anno fa : ora è nella Biblio- 
teca Nazionale di Parìgi, dove porta il num.® di serie 1711 
de' codd. italiani (V. G. Mazzatinti, La Biblioteca Ara- 
gonese di Napoli. Relazione a S. E. il Ministro delFI. 
P. — BuU. Uffic. deU' Istruz., Voi. XIII , 1887 , Misceli., 
pag. 273). 

Coloro che hanno scritto di Giuniano Majo, a comin- 
ciare da' suoi contemporanei, Fontano, Sannazaro, d'Ales- 
sandro etc. , e a venire fino agli ultimi bibliografi e sto- 
rici della nostra letteratura , tranne il Tafori e il Colangelo, 
già citati, e il Minieri Riccio, che nelle sue Biografie degli 
Accademici Pontaniani identifica anch' egli il codice dei 
Teatini con quello del Taccone, non fanno parola del libro 
de Majestate, bensì dell' altro : De priscorum proprietate 
verborum, stampato in Napoli nel 1475 e nel 1490. 

Tornando al nostro manoscritto, sulla prima pagina 
di esso si legge: 

« La Opera de Maiestate composta da luniano Maio Cava- 
liere NeapolitaQO. > 

Indi il Meola avverte: 

« Questo titolo è stato aggiunto nel Ms. , benché sopra una 
delle due carte di risguardo » 

A car. 2 r. cosi comincia il Majo, rivolgendo il suo 
discorso al re Ferdinando I d'Aragona, del quale tutto 
il libro non è altro che l' apologia : 



SCEITTURE VOLGAKI NEI CODD NAPOLETANI 143 

« Bella et honorata cosa e , sapientissimo Signore, sapere 
le cose de la huaiana vita per arte et per scientia: la quale 
con grande studio, con frequente legere et le cose lecte confe- 
rendo retinere se acquista. Qerto infinito affanno e, et quasi 
desperata impresa dove chi più se affatiga manco sapere se 
adoma. Più et più certa cosa e la experientia che per conti- 
nuata practica se affina: la quale per lo continuo uso per li 
▼arii casi et per li non pensati intervenimenti fa 1 homo pru- 
dente nel consigliare et ne lo operare cauto et avisato » 

A car. 10 r. finisce il proemio, e segue nell' altra 
facda il primo capitolo, che comincia: 

« Diremo aduncha quanti et quali sono li offitii et le hono- 
rate parte di questa Magnanima Maiesta ; se ricerca may farese 
indietro, ne may voltare le spalle al nimico ; ma con animo in- 
victo ed da ogne timore nudo stare intrepido » 

In fine del capitolo è un « Exemplo de la Fortitu- 
dine > che si riferisce a un fatto di re Ferdinando; e 
cosi gli altri esempii, uno per ciascun capitolo, sono tutti 
tratti dalla vita di quel sovrano. I titoli degli altri capitoli 
soD questi: 

« De non propulsare la iniuria. » 

« De la benignità de la Maiestate. » 

« De la francheza de core. » 

« De la constantia de la Maiestate — De non inflarese. » 

« De la fortitudine centra la fortuna. » 

« De la constantia — Non insuperbire. » 

<ic De la Uberalita de la Maiestate. » 

« De non pregare altrui. » 

« De la gratitudine de la Maiestate. » 

« Di essere amatore de la ventate. » 

< De de^regiare le cose vile. » 

« De fugire li assentatorì. » 

« De non montare in ira » 



144 A. MIOLA 

« De la modestia. » 

€ De la modestia de li gesti. » 

€ De la Pietà de li Ri > 

« De lo peso che porta la Haiestate. » 

« De la Magniflcentia. » 

A questo capitolo e eh' è U 19.^ » manca la fine, e 
all' altro, che segae, il principio. 

Il Meola lo nota nell'avvertenza, che trascrìverò pia giù. 

Dove resta interrotto il testo, a car. 76 v., dopo 
r < Exemplo de la prima Magnificentia > segae : 

« Secunda Magnificentia » 
€ La Secunda Magnificentia se può dire de la caccia, de 
la quale volendo numerare lo numero et la bellecza de can di 
diverse nature et da strani paesi recercati, si li falconi et altri 
uccelli de rapina da varie regioni del mundo portati, si li bo- 
schi cincti, le tappie facte, li novi modi trovati de cacciare, le 
fracte, le tele parate; si lo frequente uso in persequitare fere, 
la infaticabile practica volesse dire, certo furrìa non manco 
incredìbile che mh^bile digno exercitio de generoso cavalero et 
de Re magnanimo et excelso: dove del corpo non manco per 
lo exercitio se mantiene Io prospero et vivace vigore, et ad 
omne momento de la fortuna a le arme prompto et parato; che 
per dilecto se nutrisce tuo generoso animo et se mantiene: de 
la quale caccia havendo in altra opera de la sua inventione et 
de li inventori et de la utilitate che ne segue, et del piacere 
grande diffusamente dicto et tractato, referendome ad quello, 
taccio in questo. » 

Di questo libro del Majo sulla Caccia non si ha no- 
tizia. Il Tafuri, nel volume citato, dice che per varie e 
molte ricerche fatte, non era giunto a sapere dove e da 
chi si conservasse. 

Dopo il passo riferito nota il Meola: 

« Sembra che qui si desideri nella copia qualche quinterno 
perduto innanzi di ligare il libro ; perchè manca il dettato della 



SCRITTURE VOLGARI NEI CODD. NAPOLETANI 145 

.terza, quarta e quinta Magnificenza, secondo la pronsessa. Si 
aggiunge che quel che seguita non ha testa né principio, né 
intitolazione; mancando altresì le miniature solite che dovean 

. IM'ecedere il nuovo capitolo, sicuramente ventesimo con cui finisce 
f opera. Ma meglio esaminata la paginazione mancano in mezzo 
del quinterno (sempre di quattro fogli e otto carte) appunto 
due carte, che non appare di essere strappate; ma cadute e 
disperse innanzi di rilegare il libro. » 

1d fine del libro, a car. 82 v.: 

« Questo e lo primo dono ad tua Maiestate de la Maiestate 
da me facto socto lo tuo felice auspitio et exemplo : de la quale 
nova inventione non haveria saputo ne dire, ne excogitare cosa 
akuna, si prima non havesse quella vista et contemplata vivente 
de anima immortale, signorile et magna, vigorosa et alta con 
quelle recerca viitute. Prenderai piacere con dileto de la tua 
{HDCtata ymagine, come de una figura da naturale tracta de 
mano de mediocre pinctore, più tosto namorato di quella, che 
docto de pinctare quella, perche la belleza supera omne arte. 

Tu adunche. Altissimo Signore, non considerarai lo artificio 
de lo artefice, lo quale e nullo, non la eloquentia la quale e 
muta ; ma de tua figura la presentia, et de lo tuo excelso ani- 
mo la magnitudine et la moderatione, lo alto consiglio et la 
sapientia contemplarai : le quali augustale et heroiche parte me 
haveno monstrata la via de la nova opera tentare come ad de- 
voto amante di quella, perche tu sei lo mio auctore, et yo lo 
sequitàtore: tu sei lo mio vivo exemplare et yo lo scultore de 
tale simulacro: tu me hai apresentata si magna figura et yo 
con la mano ad quella transferire lo audace stflo: tu le virtute 
et yo di quelle lo preconio: tua adunche sia de la opera la 
laude et de li gesti la etema fama, et mia sia la cercata mer- 
cede, la quale me invite a li altri gloriosi toi gesti cantare, non 
manco digni de imitatione per ìi clan exempli che de gloria 
per la summa bontate et singularitate de nobili facU. » 

e Finisce la opera de Maiestate composta da missere 
luniano Maio Cavalero Neapolitano. 1492. » 

Voi. I, Parte IL iO 



146 A. MIOLA 

Da car. 84 r. a 86 r. è la descrizione delle mimatore 
esistenti nel codice, donde fa tratta la presente copia. 
La prima miniatura è indicata a qaesto modo: 

€ Mioiatura prima. Battaglia o scaramuccia di soldati a 
cavallo per andare a una montagna, e quindi a un colle sopn 
cui le sommità di edìficj si accennano. » 

Ciascuna miniatura corrisponde ad un esempio : Y ul- 
tima è indicata: 

« Miniatura 25. Il Re a cavallo con gran seguito, con 
cani, che va alla caccia di cignali al bosco. > 

Il Meola aggiunge in fine che il manoscritto aveva 
nella prima pagina fregi marginali, in mezzo ai quali lo 
stemma d'Aragona al basso, e al lato destro un meda- 
glione con una testa di Cesare. 

Quel codice, com' è notato nelle Cedole di Tesoreria 
dell'Archivio dì Stato di NapoU , (Voi. 148, An. 1492 , 
car. 676-679, e Voi. 149, An. 1493, car. 597: v. Mi- 
meri Riccio, Cenno storico dell' Accademia Alfonsina, Nap. 
1875, pag. 4, 6, 17, 25 e Barone: Le Cedole di Teso- 
reria etc. dal 1460 al 1504, pag. 165 e 169. Estr. 
dall' ilrcA. Stor. Nap., An. IX-X) fu scritto e miniato a 
spese del Re, che nel 1492 fa pagare a Giovan Marco 
de Russis (1) dieci ducati e 36 grana per avere scritto otto 
quaderni e due carte de la hopera de uno Ubro intitulato de 
magestate composto per M. luUano de Mayo de lictera anti- 
qua fina; e nel 1493 al miniatore Nardo Rapicano 4 tari 
per uno principio istoriato che ha facto in uno Ubro che 
ha composto messer luUano de Magio de laadi de soa 

(1) Cosi scrive il Minieri Riccio: il Barone scrìve Giovan Matteo. 
Ho consultato l'originale, dove la prima volta (car. 677) si legge: Joan 
mathio, e altre due volte (car. 678 e 679) Joan marco, e Joan marcho. 
Il M. R. sbaglia il num.** del voi. donde trae la citazione, e il computo 
dei quaderni, e del prezzo del codice. 



SCRITTURE VOLGARI NEI CODD. NAPOLETANI 147 

M. in vulgare, 15 dacatì per trenta istorie che ha facte 
in (Ucto libro,... e 15 grana per vinti una Uctera perù- 
Sina in dieta libro (1). 

XIIL B. 59. 

Codice cartaceo del secolo XVI, alto cent. 32 e largo 
22, di carte 163, scritte in corsivo. Le carte da 99 a 
115 sono bianche. 

A car. 1 r. è il titolo: 

« GoiDmento sopra il poema del B. Padre fra Francesco 
Giorgio dal primo canto fino al cinquantesimo primo. » 

A car. 2 r.: 

« Prefatione, o uero proemio. » 

Comincia : 

« L' uf9cio de r interpretare i sensi de diuini Poeti è per 
auentura più difficile di quel che molti auisano. Imperochè a 
la parte che è tutta del celeste furor non può giunger inter- 
prete che non fosse mosso da quella medesima intelligentia da 

la qual fu mosso colui che fece il Poema Vana adunque 

sarebbe Y impresa mia di prender ad isuelare il profondo poema 
del nobilissimo et sapientissimo Padre Francesco Georgio Mì- 
norìtano, non essend* io tocco da quel istesso poetico spirito di cui 
esso è pieno, nonch' hauend' io per fin' a qui mai letto alcuno de 
quegli auttori, ne la uirtù de quali la presente opera s'appog- 
gia, n perchè mi è paruto più conuenevole far queste interpre- 
tationi di consiglio del Auttor medesimo che di mio capo. Il 
che fa anchor eh* io non ui metta il nome mio, il quale non 
ui sia Lettori a cura di sapere. Et inuero assai ui dee bastar 
di hauere inteso quello de Y auttore il quale non solamente è 
del Poema, ma anchor de la espositione auttore » 

Appresso, fra molte altre cose, è detto: 

(1) Intorno al Majo so che prepara una monografia il eh. professore 
Diomede Lojacono. 



148 A. MIOLA 

« Tanto anchor dirò che Iddio inspirò ne V auttore 

più tosto furor per il uerso uolgare che per il latino, uolendo 
aprir a noi ne la lingua ne la qual siamo nati tutti quei secreti 
che per tanti secoli sono stati nascosi.... » 

A car. 3 v. segue : 

« Ài^omento di tutto il Poema. » 

< L* argomento di quesf opera è che il Poeta cerca di far 
chiari et illustri molti luoghi de la scrittura, che pareno più 
occolti et oscuri. E per far quest' effetto più accommodatamente, 
secondo il costume poetico, finge di pariare con diuersi padri 
de r antico testamento priori, medii e posteriori, et a loro chie- 
dere la risolutone de li dubbi, che nascono d'intorno alle cose 
che occorsero aUi tempi loro, come a persone meglio instrutte 
de le cose che essi uiddero et comprobaro. E benché egh faccia 
le richieste distinte a ciaschedun de loro de le cose de le quali 
ciaschedun al suo tempo hauea hauuto il maneggio, non si 
parte però da la unità de la materia, la qual è (come egli pro- 
testa ) di sapere le cose decantate o narrate nelli libri sacri, de 
la fabrica e' ha fatta il nerbo etemo, de la sua prouidentia ouer 
gouerno, de le sue distinte e varie famìglie, de la legge data 
con tanta sapientia, e come Y auuento di questo uerbo a 1* huo- 
mo è stato preuenuto con uarie figure et oracoli, in tanto che 
tutto il procedere del nostro Poeta è intomo a esso uerbo. 
E per più ampia intelligentia uerremo alla enumeratione delli 
particolari quisiti che egli fa a ciascheduno de essi Padri, co- 
minciando da Adam e terminando in Daniele, che è V ultimo 
delli Propheti manieri e de quegli che hanno scritto cose di 
maggior importanza; decantando queste materie recondite e su- 
blimi non con picela fatica et arte: quale se ricerca ad espri- 
mere queste cose remote dalli sensi e da Y harmonia sensitiua, 
benché riposte nella sublime harmonia delli numeri formali e 
diuinl Et bassi contentato il nostro Poeta di conchiuder quello 
che gli è occorso alle mani in cento e quattordici canti, riser- 
bando molte cose si de Propheti minori come del Vangelio e 
del resto del testamento nuovo a decantar (prestandoli Dio uita 
e fauore) quando egli uegga questa opera esser abbracciata 
dalli coltori delle buone lettre e ueri sensi della scrittura. » 



SCRirrURE VOLGARI NEI CODD. NAPOLETANI 149 

Segue l'indice dei canti fino a car. 11 v.: 
A car. 12 r. comincia cosi il canto primo: 

« Vago al saper sempre hebbi '1 mio desire, 

Poiché de me fu tolto '1 crasso uelo 

Et che la mente cominciò a fiorire. 
Et hora in terra, et hor ne T alto delo 

Cercato ho sensi, che eran già cassi 

Da quei che in terra han posto ogni suo zelo. . 
Et sazio de li frali oscuri et bassi. 

Che de li etemi a pena son uil ombra, 

Ripresi i uigor miei già stanchi et lassi: 
E gli occhi al sommo sol alzai, che sgombra 

Le tenebrose notti et dona luce. 

Onde '1 nero splendor almen si adombra. 
Con si fidata scorta et con tal duce, 

Dopo un graue languir la mente salse 

Doue 1 furor santo si produce, 
lui non fauolose cose et false. 

Né de poeti li cantati amdri. 

Né mai philosophia nana preualse. 
Ma puri spirti et eleuati cori. 

Sotto più immortai fronde che di lauro, 

Cingon le tempie di più degni honori. 
Et da più chiaro fonte hanno restauro. 

Et da più ameni colli et dolci monti 

Colgon più ricco et più nobil thesauro. 



Il commento che sta in ciascuna pagina tutto intomo 
li testo comincia: 

« Habbiamo dunque decantati e dichiarati dal nostro Poeta 
)83 luoghi del testamento uecchio oltre gli molti particolari 
loccati da lui, e non enumerati nel computo delli predetti.... » 

A car. 98 r. il canto xxvj si ferma alia terzina : 



150 A. MIOLA 



« Et con gran sacramento fur nascosti 

Sotto figura d'ordei o de misure 
Quei frutti in alti fondamenti posti 



» 



A car. 98 v., dopo le parole del commento: 

« ...... et cbi semina ne la benedictione ricoglie in benedi- 

tione più chiaramente parla a li Galati dicendo: chi semina 
in spirito dal spirito raccoglie ulta etema, » 

è incoUato un polizino sa coi è scrìtto: 

« Manca qui il cemento dalla 9 richiesta che e nel pre- 
sente xxvj canto sino alla 12 che e nel 27, doue rispondendo 
dice il p. Isaac al poeta: 

Ne pur da madre che qua giù s* inuia 

Doue si ha la interpretatione nel seguente quinterno, j^ 

Seguono 17 carte bianche, e da car. 116 r. continua 
il commento al poema, senza il testo, cominciando dal 
canto XXVII e terminando al LI. 

« 

A car. 163 v., dove il commento resta interrotto 
alle parole: 

« Ne questo è merauiglia che se un spirito » 

fa aggiunta qaesta nota: 

< La solutione de le altre 4 proposte mancha perchè non 
si troua, e cossi manca el commento del resto di questo Lj 
Canto e di tutto el Lij. » 

Di questo poema in volgare di Frate Francesco Gior- 
gio, il coi contenuto ha molte attinenze con l' opera prin- 
cipale di lui, Z)^ Hamwnia mundi toHus, tacciono i bi- 
bUografl, e i molti che hanno scritto intorno a quel fa- 
moso francescano. Il Wadding fa ricordo di taluni Car- 
mina spirituaUa italica, eo metri genere, quod vocani 



SCRITTURE VOLGARI NEI CODD. NAPOLETANI 151 

terza rima; e nelle Notizie istorico- critiche degli scrittori 
Viniziani di F. Giovanni degli Agostini (voi. II, pag. 359), 
si parla di una edizione di essi carmi {Carmina spiritualia 
Italice. Venetiis MDXVI) citata in un manoscritto che si 
conserva nel convento della Vigna, Appresso poi è detto: 
e Nella libreria del convento di S. Giobbe in Venezia si 
custodisce un vecchio catalogo de' libri della medesima, 
con cui Frate Agostino di Auesa (sic), Guardiano allora 
di quel convento, riceve in consegna la predetta libreria 
nel MDXCV, a' IX di Ottobre, da F. Uonardo di Venezia 
Guardiano scaduto, e nella fine del suddetto catalogo al 

num. 903 si legge : « Nuovamente portato el Libro 

intitolato: Elegante Poema del R. P. Francesco Georgi 
de Venetia. » 

Non v'è dubbio che il poema, di cui qui è parola, 
sia quello appunto contenuto in parte nel nostro codice. 

{Continua/ 

Alfonso Miola 



MISCELLANEA 



NOTERELLE PETRARCHESCHE 



l 



Il D'Ovidio ha di recente cosi bene riassunta e ra- 
gionata la questione di Madonna Laura, che io credo sia 
tornata a parere probabilissima ai più la [opinione del- 
l' abate De Sade, essere ella stata donna maritata, e pre- 
cisamente la Laura, figlia di Audiberto De Noves, che fu 
moglie a Ugo De Sade. Senza che il D' Ovidio le abbia 
prese direttamente di mira, sono per lui crollate le Ri- 
flessioni opposte da lord Woodhouselee agli argomenti 
dei Mémoires; né si reggono meglio saldi i dubbi che 
altri, dopo l' inglese , mise in mostra. Chi sa cosi ben 
fare da sé, non ha davvero bisogno di aiuti: né aiuti 
reco io; ma soltanto ecco qui due o tre noterelle che 
mi trovo negli appunti di alcune lezioni dette da me 
r anno scorso sull* argomento medesimo. Troppo poche 
volte accade che due riescano in discussioni critiche, senza 
saper l' uno dell' altro, alla conclusione stessa : non mi so 
invidiare il compiacimento di mostrarmi m pieno accordo 
col D' Ovidio. S' intende che egli ha detto più e meglio 
che non dissi io: perché rifarei tutta l'argomentazione? 
Non mi restano che le briciole. 

Le acute osservazioni del D'Ovidio sulla brutalità 
del Canzoniere, se fosse scritto per una fanciulla, han 



MISCELLANEA 153 

bella conferma, e aggiungerei esplicita, dalla canzone alla 
Vergine. Che l'amata dal Petrarca ebbe marito potrebbe 
infatti, ove altri modi più certi mancassero, indm*si anche 
da quei versi: 

Vei^ioe, tale è terra e posto ha in doglia 
lo mio cor ette vivendo in pianto il tenne, 
e di mille miei mali un non'sapea; 
e, per saperlo, pur quel che n' avvenne 
fora avvenuto ; cV ogni altra sua voglia 
era a me morte ed a lei fama rea. 

Che si parli qui di fanciulla sembrerà incredibile a chi- 
unque consideri bene le ultime parole: la fama rea a- 
vrebbe punito la gentildonna dimentica de' suoi doveri 
verso il marito; ma repugnerebbe la frase se detta di 
una vergine vinta e traviata dalle lusinghe del Petrarca. 
Può utilmente raffrontarsi su ciò il secondo capitolo del 
Trionfo della Morte, là dove Laura, spiegando al poeta 
le arti sue donnesche , che furono volte sempre al bene, 
gli dice, ed è parafrasi dei versi sopra citati: 

Poi se vinto te vidi dal dolore 
drizzai *n te gli occhi allor soavemente, 
salvando la tua vita e 7 nostro onore. 

Certo, anche una giovinetta perde l'onore ed ha fama 
rea se cede senza nozze all'amante; ma come avrebbe 
potuto umanamente e poeticamente il Petrarca parlare di 
lei cosi e far parlare lei cosi, se Laura fosse stata una 
giovinetta ? Oh come sarebbero cinici quell' ogni altra sua 
vogUa e quel nostro onore! 

E soltanto di donna maritata avrebbe potuto il Pe- 
trarca scrivere, nella nota necrologica del Virgilio, che ella 



154 MISCBLLANBA 

era propriis virtutibus iUustris. Né il D' Ovidio ha trala- 
sciato di notare che qael foglietto incollato sull'interno 
della gaardia del codice, foglietto di tanta importanza per 
la ricerca della Laura storica, è ormai generalmente e 
ragionevolmente riconosciuto per autentico. 

Che poi la Laura del Canzoniere fu nel mondo una 
Lauretta, mi sembra anche questo benissimo dimostrato 
dal D' Ovidio. A rincalzo, oltre i versi del Boccaccio al- 
l' amico morto: 

Or se* colà, dove spesso il desio 
ti tirò già per veder Lauretta, 

in cui nessuno potrà persuadermi che il diminutivo sia, 
come volle il Renier, per forza di rima (troppo facili le 
rime in etta, e troppo palese il diminutivo stesso nel so- 
netto quinto) ; oltre questi versi, dico, possono rammen- 
tarsi quelli di Tommaso di Messina pubblicati dal D'An- 
cona: 

Messer Francesco, si come ognun dice, 
vie più che vostro sete di Lauretta, 
la guai da voi non men gloria ricetta 
che da' suoi amanti Selvaggia o Beatrice. 

A queste voci che , vivente egli ancora , correvano 
sull' amore di messer Francesco si ricollega una curiosa 
testimonianza già tratta in luce dal Tiraboschi, ma poi, a 
quel che pare, dimenticata. Il Rosaio della vita, a lui 
noto per un codice dei Trivulzio, gli sembrò opera di 
persona che scriveva nel 1373, e ch'era probabilmente 
un domenicano. Il libretto fu pubblicato di su altro ma- 
noscritto, nel 1845, da F. L. Polidori; e n'è ora noto 
l'autore; Matteo de' Corsini. Nel capitolo LXXXII, Lu- 
xuria, sono queste singolari parole: a Ma pure 



MISCELLANEA 155 

inesser Francesco Petrarca , eh' è oggi vivo , ebbe nna 
manza spirituale, la quale ebe nome Laura ; la quale sem- 
pre nomina nei suoi sonetti e canzoni che egli fa; et ha 
avuto a dire egli, che ella è stata cagione di tutto l'onore 
che egli ha ricevuto nel mondo. Ora non sare' io troppo 
ingrato, dice egli, se io non magnificassi lei, come ella 
me? Cosi ha fatto non solamente nella vita, ma doppo 
la morte : però che, poi eh' ella mori, gli fu più fedele 
che mai; et bagli data tanta fama, che ella sarà sempre 
nominata, e non morrà mai. E questo è quanto al corpo. 
Poi, gli ha fatto tante limosine, e fatte dire tante messe, 
e dette e fatte dire tante orazioni, con si fatta divozione, 
che s' essa fusse stata la più cattiva femmina del mondo, 
r avrebbe tratta dalle mani del diavolo : bene che si ra- 
gioni eh' ella morì pur santa. » 

Ma Laura fu la De Sade? Giova rammentare che 
ciò è attestato anche da Luigi Peruzzi ; il quale, se pure 
non fu contemporaneo del Petrarca, come senza prova 
altri asserì, neppure può essere di tempi molto a lui po- 
sterìori. Né i Ricordi mi hanno segni di falsità; ad ogni 
modo questa non fu per ora dimostrata. Rileggo dunque: 
« Vivendo il Petrarca in Vignone nella sua vita giovenile, 
in fra l' altre pulzelle v' era una giovane chiamata Lau- 
retta, de la casa di Salso. > E Salso mi corrìsponde al 
Sause che il De Sade, senza saper nulla del Peruzzi, 
diede tra le i^arietà del suo casato quali le aveva trovate 
nei documenti ; onde è certo che il fiorentino attinse la 
tradizione da' luoghi stessi ove erano i De Sade : se no , 
come avrebbe egli data quella forma? 

Qui vuoto il sacco, magro sacco, rammentando che 
il famoso luogo del De contemptu mundi, dove si parla 
del corpo di Laura esausto daUe malattie e da' parti fre- 
quenti, ha riscontro in altre parole di quel terzo dialogo 
stesso. Mi spiace doverlo citare dalla edizione di Basilea 



156 MISCELLANEA 

del 1581 dove è on pò* confoso : ma il senso non rimane 
sommerso : e Hanc praesentem in testimonio evoco , co- 
scientiamqae meam facio contestem, me (qaod superins 
dixeram) iUins non tam corpus amasse qaam animam, 
qnod bine percipies licebit, qnoniam qno illa magis in 
aetate progressa est (qnid eo corporare polcbrìtadìnis ine- 
Inctabile folmen est) eo firmior in opinione permansi, et 
si enim visibiiiter in vere flos Iractu temporis langae- 
sceret, aninn decns amplins angebator, qoin sicnt amandi 
principimn, sic incepti perseverantiam ministravit: alio- 
quin si post corpus abiissem, iam pridem mutandi pro- 
positi tempus erat. » Tutto questo, è vero, non dice nulla 
più che già non sia virtualmente compreso nell' exhaustum 
corpus: ma, se non erro, a una ragazza male si conver- 
rebbero, se non il senso generale, alcune espressioni della 
confessione che il Petrarca fa. Insomma Laura si era fatta 
bruttina, e il poeta T amava ancora pel decoro dell' animo 
di lei ; che s' egli avesse guardato al corpo solo, avrebbe 
dovuto da un pezzo smettere di amarla. Non nego che 
ciò possa essere stato detto, a rigore, anche di una fan- 
ciulla ; ma il quo timgis in aetate progressa est e Y iam 
pridèm meglio accennano a donna. 

Come avvertii fin dal principio , queste mie non sono 
che briciole ricolte di sotto la tavola dove il D' Ovidio ha 
lautamente banchettato. Chi vuol essere persuaso, o vuole 
almeno sapere gli argomenti più forti, cerchi lo studio di 
lui, che muove dai fatti e a fil di logica h ragiona. 

n 

Per questa volta non farò altro, volgendomi ora al 
dott. A. Pakscher, che porre innanzi una ipotesi la quale 
vorrebbe prendere il luogo d' una sua. Egli ha osservato 
che quando nei frammenti vaticani 3196 v' è un trascr^i. 



MISCELLANEA 157 

nel semiaatografo 3195 la poesia è scrìtta di mano del 
Petrarca stesso ; quando invece è un trascriptum, la poe- 
ua è nel 3195 d' altra mano. Una volta appare ne' fram- 
menti tr. p. Jo. ; e il Pakscher, leggendo, come si deve, 
trascriptum per Joannem, credè riconoscere in questo 
Giovanni il figlio del poeta su cui è tanto sforzo di ac- 
cuse e difese. Giovanni fu in casa del padre dal 54 al 
S6 : e il Pakscher crede appunto cominciata la copia del 
Canzoniere nel 56. 

Il De Nolbac già mostrò di credere, per ragioni pa- 
leografiche, posteriore a quelli anni la copia della parte 
ìaoitografa. E per la parte condotta da altri e per T altra 
condotta dal poeta, confesso che mi sembra difficile ad 
ammettere una data quale il Pakscher propose. Se nel 
73, come si vede dalla lettera al Malatesta, il Petrarca 
non aveva finito di ordinare le rime sue, si può credere 
che ne cominciasse l'ordinamento fino dal 54-58? Ma, che 
die sia di ciò, a quel Giovanni, figliuolo del Petrarca, mi 
pare si debba sostituire un altro Giovanni: sempre, s'in- 
tende, per vulù d'ipotesi, che, dei Giovanni, troppi altri 
oltre il mio furono al mondo. 

Nel 1364 il Petrarca accolse in casa sua quel Gio- 
iranni Malpaghini o Malpighi da Ravenna, nato verso il 
iti, che fu poi dotto grammatico : non ignoro la questione 
cosi vivamente agitata dal Fracassetti, ma i suoi argo- 
menti non mi sembrano validi contro la testimonianza 
del Salutati ; il quale parlando del Malpaghini, o Malpighi 
che sia, nel 1404 lo diceva a Carlo Malatesta « familiaris 
atqae discipulus Celebris memoriae Francisci Petrarchae > 
aggiungendo : « apud quem quum ferme trilustri tempore 
manserìt > etc. Ad ogni modo Giovanni, se pur non è pro- 
prio il giovane ravennate di cui scriveva al Boccaccio il 
Petrarca con molta lode, fu dunque per più anni disce- 
polo del Petrarca e in casa sua; e d'altra parte quel 



158 MISCELLANEA 

giovane ravennate, se non è costai, ben potè chiamarsi 
anch' egli Giovanni. Ma notisi ciò che il poeta ne dice: 
riferisco la versione del Fracassetti: «... Le mie let- 
tere familiari in libera prosa, delle quali ben vorrei che 
grande fosse il pregio come grande si è il numero, per 
la confusione delle copie e per lo miscuglio di tante altre 
carte impossibili quasi a riordinare, e già da quattro a- 
mici miei, che vi si erano accinti, disperatamente a mezza 
strada abbandonate, egli riuscì da solo a mettere in as-« 
setto: non tutte, è vero, ma tante che in un solo non 
enorme volume possan riunirsi. Aggiuntavi questa, saranno 
trecento e cinquanta; e se a Dio piaccia, tu pur un di 
le vedrai, non a lettere artificiate e di lusso come dagli 
scrittori, per dir più vero dai pittori d' oggidì si co- 
stuma, che gli occhi dilettano da lontano, e da vicino 
stancano ed affaticano, quasi che a tutt' altro fine che ad 
esser lette fosser trovate, e dalla lettura, come dice il 
principe de' grammatici, il nome di lettere non abbiano 
derivato; ma scritte ti si parranno e chiare e correttis- 
sime note scelte, sulle quali volenteroso l' occhio si posa, 
senza neo d' ortografia, senza pur l' ombra di un error 
di grammatica. > Non vorrei correr troppo ; ma non son 
questi i caratteri grafici della seconda mano del vaticano 
3195? Probabile molto mi pare che il giovane, si destro 
a intendere e a copiare, dopo ordinate e copiate le Epi- 
stole^ fosse dal Petrarca posto al riordinamento e alla 
copia del Canzoniere. E se, come penso, fu egli Gio- 
vanni da Ravenna, la ipotesi, per quel ir. p. Jo. acquista 
somma probabilità ; se poi non fu, niente ci dice eh' e' non 
si chiamasse Giovanni, ed è molto più probabile fosse a lui 
afSdata la cura del trascrivere parte del Canzoniere, anzi 
che a quel figliolo di cui messer Francesco non sappiamo 
che usasse giovarsi per tali ofiìci. Neil' un caso e nel- 
r altro si ha il vantaggio di recare il riordinamento e la 



MISCELLANEA 159 

copia delle rime ad un tempo di non poco posteriore a 
quello che, se non sbaglio, con poca verisimiglianza fu 
accennato dal Pakscber. 



III. 



Passo al sig. Carlo Appel. Il suo cavai di battaglia 
contro i frammenti vaticani 3196, eh' egli vorrebbe apo- 
crifi, mi pare che stia in quelle date che, rifacendo 
i computi, gli riesce dimostrare erronee: per lo meno 
questo è de' cavalli suoi uno de' più baldanzosi. Gli ar- 
gomenti da lui addotti a dar corpo a' suoi dubbi furono 
a uno a uno confutati; e forse fu lusso di critica. Ma 
poi che lusso v' è, porto anch' io quel che posso : e ar- 
gomento a questo modo. Sta bene: delle ventiquattro 
date che si leggono nelle postille 'dei Frammenti, otto 
sono sbagliate; danno il numero del giorno, il mese, 
r anno, e insieme al giorno un nome che non gli spet- 
tava; ma che concludere da tali discordanze? Ammettiamo 
che i Frammenti siano opera d'un falsario: o questi, fi- 
dando nella trascuraggine de' lettori, pose le date a caso, 
le pose pensatamente esatte : nel primo caso, come ne 
imbroccò sedici su ventiquattro , deviando solo otto volte 
dal vero? nel secondo, come potè errare quelle otto 
volte in un lavoro che, appunto perché egli era un fal- 
sario, doveva condurre con la massima diligenza, e te- 
nendosi a confronto un calendario, come dimostrerebbero 
le sedici date giuste? 

Altri già avverti bene la rispondenza che per questo 
genere di errori è tra i Frammenti e il sonetto terzo 
del Canzoniere. Non al Petrarca solo riesci difficile ram- 
mentarsi precisi e la data del mese e il giorno della set- 
timana: sbagli si fatti se ne trovano spesso negli episto- 
larii a stampa, e continuamente ne commettiamo noi nelle 



160 HISCELLiNBA 

lettere familiari. Posta cosi la questione, si può doman- 
dare: r innamoramento del Petrarca accadde il venerdi 
santo il 6 aprile? Sbagliò il poeta la data del mese o 
il giorno? Fabrizio Stomi nel 1555 si proponeva dimo- 
strare che egli s'innamorò di* venerdì, ma non già nel 
venerdì santo : mori lo Stomi , prima d' aver dimostrato. 
Alfonso Cambi Importuni voleva s'intendesse detto il giorno 
(Era il giorno/ per tutta la settimana, citando poco a pro- 
posito luoghi di classici latini dove dies singolare è usato pel 
plurale: poco a proposito, perché non avvertiva che se 
quell'uso è spiegabile in frasi generiche, non può difendersi 
dove il giomo sia specificato /Era il giorno che al Sol 
si scokrarojy come è nel sonetto terzo. Lue' Antonio 
Ridolfi tentò porre in chiaro che il lunedi santo del 1327, 
che fu il 6 d' aprile, il Sole e la Luna si trovarono nella 
stessa opposizione che il giomo della Crocifissione: il poeta 
avrebbe quindi < detto leggiadramente, come astronomo 
molto eccellente >, parlando del venerdì santo secondo 
i moti celesti e non secondo la tradizione de'Padr^ Il 
Gesualdo notava, d'altra parte, la grande importanza del 
6 aprile, in cui nacque Socrate, si combatterono le bat- 
taglie di Maratona^ di Platea, di Micale, fu sconfitto Dario, 
mori Alessandro. Il Castelvetro credè spiegar tutto con 
r osservare che Cristo fu, a detta sua, crocifisso il 6 a- 
prìle: il Petrarca aveva, sempre a detta sua, il diritto di 
far quella allusione all' oscuramento del Sole , sebbene il 
1327 non avesse il suo venerdì santo in quel giomo. Ma 
pur troppo il Tassoni ribatté che nessuno mai pose la 
crocifissione di Cristo il 6 aprile. Vero è che non im- 
maginò per conto proprio niente di meglio arzigogolando 
sulla quintadecima luna di marzo. 

Si può col Muratori rimproverare al Petrarca e si 
grave equivoco b. E dopo? Convien pure risolversi ad 
ammettere T errore di memoria, e spiegarlo, se si può ; 



MISCELLANEA 161 

a meno che non si voglia invece supporre che qaelF er- 
rore fa volato , per far concordare la data delF innamora- 
mento, il 6 aprile , con un giorno donde , come è del ve- 
nerdì santo, si potevano trarre ornamenti di poesia. Metto 
da parte la maligna supposizione, e guardo se sia più pro- 
babile r errore della data o quel del giorno della setti- 
mana. Ora non occorre rifletterci su a lungo per sen- 
tirsi convinto che gli accenni al comune dolore in cui 
il poeta meno stava in guardia contro Amore, come 
sono la parte sostanziale del sonetto terzo, cosi ri- 
velano le condizioni in cui Y innamoramento accadde. 
Che dovè restare in mente al giovine innamorato ? 
proprio r apparato funereo della chiesa di Santa Chiara 
dove vide , di mattina , per la prima volta Laura e 
se ne innamorò; quel comune dolore che sì palesa nei riti 
sacri del venerdì santo. Né certo allora subito scrisse il 
sonetto terzo, eh' è opera di riflessione. Quando, ripen- 
sando ai principii dell'amor suo, il Petrarca fé il com- 
puto del giorno in cui si era innamorato, dovè chiedersi : 
In che giorno cadde il venerdì santo? E qui sbagliò, 
ponendolo il 6 anzi che [il 10 aprile. Una volta datasi 
quella risposta^ è chiaro che vi dovè insistere in perfetta 
buona fede per tutta la vita. Il sonetto terzo fu scritto 
indubbiamente assai prima del ITO"", o IbT secondo le 
edizioni comuni, dove è detta la data del giorno. 

A proposito de' Frammenti 3196, dei quali fu di re- 
cente rintracciata la storia quasi compiuta, ecco qui anche 
nn' altra testimonianza che li rafferma posseduti da Giovan 
Vincenzo Pinelli. Difendendo il Tasso dalle accuse della 
Crusca per l' uso avverbiale della voce ratto (Partiti ratto, 
dice r ombra materna ad Armida) , Giulio Guastavini 
ne' suoi Discorsi et annotationi sopra la Gierusalemme 
liberata, Pavia, 1592, a pag. 99-100, cosi adduce anche 
un esempio del Petrarca : « . . . . Com' è vero che non 

Voi. I, Parte II. 11 



162 MISGELLAl^A 

s* usi se non al modo divisato, se d' habbiamo in contrario 
r esempio nel Petrarca ? Ma chi ce '1 farà buono , se la 
scrittura non è in istampa ? Ma ^on manchiamo d' adduria 
eh' ella è pure in essere , e si difende da se stessa. Il 
Petrarca dunque in un sonetto che si legge scritto di sua 
man propria insieme con alcuni altri dello stesso Poeta, in 
un libro del quale io vidi già una copia in Padova nella co- 
piosissima è nobilissima libraria del signor Gio. Vincenzo 
Pinello, gentiluomo di quella dottrina e cortesia che tutto 
il mondo sa, e prìncipalissimo ornamento della nostra 
patria, e mio singolarissimo patrone ; e dopoi V originale 
stesso appo il dottissimo e nobilissimo Sig. Fulvio Orsino 
in Roma, dice cosi: Quando talor da giusta ira com- 
mosso etc. > Segue il sonetto, che può leggersi nella stampa 
di Federico Ubaldini. 

Guido Mazzoni 



t • 



< PAPE SATAN, PAPE SATAN ALEPPE > 



Le interpretazioni date finora al noto verso dantesco 
Pape Satan, pape Satan aleppe non possono soddisfare 
alcuno, perché nessuna è la vera. 

Chi dnbitò che non avesse senso di sorta ammise 
implicitamente* che rAlighierì avesse potuto volere, in 
alcuna circostanza delia sua vita, non esprimere niente. 

I più convennero che la lingua ivi adoperata fosse 
la cosidetta lingua sacra, l'ebraica; ma non avvalorarono 
la sana ipotesi con una interpretazione accettata dal co- 
mun consenso dei dotti. 

Ora, che sia ebraica la lingua ivi adoperata, e quale 
ne debba essere T interpretazione, credo aver buono ar- 
gomento per dimostrarlo. 

Chi entri nel sovrano tempio della cristianità, il San 
Pietro di Roma, che rappresenta in terra la soglia del 
Paradiso, sia egli credente o no, si vede accolto da 
queste profetiche e insieme minacciose parole, scritte ad 
enormi caratteri sulla circonferenza basilare intema della 
cupola : 

PORTAE INFERI NON PRAEVALEBUNT ADVERSUS EAM. 

Sono prese ad imprestito dal Vangelo di Matteo 
( capo XVI, V. 1^) : sono la promessa di Cristo, l' anima 
della indefettibilità della Chiesa. 

Ora domando io: alla soglia dell'Inferno, e sulla 
enfiata labbia di Plutone, che è spinto a fare maggiore 



164 MISCELLANEA 

sfoggio del sao potere dalla presenza del cristiano che 
s' avanzava, Dante , quali altre parole , se non il rovescio 
di quelle, avrebbe potuto mettere il poeta, per essere 
interprete vero e fedele della situazione creatasi nella 
sua mente? 

E per vero Pape Satan, pape Satan aleppe sono, 
parola per parola, le ebraiche: 

Bab e-sciatan, Bab e-sciatan alep; 
cioè porta Inferi, Porta Inferi praevaluit — la porta del- 
l' Inferno, la porta dell' Inferno prevalse. 

Pape è la voce caldaica Bab (33) cioè porta. 

Satan è la voce ebraica Sciatan (| Id tt^ ) cioè diavolo. 

Aleppe è la voce ebraica Aleb (sSy) cioè preva- 
lere, opprimere. 

E-sdatan è il genitivo costrutto della voce ebraica 
Sciatan, e significa del diavolo. 

È da osservare, per chi noi sapesse, che ebraico e 
caldaico sono due lingue di tale afiSnità che nella Bibbia 
molti libri che sono scritti in caldaico passano per ebraici. 

Quanto al b ebraico diventato p sotto la penna di 
Dante deve avvertirsi che esso ha subito la sorte ordi- 
naria del b semitico in bocca latina. Cosi il p latino di- 
venta b in bocca semitica. Un arabo che voglia pronun- 
ziare a mò d' esempio la voce popolo dice infallibilmente 
boboh. Quelle due lettere si danno il cambio a seconda 
del paese. 

Quanto al raddoppiamento della consonante p in 
aleppe, mentre la voce ebraica è aleb, è da osservare 
che era richiesto dal verso e anche dal genio della lin- 
gua italiana. Cosi pure un italiano pronunzia difiBcilmente 
la parola lapis, che è pure della lingua: senz'accorger- 
sene dice Idpise. Sono difficoltà che un semitista non 
muoverebbe di certo; e neanche chi fosse solo iniziato 
agli studi linguistici. Pare io cerco di moltiplicare le ob- 



ì: 



MISCELLANEA 165 

biezioni, perchè il dubbio che nna difficoltà paerile po- 
tesse alle volte mettere in forse questa interpretazioue, 
mi fa guardingo di soverchio. 

Non so se in Italia, dove pochissimi si occupano 
degli studi semitici, essa potrà essere favorevolmente 
tccolta dagli interpreti e dai lettori del divino poema; 
ma in Malta , in quest' ultimo sasso d' Italia , dove per 
una stranissima anomalia etnografica la lingua parlata è 
sdiiettamente semitica, cioè affine alla fenicia, punica, 
ebraica, caldaica ed arabica, l'interpretazione che ho 
esposta è da tempo r unica accettata, perchè le voci del 
Terso dantesco sono del linguaggio comune. Chi infatti 
prescindendo da quel verso, anzi del tutto ignorandolo, 
▼elesse tradurre in dialetto maltese questo pensiero emi- 
nentemente orientale: la porta delF Inferno prevalse, 
dovrebbe dire cosi e non altrimenti: 

Bap e-scitan, bap e-scitan ale?. 

E si osservi che in maltese il b ebraico finale di- 
venta p, come nel verso dantesco, e ciò perché nei mal- 
tesi il genio semitico è sposato al latino ; infatti la lingua 
scritta del paese è V italiana , come italiana è la maggior 
parte dei cognomi di famiglia. 

Gol soccorso di questa interpretazione, dovuta ad 
un orientalista maltese, il signor Ferdinando Giglio, le 
parole d'incoraggiamento che Virgilio rivolge a Dante si 
spiegano benissimo. 

Dante osa inoltrarsi nell'Inferno perchè si sa forte 
dell' egida di Dio. Trovatosi di fronte Plutone, che pecca 
sempre di superbia, epperò accoglie il sopravenutò colla 
minaccia della propria onnipotenza, cioè col vanto che il 
principio del male aveva trionfato del principio del bene, 
Dante s'impaura. Ed ecco soccorrerlo Virgilio esortan- 
dolo a discacciare la sua paura, che, poter che abbia, Plu- 
tone è impotente contro i due poeti, e rintuzzando la 



166 MISCELLANEA 

vanteria di Platone col ricordargli che v' è altri superiore 
alla soa potenza, perchè Vuoki cosi colà dove si puote 
Ciò che si vuole. 

E questa interpretazione spiega pure perché Dan^ 
avesse cosi gelosamente custodito il segreto di quel verso 
enigmatico. E per vero egli avrebbe messo a serio re- 
pentaglio la fortuna del proprio libro se l'avesse sve- 
lato. Niun pontefice avrebbe permesso, anche in bocca 
a Plutone, l'audace smentita aUa promessa fatta da Cri- 
sto che le porte dell'Inferno non avrebbero giammai 
prevalso. 

Sembra però che Dante rinunciasse malvolentieri 
alia futura intelligibilità di. quel verso, e gli sorrìdesse la 
speranza che i posteri ne sarebbero venuti a capo. E 
si provò fors' anche ad ajutarli nel difficile compito, ba- 
dando però soprattutto a non iscoprirsi di troppo. 

M'induce in questa credenza l'aver osservato che 
mentre il primo verso del settimo canto dell'Inferno è 
scrìtto in una lingua non dichiarata dall'autore, per con- 
trarìo il primo verso del settimo canto del Paradiso co- 
mincia con parole notorìamente ebraiche e caldaiche. 

Gli antichi si dilettarono parecchio di questi contrasti; 
e vi mettevano una certa tal quale malizia. 

Valletta (Malta), 26 Novembre 1888. 

Dott. Ernesto Manara 



< DEL GIEL MESSO > 



Il messo del cielo, il quale nel canto IX dell' Inferno 
apre a Dante e a Virgilio la porta della città di Dite, 
tanto contrastata dai demoni, è stato soggetto, come 
ognnn sa, di interpretazioni molto diverse. Mentre infatti 
la maggior parte degli espositori antichi e moderni vi 
riconobbero an angelo, già Pietro di Dante, il Rambaldi 
e il falso Boccaccio pensarono che fosse Mercurio e la 
loro idea fu risuscitata modernamente dal Betti (1). Altri 
sostennero altre opinioni : il Rossetti vi vide Arrigo VII, 
il Gaetani (2) Enea, il Di Giovanni (3) lo spirito di Dio, 

(1) Vegg;asi una lettera di Salvatore Betti al Gaetani (Roma, 29 
agosto 1852) pubblicata nel Carteggio dantesco del Duca di Sermoneta 
con Giambattista Giuliani, Carlo Witte. Alessandro Torri ed, altri in- 
signi dantofili, con Ricordo biografico di Angelo De Gubernatis. Mi- 
lano, U. Hoepli, 1883, pp. 113-115. Gli argomenti medesimi sono più 
ampiamente esposti in alcune Osservazioni sulla Divina Commedia pubbl. 
nel Propugnatore, V. S., VI, 1.% pp. 22-24. Cfr. anche di S. Betti, 
Nuovi Scritti, p. 380. 

(2) Della dottrina che si asconde nell' ottavo e nono canto del- 
l' Inferno della D. C, Roma 1852. Ripubblicato in. La materia della 
D. C, dichiarata in cinque tavole. Roma 1855; e in appendice al Vel- 
tro allegorico de' Ghibellini, Napoli 1856, pp. 431 ss.; e in Tre Chiose 
nella Divina Comedia di D. A. Roma 1876 e Roma 1881. Due lettere 
di A. Ranieri e G. Trova relative a questa dissertazione del Gaetani 
sono nel cit. Carteggio dantesco del Duca di Sermoneta, pp. 121-122 
e 141-142. — Gfr. le obbiezioni del Bianchi, Comm. alla Divina Co- 
media, pag. 66, n. 

(3) Gli Angeli nella D. C. in Dante e il suo secolo. Firenze 1865, 
pp. 324-26. 



168 MISCELLANEA 

il Fornaciari (1) Gesù Cristo, il Borgognoni (2) rimase in- 
certo tra Enea e Cesare. Forse però nessuno degli in- 
terpreti, i quali hanno difeso la chiosa più comune e, a 
mio giudizio, r unica sostenibile, ha avvertito abba- 
stanza che r espressione e del ciel messo > ( v. 85 ), con 
cui è indicato il misterioso personaggio, ha qui, come io 
credo, un valore speciale e punto trascurabile. 

Io penso che Dante non abbia usato tale espres- 
sione a caso, ma anzi l'abbia scelta con allusione voluta 
al significato etimologico della voce e angelo » e come 
un perfetto sinonimo di questa. Che, pur non conoscendo 
nulla di greco, egli sapesse che < angelo > vale e messo, 
nunzio » , non si può dubitarne, poiché quest' elementa- 
rissima nozione doveva averla letta in tutti i teologi e 
sentita ripetere chi sa quante volte nelle scuole. Il trat- 
tato De coelesH hierarchia del pseudo Dionigi Areopa- 
gita, tanto diffuso nel medio-evo, insegna, fin dalle prime 
pagine, che le essenze celesti sono chiamate angeli ap- 
punto perchè sono nunzie e ministre agli uomini delle 
rivelazioni divine (3). S. Gregorio Magno non meno chia- 
ramente: € Graeca lingua Angeli nuntii, Archangeli vero 



(1) Studi 8u Dante. MilaDO 1883, pp. 85-93. Cfr. le obbiezioni 
mosse dal Michelangeli nella recensione dell' opera del Fornaciari pubbl. 
nel Propugnatore, V. S., XVI, 1.^ p. -469. 

(2) Davanti alle porte della città di Dite in Propugnatore, V: S. , 
XX, l.^ p. 22. — Vedi ottimamente discusse le principali opinioni su! 
messo dal Bartoli, Stor. lett. ital, VI, parte i.\ pp. 178-181. Il Bar- 
TOLi conclude che e il più probabile é sempre che il Poeta intendesse 
di fare del messo del cielo un angelo ». 

(3) Sancti Dionysii Areopagitae, Opera. Venetiis 1755. De eoe- 
lesti hierarchia, cap. IV, §. 2 (voi. I, 37): e prae caeteris omnibus 
(cito dalla versione del GoRDERio)per excellentiam Angelicum cognomen 
meruenint quia.... per ipsas nobis nostrae reyelationes transmittuntur.... 
tamquam nuntii et ministri explanantes ». 



MISCELLANEA 169 

SQinmi nuntii vocantar. Scìendum quoqne quod Angelo- 
rum vocabulom nomea est oflìcìi, non natm*ae. Nam 
sancti illi coelestis patriae spìritus semper quidem sunt 
spirìtns, sed semper vocarì Angeli nequaquam possunt: 
quia tunc solum sunt Angeli, cum per eos aliqua nun- 
tiautur (1) ». Da S. Dionigi e da S. Gregorio ripete le 
medesime cose S. Tommaso (2), e da quelli del pari che 
da questo l' Alighieri le apprese certamente, che tutt' e tre 
gli autori gli erano famigliarìssimi (3). 

E infatti — ciò che soprattutto vuol essere osser- 
vato — in altri passi di interpretazione ben sicura il 
Poeta ha designato gli angeli con termini alludenti al si- 
gnificato della parola stessa a angelo i^. L' «angel bene- 
detto » (4) preposto alla cornice degli invidiosi nel Pur- 
gatorio è chiamato appunto « messo »: 

Uesso è che viene ad invitar eh' uom saglia (5) ; 

il qnal luogo è tanto più notabile, in quanto la voce 
e messo » non è accompagnata da un genitivo sogget- 
tivo (messo del cielo, messo di Dio ecc.). Del pari gli 
angeli che nel Paradiso terrestre si levano in sulla di- 



ci) Homiliae in Evangelia, lib. Il, Iona. XXXIV, §. 8; in Sancii 
GllKGOiin Papae I, Opera. Venetiìs ÌIU, I, 1604. 

(2) Summa Theolog. pars I, quaest. GVIII, art. V, ad prìm. Anche 
ad QUMieon di Giovanni Balbi, compilato sui glossari di Papia e di 
OgoceioDe e terminato il 7 marzo 1286, si avverte: e angelus, -li\ quod 
Mne 80iiat nuncius, hebraice amai vel amolaoth ». Cito dall'edizione 
di Yeoeda, per Ottaviano Scoto, U95, f. 64 d, s. v. Angelus. 

(3) Le dottrine del pseudo Dionigi sulle gerarchie angeliche sono 
flifoste da Dante, come è noto, nel Farad., XX Vili, 98 ss., e ivi si ac- 
emit anche a quelle di S. Gregorio (v. 133 ss.). Dall'uno e dall'altro 
FAUGHIERI si discosta nel Convivio, II, 6. 

(4) Purg. , XV, 34. 

(5) Iff, Y. 30. 



170 MISCELLANEA 

yina basterna, sulla qaale sta per scendere Beatrice, 
sono detti: 

Ministri e messagger di vita etema (1). 

Il e del ciel messo » del canto IX dell* Inferno sa- 
rebbe, a parer mio, un'espressione da porsi appmito 
sur una medesima linea con queste ora citate. E cosi la 
questione che le riguarda si dovrebbe dire risolta. 

Umberto Marchesini. 



(1) Purg,y XXX, 18. Che ci ministri e messagger di Tìta eterna» 
sieno angeli, non già profeti, come ha pensato qualche interprete, è pro- 
valo dal seguente ▼. 85. Cfr. Scartazzini, Div, Com,, II, 661-62. — 
Anche nel Convivio, H» 6, l'arcangelo Gabriele é chiamato < quel si 
grande legato che venne a Maria da parte del Senato celestiale >. 



BARZELLETTE DI CESARE NAPPI 



Queste Barzellette di Cesare Nappi sono tratte, al 
solito, dall* enorme Zibaldone autografo, Codice 52 B della 
Biblioteca Universitaria. Nel quale, benché enorme, ormai 
ritengo che poco rimarrà d' inedito : a tante liete occa- 
sioni di nozze ha fornito ' novelle , madrigali e canzoni. 
Queste Barzellette non sono né più belle né più brutte 
di tutte le altre poesie che ha pubblicato l'amico mio 
Ugo Bassini: ma forse ^i distinguono per maggiore ori- 
ginalità, speciaUnente le due prime, in cui il Nappi, ha 
tentato quel genere contraddittorio a rime obbligate, che 
fu poi un trionfo per la Nice del Metastasio. 

A. Bacchi della Lega. 



I. 1498 (1). 

Invocazione. 

Dà soccorso, o dio d' amore, 
al Qdel c'ognhor t'adora: 
scoca r àrcho a sta signora 
d'un strai d'oro in mezo el core. 

(1) Vi è notato in margine: Questa bargeletta et el suo infrascripto 
stramboto hano el canto a 4 composto per 



172 ' MISCELLANBA 



Più venusta è questa dea 
eh* alcun* altra e virtuosa: 
solo in lei se include e crea 
ogni cosa gloriosa: 
a ti, Amor, solo è retrosa, 
perchè sei del strai to parco; 
scoca, Àndor, hor scoca l' archo 
e trapassa el fredo core. 

Dà socorso, o dio d* amore, ecc. 

Non te stima e non t* apreza 
questa dona sì gentile: 
r archo e strai to sola speza, 
tanto è altera e signorile; 
a lei par eh* ognun sia vile 
de servir a un si bel viso; 
scoca r archo al bel narciso 
dele done spechio e honore. 

Dà socorso, o dio^ d* amore, ecc. 

L' è crudel più che Diana ; 
de ti. Amor, punto se cura; 
perchè sa che non è humana 
ma di Dei vera factura: 
deh, Signor, prendi hormai cura 
del Adele e tuo sugetto: 
scoca r archo e passa el petto 
a chi spreza el to valore. 

Dà socorso, o dio d'amore, ecc. 

Tira r archo, Amore, e scoca 
a costei eh* è sì crudele: 
dalli al cor, quello è la broca, 
per chi stratia el to Adele: 
fa che gusti el tristo fele 
d* amar chi non corisponde : 
scoca Tarcho a chi confonde 
le toe lege, o dio e signore. 

Dà socorso, o dio d'amore, ecc. 



MISCELLANEA 173 

Cupido faretrato, 
non te fu mai tanta gloria, 
menar Jove cathenato 
quanta questa e tal Victoria: 
perchè lei se vanagloria 
de fugìr le toe cathene: 
scoca Farcho, a te conviene 
triumphar d* un si bel fiore. 

Dà socorso, o dio d'amore, ecc. 

'Dulci amanti e magni dei, 
che piagato hauesti el pecto, 
sucurriti ai martir mei, 
che patisco cum dilecto: 
supplicati al fanciuletto 
che sucora me suo servo: 
scochi l\archo a chi è protervo 
sì che provi el suo furore. 

Dà socorso, o dio d* amore, ecc. 



Deh prendi prendi, Amor, Farcho to e tira 
e scoca in mezo el cor de la crudele: 
deh piglia piglia. Amor, Tarcho to e mira, 
e scoca e passa el cor de la inQdele: 
deh prendi prendi. Amor, V archo cum ira, 
e scoca e straza el cor a questo (1) fele: 
deh piglia piglia, Amor, V arco e saeta 
e scoca nel dur core e fa vendeta. 

II. 1498 (2). 

Palinodia. 

Dà socorso, o Dio e Signore, 
al mischin, che sol te adora: 
posa r archo, eh* a ti implora 
perdonanza del suo errore. 

(i) Var. d' amaro, 

(2) E notato in margine: Centra la soprascripta bargelella e slram- 
bollo el Veneredi sancto per le medesime rime cum 1. stantia più. 



174 MISCELLANEA 



Più peccati ha st'alma rea 
eh* alcun* altra e tenebrosa : 
solo in lei se include e crea 
ogni cosa viUosa:, 
più non vole esser retrosa 
per fugire el tristo varco: 
posa, Dio, hor posa Parche 
che* se emenda el peccatore. 

Dà socorso, o Dio e Signore, ecc. 

sol te stima e sol V apreza 
bon Jesu, quest*alma vile: 
dalli arder, dalli forteza, 
falla sancta, falla humile, 
falla a ti tuta simile, 
sì che venga al paradiso; 
posa r arche, e cum chiar viso 
dà toa gratia al tristo core: 

Dà socorso, o Dio e Signore, ecc. 

Ah crudele alma prophana, 
peccatrice oltra misura, 
torna a Dio, eh* el tute sana 
per bontà di sua natura. 
D), Signor, hor siate cura 
eh* io non sia più da ti abietto; 
posa r arche a questo effecto, 
eh* io ritorni a ti. Signore. 

Dà socorso, o Dio e Signore, ecc. 

L* alma al mal eh* ognor traboca. 
Signor, non li essere crudele: 
hor pentita, amara e fiocha 
voi tornare a ti fidele: 
per fugir Tamaro fele 
de Sathan e' ognun confonde, 
posa l'archo e *1 strai asconde • 
per pietà del suo dolore. 

Dà socorso, o Dio e Signore, ecc. 



MISCELLANEA 175 

Signor sancto e beato, 
fame degno dì tua gloria: 
vedi corno cathenato 
son da vitii e vanagloria: 
deh Signor, dame Victoria 
del demonio e soe cathene: 
posa Tarcho: a mi convene 
triumphar del seductore. 

Dà socorso, o Dio e Signore, ecc. 

ver Dio degli altri dei 
che piagato havesti el pecto, 
per mio amor dai can iudeì, 
miserere al poveretto; 
tu che sei iusto e perfecto 
fame degno esser tuo servo; 
posa Tarcho, e a me protervo 
fa gustar quanto è el to amore: 
Dà socorso, o Dio e Signore, ecc. 

Hor exaudi el mio disio, 
el mio pianto, e la mia voce, 
Jesu dolce, humano, e pio, 
che per mi pendesti in croce: 
el pecca mio borrendo e atroce 
deh perdona. Signor bono: 
posa r archo, pò* eh' io sono 
hor pentito d'ogni erore. 

Deh posa posa, Signor, V archo e V ira, 
e non trar più de morte el tristo fele: 
deh poni poni Y archo, e a st' alma dira 
già non trar più, né più li esser crudele: 
deh posa posa. Signor, T archo e inspira, 
e non trar più, eh' io torno a ti fidele: 
deh poni poni, Dio, l' archo e saeta, 
E miserere e non voler vendeta. 



i 



176 MISCRIiLANEA 

■ 

m. 1498 (1). 

Pianto di Carnevale. 

Su piangemo el poveretto 
GarDeval eh* ora è coodueto 
ala fin tuto destructo: 
ehi noi fa sia maledetto (2). 

L*era pur el boa compagno 
che teneva in zoglia e festa 
chiascadun picolo e magno: 
e perhò questo molesta 
che per lui de negra vesta 
ci bisogni! hora vestire: 
piangén dunque el so martire: 
chi noi fa sia maledetto. 

Su piangemo el poveretto, ecc. 

Non haran li amanti ardire 
de parlare ale soe amate: 
tuti af&ittì cum martire 
perderan le lor zornate: 
gente meste e sconsolate 
vederansi in ogni loco: 
piangén tuti almen un poco: 
chi noi fa sia maledetto. 

Su piangemo el poveretto, ecc. 

Hor li balli, soni e canti 
sol per lui son sconsolati: 
viva viva tuti quanti 
cridan forte i soi soldati 

(1) Bargelelta de Carnevale facta la Domenica de Carnevale 1498. 
Cosi è il titolo nel codice. 

(2) Var. Chi noi fa, li crepi el peclo. 

Chi noi fa, caghi nel lecto. 



MISCELLANEA 177 

Ma se non sono aiutati 
tuti dano in gran ruina: 
piangén tanta disciplina: 
chi noi fa sia maledetto. 

Su piangemo el poveretto, ecc. 

Feste, zostre, ogni piacere 
cum lui morte sera adesso: 
ale maschar più godere 
del suo amor non sia concesso: 
squarta sia chi no ha permesso 
d'ogni tempo el carnevale: 
su piangén questo gran male; 
chi noi fa sia maledetto. 

Su piangemo el poveretto, ecc. 

Li beccari e lardaroli 
son pur lor de mala voglia: 
vitel hor, né salcizoli 
vender pon, né bove o troglia: 
el so fln tanto li noglia 
che già paren megi morti: 
piangén tuti questi torti: 
chi noi fa sia maledetto. 

Su piangemo el poveretto, ecc. 

De perdice e de fasani, 
turturelle e quaglie ancora, 
deli turdi et hortolani 
non mangiar, questo m* acora : 
di pavoni in la malhora 
non potremo ancor gustare: 
su, piangemo el bon compare: 
chi noi fa sia maledetto. 

Su piangemo el poveretto, ecc. 

Di caponi e de galline, 
pipìoni e figatelli, 
né di porti, e vitelline, 
mangiarén, né degli agnelli: 

Parie IL 12 



178 MISCELLANEA 



che faremo poverelli? 
che DO haremo bor del caldume: 
hor faciàD degli occhi un fiume: 
chi noi fa sia maledetto. 

Su piaogemo el poveretto, ecc. 

Li capriti e caprioli 
e le lepore e conigli, 
hor son salvi, e soi figlioli: 
per li nostri mal consigli. 
E non sia più chi bisbigli 
de mangiar hor caso et ove: 
cridén forte fino a Jove, 
chi noi fa sia maledetto. . 

Su piangemo el poveretto, ecc. 

Lieti amanti che goditi 
gran piacer del Carnevale, 
cum lamenti ognhor piangiti 
questa perdita ineguale: 
che pensar più non ne vale 
e seguir alcun disino; 
hor piangén cum ira e sdegno: 
chi noi fa sia maledetto. 

Su piangemo el poveretto, ecc^ 



.TTORDICI SILLABE? 



Italo per gli italìaDÌ da Bernar- 
:he abbia quattordici sillabe? La 
Fattati di poetica direbbero di sì; 
10 bene. 
1 rarissimo libretto che osd alla 

nel cpiale abbiamo, per lasciare 
alcuni capricci, scrini.... in quella 
essercitarono Guitttme d" Arezzo, 
! Alighieri, Dante da Maiano e 

de la Scuola antica: poi, nella 
a madrigali e sonetti e, sestine e 
rigali con altri dodici alla coda, 

senza nome che li distingua e, 
)lati con gli altri ; il che non tolse 
ribattezzarli (111, 311), lascamente 
lesse (2). Seguono cinquanta so- 

ioueniU | del siy. \ Bernardino Baldi \ da 
Italia, I Accademico Affidato. \ l' Hileo. \\ 

ia: selve con rime baciale da capo a fondo 
B. 7. 9. 10. 11): settenari, a rime quasi 
Iti (5); ma, io questi, ogni verso ha il quì- 
ibo che lo precede: e i due ullimi versi 



netti, quattro camoni e dae 
spezzata , ntoenAme de f Aiu 
ai versi dinndici sillabe i i 

Nei capricci poi, cioè DeUi 
ds* nàUaai antichi (p. 133), e* 
intrecciato (f insmttioné de F autor» 
copleremo fedelmeate quale volle dar! 
ogni maiascola al laogo suo, vedraao die 
ed erudito abate iatrèccia eoa on sonetto 
soneltiao dì trissUlabi e non intrade certo 
versi dootì; tanto sarebbe il sostenne 
delle selve, fantasticando, ne avessero 
diciotto sillabe- E infotti dove il soDetto 
al verso nna vocale, non si innesta gii' 
precede: chò si avrebbe a leggere, eoo ìata 
Lo faggio — e come \\ E piote — e i «m k 



Loda il Lauro. 

Oltraggio Face lo verno zA ignobil fogl 
E sp(^lia De la ricchezza, che gli die lo 
Lo Faggio, E come piii, e pib feroce «^ 
Dispoglia De lo più folto bosco lo ram 

NoD haggio Timor, dice lo Lavbo, che chi : 
Discioglia Da me la fronda, clie non hi 
Vantaggio Dammi lo celo; cade fì^ma k si 
La voglia Di meo nemico; nullo hauurò i 

S' adira, - Fra le nubi spess' hor l' aereo 
E piove, K s' eo lui cresce lo furore, e 
Sospira, Forte tonando, e sparge fiamc 



(1) Dalla pag. 133 alla pag. 168. — Sono oUo 1 
iotewi MHielli: e quelb che i» ristampo é il dodo. 



MISCELLANEA 181 

A gioco Prende lo Lavro le tremende proue, 
Ne moue La bella chioma, che lo celo ammira, 
E spira In lei valor dal glorioso loco (1). 

Benché non sì conosca del Lauro edizione anteriore, 
il Mazznchelli crede che questa del 600 sia ristampa. 
perchè? Non lo dice il frontespizio: e al Sign. D. Fer- 
rondo Gonzaga, principe di Molfetta . . . acad. Affidato 
il Baldi scrive la dedica Di Guastalla ma, il primo di 
giugno 1600. Non è naturale che questo librettino fosse, 
in un anno, messo fuori due volte : ed è ragionevole sup- 
porre che tra gli Affidati, che erano appunto in Pavia, 
OD amico avesse l' occhio alla stampa (2). 

Che da altri si imitasse nel cinquecento lo stile de' 
nostri lirici antichi non saprei : lo tenta il Baldi che molte 



(1) Anche le virgole sono dove le pose il Baldi: tenendo conto del- 
l'errato che ne cancella parecchie. Pareva che sulle prime o il poeta o 
il compositore con i segni abbandonati volesse staccare il trisillabo da! 
rimanente. Forse meglio sarebbe ordinare i versi a questo modo: 

Oltraggio 
Face lo verno ad ignobile foglia 

E spoglia f 
De la ricchezza che gli die lo maggio. 

(2) n Mazzucchelu, cosi diligente nelle sue indagini, non vide certo 
la stampa del 1600; tanto è vero che dubita se vi siano anche i versi 
imitati dalle rime di fra Guittone che trovava rammentati dallo Zeno nel- 
r Indice delle opere di poeti italiani ancora inedito, (Marciana: ital. classe 
X, cod. LXXVIIl). Le parole dello Zeno, che gentilmente mi trascrive il 
dotto signor Castellani, sono queste: 

e II Lauro scherzo giovanile. In Pavia, per li Bartoli 1600 in 12.® 
Zeno. — Lo dedicava a Ferrando, principe di Molfetta, sign. di Guastalla. 

e Le rime composte ad imitazione di Guittone d* Arezzo , Gino da 
Pistoia*^ Dante Allighieri, Dante d' Amajano e degli altri poeli della scuola 
antica (Le tiene il Sig. Alessandro Pegallotti, e credo stampate). » Ecco 
la fonte dell'errore. 



182 MISCELLANEA 

cose naove o rinnovate tentò: il sonetto è un saggio 
e non sarà male trascrivere qualche altro verso: 



Miracolo d'Amore. Ballata F.* 

Da la dollia d* Amore 

Nasce in me Io piacere, 

E da lo suo dolzore 

Germogliami ne Tarma lo splacere: 
C!osl di fonte audiui, 

Ch'in estinta facella, 

Essendo pur fredd'ella, 

Ardente foco auuiui: 

Tal la cocente state 

Suol da lo caldo Celo, 

Accolta Tonda in gelo, 

Agghiacciata versar la tempestate: 
Hor s'un contrario fore 

Yen de T altro à cadere, 

Non t' ammirar, meo core, 

Che soura tutto ha lo crudel podere. (1) 

Anche le reticenze che dobbiamo in questo volume 
alla pietà delT abate o dei suoi Affidati sono curiose : o 

sventurata (madr. 197), e la morte delT altro verso 

ci insegna a leggere sorte: aspro .... & maUgno (madr. 
139) cioè fato, e cosi, nel madrigale 457, e poi nel 115, 



(i) Ma Gne del volume e* è la DichicartUione d' alcune parole più 
difficili ne le Rime Siciliane: e le parole spiegate sono settantotto. H 
Baldi fa a questo modo (prenderò / ed m) : Labbia, cera, aspetto. Liana, 
legame. Lucere, luce. Maggio, maggiore. Mentero, mentitore. Masnadero, 
assasino. Manf hore, spesso. Mallore, malatia. 



MISCELLANEA 183 

OTe c'è Piangiam che il duro . , . . Di noi libra lo 
stato (1). 

E le prose e i versi di B. Baldi (2) andrebbero non 
già scelti ma raccolti e dati allo studio delle naove ge- 
nerazioni : allora avrà luogo anche il Lauro. Il Lauro con 
le sue imitazioni, scherzo di ingegnoso filologo, e col suo 
petrarchismo. Il Petrarca era il più glorioso poeta che 
mai contasse fra' nostri, e per l'autore della Nautica 
che aveva giunto un pregio e V altro , come lodando gli 
diceva Torquato Tasso, e per altri ingegni forti e liberi. 
Chi ride solamente di quella scuola, perchè troppo al- 
largatasi e troppo ligia agli esempi, di altre scuole e 
vecchie e nuove avrebbe a burlarsi nelle quali non è al- 
trettanto puro il maestro. 

E. T. 



(1) Chi voglia continuare, e finire, troverà : Costei^ mi disse, a te 

U cielo (pag. 132): forse, sortiva. — Se l' Amor non elegge Dunque cede 

uL ? (madr. 189) = destino. — Tronchi sospir, tranquille Ripulse 

E sdegni e guerre e paci (pag. 84) : probabilmente dolci baci. — Più 
difficile è riempire la lacuna nel sonetto (37) che loda i capelli della 
9ua donna. Non sa dire se togliesse V Amore i raggi delle steUe o 
anzi del sole. Over salendo à la divina parte , L' elettro à noi portò, 

(quasi huom eh' invole) Ond' han le chiome belle. — Finalmente 

la paura dell'eresia é tanto grande che il sonetto XVI che incomincia 

L'instabil Dea, che lunga chioma d' oro è intitolato Inganno de la. 

Cosi che della Fortuna si può discorrere, ma non é permesso dì nomi- 
naiia. 

(2) Un sonetto che somiglia per la struttura a quello del Baldi si 
legge nelle opere di Guittone (Ai chera donna di valore al sommo); 
ma si tratta di endecassillabi e nel sonetto anteriore altemana i trìnari 
e i quaternari. 



DI UN IGNOTO POEMA 
D'IMITAZIONE DANTESCA 



Nella biblioteca aniyersìtaria di Bologna, nel codice 
segnato col numero 205, si conserva inedito un poema 
in terza rima, di imitazione dantesca, che risale allo scor- 
cio del trecento (1). Il codice, della misura di mm. 304 
X mm. 230, ha carte ottantasette, delle quali trentatrè 
sono d' una mano, le rimanenti di un* altra; nelle prime 
sette e in una faccia dell' ottava, appaiono, e ritornano 
poi dalla trentaquattresima alla quarantacinquesima , se- 
gnate in color rosso e turchino le intestazioni dei capitoli, 
le iniziali dei versi, le partizioni marginali della materia ; 
per esser mutilo mezzo il primo foglio, viene a man- 
care buona parte della dedicatoria latina (2) con parte 

(t) Io e il mio amico e compagno di studi Flaminio Pellegrini rin- 
graziamo il Prof. Giosuè Carducci, nostro maestro, che ci propose di 
esaminare il poema, e il DotL Olindo Guerrini che ci fece conoscere 
il codice bolognese. 

(2) La dedicatoria incomincia : 

Reverendo in Xpo pa • . . 

dei gratia priori 

Johis Jerosolimit 

nìmus int legu d 

Ap , 

dieta 

tes eal , 

citii sol 

rimaber ^ ...... . 

ydonea non 

ac modicit 

cubs compar 

vultum flexet 

lo stilo tulgi 

set esse proficaus etc , , 

VoL I, Parte II. 13 



186 M. OOKNAOCHU 

delle prime terzine e il nome dell' autore. Mancano al- 
tresì dopo r ottantacinqaesima carta , quattro fogli che 
dovevano contenere il séguito del capitolo ventinovesimo, 
i capitoli XXX e XXXI interi e il principio del capitolo 
trentaduesimo della seconda parte. Sopra una carta stac- 
cata, di mano d' uno degli ultimi bibliotecarii dell' Univer- 
sitaria, si legge oltre la segnatura del codice : AwertmenH 
del Corpo alt Anima e delV Anima al Corpo. Ex bibUot. 
Con. Amadei M. S. SaecuU XIV sub fine et sub init. XV; 
ma la scrittura è della metà prima del XV secolo. 

Lo stesso poema senaa dedicatoria ma intero e con 
una terza parte che manca al codice holognese, si trova 
nella Nazionale di Firenze nel Cod. Magliahech. Il II, 24, 
di cui dehho questa descrizione alla cortesia del Prof. 
Gentile: < Cartac, sec. XV, mm. 290 X 202. Carte 72 num. 

> modem, più altre 4 in princ, num. modem. I-IV. Una 

> numerazione originale per le sole carte del testo co- 

> mincia col numero 1 alla carta 4^, e giunge alla carta 

> 68* col n."" 65. Sono interamente hìanche le carte se- 

> gnate coi numeri II, III, IV, 69, 70, 71. Avanti alla 

> 69* rimangono i lembi di due carte tagliate , verosi- 
n milmente bianche. La carta I reca questa nota dell' ama- 
9 nuense : < Xhs Mcccclxxxxvj | Questo libro sie di Franc^ 
» di Giuliano di Piero di Gierino Gierjnj * ciptadino Fio* 

rentino | el quale è scrìtto di sua propria mano ' que- 
sto dj primo di Giennajo 1496 (st. fiorent.) Poi quest'al- 
tra nota autografa: < Questo libro è di Giouanni di Si- 
mone di Francesco Berti | Per quanto si trova in al- 
cune memorie a penna, q^ opera | fu composta da Ser 
Brunetto Latini precettor di Dante. | > In alto della 
pagina v' ha la segnatura strozziana D. 18. Sul taglio 
delle carte è scritto il tilolo del libro Virtù et vido. 
Precedono in sei carte premesse le note di catalogo 
del bibliotecario Vincenzo Follini, e in 46 carte ag- 



DI UN lONOTO POEMA d' IMITAZIONE DANTESCA 187 

D giunte al codice v'è ana dissertazione autografa del 
y> medesimo Pollini, compita il di 27 Giugno 1806, nella 
D qaale s'argomenta di dimostrare che il Poema conte - 
» nato nel cod. è opera di ser Gorello Sinigardi d'Arezzo. 
ì> — Legato in assi e pelle. — Il poema dei Vizi e delle 
» Virtù è scritto tutto d' una mano , di lettera corsiva , 
:» con gli argomenti di rubrica. Gli argomenti poi sono 
D anche raccolti in un rubricano in principio (e. Ir. — 2 v). 
D Gli ultimi 10 versi del Poema sono scrìtti d' altro in- 
X» chiostro , ma della medesima mano. Nella carta 71 v. 
i> r amanuense scrisse due tavole orarie, l' una del levare 
i> del sole, l' altra del mezzogiorno, nel 1° nel 15® e nel- 
ì> Y ultimo di d' ogni mese. » 

Il poema ha materia morale, forma insegnativa, di- 
sposizione in tre parti, la prima di ventinove, la seconda 
di trentadue, la terza di trenta capitoli; il nome dell'au- 
tore non si sa, né a farlo conoscere vale l'ingegnosa 
dissertazione di Vincenzo Pollini della quale raccoglierò 
i principali argomenti. 

Dalla molta notizia e dalla particolar conoscenza delle 
storie, delle leggende, degli avvenimenti e delle famiglie 
di Arezzo, da alcune forme che sembrano dialettali di 
questa città, per aretino si vuol riconoscere il nostro au- 
tore ; dalla corrispondenza dell' età e di altro , dal voler 
spiegare come sbaglio di lettura , non di£Scile da ser 
Gorello Aretino a Ser Brunetto Latini, 1' errore incredi- 
bile seguito dal Berti, dal Magliabechi, dal Tozzetti, si 
argomenta che autore del poema possa esser quel Go- 
rello Sinigardi di cui si conserva una cronaca rimata 
della città di Arezzo nel tomo decimoquinto dei Rerum 
Italicarum Scriptores, 

Tra la cronaca e il poema, il Pollini notò unità di 
colorito e di maniera: io non trovo simiglianza maggiore 
che tra le altre imitazioni dantesche di quel tempo, e 



188 H. OORNAOCHU 

credo che i gìndizi riportati dal Pollini del Muratori e 
del Gìogueaé conyeogaQo cosi al poema dei Vizi e delle 
virtù e alla o^onaca aretina, come alla Pietosa Fonte e 
al poema di Francesco Novello. L'Autore fu certo un 
dottor di leggi probabilmente toscano, espertissimo dei 
fatti contemporanei e non ignaro degli antichi; era vec- 
chio ed aveva scritto assai rime di argomento mondano. 
Di lui altro non si può dire sicuramente, e su tale que- 
stione conviene sempre augurare con l' erudito bibliote- 
cario della Magliabechiana — che in fine del suo discorso 
riconosce non bastevoli gli argomenti per Gorello — o 
documenti nuovi o critica migliore dei vecchi. Del tempo in 
cui r opera fu scritta, è prezioso indizio il voto espresso 
nella terza parte del poema (Gap. XVIII), che siano libe- 
rati i baroni fatti prigionieri dal Turco Grande alla bat- 
taglia di Nicopoli combattuta il 28 settembre 1396. Ecco 
i versi in proposito: 

Guarda che non sie stato oste crudele, 

Che non fia degno salvar sua memoria. 
A questo ha steso le sue saggie vele 

Il Turco grande coi Baron di Francia 

Che con re d' Ungheria perden lor tele. 
Non li ha morti di spada né di lancia 

Ma conservati li ha per suo* prigioni 

Servando la magnifica bilancia. 
Preghiamo Iddio che tutto gli perdoni, 

Che difendevan nastra fede santa, 

E in tal punto mo no U abandoni. 

e II Mezeray (1) (cosi il Follinì) dice che i gentiluomini 
> prigioni furono riscattati per ventimila, ducati d' oro , 

(1) Abrégé chronólogique de /' histoin de France par le Sieur DB 
Mezeray historìograpke de France. Nouvelle edition augmentée. X Paris, 
chez Esprit Bellìot, m. dccxvo, voi. vi, p. 148. 



DI UN IGNOTO POEMA d' IMITAZIONE DANTESCA 189 

» cinque mesi dopo; onde è chiaro che il poeta scriveva 
ì> quei versi fra i primi di Ottobre dei 1396 e i primi 
» di Marzo del 1397. » 

Un accenno, che vedremo appresso, al conte di Virtù 
come a principe vivo tuttavìa quando l'autore scriveva 
(Libro I, Gap. Vili), mi conferma nell'opinione che il 
poema sia stato composto negli ultimi anni del sec. XIV: 
pertanto se qualche altra allusione storica si riscontrerà 
neir esame dei singoli capitoli la quale possa farci pen- 
sare ai principi del sec. XV, essa a mio credere deve 
spiegarsi pensando che ancora a quei tempi il poeta an- 
dasse ritoccando qua e là l'opera sua. 

Le terzine vanno con l'andatura monotona propria 
dell'antico metro didascalico, irto di brutti latinismi, di 
smozzicature sgarbate , di sconci idiotismi, gravi di lunghe 
e mal disposte enumerazioni, contorte per lo sfoggio per- 
sistente di sciagurata bravura nel dividere e suddividere, 
nel porre tra verso e verso le citazioni esatte; spiacenti 
per altre minuziosità pedantesche, che nel dottore di leggi, 
disserente di questioni teologiche, in versi e con metodo 
scolastico, fanno gran guasto; e se non fosse per qualche 
accenno, vero se non bello, semplice se non elegante, di 
popolare sincerità, se non di originalità individuale, il 
nostro sarebbe da porre tra i peggiori poemi di imita- 
zione dantesca, benché non sia macchiato né dalla mi- 
schianza di paganesimo e di cristianità, né dalla inconscia 
profanazione del nome di Dante, che fanno brutte non 
poche di tali scritture. Dante qui domina in effetto, non 
pure per la maniera che si vorrebbe imitare, ma ben 
anche per 1' autorità filosofica e morale , invocata nelle 
controversie di fede insieme a quella di Tommaso e di 
Agostino. 

Poste queste considerazioni generali credo opportuno 
passare all' esame della prima parte del poema che è il 



libro dei vizi lasdaado che delle altre due pai 
mano il libro delle virtù parli Flaminio Pellegi 



I. 



Nel capitolo I della pitna parte il coip 
all'anima di essersi macchiato di tntte le co^h 
i vizi: empietà, ipocrisia, ghiottoneria, hasara 
vidia, vaoità, avarizia, prepotenza, ingratitadjne. 
comincia il poema: 

Molte fiate i' ho parlato io rima 
Seguendo l'appetito dì mia earae, 
Di morte noD facendo alcnoa stitna. 

CoQvieDCÌ ornai alla ragion laasame, 
ÀDima mìa, guidare a miglior porto 
E nelle man di Cristo tutti darne; 

Perchè s'appressa '1 fin del cammin corto 
Nel qual con gran superbia coatra Dio 
Andati slam, com' io mi son accorto, 

Ma egli è si dolcissimo e st pio 
Che, beo eh' abbiam peccato in ciascua m 
Di sua benignità non disper' io. 

In tulle cose fatto abbiam noi frodo 
Cercando aver la gloria pur del moodo 
D' ogni forfatto altrui sciogliendo el noi 

1 creati da Dio mettendo al fondo, 
Reputando pur me esser dabbene 
E gli altri di viltà tenere el pondo. 

Se buona spirazion da Dio ne viene 
alcun benefizio di sua grazia 
Negletto r ho vie più che non s' avrìeO' 

Tanto ho la voglia mia seguita e sazia, 
Gtt' i' bo avuto ardir di bestemmiare 
El mio signore con proterva audazia. 



DI UN IGNOTO POEMA D* IMITAZIONE DANTESCA 191 

El Dome suo che tanto è da lodare 
r ho proferto invan già tante fiate 
Che non si poterebbon numerare. 

La lingua contro al ver, vo' che sappiate, 
Menata Y aggio e anche con lusinghe, 
Parole doppie, false e simulate. 

Le labbra mie non vo' che mi restringhe 
Ch' i' non confessi ancor degli spergiuri : 
Chi grazia vuol non convien che s'infioghe. 

E gli oziosi parlar' non mi fur duri, 
Ma sonmi dilettato spesso in dire 
Beffe e novelle fuor di sermon* puri. 

SI pien d' accidia fui, o sta ad udire. 
Che molte volte stavo tanto tristo, 
Che nulla cosa entrava in mio gradire. 

QuandMo pregavo el nostro signor Cristo, (1) 
SI fortemente era prosontuoso 
Che mi fusse obbrigato m' era visto. 

matto io, bestia, com'ero sdegnoso. 
Tanto che molte volte i' dubitava 
Di quella fede che mena a riposo! 

Dello culto di Dio ragion cercava (2) 
E voleva conoscer lo 'nfinito. 
Ed oh I Idio niente ne pregava (3). 

Con falsa ipocrisia sempre son ito 
Fingendo d'esser buono, e con inganno 
Molte malvagità ho partorito. 

La gola mia seguita ho ciascun anno. 
Volendo aver d'assai ghiotte vivande, 
Tanto che nel patir poi era affanno. . 

(1) Questa é la prima terzina leggibile nel codice della Biblioteca 
Universitaria di Bologna. D'ora in ayanti, pur continuando a riferire la 
lezione del cod. magliabechiano più compiuto, segnerò in nota le molte 
e spesso notevoli varianti del cod. Bolognese. 

(2) Deir occulto. 

(3) Et a ciò Dio. 



192 M. CORNAOCHIA 

Del digiunar non vo* che mi domande, 
Che nimica era a me ogni vigilia, 
S* io digiunava non mangiava ghiande. 

Sare* bastato ad ana gran famiglia (1) 
Quel ch'io volevo sol per lo mio becco (2) 
Con vin di Malvagia e di Gornilia. 

Ohi ! lasso a me, com' io divento secco (3) 
Quando ricordo el vitio di lussura 
Del qual so* stato si viziato ed ecco (4). 

In ciascun modo la sua gran lordura (5) 
Seguito ho io ed bovi assai speso (6) 
Denari e tempo; ancor n' aggio V arsura. 

E quando noi facia, vi stavo inteso 
Golia mia volontà, ed era presto, 
Per lei s^uir, portare ogni gran peso. 

D'ira portava tanto pieno il testo, 
Che per una increscevol paroluzza 
El percutere altrui era confesto. (7) 

Fedito arci cor una spada aguzza (8) 
Nel ventre di mia madre per vile ira, 
Che per me già portò cotanta puzza. 

El vizio deir invidia, che mi tira 
Verso r inferno, tanto seguito aggio 
Che d'ogni bene altrui sentia martira. 

E quante volte i' fui in sul rivaggio (9) 
Di lagrimar, udendo alcun lodare 
Del qual ne dovea far festa di maggio. 



(1) Seria. 

(2) Quel ch'io sprecavo sol per il. 

(3) lasso me, com'io. 

(4) Del qual son stato vitiato e tecco. 

(5) In ciascun tempo. 

(6) Aggio seguito, et assai ci aggio speso. 

(7) À percuotere altrui. 

(8) Fedito avrei con. 

(9) Deh quante volte fui. 



DI UN laNOTO POEBCA D* IMITAZIONE DANTESCA 193 

Tanto fili vano udendo alcun parlare (1) 

Di mia virtù parole assai non vere, 

Parla eh' i ne volesse al ciel volare. 
Tanto fur le mie voglie poche intere, 

Che s' alcuna virtù in me pur era 

Non mi parca da Dio doverla avere. 
D' ogni mio fatto tanta voglia m' era (2) 

Reputandolo sempre a mia boutade, 

Che ringraziarne Iddio voglia non ci ara. 
E cosi stando sempre in vanitade, ^ 

Cacciar non seppi il mal dell'avarizia 

El qual mi fé' ciercar molte contrade. 
E ben ch'io fussi amico di pigrizia. 

Per poter guadagnare assai denari 

Ogni fatica m'era gran letizia. 
E seguitando gli appetiti avari, 

Pur ch'io potessi ragunar gran fascio. 

Tiravo ogn'erba a me tutta di pari. 
Del poco dar per Dio qui già non lascio 

Che quando davo un pezzolin di pane 

Parlami dar la pietra del baiaselo. (3) 
E quando udiva ahajar lo mio cane (4) 

Al pover, che chìedea per Dio all' uscio, (5) 

Allor godevan le mie voglie vane. 
De' cinque sensi non rimase guscio 

Nel quale i* non peccassi ad ogni mano. 

Ancor ne son tutto rognoso e bruscio. 
Portato ho falso il nome di cristiano 

Essendo stato ingrato in ciascun atto 

Inverso Iddio e del mio prossiroano. (6) 



(1) Tanto fui Tan ch'odendo alcun parlare. 

(2) facto tanta gloria m'era. 

(3) Panami dar la pietra di balascio. 

(4) Quand'io udiva abbaiare il cane. 

(5) Al poTer che chiedeva giù dall' uscio. 

(6) Verso dì Dio e del suo proximano. 



194 K. OOSNAOCHIA 

Dir ti YOgr ora el perdonar eh* ho latto, 
Che non lasciai di fare ogni vendetta. 
Se *1 poco poter far no mi die matto. 

E se la possa in me era negreta (1) 
La voglia e ì* odio in me non mancò mai (2) 
Di ben ferir di spada e di saetta. 

El mio fattor più volte dispregiai. 
Seguendo sempre del mondo Y amore, 
E nessun mal di far mai non lasciai. 

A questa accesa confessione di colpe, tien dietro (cap. 
II) un accorato proponimento di penitenza in versi, per 
immagini e forma, sopra gli altri notevoli. 

spirto, che mi debbi esser lucerna (3) 
A fermi lume per la via di Dio, 
fienchè sanza valore i' ti discerna; (4) 

Deh concordiamci insieme tu e io, 
E tu m' insegna, eh' hai migliore ingegno, 
Gh* i* possa ritornare al signor mio. 

E racquistare el mal perduto regno 
Dove si vive in grolia senza fine (5) 
E d* alcun mal non vi si trova segno. 

Lassh son Y alme grandi e piccoline 
E tutte le celesti l^oni. 
Che adoran una in tre person divine. 

Lassù son dolci canti e bei sermoni, 
E ancor ci è perpetua allegrezza. 
Non ci è paura d' uom né di demoni. 



(1) in me era distrecta. 

(2) La rabbia e rodio. 

(3) spirto che mi dei. 

(4) senza valor mo'. 

(5) in gloria. 



DI UN IGNOTO POEMA d' IMITAZIONE DANTESCA 195 

La parte veramente dottrinale incomincia (cap. Ili) quando 
l'anima prende a parlare, seguitando poi per tatto il 
poema ; le colpe che il corpo confessò di avere, le virtù 
che lamentò di non possedere, sono esposte, studiate, 
giudicate, secondo teologia, e i giudizi che se ne fanno, 
rafforzati da esempi molti, tratti da antiche istorie e da 
casi recenti. 

L' uomo, per male che abbia fatto non deve disperar 
di salute: tutto s' ottiene con la penitenza, e cosi ebbero 
perdono Paolo, Pelagia, Maria, laide, Faustino, ed altri 
moltissimi. Anche 

Re Carlo, che peccato tal commise 
Che non avea ardir di confessano, 
Poiché ÌD man d' Egidio si rimise (1) 

Si vide perdonato il suo gran fallo. 

Il Pollini a questo proposito nota : < Questi è Carlo 
» Martello figlio naturale di Pipino , e avo di Carlo 
X» Magno, come rilevasi dalla nota fatta dai BoUandisti 
i^ alla vita di S. Egidio (T. I Septembris, col. 303). 
9 La vita è scritta da un autore anonimo e da essa 
]> è presa quella di Iacopo da Voragine, da cui precisa- 

y> mente è tolta la notizia di questo fatto Il Voragine 

9 che dà titolo di re a questo Carlo, lo prese dalla vita 
ì> dell'Anonimo. Carlo Martello non ebbe veramente il 
» titolo di re mentre visse, come osserva il P. Daniello 
> {Hist. de France, T. I, col. 275), benché governasse 
» infatti tutta la monarchia francese; ma gli fu dato nel- 
9 r epitafSo. » 

Dal Voragine si ha pure notizia di una leggenda qui 
rimaneggiata e ripetuta. 



(1) Poi nelle man d'Egidio. 



196 M. OORNAOCHU 

E ricordar ti puoi de* cavalieri, 
Che s' era fatto de* dimoo vassallo (1) , 
Come si liberò del mal pensieri 
Per la gran devozion della sua moglie (2) 
Ch'ebbe a Maria: Ella *1 fé voleoUeri. (3). 

Chi voglia condurre vita baona e onesta (cap. IV) 
deve osservare in ognilor parte le consnetadini e le pra- 
tiche delia religione, portar rispetto al padre e alla madre, 
guardarsi cautamente dalla lussuria, fuggire dalla ribellione. 

Non fussi tu si del pensiero altero (4) 
Che fossi centra air ordin della legge 
Fatta da quei che avesse iusto impero. 

Ma prima 

Dell* altrui cose fa che non t'adorni 
Con rapina o con furto, o come lupo 
Che non lassa el predar per suon comi. 

Di lussuria (cap. V) si distinguono vari gradi, e nel primo 
si annoverano parecchi esempi di lussuriosi condotti a 
morte violenta. 

Mori Tristano e, come ver si narra (5), 
El regno del possente re Artù 
Per tal cagion tutto si squarta e smarra. 

Di Gian sciancato udito bai parlar tu, 
Che donò morte al suo frate si cruda (6) 
Perchè sua sposa mise a tal parto. 

(1) al demonio vassallo. 

(2) Per la devozion che la sua moglie. 

(3) Ebbe a Maria rosa di verzieri. 

(4) Non fussi tu si di pensieri altero. 
Che fessi centra V ordin della legge 

(5) Merio Tristano. 

(6) al suo fratel. 



DI UN IGNOTO POEMA D' IMITAZIONE DANTESCA 197 

Alla tradizione armoricana, che romanzata divenne T amo- 
roso libro dei signori nella mezza età, alla storica tra- 
gedia dei Malatesta immortalata dal poeta, segae mi caso 
d' amore e morte che dovè esser memorabile e famoso 
a qaei tempi , ma nelle scrittm*e non ha lasciato^ eh' io 
sappia, altra memoria che questa: 

Messer Guglielmo morte tanto prava (1) 
A sé donò con quella propria spada, 
Che fuor dal cor di sua donna tirava. (2) 

Ma presto abbiamo l'innamoramento e l'uccisione di 
Gerbino. 

Messer Guglielmo re tagliar fé '1 ciglio (3) 
A Gherbin, per la figlia del Soldano, 
Alla qual volse per mar dar di piglio. 

La novella eloqnentissima di Giovanni Boccaccio sa Ger- 
bino, (Giornata IV, Novella FV) è tutta raccolta in que- 
sta terzina, tanto che o convien credere che al ver- 
seggiatore nostro si offrissero altre tradizioni contempo- 
ranee, che durarono in vita anche dopo la novella del 
Boccaccio, e tenere, contro l'opinione dei due più re- 
putati ricercatori delle fonti del Decameron , il Manni (4) 
e il Landau (5), che nulla il Boccaccio inventasse di suo , 
è necessario conchiudere che il nostro poeta avesse 
letta la novella del Boccaccio, e tanto la pregiasse, da 
non dubitare di mettere l'invenzione romanzesca del 

(1) Guiglielmo. 

(2) Di sua dama. 

(3) Tagliar fece Guiglielmo re lo. ciglio 
A Gerbin, 

(4) Istoria del Decamerone, pp. 282-4. 

(5) Die Quellen des Dekameroriy pp. 327-30 



198 IL OOBNAOCHU 

contemporaneo tra le maggiori leggende e le più note 
storie del medioevo. 

Da varie occasioni cresce e si natre il vizio di las- 
snrìa nel primo sao grado» 

El cibo e Tozio eM bevere al rappello, 
ET male esempro altrui, e le ruffiane, (1) 
Star troppo spesso con donna donzello, 

Udir canzone innamorate e vane, 
Ower sonar le dolci melodìe. 
L'aspetto delle donne ch'èn mondane, 

Ballare spesso di notte e di die. 

Dopo trattato della lussuria il poeta, che continaa l'opera 
sua con assidua cura (cap. VI) : 

Come la rondinella fa 'I suo nido 
A poco, a poco, perfin eh' è fornito. 
Così neir ins^nar, eh' i' fo me guido ; (2) 

viene a parlare dell' accidia, onde provengono pigrizia , 
mollezza, sonnolenza, indevozione. Trista cosa, e da guar- 
darsene, è r accidia, poiché tutto nella natura opera e si 
muove : 

E il sol che sopra l'altre è hella cosa. 
Le stelle, il firmamento, le pianate. 
Tu sai che mai dall' operar non posa. 

Per r accidia assai cose si persero : 

Per tal vizio del re prese lo scuso 
Pipin secondo a tor per se la Francia, 
Per sua virtù, di ciò già non l' accuso. 

(1) exemplo. 

(2) mi guido. 



DI UN IGNOTO POEMA D' IMITAZONE DANTESCA 199 

Accidia ed ozio s'accompagnano spesso alla vanagloria 
(cap. VII), e r uomo se ne difenda ; 

Cosi quel da cavai, difesa prende 
Dal grave vento nel passar del ponte, 
Quando, per tema, a terra giù discende. 

Cosi discendi tu di giù del monte 
De* tuQi sciocchi pensieri, e fuggi el vento 
Di vanagrolia (1). 

In vanagloria si sale per beltà, per ricchezza, per forza, 
per fama, tatti vanti stoltissimi e cadachi: 

La forza di Manfredi allor si doma (2) 
Quando di gloria più sentiva el fiore, 
SI eh' alle man di Carlo il r^no toma. 

Saccede Ira (cap. Vili) da cui derivano le liti, le discordie , 
gli omicidii, le gaerre, gl'incendi; l'ira che va distinta 
dallo sdegno nobile e generoso ; e di fanesta rabbia assai 
esempi occorrono a chi scriveva nel tempo delle cornic- 
ciose e sanguinarie signorie italiane. Notevole è qui un 
esempio d'iracondia tratto dalle storie perugine che il 
Pollini crede sia di quel Gerardo da Puy di cui viene 
novellando il Sacchetti (3) e lasciò nel 1376 con poco 
onore il governo di Perugia: 

A miglior porto arebbe la sua soma (4) 
Menato, quel che Perugia già resse. 
Se r ira sua tenuta avesse doma. 

(1) Di vanagloria. 

(2) La gloria di Manfredi. 

(3) Novella xli. 

(4) A miglior posto avena la sua soma 

Menato, quei che reggeva Peroscia, 
Se Tira sua tenuto avesse doma. 
Ma tanto la spandeva per la froscia. 
Che nessun uom da ben non potea seco, 
Però di gran lion rimase moscia. 



200 M. OOBNAOCHU 

Ma tanto l'opre sue seguitorn* esse 
Iracundie, che niun dod potè seco, 
GoDveooe dal leon moscha partesse. 

Da tenere in gran conto, sì per i versi oltre il costarne 
propri ed eleganti, come per l'importanza del concetto 
politico qoi solo adombrato ed espresso poi, sono le ter- 
zine che seguono: 

E se tu vuoi parlar e dire il vero, 
R^Da tutta virtii nel gran signore, 
Che tien di Lombardia maggiore impero. 

Magnanimo, cortese e di valore. 
Savio e ardito quanto alcun mai fosse. 
Se Tira non guastasse il gentil cuore. 

Di tutta Italia né muro né fosse 
A sua virtù non sarebbon valute, 
Se Tira sua temuta si non fosse. 

r pri^o Iddio per la nostra salute 
Che temperi si Y ira col gran senno. 
Che cotante virtù non sian perdute. 

Chi è il gran Lombardo in coi tanta speranza è riposta ? 
Un Visconti, e certamente Gian Galeazzo conte di Virtù, 
Vero è che di tatto le colpe, trattane l'ira, poteva 
dirsi macchiato qaesti, delle cai opere Dante avrebbe 
scrìtto : 

Non furon leonine ma di volpe; 

ma non si paò ammettere che solo per caso, in pochi 
versi, si ripicchi tre volte salla parola virtù, e la invo- 
cazione alle armi ed al senno di Galeazzo si ricollega 
molto da vicino ad altri canti della letteratara poetica 



viscontea (1), che !■ 
d'Italia. 

Tra tulle le ire b pia UÈt e ra è 
Dio: 



Ob 
Oe 
Gm qadk, d fai mb «ri Mrre me nea. (2). 



Di fatti tale i 



r vidi 

Ch'no a CrftÌM pKwi» m A* an, (3) 
V a it aàa, «ohe feiir sapfa al ewa 

D* mo aeoBiar (!) dhe b enee r^an. (4) 
Dio boteBMMda a fai b 
MofCBM, fiocvè 

Dico ek'f ponti 
Per ek*en gìoffìi senile e 
Dì ricoréaBo b face» iT jrraea^ (5) 

Ma noi poMO cefar, d è paleB. 



Dall' ira si passa (cap. IX; aT ìofifia die è mancamento 
di carità: lo cagione dei fdo primo, e produce odio e 

detrazioDe: 

Per qoesta disperato wdf 'mkno 
DìseeK fl caaceffier dì Federico . 
Siccome Duie scrife io sm> fmderao. 



(i) A. MED», UUenimtm Pim^tm TittmUem mOT Areàirm Sttrit» 
Lombardo, T Serie, ToL H p. 570. 
(2) anae aé rocca. 
(3)01' OD a Ortai giocaHb. 

(4) V OD apMiaa 'te. 

(5) Di ricordato b boia to 



YoL I, P»ie IL li 



202 M. OOBNAOCHU 

CoD r invidia ogni dolcezza si torba : 

Ben sare* meglio io un soliogo scoglio 
Di mar, con erba e acqua star soletto, 
Ch'avere il gran mischiato con tuo loglio. (1) 

Ed è siDgolarìssima cosa invero che tal mancamento di 
carità solo tra gli nomini si ritrovi, mentre vediamo gli 
altri ammali qoasi dolersi della sventura de' loro simili : 

Se guardi ben la natura de' buoi, (2) 
Tant' è la carità che tra lor regna 
Che mughia quando alcun mort' è de' suol (3) 

Pessuna è V avarizia (cap. X), di coi sono macchiati spe- 
cialmente papi, cardinali e imperatori: 

Se non mi credi facti raccontare (4) 
Quel ch'ha già fatto Carlo imperadore, 

Che tutto el mondo e' volea seguitare. 
Et el, per riportare assai denari, 
La buona Italia lasciato ha guastare. 

franchi italian, fate ripari, 
Che più non scenda giù alcun tedesco. 
Che vengon nudi e poi si veston vari; 

Nò linguadoco, inghilese o francesco ; 
Non v' avedete voi che per lo nostro (5) 
Lo spagnuol ner diventa bianco e fresco? 

bella Italia, dentro del tuo chiostro 
Fa che procuri un re che sia latino, 
Che ti difenda da tanto retrostro. 

(i) col tuo loglio. 

(2) Se la natora riguardi de' baoL 

(3) é morto alcun de* suoi. 

(4) ricontare. 

(5) Non v' accorgete. 



DI UN IGNOTO POEMA D* IHITAZIONB DANTESCA 203 

Che, poi che muor, rimanga il figliolioo, 
Che porti amore a te, e tua grandigia 
Accrescer voglia collo pensier fino. 

Non averà costui la cupidigia 
Di rimandar denari oltre dei monti, 
Però vorrà guardar la tua franchigia. 

Queste terzine sono, senza dubbio, le più importanti dì 
tutto il poema; in esse il pensiero unitario dinastico che 
fu negli Italiani d'allora è ragionato con evidente verità; 
in esse e nel lungo catalogo che segue dei signori ita- 
liani, si ha un vero e pieno assetto ideale d' Italia. 

É lo stesso vóto che un ignoto grammatico pratese, 
non Convenevole, maestro del Petrarca (1), gridava per 
muovere alla novìssima impresa il tardo Roberto re da 
sermone; ma il pensiero balenato dalla idea guelfa nella 
prima metà del secolo decimoquarto, t per T assenza di 
Pietro e di Cesare e per la inclinazione sempre cre- 
scente alle forme del monarcato > (2), sul finire del 
secolo vien fuori dall'indicibile decadimento dell' idea 
ghibellina la quale t era finita con Arrigo VII se pur 
non con Federico II, e a farne spregevole il fantasma 
non mancava che la calata di Carlo IV » (3). Alla voce 
della vergogna dì Carlo che (lasciò scritto Matteo Vil- 
lani), corse r Italia non come imperatore ma come 
« mercante che vada alla fiera in fretta >, curvarono la 
fronte i rimasti fedeli al sogno glorioso del sacro ro- 



(1) A. D'Ancona, Studi sulla Letteratura Italiana dei primi seco- 
li. Ancona, Morelli, 1884, p. 121. 

(2) A. D'Ancona, Studi di Critica s Storia Letteraria. Bologna» 
Zanichelli, 1880, p. 59. 

(3) Rime di Gino da Pistoia e (f altri del secolo XIV ordinate da 
G. Carducci, p. LXII ed anche // Libro delle Prefazioni di Giosuè Gar 
DOCCI. Giuà di Gastello, Lapi, 1887, p. 38. 



204 M. OOBNAOCHIA 

mano impero, e poi si gaardaroDO intorno, come cer- 
cando un capo con cui tentare F ultima prova. Morti 
erano da un pezzo Castruccio Castracane, Passerino Bo- 
nacossi, Sciarra Colonna, Cane Scaligero ; sola, a Milano, 
prosperava promettitrice di potenza maggiore la signoria 
dei Visconti con i suoi principi spesso feroci e manca «- 
tori di fede, sempre destri e fortunati; e come Y Italia 
incominciava ad esser battuta dalle compagnie di ventura, 
e sbollivano le ire fraterne dì parte, meglio era unirsi 
tutti ai Visconti e ricacciati di là delle Alpi e del mare 
gli stranieri, di qualunque gente fossero, fondare la mo- 
narchia ereditaria nazionale che già a Francesco Petrarca, 
fidente nella sorte d'Italia congiunta a quella di re Ro- 
berto, era parsa t la forma di governo più acconcia a 
» riunire e ristorare le forze degli Italiani cui la ferocia 

> di lunghe guerre aveva disperse » (1). 

Ma vi fu un momento di trapasso dall' idea ghibel- 
lina imperiale, alla nazionale monarchica, e la mutazione 
si vede in una canzone di Fazio degli liberti, poeta di 
calda eloquenza e dì sprezzata eleganza specialmente nelle 
liriche politiche. Nel concetto politico di Fazio d'impe- 

> ratore — avverte il suo più recente editore — doveva 
» consacrare un re d'Italia, al quale la corona sarebbe 
» rimasta per diritto sacro e che l'avrebbe tramandata 

> ai suoi figli > (2): 

Uq sol modo ci veggo, e quel dirai : 
Che preghio quel Buemmo, che 'I può fare, 



(i) Lettera scritta nel 1335 dal Petrarca al padre nionisio di San 
Sepolcro. Oi quel tempo sono i sonetti pure invocanti la monarchia ita- 
liana e Re Roberto, di Nicolò de Rossi da Treviso pubblicati da Gio- 
LIO Navone. Roma, Forzani, 1888. 

(S) Liriche edite ed inedite di Fazio degli Uberti ed. da R. Renier. 
Firenze, Sansoni, 1883» p. GCIX. 



DI UN IGNOTO POEMA D* IMITAZIONE DANTESCA 205 

Che a lor deggia donare 
Uo vertudioso re, che ragion tenga, 
E la ragion dello 'nperio mantenga; 
Sicché con men pensier passi oltremare. 

Ganzòn mia, cierca il tallan giardino, 
Chiuso d'intorno dal suo proprio mare, 
E più là non passare (1). 

Cosi il Pratese aveva detto : 

Unica spes Italae gentis rex pei^e potentis. 

E quando 

r avaro, ingrato e vile 
Imperador, re di Buemia, Carlo, 

come ne scrìveva ÀntoDio da Ferrara, venne meno tanto 
indegnamente, allora la idea nazionale, che non aveva 
ancor rotto il boccio del vicariato imperiale, si liberò in 
pieno fiore. A proposito di Antonio da Ferrara, t rima- 
tore dei pia fecondi se non dei più insigni del tre* 
cento » (2), noterò di passaggio che il nostro dovè cer- 
tamente conoscere ed avere a mente il sonetto contro 
Carlo di Boemia, come si arguisce dal verso già riportato: 

Che tutto il mondo e' volea seguitare, 

che non è altro che il verso del Ferrarese pure contro 
il re boemo: 

Che tutto il mondo volea sanitario. 



(i) Id. ìd., p. 198. 

(2) G. Carducci, Studi Letterari, Livorno, Vigo, 1880, p. 310. 



206 M. CORNAOCHU 

Fazio degli liberti nella nobilissima canzone di Roma agli 
italiani, aveva, da par suo, ma sempre riconoscendone 
e affrettandone l'investitura dall'imperatore, tratteggiata 
la successione di questa ideale monarchia latina, che dal 
nostro verseggiatore in modo assai meno adorno, ma forse 
più franco e sicuro è ragionata: 

figliuol mio, da quanta cradel guerra 
Tutti insieme verremo a dolce pace, 
Se Italia soggiace 

A uo solo re, che '1 mio voler consente ! 
Poi, quando '1 cielo cel torrà di terra, 
L' altro non fla chiamato a ben mi piace, 
Ma, come ogni re face, 
Succederàgli il figlio o 'i più parente. 
Di che seguiterà immantenente 
Che ogni pensier rio di tirannia 
Al tutto spento fia 
Per la succession perpetuale. 

Questo bene aveva sperato e augurato dal Boemo il 
poeta ghibellino, ma dopo la seconda e più trista ver- 
gogna del 1368, egli provò di nuovo il volo impetuoso 
dalla canzon politica che egli padroneggiava come pochi 
seppero mai; non più la vecchia Roma consiglia i suoi 
figliuoli italiani e chiede per loro dall' imperatore un re 
prode e leale ; 1' Italia , vinto 1' incanto dell' impero , 
grida vile e traditore il Cesare mercante, e in un lampo 
di minaccia, dimostra di esser risoluta a far senza della 
dignità imperiale: 

Tu dunque Giove perchè 'I santo uccello 



Da questo Carlo quarto 
Imperador noi togli e dalle mani 




E iOM 

TobDdodri 
Tìscoolea di 







»I) 



Nelle 
le^e ■ 
Fnreoze: 



9 



aG 

Sa bipalb 
F( 



(tr. 



jffti|fi e le 






GM prc» ki fKi €fce 



Il Carducci fi nolo 
madrigale Ddb setoada 
cQe € d^enunare i 



. e 
dei treitario, 
e i fuso che 



' », #r ' J I 



(1) Saggm éi rime mediai 4à Mi Asfmm 
a cura di G. Rornm Feriva* I^TT^ ^ 23L 

(2) Coiililme « JMEdf, SlrMMtt e Jfad^ijrf 
XTF a con di G. CàmtxcL firn, %mn, 1^1. fi T 



^F4 

<del 



Uffe 



I. 



208 M. CORNAOCHIA 

Non potrebbe, il madrigale del Bonafedì, comprendersi 
nel perìodo di tempo delie rime già riportate dell' liberti 
e del Beccari? a me pare di si, e pare quasi di rico- 
noscere in esso r influsso della poesia del pisano e 
del ferrarese, o anche lo spirito dell'età che si compia- 
ceva immaginando l' aquila che dalle vili insegne dell' im- 
peratore tedesco volava lieta a un signore di Lombar- 
dia desiderando di ritornare romana e italiana. E il go- 
vernatore non potrebbe essere Gian Galeazzo Visconti? 

Le imprese di Gian Galeazzo sul cominciare del se- 
colo XV furono tante e cosi fortunate, da risvegliar più 
che mai le speranze di coloro che pensavano ad un 
regno italico; < il duca di Milano — diceva nel 1402 
Michele Steno doge in Venezia — si farà signore di tutta 
Italia » (1), e da Vicenza, Antonio Loschi lo invocava con 
questi versi: 

ìpse saluti 

GoDsuIuìt Italìae, atque ilio sub principe pacem, 
Quam populì totiens exoptavere Latini, 
NuDc dabit, et posilo tandem Florentia fastu, 
Desinai insidiis Latio turbare quietem (2). 

In un sonetto di incerto trecentista al conte di Virtù, le 
città d'Italia fanno l'omaggio delle chiavi al Visconti, ed 
in fine si ode la voce di Roma : 

Roma vi chiama: Cesar mio novello 
lo sono ignuda, e l' anima pur vive, 
Or mi coprite del vostro mantello. 

Po' francherem colei che Dante scrive 
Non donna di province ma bordello 
E piane troverem tutte sue rive (S). 

(i) e. Cipolla, Storia delle Signorie Italiane dal i5iS al i5S0, 
p. 234. 

(2) Id. ìd., p. 233. 

(3) Rime di Gino da Pistoia ecc., p. 391 . 



DI UN IGNOTO POEMA D* IMITAZIONE DANTESCA 209 

A nessuno sfuggirà come più netta e franca qui si palesi 
r idea unitaria; non si ricorre più al simbolo dell'aquila che 
ritoma all'antico nido e si sottomette al nuovo signora, 
non si ricorda più l' imperatore,' né meno per maledirlo; 
il pensiero potente per la determinatezza e per la sicura 
speranza è questo : liberare V Italia in tutte sue rive. 

Il poeta che più di tutti sentì e rese il fremere di 
speranza che s' avviava ormai a divenire certezza^ fu Fran- 
cesco Vannozzo; una corona di otto sonetti vigorosi e 
vivi di spirito popolare egli indirizzò al conte di Virtù (1), 
in ognuno di essi parla una città d'Italia: Padova, Ve- 
nezia, Ferrara, Bologna, Firenze, Rimini gridano il loro 
voto al re; finalmente Roma. Re egli è per la prima volta 
salutato : 

Re Qostro sacrosanto, illustre prioce, 

e la cantilena delle città italiane finisce con versi di 
giubilo : 

Dunque correte insieme, o sparte rime, 
E gite predicando in ogni via 
Che Italia ride,' e eh' è giunto il Messia. 

Poco appresso il Messia moriva di peste, e le voci di 
pianto alzate dai poeti e dai popoli non furono meno vive di 
quello che fossero state le voci di plauso e di augurio. (2). 
Del regno cosi imaginato, il nostro autore dà per 
di più la partizione;^ in questo lungo catalogo di signorie: 

Rinnuovi in te li buon marchesi e conti 
De' baron Delia Scala e da Carrara, 
E taccia duca de' franchi Visconti 



(t) A. Sagredo neWArch. stor, ital., 2' serie, voi. XV, pp. 142-61. 
(2) Cfr. A. Medin, op. cit. 



210 M. OOBNAOCHU 

De* Malatesti e di quel da Ferrara, (1) 
E di qoe* da Polenta e da Gonzaga, 
E inetta gli Ordelaffi e la sua tara. 

Quel da Varaa che *n Gamerin s' amaga, 
Degno è d' onor, ma prima il buon Ridolfo, 
Della cui valoria la Marca è vaga. 

Di Montefeltro conti Antonio e Nolfo, 
Rimetta i conti Guidi nel suo stato 
Con quanta nobiltà sta sopra 'I golfo. 

Non scacci gli Alidosi dal suo lato, (2) 
Anche i Manfredi faccia star contenti, (3) 
E Santa Fiora metta nel suo prato. 

Colonna e Orsi e prefetesche genti (4), 
Savegli, e Anguillara e Sant* Eustachio (5) 
E Anibaldi e Frangipani Amenti (6). 

Fra gli altri che ritenga dentro al giachio 
Della sua baronia, sia il buon marchese 
Che tien'di Monferrato ogni retachìo. (7) 

Quel da Saluz che sai tiene el paese (8) 
Pur in Piamonte, e quel delle Carrette (9) 
Non ricevin da lui alcune offese. (10) 

Olea e '1 Fiesco e Spinola che mette (11) 
Insieme co* Grimaldi spesso in guerra 
La franca terra che 'n mar si sommette (12) 



(i) Dei Malatesta. 

(2) Non cacci. 

(3) Anco i Manfredi. 

(4) Colonna, Orsini e prefectesche genti. 

(5) Sabelli. 

(6) e Frangiapani amenti. 

(7) ogni ritachio. 

(8) che tienel nel paese. 

(9) Pur nel Piemonte. 

(10) Non rìcevan. 

(11) Orio e Fiesco. 

(12) che 1 mar si sommette. 



DI UN IGNOTO POEMA D* IMITAZIONE DANTESCA 21 1 

Oacri ciascheduD nella sua terra, 
Mantenga Malaspina in sua altezza 
Con quanta gentiUa in quella serra, (1) 

E i Trinci che Fuligno assai apprezza 
E di Campagna ancor quel da Cicciano (2) 
E quel di Fondi tenga in sua dolcezza ; 

Quel da Sanvalentino e da Gitano, (3) 
E da Sanseverino e d' Altavilla, 
Ad Altomonte già non sia villano. (4) 

Quel da Gornaro e eh' Aquaviva stilla, (5) 
E' 1 conte da Caserta non disfaccia, 
E quel di Manapel sia sua favilla. 

Tutti gli oflzi del regno ti faccia (6) 
El conte camarlingo e ramiraglio, 
EI siniscalco grande abbia in sua traccia. 

Dopo quésta digressione, l'autore ritorna a sua materia 
(cap. XI): 

La grieve doglia della patria bella. 
Ch'io v^gio abbandonata da coloro. 
Che doverieno aver gran cura d'ella, (7) 

M' ha fatto un poco uscir dal mio lavoro, 
Ma pure ho detto cosa che se mai 
Seguisse, diverrebbe Italia d'oro. 

Cosi incomincia il nuovo capitolo, con versi, nei quali si 
vede la commozione durata nell' animo dello scrittore, ed 
anche la persuasione d' aver detto cosa che si levava 
di molto sopra la comune materia. Il poema seguita trat- 

(1) Con quanta gente li ha. 

(2) E di Campapia ancor quel da deano. 

(3) e da Silano. 

(4) non sia già YÌUano. 

(5) Quel da Gonraro oh' acqua viva stilla. 

(6) rifaccia. 

(7) Che dovrebbono. 



212 M. OORNAOCEtA 

tando deir avarìzia, la quale nasce da disordinata voglia 
di arrìcchire e da desiderio di essere da più degli altri; 
ma anche qui vengon faori gli accenni ai fatti storici : 

VcDoe da qaesta la grieve mina 
De* Longobardi, Vandali, e de' Gotti 
A ciò Ruberto Viscardo s* inchina. (1) 

Ne* tempi nostri a' aven tanti botti 
Dal conte de Landò e da Mechino, (2) 
Fra Monreale stan coloro a scotti. (3) 

Giovanni Agut e messer Ambrogino, 
Novellamente mossone i Brettoni, (4) 
Che menan per Italia il loro uncino (5) 

E fine all'osso carpon con gli onghioni. (6) 

Universale dovè essere sul finire del trecento il lamento 
d' Italia per lo spesseggiare delle compagnie di ventura; 
Franco Sacchetti cessa per un poco dal suo novellare 
giocondo per dh*e come in quei soldati non sia né amore 
nò fede; santa Caterina da Siena rivolge una delle sue 
pili limpide e ferventi prose a Giovanni Aguto cui Paolo 
Uccello sceglieva a soggetto di una delle sue vigorose 
figure di prospettiva. 

Alberigo da Barbiano aveva nel 1379 rotte le sol- 
datesche brettoni, ma al tempo in cui visse l' autore del 
poema davano ancora il sacco all' Italia Giovanni Aguto, 
che faceva le sue ultime imprese, e Ambrogino Visconti, 
uno degli innumerevoli bastardi di Bernabò. 

Spinti da avarizia, i principi caricano troppo i po- 
poli di gravezze (cap. XII) : 

(1) Acciò Roberto. 

(2) E dal conte di Landò e d' Anichino. 

(3) Fra Morìale sta con loro a scotti. 

(4) mo' sono i brectoni. 

(5) Che menan per T Italia. 

(6) E in fine ali* osso. 



DI UN IGNOTO POEMA d' IMITAZIONE DANTESCA 213 

Appella la scrittura affamata orsa 
E ruggente leon colui eh' è prioce, 
E più che non si dee discarpa e morsa. 

Quante ha già fatto ribellar province (1) 
Regali e saisussidi (?) e troppe còlte, (2) 
E 'q' assai tempo men che non si vince, 

Casseri e torri e cittadelle molte 
Per tal cagione i popoli a furore 
Per fine ai fondamenti han giù revolte. (3) 

Notissime sono le frodi che per avarizia fanno i mercanti : 

Prego che qui la mente un po' tu pona, (4) 
E vederai come il panno senese 
Per vero fiorentin si porge e dona, (5) 

E quel da Como per lo milanese, 
Eppoi vedrai il panno padovano 
Vendersi spesso pel buon veronese. (6) 

Chi sia macchiato di avarizia difScihnente se ne purga 
(cap. XIII) : 

Di questo vitio pochi si dispoglia 
Che attenda far uficio d' avvocato. (7) 
So che ne prenderai pensiero e doglia 

Quando per me ti sarà raccontato 
Come ciascun eh' avoca ò preso al laccio. 
Ch'appena poi giammai n'è sviluppato. 



(1) Quante aggian. 

(2) Le gabelle, subsìdi. 

(3) han giù rivolte. 

(4) un poco prona. 

(5) si vende e dona. 

(6) pel buon. 

(7) Che intenda a fare offìzìo. 



214 M. CORNACCHIA^ 

Oh I quanto h assai maggiore offesa 
Colui che vende e la lingua e la bocca 
E non si cura se dà buona pesa; (1) 

Più che non fa la meretrice sciocca, 
Che quella vende el luogo suo più vile, 
C!ostui vende el miglior della sua rocca. 

Io so ben che t' incresce tale stile 
Perchè deir arte tua favello e parlo, 
Ma follo perchè tu diventi umile. (2) 

Qui soltanto T autor nostro si palesa avvocato espli- 
citamente ma fino nella dedicatoria latina diceva di sé 
€ [mi]nimas inter legù d. » (doctores certamente) e già nel 
primo capitolo scriveva: 

Quand* io teneva el loco del iudizio, 
Quando era al malfattor troppo pietoso, 
E quando oltre 'I peccato era *1 supplizio. 

Di passaggio noterò che come esempio di frodi avvoca- 
tesele, che finirono male, è portato 

quel da Laterine, 

Gh*a Ghin da Tacco non ebbe ripara (3); 

cioè quel Benincasa da Laterìna aretino, 

che dalle braccia 

Fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte. 

Dall'avarizia (cosi segue il cap.XIY) provengono altresì 
tutti i giochi di denaro e gli inganni d' ogni sorta; erìgi- 

(1) di buona pesa. 

(2) Bla voglio. 

(3) Il ms. fiorentino ha col 'bolognese Chin o Qiii La correttone 
é data dal riscontro dantesco, Purg.^ VI, 12. 



DI UN IGNOTO POEMA D* IMITAZIONE DANTESCA 2i5 

Dale e non priva di certo umorismo è la descrizione 
delle astuzie usate dai notarì: 

Ciascun si studia di vender più caro, 
Facendo i versi larghi e grandi spazi. 

E 

Quel che fanno i soldati t'ò palese, 
Che tengon men compagni che non dea 
E voglion tutta la paga del mese. (1) 

Meglio, e con certa originalità di tòcco, è dipinta Y ava- 
rizia dei contadini e dei medici : 

Non par peccato d'una vìi medaglia 
Al villan che T altrui di fuor lavora, 
E tolsi el gran battuto ovvero in paglia 

*Nanzì ch*el suo padron venga di fnora (2) 
A tollersi la parte del suo biado, (3) 
Gom* ^li è fatto il villan lo sapora. (4) 

r credo ben perciò che sia di rado 
Che '1 medico prolunghi del guarire 
L'infermo 

Alcuni poi per cupidigia d' oro, fanno mercato della 
moglie e delle figliuole, altri si dettero al diavolo : 

E molti si son già dati al nenoico, 
Che pure udirlo mi dà pena e doglie. 
Ciascun d' Arezzo sa s' io ver ti dico, 
Che pò* ch'uno di sé volse far carta 
Dell' umana natura all' oste antico, 

(1) E ToglioD paga tutta dì quel mese. 

(2) che suo padron. 

(3) A togliersi. 

(4) Gom' elio è fatto. 



216 M. CORNACCHIA 

Ed era già la cosa tanto sparta, 
Che 'I dimoo co* denari era venuto 
E col notajo per legar ben la sarta, 

Se non si fusse per grazia imbattuto 
L' Aposto! di Galizia che *! caccione, 
' E fece el mal dimenio ricreduto. 

Ma Dossano è macchiato d' avarizia al pari dei chierici: 

Ormai fa che tu sii attento e pronto 
Ad ascoltar 1* avarizia dei eberci, 
E 'ntenderai come ciascun n* è onte. 

Pochi ne son che non ne sian si lerci, 
Gh* appena discoperti portin gli occhi, 
E questi ancora gli mantengon guerci. 

miseri tapin, cattivi e sciocchi 
Gberci, che devereste esser lucerna 
Agli altri, e siete ai vizi chini e fiocchi. 

Tenete spenta la vostra lanterna : 
Meglio ò che il vostro exempro si stia scuro (1) 
Che tanto mal di voi si veda e scerna 

Che ciascun laico ne sia più sicuro. 

Questa franca invettiva contro le colpe dei chierici non 
tiene dello sdegno che muoveva il riso ora acre, ora gio- 
condo, delle novelle italiane e dei fabUaux francesi, ma 
nn poco dello sdegno per coi Dante pensava versi ro- 
venti, da bollarne per Y eternità la Chiesa di Roma, por 
negli angelici folgori del Paradiso, mentre i cieli e le schiere 
dei beati arrossivano delle vergogne papali. 

Sono macchiati di simonia (cap. XV) quasi tutti i 
preti: vendono 1$ assoluzioni, trafficano sulle messe. Nò 
meno vergognosamente peccano in nepotismo (cap. XVI): 

4 

(1) che vostro exemplo sia oscuro. 



DI UN IGNOTO POEMA D* IMITAZIONE DANTESCA 217 

Vergognòrsi i prelati cattivali (1) 
LeggeDdo ì fatti dì Platon pagano (2), 
Che furoo al mondo si puliti e begli (3), 

Che per privato amor nessun mondano 
Per piati mai e per odio ch'avesse (4) 
In basso misse quel eh' era sovrano. 

Cosi volgono le rendite delle chiese non al bene dei po- 
veri ma al proprio piacere (cap. XVII) : 

Tu ben conosci se non se' di rame, 
Ch* e' frutti della chiesa son de' poveri, 
E molti li conservan per lor dame. 

Gran larghezza usano i Fiorentini ai preti e però ne 
crebbe il numero a dismisura presso loro; è poi di- 
sonesta cosa che i preti (dei quali taluni ricevono gli 
ordini appena fanciulli) siano pronti al funerale del ricco, 
lenti e difScili a quello del povero. 

Alla avarizia si oppone la prodigalità (cap. XYIII)> 
che deriva da vanità e da stoltezza : 

SI come r albor che tanto è sospento 

Dal vento, che per forza il frutto lassa^ 

Non ha di largita alcun talento; 
Cosi colui qual vanagrolia abbassa 

A spender, sanza avere altra cagione. 

Da ogni largita ha l'alma cassa. 

Salutiamo l' allegra brigata spendereccia di Siena, che ri- 
cordiamo bene d'aver incontrata nell' inferno dantesco : 



(1) Vergogninsi i prelati miserellì. 

(2) I facti di Gaton pagano. 

(3) Che fuoro al mondo si pudichi e belli. 

(4) Preferìo mai, né per odio eh' avesse. 

Voi. II, Parte 11. 15 



218 IL GOSNAOCHU 

Andar di drieto a cosi fatti stili 
La spendereccia brigata in Toscana, 
Gh'avea di vanità pieni e* covili. 

Tosto si ritorna ai chierici ; Y autore spinge V occhio 
fin dentro la corte di Roma , e ne rimprovera i pranzi 
sontuosi, le delizie, gli agi, il fasto, che egli conosce di 
veduta: 

me! ch'i' ho veduto nella corte 
Di Roma, in un mangiar venti vivande, 
Lessi et arrosti, gelatine e torte. 

Assai confezion di spesa grande. 
Vernaccia, greco, più vin di gran costo (1) 
Con ogni lecornia che tu dimando. 

Ancor non voglio che ti sia nascosto 
Che tutti neir argento beve e mangia, 
Dal piccol prete d' insino al proposto, (2): 

Assai cortine di ^ color che cangia 



Contro la superbia ha vigorose parole il cap. XIX : 

Se tu mai fosti assai pronto ed attento 
Ad ascoltare omai fa che ti metta. 



Or piglia forte con duo mane il freno 
Della tua volontà, sicchò giammai 
Superbia ci entri dentro nel tuo seno; (3) 

e gli innumerevoli esempi di superbia punita dovrebbero 
trattenere l'uomo da tal vizio. Stolto è chi insuperbisce 
per bellezza di persona, per altezza di ingegno, per no- 
biltà di casato o di opere (cap. XX). Spesso da taU for- 
tune procedono sventure gravissime (cap. XXI): 

(1) beva di gran costo. 

(2) perfino. 

(3) dentro dal. 



DI UN IGNOTO POEMA D* IMITAZIONE DANTESCA 219 

E GaoenoDe ancor messe allo 'ochino 
In RuDcisvalle e* franchi paladini 
Gol grande ingegno suo torto e rampino. 

A Puccio non saria ancor segato 
Dal Forgia la sua gola entro d* Arezzo, 
Se non fusse e' denar ch'avie da lato; 

E Bonajuto ancor non mutò vezzo 
Colla famiglia sua dentro d' Ancona, 
La qual lo conciò si che non fé' rezzo. 

Non fu la sua ricchezza molto buona 
Dentro Perugia a Sabato di Giuda, (1) 
Benché di sua giustizia ancor si suona. 

E Gilio fiorentin che fino a Buda 
E 'n Alamagna ragunb moneta, (2) 
E 'n picciol tempo tucta Tha perduta. 

Ancor per quella non ci pose meta (3) 
Il duca d'Austeri eh' a Gilimborgo (4) 
Non gli lasciò tener casa né preta. 

Molt' era dì ricchezza cupo il gorgo 
De' Bardi, de'Peruzzi e Acciaiuoli. 
Di lagrime, pensando, gli occhi ingorgo. 

Come da padri poco ne' figliuoli 
N' é divenuto dappoi eh' Adoardo 
Li fé sentir, togliendo, grievi duoli. 

Talvolta intervenne che alcnno che si vantava dell' amore 
dei suoi sudditi, si trovò ad essere odiato e invidiato e 
combattuto dagli altri principi: 



Oh quanti son che per essere amati 
Son poi caduti a male et a bassezza. 

(i) Dentro Perogia a Sabbalo de luda. 

(2) E alla Magna. 

(3) Anco. . puose. 
(i) El duca d* Usterich. 



220 H. CORNACCHIA 

Perchè il si|^or per doo perder suo* stati. 
Poco gli pub veder dentro a sua terra 
E cotal fiore scarpe dai suoi prati (1) 

Riguarda Maiuardin ricever guerra 
Di morte dura dentro da Cesena, 
Francesco da Furil perciò Y afferra. 

Beocii* esso pur per questo ebbe la pena, 
Che r amor di Furll, fuor di Romagna 

' Lo fece star sicché perde la lena, (2) 

Che cosi piacque al legato di Spagna. 

La invidia ancor, sì come chiaro i' odo (3), 
Nelle terre del popol morde forte 
Color che sono amati senza frodo. 

Risguarda messer Oddo aver la morte, 
Per tal cagione; ancor messer Leggeri 
Senti per buon amor si fatta sorte. 

lo posso dir che suto sia pur ieri 
Che '1 franco cavalier messer Rinaldo 
Fu preso a seguitar cotal sentieri 

Perchè *1 popol minuto stando saldo 
Neir amor suo, e* principi fermani, 
Ch* avìen d' invidia ciascuno el cuor caldo. 

Con falso ingegno 1' ebbero alle mani 
Volendogli dar morte, ma la grazia 
Del popolo e di Dio li fece vani. 

Tal cosa di piacer quaggiù ci sazia 
Che spesse volte poi ci dona doglia, 
Però non si dee prender per disgrazia 

Ciò che procede dall* eternai voglia, (4) 
Perchè conosce meglio il nostro bene 
Né 'nsuperbir per cosa che ci coglia: 

A Socrate lo credi e non a mene. 

(1) E coiai fior discarpe. 

(2) finché perde. 

(3) ancora si come eh* i* odo. 

(4) eterna voglia. 



DI UN IGNOTO POEMA D'IMITAZIONE DANTESCA 221 

Stoltissimo è il darsi vanto e fasto di vesti e di vivande; 
specialmente da qaeste delizie della vita dovrebbero star 
lontani i religiosi (cap. XXII): 

E i Santi Padri eh' ebboo tanto amore 

Verso di Dio, le picciole caselle 

Abitar tutti, e di spesa minore. 
Tanti giardini e chiostri quelle stelle 

Non volson, come fanno i nostri frati (1) 

Che van cercando pur le cose belle, 
E superbi difizi e smisurati: 

Questo procura priore e guardiano. 

Cosi diventan fra lor più pregiati. 
Non creder tu perciò che si stia piano 

Di questo vizio chi vuol con gran sunto 

Ornati e argentati avere a mano 
Li molti libri, e tiengli tanto a punto 

Che poco gli apre, perchè non si guasti 

Colla stultizia alla qual è congiunto. 

A superbia (cap. XXIII) va riferita la pretensione di in- 
dovinare il futuro, di interpretare i sogni; né è meno 
stolto (curioso riavvicinamento nella superstizione del 
medioevo ! ) 

Chi crede a matematico over mago. 

E seguitando a parlare di diversi pregiudizi si biasima cbe 

il di e r ora 

Si guarda per menar mercati e spensi. 

Poiché obi presume di sé, facilmente molto discorre, dalla 
superbia si passa alla lingua (cap. XXIV) : 



(1) Non volser. 



222 M. OORNAOCHIA 

Ventiquattro gran mal principalmente (1) 
Adopra questa carne picciolina. 
Che spesso si vorrla morder col dente. 

Incomincia, avviluppandosi e perdendosi in sottigliezze, 
nna enumerazione e partizione dei mali che dalla lingua 
procedono, e continua per il capitolo che segue (cap. 
XXY); e questo è tra i luoghi più oscuri e brutti del 
poema. 

Tra i peggiori falli che colla lingua si commettano 
v' è il mancar fede; talvolta tuttavia può essere buona 
e giusta cosa non attenere un giuramento, quando si 
abbia giurato di fare il male. 

Mali sommi sono bugia e detrazione (cap. XXYI); 
riguardo a quest'ultima: 

Sappi che *1 detrattor è simigliato 
Al porco che trascorre tosto al limo 
E lascia i fior che trovat* ha nel prato. 

Cosi fa el detrattor, siccome e* stimo, 
Che, conoscendo io alcun male e bene, 
Tace lo bene ed al mal corre primo. 

Si comprendono nel vizio della lingua (cap. XXVII) le 
lusinghe, le bestemmie, le villane parole, gli alterchi, i 
mali consigli, le discordie ; e qui è un' arguta sim'ditudine 
del vantatore ciarliero (cap. XXVIII) : 

Ck)stui per certo puossi assomigliare 
Alla gallina quando ha fatto Y uovo, 
Che sempre si diletta di gridare. 

Chi voglia serbare i segreti e frenar la lingua non beva 
troppo : 

(1) distintamente. 



DI UN IGNOTO POEMA D' IMITAZIONE DANTESCA 223 

A questo molto nuoce la veraaccìa, 
Che poi che '1 vino al capo è ben fumato 
Par molto cotal dir li si confaccia (1). 

La materia segna (cap. XXIX) nel turpiloquio, nei va- 
nìloqnio, nel riso sconveniente e immoderato, e d'un 
tratto ritorna sopra la disonesta vita dei chierici, che 
vogliono gli agi e le delicatezze anche nelle pratiche 
della religione e corano di stare con ogni miglior com- 
modità perfino alle prediche: 

S* alcuna volta fosser colti ad essa, 
Si fanno star d'intorno assai donzelli 
Che li difenda che non abbian pressa. 

S'egli è di verno, il fuoco appresso d' elli 
Voglion, per riscaldar le mane e viso; 
Di state voglion bianchi pannicelli 

Per rinfrescarsi, si come m'è viso, (2) 
E chi caccia le mosche e fagli vento; 
E cosi qui si fanno el paradiso. 

primitiva chiesa, quanto stento 
Di povertà avesti e di fatica 
Per far di nostra fede el fondamento 



Certosa mia, le sole tue domande 
Dal sommo Giove in ciel sono esaudite. 
Perchè la tua virtù ancor si spande. 

E son r orazione ancor gradite, 
Camaldoli, del tuo ermo fronzuto, 
Perchè non son dalla virtù partite. 

Alquanti altri eremiti aggio veduto 
Tener per le selvette santa vita. 
Andando mendicando el suo aiuto. 



(1) Molto par che tal dir. 

(2) m' è avviso. 



224 X. CORNAOCHIA 

Domenico e Francesco, ora t* aita 
De* frati tuoi che la regola rompe 
Tutti facendo da virtù partita. 

Credo ben che veggiate le lor pompe, 
Le cappe lunghe e larghe di buon panno. 
Sicché di male esempro ogni uom corrompe. (1) 

La maggior parte si dà grande affanno 
D* avere o vescovado o prelatura : 
Di questo fan gran forza tutto Y anno. 

Di servir a* signor mette gran cura, 
Mena trattati e porta le 'mbasciate, 
Tal che sentirgli fa spesso paura. 

buon Cristo, non tener piii serrate (2) 
Di misercordia le tue ampie strade, 
Illumina il pastor di nostra etade, 

Che a renovar la chiesa tantQ bade 
SI ch'essa torni nel suo primo modo, 
Che fu pien di virtù e d'umiltade. 

E remuover si possa quel mal frodo 
DeirAlcoran, che fece Macometto, 
Che tanti n' ha legati col suo nodo ; 

E cognosciuto sia e benedetto 
Agniel di Dio in ciascheduna parte, 
Laddove el nome suo ò or disdetto. 

Tempo mi par che ricogliam le sarte 
Di questo primo libro, che de* vizi 
Non te ne saperla più nominarle. 

E siamo alle virtù ormai propìzi; 
Perchè non basta asteoersi dal male 
Se tu del ben non hai fine ed inizi. 

Colui adunque rittamente sale 
Verso del ciel, che pria lascia il delitto 
E poi alle virtù dirizza Y ale^ 

Come neir altro libro ti fia ditto. 

(1) Si che di mali exemplo ognun corrompe. 

(2) buon Jesù. 



DI UN IGNOTO POEMA D' IMITAZIONE DANTESCA 225 

In questo ultimo capitolo, di cui ho riportata buona parte, 
è notevole il passaggio dall' ironia allo sdegno e alla 
convinzione della necessità di una riforma nella Chiesa ; e 
l'accenno alla Chiesa primitiva, la menzione del vergo- 
gnoso decadimento dei due ordini principali : il France- 
scano e il Domenicano, il voto espresso che la reUgione 
di Cristo, ritornata pura, trionfi in tutto il mondo, fanno 
vedere con quale ardore , quest' uomo , che cosi franca 
parola aveva gridata per l'unità e l'indipendenza d'Ita- 
lia, sentisse la fede religiosa;' e in tale accensione di spiriti, 
la sua terzina, lenta, irta, aspra nelle epumerazioni e nelle 
suddivisioni, ritrova la snella vigoria e la franchezza di 
quando immagina e vagheggia i' impresa del re latino. 

Mario Cornacgiua. 



Avvertenza. — Pochi giorni dopo aver compiuto questo 
studio, Mario Cornacchia per improvvisa malattia venne a morte, 
troppo crudelmente rapito a quanti Io amavano, troppo presto 
alle lettere, nelle quali già moltissimo prometteva. 

Un affettuoso riguardo mi impedì di ritoccare in maniera 
alcuna l'opera del mio povero amico; devo non di meno av- 
vertire come, procedendo nelF esame del resto del poema, potei 
sicuramente convincermi che l'anonimo autore attinse quasi 
tutta la materia dottrinale della sua trattazione dalla Summa 
virtutum et vitiorum di Guglielmo Pérault, spesso facendo 
sunti brevissimi, spesso parafrasando a dirittura il testo latino. 

Mi riservo a render conto più minuto delle imitazioni 
che riscontrai in questa prima cantica con una Nota che, nel 
prossimo numero del Propugnatore^ farà seguito alla seconda 
parte del presente articolo. 

Flaminio Pellegrini 



ANTONIO DA TEMPO 
COMMENTATORE DEL PETRARCA 

E LA CRITICA DI GIUSTO GRION 



(ConliD. e fine da pag. 57, Voi. I, Parte II.) 

III. 

Non contento di aver fabbricato nn castello, il Grion 
volle circondarlo di nn ginepraio. Chi ha assunto il com- 
pito di demolire il fantastico edificio farebbe opera im- 
perfetta se non si provasse di sgomberare anche da' gi- 
nepri il terreno circostante. 

Afferma il Grion che Geronimo Sqnarciafico, il con- 
tinuatore di Francesco Filelfa, sia una stessa persona 
con Domenico Siliprando, che curò la stampa del Can- 
zoniere col doppio commento, come è detto nella prima 
parte di questo studio; perché il nome dello Sqnarcia- 
fico non sarebbe che l'anagramma di quello del Sili- 
prando. Ma, primamente, un nome può racchiudere per 
puro accidente l' anagramma di un altro nome, senza che 
entrambi appartengano alla stessa persona ; però il Grion 
avrebbe dovuto provare con argomenti estemi la verità 
della sua asserzione, e ciò non fece. Pure qualche fede 
gli si potrebbe dare se l' anagramma fosse almeno esatto. 
Ma come si fa a trovare nelle parole Hieronymo Sqnar- 
ciafico Alessandrino (tal' è il nome intero di questo com- 
mentatore) un anagramma di Domenico Siliprando? Pel 
Grion la cosa è troppo facile : Dominico Siliprando ; do- 
mini vuol dire di Dio; sottintendiamo nomen; il nome 



A. DA TEMPO COMMENT. DEL PETRARCA ECC. 227 

di Dio è sacro, donqae domini è ugnale a Hieronymo. 
— E fin qui vada pure. Resta xm co e resta Situando, 
che il Grion comincia dal tramutare in Saliprando, per ca- 
varne un alisandrop Dove trovare il resto di questa 

parola ed il cognome Squarciaflco? — Subito. Dominico 
Siliprando aggiunge al suo nome fiolo de Gaspare. 
V olo completa troppo bene codesta parola non ter- 
minata , e n' esce un alisandropolo (ma siamo già ben 
lungi da alessandrino); il fi di fiolo congiunto al co di 
Dominico dà il fico, V ultima parte del cognome che si 
cerca. Ma la prima, che dovrebbe essere Squarcia o 
Squarza, non torna in nessun modo. Il Grion però sup- 
pone che il solo nome del padre sia scritto in latino, e 
da Gasparis fa uscire uno Sgarsia. Ma un ti, neanche a 
farlo apposta, non e' è fra tutte le lettere che compon- 
gono il nome del Siliprando e quello del padre. Poco 
monta: il Grion ce lo mette lui, e forma un Guasparis 
onde ricava uno Sguarsia. C è, invece, un p di più , ed 
egli coraggiosamente inserisce anche questo: ed ecco 
Sguarsiapfico I 

Ma basti di questo fantastico arzigogolo dei sup- 
posti anagrammi , che non ci vuol molto a mostrare 
invece direttamente che il letterato Geronimo Squar- 
ciaflco è tult' altra persona dall' editore Domenico Sili- 
prando. Lo Squarciaflco, nella chiosa al sonetto Vago 
augellettOy si scusa di avere scritto in fretta e ad istanza 
degli editori, i quali gli avean commesso di compiere la 
esposizione del Filelfo. Ora questi editori erano appunto 
Gaspare e Domenico Siliprando, padre e flglio, dei quali, 
come appare dalla edizione veneta del 1477 più volte 
citata, il primo pagava le spese di stampa ed il secondo 
dirigeva il lavoro tipograflco. Inoltre lo Squarciaflco, giu- 
dicata (e giustamente) falsa la interpretazione di Fran- 
cesco Filelfo al sonetto Fiamma dal del, va oltre il suo 



228 0. PATRONI 

compito, togliendola e sostituendovi la saa: In questo 
cviij sonetto non m' è piaciuto di mettere la expositione 
di Miser Francesco Philelpho etc. Se donqae lo Squar- 
ciafico fosse lo stesso Domenico Siliprando, nella edi- 
zione del Canzoniere cm*ata da costai e nelle ristampe 
( che sono fedelissime, fino a trovarsi sempre ripetuto mi 
medesimo errore) noi non dovremmo incontrare la chiosa 
del Filelfo, che lo Sqnarciafico dichiara essergli dispia- 
ciuta e di aver però tolta via, ma la sola interpretazione 
nuova. Invece in quelle edizioni, al sonetto Fiamma dal 
del, si trova stampata prima la glossa del Filelfo, poi 
r avvertenza che le successive sono di Hieronymo Sqnar- 
ciafico Alexandrìno, e quindi la interpretazione di costui; 
il che vuol dire che lo Squarciafico, il quale scrive non es- 
sergli piaciuto di mettere la chiosa del Filelfo, è diverso 
dal Siliprando che ce l'ha messa. E poi fra le epistole 
familiari del Filelfo medesimo se ne trovano alcune di- 
rette a Geronimo Squarciafico, né s' intende perché il 
Filelfo debba anch' egli aver giocato con gli anagrammi , 
senza mai chiamare col vero nome il suo preteso amico 
Siliprando, e d'altra parte non cambiando mai il nome 
a sé stesso. 

V ha anche una biografia dello Sqnarciafico scritta nel 
sea XVII da Girolamo Ghilini di Alessandria (1), nella quale 
è detto che quel letterato era nativo appunto di Alessandria, 
onde si nominava Alessandrino; e lo stesso Grion non 
nega che nella città di Alessandria abbia dimorato vera- 
mente la famiglia degli Squarciafichi. Se non che il Ghi- 
lini, parlando della Vita del Petrarca scrìtta dal suo con- 
cittadino, scappa fuori: dalla quale benissimo si congiet- 
tura quanta amicizia e benevogUenza passava tra di 
loro; e il Grion subito a gridare che la vita di Gero- 

(1) Teatro d* huùmini letterati. Venezia, Gueriglì, 16i7. 



A. DA TElfPO OOMMENT. DEL PETRARCA Ea\ 229 

nimo Squarciafi